Diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata dei Goti: “Coraggio! Prendi a cuore il tuo cuore!”.

cuore di gesù 4L’Ufficio per la «Pastorale della salute, sofferenza e assistenza» (direttore don Giuseppe Oropallo- vice direttore don Antonio Raccio) per Domenica 24 giugno, a Sant’Agata de’ Goti, ha organizzato una giornata di prevenzione per le malattie cardiovascolari dal titolo “Coraggio! Prendi a cuore il tuo cuore!”. Più di sessanta persone sono state visitate grazie alla gratuità disponibilità dei dottori: Vincenza Papa (Moiano), Gaetano Buonocore (Sant’Agata dei Goti), Pietro Landino (Gioia Sannitica). Il nostro grazie va esteso anche all’equipe dell’Ufficio, formata da medici e operatori sanitari e ai volontari dell’A.M.A.S.I.T. che si sono occupati dell’accoglienza. Questa e altre iniziative sono alcune delle risposte alla Lettera Pastorale di S. E. don Mimmo. In effetti lo slogan poteva anche essere «Prevenire è meglio che curare!». Scrive Nassim Nicholas Taleb: «Tutti sanno che è più necessaria la prevenzione della cura, ma pochi premiano gli atti di prevenzione». E in effetti, sembra strano, ma ci vuole coraggio per affidarsi ad esami preventivi, quasi come se il non sapere allontanasse eventuali malattie. Prevenzione significa fermare un’azione prima che venga fatta, riguarda le misure che vengono predisposte per cercare di mantenere sotto controllo qualcosa di negativo. Afferma lapidariamente Friedrich Schiller: «L’uomo saggio previene». E, se tutti agissimo più saggiamente, si potrebbe avverare quanto auspicava Thomas Alva Edison: «Il dottore del futuro non darà medicine, ma invece motiverà i suoi pazienti ad avere cura del proprio corpo, alla dieta, ed alla causa e prevenzione della malatti»: cioè prendere a cuore il tuo cuore! «Il nostro cuore desidera l’infinito, ma viceversa si riempie poi con una minuzia» (G. Lessing), perché, nella tradizione ebraica e mediorientale, il cuore è il luogo dove Dio parla, educa, giudica e indica, quindi, la vita umana nella sua totalità. Il salmista implora: «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri» (Sal 138, 23), perché nella saggezza maturata nel deserto i pensieri nascono dal cuore e poi si formulano nella mente: «Perché pensate cose cattive nei vostri cuori» (cf. Sal 140,3; Mc 2,26). Maria da fedele osservante ebrea: «conservava tutte queste parole, collegandole nel suo cuore» (Lc 2,19), infatti, con il cuore si ama, si ascolta, e Gesù sembra quasi ricalcare il Salmo 138: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). E per capirlo meglio dovremmo ritornare alla fonte della nostra origine: il Sacro cuore di Gesù. È l’immagine di un Dio vulnerabile, trafitto dalla lancia del soldato e dai peccati degli uomini. Essa si presta bene a caratterizzare anche il Dio di Ezechiele. Il Dio santo, innamorato degli uomini ma espulso dalla sua città dai peccati del suo popolo, che condivide con esso l’umiliazione dell’esilio, e che appunto per questo trasforma l’esilio in salvezza. Il popolo impara che non può più contare sulle sue forze, che se un futuro è possibile non è grazie alle forze umane, né quelle del re né quelle proprie. È solo la presenza in mezzo ad esso del pastore divino che può garantirgli il futuro (cf. Ez 36, 24-26)1.

