La Movida…, questa sconosciuta

movida-madrilenaAncor prima del coronavirus il termine “divertimento” aveva assunto diverse forme, nel gergo giovanile era diventato sinonimo del dormire il giorno per fare baldoria la notte: «movida». Sfortunatamente le cronache davano risalto a ragazzi che perdevano la vita durante la notte, per un cocktail modificato, per una rissa finita male, per un incidente per guida in stato di ebbrezza, ragazze stuprate…, che nulla a che vedere con la “Movida!”. La «Movida madrileña» fu un movimento socio-culturale che nacque spontaneamente a Madrid, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, in risposta agli anni della dittatura e della repressione. Dopo la morte di Franco (1975) iniziò, in Spagna, il periodo della cosiddetta «Transizione». Si trattò di un periodo di cambiamento e di passaggio, durante il quale la Spagna si risollevò e uscì dalla situazione di arretratezza in cui si trovava dopo 40 anni di dittatura. Furono degli anni delicati dal punto di vista politico e sociale. La Guerra Civile e la dittatura di Franco, come tutti i regimi totalitari, avevano limitato le libertà di espressione anche in ambito artistico e, non appena i giovani e gli artisti furono nuovamente liberi, non persero tempo. Si riappropriarono delle strade e celebrarono questa onda di libertà che travolse tutti gli ambiti dell’arte, dalla musica alla stampa, dalla fotografia al cinema. La generazione della movida, fin dall’inizio, mostrò interesse per la cultura alternativa (conosciuta anche come cultura underground) e la sperimentazione. La movida fu un’esplosione di musica pop, rock e punk, riviste, fumetti, fotoromanzi e stravaganze. Fu un tempo di eccessi e di sperimentazione della cultura punk/rock. La generazione della movida recuperò in poco tempo quanto aveva perso negli anni precedenti. L’inizio “ufficiale” della «Movida madrileña» viene fatto coincidere con il concerto in omaggio a José Enrique Cano Leal, il batterista del gruppo «Tos», morto in un incidente automobilistico. Il concerto si tenne nel febbraio del 1980 e venne trasmesso in diretta dalla radio Onda 2. La movida, soprattutto nelle sue fasi iniziali fu strettamente legata alla musica; un concerto entrato nella storia, fu il “concerto di primavera” del maggio del 1981 che riunì oltre 15.000 giovani e durò per circa otto ore. Il sindaco di Madrid si mostrò favorevole a questo nuovo movimento e lo sostenne non solo politicamente, ma anche economicamente, patrocinando alcune iniziative. È il caso della rivista La luna de Madrid, gestita da artisti, con una redazione disponibile e aperta a ogni tipo di collaborazione. Questa rivista culturale raggiunse nei suoi periodi migliori, le 30.000 copie ed ebbe il merito di riuscire a unire artisti o aspiranti artisti che, seppur con stili e tematiche differenti, aspiravano a rendere Madrid una città moderna. L’appoggio politico che le istituzioni diedero a questo movimento fu una chiara espressione del loro bisogno di rottura con il passato e della volontà della classe politica di lasciarsi alle spalle gli anni del franchismo e la necessità di mostrare una Madrid nuova, dal volto moderno, anzi postmoderno. Risultato di una felice comunione tra un gruppo di persone in un determinato tempo e luogo, con gli stessi gusti e obiettivi, la Movida si diffuse ampiamente sia nel capoluogo spagnolo che in altre città, manifestando l’interesse verso una cultura alternativa, trasgressiva moderna e sfrenata e grazie al sostegno di alcune amministrazioni, la Movida madrileña contagiò altre città, come Vigo, Bilbao, Barcellona e Siviglia, solo per citare le più importanti. In un certo senso, la movida continua ad influenzare anche l’arte e la cultura odierna. Alcuni dei più grandi artisti spagnoli contemporanei vissero proprio durante questo periodo, e ne rimasero fortemente influenzati. È il caso di Joaquín Sabina, per quanto riguarda la musica, Alberto García Alix, per la fotografia, e Pedro Almodóvar che con i suoi film esplora il mondo delle donne e le delicate tematiche legate al mondo dei transgender. Per quanto riguarda la lingua spagnola, in questo periodo hanno origine delle espressioni e dei modi di dire che sono entrati a far parte della lingua di tutti i giorni: “Madrid nunca duerme”, “Madrid me mata”, “Esta noche todo el mundo a la calle”[1]. Il termine «movida» ha poi via via perso tale connotazione culturale e socio-artistica ed è stato utilizzato per indicare l’animazione, il “divertimento” e vita notturni. Fortunatamente le notti della movida non si risolvono solo in tragedia, eppure i giovani sono visti come indisciplinati untori che non rispettano le regole. Come docente e formatore non posso dare la colpa ai tempi che cambiano o a chi gestisce locali aperti  24 ore su 24. I termini  in voga fra i giovani come flash mobe, movida, harlem shake, non devono essere necessariamente considerati in forma negativa, purtroppo gli adulti e loro stessi li sviliscono di contenuti perché non ne sanno interpretare il loro significato.