  1. G. BARBIERO, Sofferenza dell’uomo ed esilio di Dio, in horeb, tracce di spiritualità, anno XVI (2007) n. 3, 65.
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Diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata dei Goti: “Stare accanto alle persone più fragili”

maternità 2«Stare accanto alle persone più fragili». Questo l’obiettivo che si propone il ciclo di incontri dal titolo “Coraggio, alzati! Io sono con te!”, che l’Ufficio di pastorale della salute della diocesi di Cerreto Sannita ha organizzato nei mesi di giugno e luglio. Giovedì 15 giugno, alle 19, nella chiesa SS. Annunziata a Airola, si è svolto il primo incontro di preghiera e dialogo con tutte le famiglie che hanno perso un figlio prematuramente, replicato il 26 giugno nel Duomo di Sant’Agata dei Goti. “Questi momenti di incontro e di confronto aiuteranno le famiglie a rompere la solitudine e il silenzio in cui spesso si vive l’esperienza del lutto, formando un gruppo di Auto Mutuo Aiuto dove poter condividere il proprio dolore recuperando la serenità interiore”. Altri incontri sono in programma giovedì 5 luglio a Telese, martedì 10 luglio a Cerreto Sannita. Non riesco neppure lontanamente ad immaginare il dolore di un evento così drammatico, così fuori natura: sì perché sono i figli che dovrebbero accompagnare i genitori nel mesto corteo che li porta al luogo dove riposeranno le loro spoglie mortali. Esiste forse un dolore, tra i tanti, però, che è sentito maggiormente dalle donne, quello di un aborto, pertanto dedico ai tanti figli “nati in cielo” questa poesia.

Piccoli angeli

Ancor ti svegli, col cuore in angoscia, sballottata dai venti del tremendo rimorso.

L’urlo lontano di un bimbo mai nato,

che al pari della ninfa da Narciso tradita[1]

ripete allo stremo; perché?

Spiegare non sai e l’anima affida alle Naiadi[2]

il liquido amaro che trattenere non può.

A te, che eri un guscio di noce nel mare tempestoso della vita,

appena aperti i petali al sole, ti è stata vietata la gioia dell’essere madre.

Vane sarebbero le stille che t’ornano le gote, nelle silenti e insonni notti,

se deposte non fossero nel sacro Graal.

«L’essenziale è invisibile agli occhi», dice il bimbo dai riccioli d’oro[3],

ed allora io, cieco Tiresia[4],

posso ben dirti: da’ pace al tuo cuore:

Guarda lassù, fra i cirri che corrono, non vedi un groviglio di ali?

Non senti le risa argentine?

Si! Son piccoli angeli che danzano davanti all’Eterno.

Cammini estasiata sul soffice manto di nubi iridate, un tocco leggero ti sfiora la spalla,

ti volti e ti senti appellare col nome più bello

che incolla le labbra a guisa di bacio: mamma!

Il cuore trabocca dall’ossea gabbia, senti le tempia come tamburi,

copiose le lacrime t’imperlano il volto, e una voce soave ti dice:

“Va’! Torna alle umane faccende, dormi tranquilla perché tacitato hai il tuo cuore.

Se qualche volta, nello stadio della vita, più forte si fa la tenzone e l’affanno,

guarda quassù, io, cara mamma,

faccio il tifo per te!”.

(Aniello Clemente)

[1] Nella mitologia greca, Eco è una delle Oreadi, le ninfe delle montagne. Era, la moglie di Zeus, la punì togliendole l’uso della parola e condannandola a dover ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte o che udiva. La ninfa si innamorò perdutamente di Narciso, ma non potendogli confessare il suo amore, riusciva a ripetere solo le ultime parole da lui pronunciate. Esasperato da questo atteggiamento Narciso fuggì via da Eco, non facendosi trovare mai più. La ninfa disperata iniziò a cercarlo ovunque, e dal dolore si lasciò morire di fame. Di lei restò solo la voce e gli dèi impietositi la trasformarono in una roccia.

[2] Sono le ninfe che presiedono a tutte le acque dolci della terra e possedevano facoltà guaritrici e profetiche.

[3] Il riferimento è al Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery.

[4] Tiresia è una figura della mitologia greca col dono di prevedere il futuro.

10° anniversario Gruppo FRATRES di Dugenta

pellicano-simbolo-di-Cristo-365x365Grazie! Ringrazio don Gennaro Barbieri, Romano Antonio e tutti i volontari del Gruppo FRATRES di Dugenta per avermi invitato al 10° anniversario della loro fondazione. Le sentite parole di quanti sono intervenuti mi hanno stimolato questo articolo. Qualcuno ha detto che il volontario ha il verbo “donare” scritto nel cuore e subito mi si forma nella mente l’immagine allegorica del pellicano che per sfamare i suoi piccoli si percuote il petto per nutrirli col suo sangue (Gesù fu chiamato dai Padri “Pio pellicano”). Altri hanno parlato del “valore” del sangue e il volontario, per me, è quello che vince i pregiudizi del sacerdote e del levita, colui che non si fa fermare dalle “leggi della purità”, e, si china su chi ha bisogno. Del resto nella parabola del “buon samaritano” (Lc 10,25-37) non si trovano grandi discorsi: vide, ebbe compassione e si prese cura dell’altro. Aver cura è dare tempo e poiché il tempo è vita, dare tempo è generosità1. La parabola del samaritano condensa la sua essenza etica: c’è un uomo in viaggio che vede un altro uomo ferito ed è preso da compassione; si ferma e si prende cura di lui donando gratuitamente il suo tempo, poi non potendo trattenersi oltre, consegna del denaro a un’altra persona perché a sua volta ne abbia cura, avvertendolo che al suo ritorno si fermerà per completare la sua azione di cura. L’azione del samaritano è un dare che ha la qualità della gratuità: offre il suo tempo e agisce in prima persona per alleviare la sofferenza dell’altro senza attendere nulla per sé, poi mette a disposizione ciò che possiede responsabilizzando altri nell’azione di cura. Il fermarsi per aiutare l’altro comporta solo una pausa nel viaggio, non mette a rischio i progetti personali; infatti il samaritano dopo essersi preso cura dell’altro riprende il suo viaggio. Nel modo di agire del samaritano c’è la risposta alla domanda che Alcibiade pone a Socrate: «In che cosa consiste l’aver cura in modo giusto?»2. Riflettevo poi sullo stemma del Gruppo «FRATRES» che si potrebbe leggere così: «FRA-TRE-S»: “Fra – tre – esse” e cioè le tre S che circondano il volontario, come un’aureola, sono: sangue, sacrificio, salvezza. E allora trovano ragione le parole della signora che ha detto: “Donare è come amare” perché l’icona del sangue donato è l’offerta oblativa, eucaristica, di Gesù Cristo. Ringrazio ancora quanti si sono prodigati per la buona riuscita della serata, e proprio perché il Gruppo è di matrice cristiana ricordo che la chiesa, esperta in umanità, alla sequela di Colui che è insieme Servo sofferente esperto nel soffrire e Buon Samaritano esperto nel curare, è come una locanda (cf. Lc 10,34) in cui, secondo i Padri orientali, si trovano tutti i rimedi necessari all’uomo provato, ferito, peccatore ed ammalato per essere accolto, preso in cura e avviare un processo di guarigione3.

Aniello Clemente

1 Cf. L. MORTARI, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, 143.
2 PLATONE, Alcibiade Primo, 128b.
3 Cf. N. DELL’AGLI, Ferite e feritoie dell’amore, in horeb, tracce di spiritualità, anno XVI (2007) n. 3, 44.

 

Felice Pentecoste!

pentecoste 2Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della Legge. Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.  È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32. Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai. Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.