Aniello Clemente

[1] Si ringrazia per la consultazione «don Quijote. Org & IES» – C/. Placentinos nº 2 – 37008 Salamanca (Spagna), in http://www.don-quijote.it/blog/la-movida-madrilena.

L’attualità del Cinquecento e del Tasso in tempo di Covid-19

Vittoria Colonna 2
Vittoria Colonna 

Il Cinquecento, nelle sue motivazioni ideali, si potrebbe considerare il proseguimento dell’Umanesimo e del Quattrocento, invece lo spirito nuovo che iniziò a circolare, in particolar modo nelle Corti settentrionali, pur non abbandonando definitivamente i “classici” (da Virgilio a Cicerone), indirizzò la penna e il cuore verso il sorriso e la gioia, anche se, a volte, velate da una leggera malinconia. È l’epoca del Rinascimento, che va dalla morte di Lorenzo de’ Medici (1492) al Concilio di Trento (1545-1563) o compresa dalla discesa di Carlo VIII (1494) fino alla pace di Cateau-Cambrésis (1559) che segna per l’Italia la fine della propria indipendenza. Il Rinascimento cerca nelle arti letterarie non solo l’unità della lingua ma l’esigenza di una tecnica armoniosa che lascerà la sua eco nei secoli che seguiranno. L’evidenza di questa rinascita non saranno solo le fantasie dei meravigliosi mondi del Tasso e dell’Ariosto ma anche il “petrarchismo” da non confondere con l’imitazione pura e semplice del Petrarca. Se guardiamo, infatti, dal Della Casa al Tasso, avvertiamo che Petrarca non è solo fonte d’ispirazione ma un modello di vita perché specchio di chi ha sofferto per amore, dell’«uomo nuovo» impregnato di classicismo e cristianesimo che trova in Agostino d’Ippona la sua icona. Attenzione, però, pur se l’impostazione rimanda al poeta invaghito di Laura, la tematica aspira a temi che trovano il loro apice nel Tasso, ma nondimeno in donne che avrò la gioia di farvi scoprire o riproporre: Vittoria Colonna, Isabella Di Morra, Gaspara Stampa. Il sommo vate sorrentino è da additare come esempio anche oggi perché è colui che mostra, fino ad una minuziosa ricerca stilistica, il passaggio da un Rinascimento, da  lui vissuto profondamente in giovinezza, al suo seguito manieristico, anticipando le modificazioni di gusto del Seicento, più ostile ad ogni libertà di espressione. Nel mentre assistevamo attoniti allo svolgersi degli eventi varie forme espressive prendevano vita bombardandoci via etere, quasi tutti, privati del “dio” pallone, da giornalisti sportivi e capaci allenatori, si sono “riciclati” esperti dottori, opinionisti (che desidererei sapere che cavolo significa) e, purtroppo, navigati politologi. Grazie al governatore De Luca devo dire che l’uso del dialetto napoletano, proprio per ragioni legate alla forza di un linguaggio diverso, ha preso le distanze dal cattivo gusto corrente. Per tornare all’attualità del tema, in modo particolare lo dico ai fidanzati, se il petrarchismo è potuto sopravvivere tanto a lungo, si deve alla posizione che il poeta, come soggetto amoroso, ha assunto di fronte all’amata, personaggio regolarmente assente o a lui lontana. Da ciò la solitudine del poeta e della poesia che cerca un dialogo senza quasi mai riuscirci . Dopo tanto disquisire che morale trarre? Come promessovi ce lo suggerisce Vittoria Colonna che a diciannove anni andò in sposa a Ferrante Francesco d’Avalos di cui seguì da lontano le vicende militari trepidando per la sua sorte che si compì nel 1525 a seguito delle ferite riportate nella famosa battaglia di Pavia. Vagabondò in varie città, nella Napoli “bene” c’è una strada a lei dedicata, stabilì contatti religiosi con gli esponenti della Riforma, e fu amata da Michelangelo con il quale scambiò rime e lettere. Cercando di dare risposta alla sua crisi spirituale si rifugiò nel convento delle Benedettine di Roma dove morì nel 1547. Ecco come ci sprona: «Quando il turbato mar s’alza, e circonda / con impeto e furor ben fermo scoglio; / se saldo il trova, il procelloso orgoglio / si frange, e cade in se medesma l’onda». Auguri a tutti e alla bella Sorrento affinché presto tutto il dolore, le angosce e il patire siano affidati a Mnemosine e siano solo un pedagogico ricordo.