I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale. Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. L’Ottava liturgica si conservò fino al 1969; mentre i giorni festivi di Pentecoste furono invece ridotti nel 1094, ai primi tre giorni della settimana; ridotti a due dalle riforme del Settecento. All’inizio del XX secolo, fu eliminato anche il lunedì di Pentecoste, che tuttavia è conservato come festa in Francia e nei Paesi protestanti. La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano. Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2. Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo. È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura. È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità. L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo come persona divina. Lo “spirito di Dio”, vi appare come forza divina che produce la vita naturale cosmica, i doni profetici e gli altri carismi, la capacità morale di obbedire ai comandamenti. Nel Nuovo Testamento, lo Spirito appare talora ancora come forza impersonale carismatica. Insieme però, avviene la rivelazione della ‘personalità’ e della ‘divinità’ dello Spirito Santo, specialmente nel Vangelo di san Giovanni, dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito, che rimanga sempre con i suoi discepoli e li ammaestri nella verità (Gv 14-16) e in san Paolo, dove la dottrina dello Spirito Santo è congiunta con quella della divina redenzione. Il magistero della Chiesa insegna che la terza Persona procede dalla prima e dalla seconda, come da un solo principio e come loro reciproco amore; che lo Spirito Santo è inviato per via di ‘missione’ nel mondo, e che esso ‘inabita’ nell’anima di chi possiede la Grazia santificante. Concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12,13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni. L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11,1 sgg.) enumera sette doni particolari, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima. Lo Spirito Santo, rarissimamente è stato rappresentato sotto forma umana; mentre nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è sotto forma di colomba, e nella Trasfigurazione è come una nube luminosa. Ma nel Nuovo Testamento, lo Spirito divino è esplicitamente indicato, come lingue di fuoco nella Pentecoste e come soffio nel Vangelo di Giovanni (20,22). Lo Spirito Santo, è stato soprattutto assimilato al fuoco che come l’acqua è simbolo paradossale di vita e di morte. Nell’Antico Testamento, Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma; nella colonna di fuoco Dio Illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo; durante la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, per la presenza di Dio il Monte Sinai era tutto avvolto da fuoco. Nelle visioni profetiche dell’Antico Testamento, il fuoco è sempre presente e Dio apparirà alla fine dei tempi con il fuoco e farà giustizia su tutta la terra; anche nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista annuncia Gesù come colui che battezza in Spirito Santo e fuoco (Matteo, 3,11)[1].

[1] Cf. A. Borrelli, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/20266.