Aniello Clemente

 

Etica e vita scolastica, la lezione del coronavirus: meno compiti e più ascolto!

scuolaLa clausura impostaci dagli eventi ha rafforzato l’idea della scuola come “luogo da vivere” ed è particolarmente efficace per evidenziare la dimensione etica della scuola. Infatti, nel concetto di “etica” si possono rintracciare due significati: quello che fa riferimento all’agire e quello che richiama all’abitare, e conviene tenere uniti i due significati per evidenziare il senso di un ethos come “dimora”, per dire l’esigenza di “stare bene”, di raggiungere il “ben-essere”, cioè l’attuazione piena del proprio “essere persona”. In tale ottica gli ambienti in cui la persona maggiormente si realizza dovrebbero avere queste connotazioni: la famiglia per definizione fa rifermento alla casa, ma anche la scuola farebbe bene ad assumerla come sua connotazione, secondo quanto aveva a suo tempo suggerito Maria Montessori, la quale aveva denominato la sua istituzione “Casa dei bambini”. Al di là della denominazione, l’idea di casa applicata alla scuola è presente anche in altre pedagogie. In ogni caso, dovrebbe costituire obiettivo di ogni tipo di scuola quello di essere una “scuola serena”, cioè un ambiente accogliente, nel quale trovare le condizioni per liberarsi dai condizionamenti negativi e liberare le proprie potenzialità positive, un ambiente in cui sentirsi a proprio agio, superando le molteplici forme di disagio dell’età infantile, un ambiente in cui la vita non è estromessa ma vi è ben presente attraverso le opportune mediazioni culturali (e invece abbiamo reso la vita impossibile a famiglie intere con la MAD). Dunque, la configurazione della scuola come “luogo da vivere” sintetizza bene la portata etica della scuola come luogo in cui il ragazzo si pone la domanda” chi voglio essere” prima ancora di quella “cosa devo fare”: il che evidenzia la necessità di porre la questione antropologica a monte della questione etica. Occorre precisare che, certamente, la scuola deve avere le sue regole, le sue norme, ma altrettanto esse devono essere avvertite non come costrizioni mortificatrici e imposizioni autoritarie, bensì come le condizioni per la realizzazione di tutti e di ciascuno, il che reclama non solo il dovere di rispettarle, ma anche il piacere di condividerle e di applicarle. E so per esperienza diretta che non è assolutamente vero che una regolamentazione sia rifiutata dall’alunno, dallo studente, il quale di essa ha bisogno per crescere e, per quanto inconsapevolmente, lo avverte, per cui, se i modi di proporla sono validi, ci sono accettazione e rispetto. Ho intervistato colleghe e colleghi di ogni Ordine e Grado e l’indagine ha evidenziato (con le dovute eccezioni) che la dimensione etica inerente ai processi formativi è apparsa per tanti aspetti compromessa da un pluralismo che ha rischiato di trasformarsi in relativismo, da una tolleranza che ha rischiato di trasformarsi in indifferenza, da un dialogo che ha rischiato di trasformarsi in una somma di monologhi, da un’attenzione per l’individuo che ha rischiato di trasformarsi in individualismo. Questi fatti rendono la questione educativa primaria e prioritaria sia nell’ottica della persona che in quella della società. Per tutto ciò l’educazione morale è da ripensare, a partire dall’infanzia, e dalla sua scuola, la cui importanza si rende evidente se si ha chiaro il ruolo che nella formazione ha l’età dai tre ai sei anni, quando cioè si vanno esprimendo i primi interrogativi epistemologici ed etici, vale a dire i “perché” relativi alla conoscenza e all’azione. Infatti, domande che coinvolgono il vero e il bene, la realtà e la giustizia cominciano ad essere all’ordine del giorno. Si tratta di un processo che è all’origine di quella conquista della libertà in cui consiste l’educazione (come ha ricordato Maritain), per cui si deve passare dall’anomia all’eteronomia e quindi all’autonomia. Più precisamente è da richiamare l’attenzione sulla necessità di rivendicare la dimensione etica della persona, la condivisione di valori comunitari, l’ambito democratico eticamente orientato. Tutto ciò reclama che si guardi con rinnovato interesse alla formazione del carattere e, quindi, all’esercizio delle virtù: aspetti piuttosto trascurati nell’odierna educazione (a partire da quella familiare), ma che devono tornare ad essere centrali (anche in quella scolastica)[1].