Sant’Anselmo d’Aosta

sant'anselmo d'aostaI suoi genitori erano nobili e ricchi, Anselmo sin dalla sua infanzia sognò di poter raggiungere Dio e nella sua semplicità ipotizzava che risiedesse sulla sommità delle montagne. Già avido di sapere, fu affidato ad un parente per un’accurata educazione, ma non essendo stato compreso dal brutale maestro cadde in una terribile crisi d’ipocondria. Per guarirlo occorsero tutto il tatto e l’amorevolezza della mamma, la quale finalmente lo affidò poi ai benedettini d’Aosta. All’età di quindici anni Anselmo iniziò a sentire il desiderio di farsi monaco, ma il padre non ne volle sapere preferendo farlo erede dei suoi averi. Le attrattive del mondo e le passioni prevalsero allora sul giovane, specialmente dopo la morte della madre. Il padre, che morì poi monaco, lo prese in tale avversione che Anselmo decise di abbandonare la famiglia e la patria in compagnia di un servo. Dopo tre anni trascorsi tra la Borgogna e la Francia centrale, Anselmo si recò ad Avranches, in Normandia, ove venne a conoscenza dell’abbazia del Bec e della sua scuola, fondata nel 1034. Vi si recò per conoscere il priore, Lanfranco di Pavia, e restare presso di lui, come tanti altri chierici attratti dalla fama del suo sapere. I progressi nello studio furono tanto sorprendenti che lo stesso Lanfranco prese a prediligerlo ed addirittura a farsi coadiuvare da lui nell’insegnamento. In tale contesto Anselmo sentì rinascere in sé il desiderio di vestire l’abito monacale. Nel 1060 entrò nel seminario benedettino del Bec. Dopo soli tre anni di regolare osservanza meritò di succedere a Lanfranco nella carica di priore e di direttore della scuola, visto che quest’ultimo era stato destinato a governare l’abbazia di Saint’Etienne-de-Caen. Nonostante il moltiplicarsi delle responsabilità, Anselmo non trascurò di dedicarsi sempre più a Dio ed allo studio, preparandosi così a risolvere le più oscure questioni rimaste sino ad allora insolute. Non bastandogli le ore diurne per approfondire le Scritture ed i Padri della Chiesa, egli soleva trascorrere parte della notte in preghiera e correggendo manoscritti. Sant’Anselmo fu indubbiamente un grande speculativo, ma anche un grande direttore di anime. La fama del suo monastero si sparse ovunque ed attirò un’élite avida di scienza e di perfezione religiosa. Molte delle sue 447 lettere mostrano l’arte che possedeva per guadagnare i cuori, adattandosi all’età di ciascuno e puntando sull’affabilità dei modi. Alla morte dell’abate Herluin, il 26 agosto 1078 i confratelli all’unanimità designarono Anselmo a succedergli. Intraprese relazioni con il maestro Lanfranco, nominato arcivescovo di Canterbury nel 1070, e collaborò all’organizzazione di alcuni monasteri inglesi. Nel 1076 Anselmo pubblicò il “Monologion” per soddisfare il desiderio dei monaci di meditare sull’essenza divina. Questa sua prima opera si rivelò un capolavoro per la densità e lucidità di pensiero circa l’esistenza di Dio, i suoi attributi e la Trinità. Ad essa seguì il “Proslogion”, più celebre della precedente per l’assai discusso argomento che escogitò a dimostrazione dell’esistenza dell’Essere supremo, in sostituzione dei lunghi e noiosi ragionamenti che aveva esposto nel “Monologion”. La fama di Anselmo si diffuse ancora di più in tutta Europa. Era talmente venerato e amato in Inghilterra che il 6 marzo 1093, in seguito alle pressioni dei vescovi, dei signori e di tutto il popolo, fu eletto dal re Guglielmo II il Rosso arcivescovo di Canterbury, sede ormai vacante dalla morte di Lanfranco avvenuta nel 1089. La sua resistenza fu tenace ma inutile. La situazione della Chiesa inglese era molto triste in quel periodo a causa della simonia, della decadenza dei costumi e della violazione della libertà religiosa da parte del re. Sant’Anselmo tentò di rimediare a tutto ciò, nella scia della riforma adottata da San Gregorio VII. Non destò quindi meraviglia se, nel 1095, scoppiò tra l’autorità secolare e quella religiosa un aspro conflitto circa il riconoscimento del pontefice Urbano II. Nulla convinse l’arcivescovo a recedere dal suo proposito e, dopo molte difficoltà, nel 1097 poté recarsi a Roma per consultare il papa stesso. Questi lo ricevette con grandi manifestazioni di stima e nel 1098 lo invitò al Concilio di Bari, convocato per ricondurre all’unità della Chiesa gli aderenti allo scisma consumatosi nel 1054 tra Oriente ed Occidente. Nelle questioni discusse Sant’Anselmo apparve come il teologo dei latini, confutando vittoriosamente le obiezioni degli avversari contro la processione dello Spirito Santo da parte di entrambe la altre persone della Santissima Trinità. Nel 1099 prese ancora parte al sinodo di Roma, in cui furono ribaditi i decreti contro la simonia, il concubinato dei chierici e la reinvestitura laica. Partì poi per Lione, ove fu però costretto a trattenersi poiché il re non lo autorizzava a tornare alla sua sede. In Italia aveva completato il suo grande trattato sui “Motivi dell’Incarnazione”, mentre a Lione ne ultimò un altro “Sulla nascita verginale di Cristo e il peccato originale”. Nel 1110 Enrico Beauclerc successe al fratello Guglielmo sul trono inglese e, desiderando avere l’arcivescovo di Canterbury tra i suoi sostenitori, lo invitò a ritornare. Il nuovo sovrano non aveva però alcuna intenzione di rinunciare a spadroneggiare sulla Chiesa, motivo per cui nel 1103 Anselmo, inflessibile nella difesa dei suoi diritti, dovette una seconda volta andare in esilio a Roma. Dopo lunghe trattative con il nuovo papa Pasquale II, il sovrano rinunciò infine all’investitura dei feudi ecclesiastici, accontentandosi solo dell’omaggio. Nel 1106 il primate poté così ritornare nella sua sede e dedicare all’intenso lavoro pastorale gli ultimi anni della sua vita. Non potendo più camminare, si faceva quotidianamente trasportare in chiesa per assistere alla Messa. Sul letto di morte provò solo il rimpianto di non aver avuto tempo sufficiente per poter chiarire il problema dell’origine dell’anima. Sant’Anselmo morì il 21 aprile 1109 a Canterbury e fu sepolto nella celebre cattedrale. Il pontefice Alessandro III nel 1163 concesse all’arcivescovo Tommaso Becket, di procedere all’“elevazione” del corpo del suo predecessore, atto che a quel tempo corrispondeva a tutti gli effetti ad un’odierna canonizzazione. Sant’Anselmo d’Aosta fu infine annoverato tra i Dottori della Chiesa da Clemente XI l’8 febbraio 1720. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico della Chiesa universale commemorano il santo nell’anniversario della nascita al cielo. Aosta, sua città natale, ha dedicato la strada principale del centro storico alla memoria del suo figlio più celebre[1].