Aniello Clemente

[1] Cf. G. Galeazzi, Etica e vita scolastica, in Donare pace e bene 6 (2008), 8-10.

La vita spirituale nell’oblazione benedettina

monache desertoRicordi di giorni felici in compagnia di Ilgdegarde Glaentzer osb, monaca di S. Agata Sui Due Golfi (Napoli): mia moglie ed io avemmo la fortuna di partecipare a «Testimoni da laici»: l’Oblato costruttore di unità. XI Convegno Nazionale degli Oblati Benedettini Secolari, Camaldoli, 5-8 settembre 1996. Ricordo il benvenuto del Priore generale dei Camaldolesi, osb Emanuele Bergellini, il saluto del Coordinatore nazionale Angelo Galletti osb, e gli interventi dei vari relatori. La fine di questa forzata quarantena sembra dar inizio a un “tempo nuovo”, desidero dare il mio modesto contributo  riproponendo per sommi capi il “decalogo” della vita di un oblato benedettino che è chiamato alla santità perché, come ad ogni battezzato, è dato il dono dello Spirito che lo chiama a raggiungere la perfezione della carità. «Nulla anteponendo all’amore di Cristo» (RB 4; 72[1]) abbia come suprema norma di vita la sua sequela, proposta dal Vangelo ed espressa nella particolare forma del carisma benedettino (cf. can. 662). S. Benedetto compendia l’itinerario della vita spirituale nella pratica dell’umiltà, intesa come atteggiamento fondamentale e abituale dell’anima, mediante il quale il monaco trova il suo posto di verità e carità nei confronti di Dio e del prossimo. Così facendo, l’oblato, coltivando e sviluppando la dimensione monastica presente in lui e avendo come guida la Regola di san Benedetto, fa della ricerca di Dio l’impegno costante della sua vita, in uno spirito di conversione e di adesione filiale alla volontà di Dio. Vive la «conversione dei costumi» richiesta da san Benedetto per i monaci, nel combattimento contro le cattive inclinazioni radicate nel cuore e nell’essere umano, partecipando sempre più profondamente al mistero pasquale di Cristo. Per questo l’oblato benedettino tende a costruire quella «stabilità» interiore che san Benedetto propone al monaco come obiettivo della sua crescita nella sequela del Signore (RB 58, 17) e fa della propria vita una preghiera, ascolta Dio e lo accoglie in ogni situazione; per lui, come per il monaco e ogni cristiano, la preghiera di lode, e di ringraziamento deve essere come il respiro dell’anima che si nutre della Parola di Dio nella “Lectio” e si esprime nell’incontro personale con Dio e nella partecipazione liturgica. Proprio l’incontro con la Parola conduce l’oblato benedettino ad un’intelligenza sempre più profonda e piena della volontà di Dio. La liturgia delle Ore, chiamata da san Benedetto “Opus Dei”, è «la voce della Sposa che parla al suo Sposo, anzi, è la preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (cf. SC 84[2]) per questo, nell’intento di unire la sua voce a quella della Chiesa, l’oblato cercherà di celebrare ogni giorno le Lodi e il Vespro. Al centro della vita dell’oblato benedettino va collocata la celebrazione eucaristica, perenne presenza salvifica del mistero pasquale di Cristo. L’oblato benedettino non trascuri la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, che lo aiuta a eliminare gli ostacoli del suo cammino spirituale e lo immerge sempre più nel mistero pasquale di Cristo. Gli oblati coniugati dovranno vivere il loro matrimonio consapevoli che attraverso esso Cristo «rimane con loro perché come Egli ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche loro possano amarsi l’un l’altro fedelmente per sempre, con mutua dedizione» (GS 48d[3]). Lo spirito di famiglia, che caratterizza la comunità monastica benedettina, costituisce un ideale al quale ispirare la vita nella famiglia naturale e la società in cui si vive e si opera. I coniugi e i genitori oblati devono «con costante amore sostenersi a vicenda nella grazia per tutta la vita e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole, … testimoni e cooperatori della fecondità della Madre Chiesa, in segno e partecipazione di quell’amore, col quale Cristo amò la sua Sposa e si è dato per lei» (LG 41e[4]). L’obbedienza alla volontà di Dio, richiesta a tutti i cristiani, si estende per l’oblato a tutti coloro che, in modo e in grado diverso, gli rappresentano la presenza e l’autorità di Dio, in particolare al Papa, al Vescovo, al proprio Abate. L’oblato tende a non considerare proprio alcun bene, sia materiale che spirituale, ma mette a disposizione di tutti quello che ha, anche i proprio carismi, le doti spirituali. Essere “poveri” significa anche impegnarsi attivamente contro ogni forma di povertà che contrasti con la pienezza di essere e la promozione dell’uomo. L’oblato avrà sempre un atteggiamento di semplicità, di chiarezza e sarà guidato dalla discrezione – propria di san Benedetto – intesa a conservare un armonico equilibrio di tutte le energie fisiche e spirituali, che gli permette di affrontare le situazioni difficili della vita con serenità e pace, così che egli «giungerà a quella carità di Dio che nella perfezione bandisce ogni timore» (RB 7, 67). L’oblato benedettino con particolare impegno «testimonierà dappertutto il Cristo, mentre mira ai beni eterni, con animo generoso si dedica totalmente ad estendere il Regno di Dio e ad animare e perfezionale con lo spirito cristiano l’ordine temporale» (AA 7[5]).