[1] Cf. F. Arduino, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/26800.

 

Santa Bernadette Soubirous

santa bernerdette 2

A metà strada tra Lione e Parigi, adagiata lungo la Loira, c’è Nevers, la città in cui è sepolto, da circa 125 anni, il corpo incorrotto di santa Bernadette Soubirous. Entrando nel cortile del convento di Saint Gildard, casa madre delle Suore della Carità, si accede alla chiesa attraverso una porticina laterale. La semioscurità, in questa architettura neogotica dell’Ottocento, è rotta dalle luci che illuminano un’artistica cassa funeraria in vetro. Dentro c’è il piccolo corpo (appena un metro e quarantadue centimetri di altezza) di una giovane religiosa che sembra quasi dormire, con le mani giunte attorno a un rosario ed il capo reclinato a sinistra. E’ il corpo mortale di Bernadette, la veggente di Lourdes, rimasto pressoché intatto dal giorno della sua morte. Per la scienza un fatto “inspiegabile”, per la fede invece un segno inequivocabile del “dito” di Dio in una vicenda, come quella di Lourdes, che ha tutti i caratteri dell’eccezionalità e i cui effetti si possono contemplare anche oggi in quello straordinario luogo di fede e di pietà mariana che è la piccola città dei Pirenei dove Maria apparve per la prima volta l’11 febbraio del 1858. Quella mattina era un giovedì grasso e a Lourdes faceva tanto freddo. In casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernadette, che allora aveva 14 anni, era andata con la sorella Toinette e una compagna a cercar dei rami secchi nei dintorni del paese. Verso mezzogiorno le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle, che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta. Qui c’era “la tute aux cochons”, il riparo per i maiali, un angolo sotto la roccia dove l’acqua depositava sempre legna e detriti. Per poterli andare a raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume. Toinette e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell’acqua fredda. Bernadette invece, essendo molto delicata e soffrendo d’asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma quella si rifiutò, scendendo con Toinette verso il fiume. Rimasta sola, Bernadette pensò di togliersi anche lei gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un gran rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non ci fosse nell’aria neanche un alito di vento. Poi la grotta fu piena di una nube d’oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia. Istintivamente, Bernadette s’inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò fare, unendosi alla sua preghiera con lo scorrere silenzioso fra le sue dita dei grani del Rosario. Alla fine di ogni posta, recitava ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri. Quando la piccola veggente ebbe terminato il Rosario, la bella Signora scomparve all’improvviso, ritirandosi nella nicchia, così come era venuta. Bernadette Soubirous aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844, da Louise Casterot e François, un mugnaio ridotto in miseria dalla sua eccessiva “bontà” verso i creditori. Bernadette, che era la primogenita, a 14 anni non sapeva né leggere né scrivere e non aveva ancora fatto la prima Comunione, tuttavia sapeva assai bene il Rosario e teneva sempre con sé una coroncina da pochi spiccioli dalla quale era solita non separarsi mai. È, quindi, proprio a una quattordicenne poverissima ed analfabeta, ma che prega tutti i giorni il Rosario, che la Madonna decide di apparire la mattina dell’11 febbraio 1858, in un piccolo paese ai piedi dei Pirenei. Intanto la notizia delle apparizioni si diffonde in un baleno. Nell’apparizione del 24 febbraio la Madonna ripete per tre volte la parola “Penitenza”. Ed esorta: “Pregate per i peccatori”. Infine nell’apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela finalmente il suo nome:: “Que soy – dice nel dialetto locale – era Immaculada Councepciou…” (Io sono l’Immacolata Concezione). Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l’Immacolata Concezione di Maria un dogma, cioè una verità della fede cattolica, ma questo Bernadette non poteva saperlo. Così, nel timore di dimenticare tale espressione per lei incomprensibile, la ragazza partì velocemente verso la casa dell’abate Peyramale, ripetendogli tutto d’un fiato la frase appena ascoltata. L’abate, sconvolto, non ha più dubbi. Da questo momento il cammino verso il riconoscimento ufficiale delle apparizioni può procedere speditamente, fino alla lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, che, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous varcava la soglia di Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. “Sono venuta qui per nascondermi”, aveva detto con umiltà. Tante attenzioni, tante morbose curiosità attorno alla sua persona dopo le apparizioni, non le davano che dispiacere. Nei 13 anni che rimane a Nevers sarà infermiera, a volte sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa… Svolge tutte le sue mansioni con delicatezza e generosità: “Non vivrò un solo istante senza amare”. Ma la malattia avanza implacabile: asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio. L’11 dicembre 1878 è definitivamente costretta a letto: “Sono macinata – dice lei – come un chicco di grano”. All’età di 35 anni, il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua, alle 3 del pomeriggio, gli occhi della piccola veggente che videro Maria si chiudono per sempre. Beatificata nel 1925, il Papa Pio XI l’ha proclamata santa l’8 dicembre 1933[1].

[1] Cf. Maria Di Lorenzo, in http://www.Santi&Beati.

 

4. Agli studenti del Liceo Scientifico “Lino Cortese”: Comunicare!

aristoteleE l’uomo che ha ricevuto l’essere mediante la potenza della parola creatrice diventa a sua volta interlocutore nei confronti di Dio e degli altri. L’uomo, dunque, è soggetto di relazioni forti quando è fedele alla sua umanità, al suo essere uomo o donna. Mettere in comune ciò che siamo ed abbiamo ci dà generalmente un senso di gioia e di pienezza, sostiene, conforta, conferma, interroga, promuove. Comincia a farsi strada una dimensione della comunicazione che possiamo chiamare educativa: l’educazione, di fatto, è una relazione interpersonale di valore e di valori. Alla frammentarietà, al vuoto, al fugace, al debole è necessario rispondere con una umanità ricca ed attraente che sappia valorizzare anche tutto il nuovo ed orientarlo alla pienezza della persona. Di qui l’urgenza di una comunicazione educativa che sia base di relazioni profonde nella misura in cui contribuisce a promuovere personalità autonome e consapevoli. Certamente la sfida a cui essa è chiamata è impegnativa e la scuola può e deve orientarla e sostenerla con quei contenuti e mezzi che ne costituiscono l’essenza ed attraverso una interessante rete di relazioni tra famiglia, docenti, alunni. Ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore. Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde, infatti, alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.