Aniello Clemente, oblato benedettino.

[1] Benedetto (san), La Regola, San Paolo, Torino, 2009. Per un maggior approfondimento: A. Grün, La Regola per l’uomo d’oggi, San Paolo, Torino, 2006

[2] Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, Costituzione dogmatica sulla sacra Liturgia (4 dicembre 1963): EV 1, 1-244.

[3] Id., Gaudium et Spes, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (7 dicembre 1965) AAS 58 (1966): EV 1, 1319-1644.

[4] Id., Lumen Gentium, Costituzione dogmatica sulla Chiesa (21 novembre 1964) AAS (1965): EV 1, 284-445.

[5] Id., Apostolicam Actuositatem, Decreto sull’apostolato dei laici (18 novembre 1965): EV 1, 912-1041.

Il “populismo” è la “pecora nera” del “gregge” democratico

segreCon le limitazione giustamente imposte dal coronavirus sembra finita la sbornia di libertà che il crollo del muro di Berlino e l’affievolirsi di alcune ideologie totalitarie ci avevano fatto vedere all’orizzonte. Eppure, trascinati dal turbinio degli eventi, abbiamo dimenticato che grazie ad alcuni “populisti” altri muri vengono eretti dimentichi di coloro che avevano lottato per abbatterli. Sarebbe quanto meno opportuno, proprio mentre gli altri si accapigliano tra nazionalismi e rivalità, fare della “vecchia Europa” e, quindi, saggia, un faro per il mondo intero. Non ho bisogno di detrattori per ricordarmi che parole come welfare, democrazia, pari opportunità, non sono ancora coniugate appieno, ma, proprio per questo, sono ideali non sempre realizzati ma sempre perseguiti. Dobbiamo smetterla di essere «gli uni contro gli altri armati» (poiché ieri era il 5 Maggio, ricordo il Manzoni: L’un contro l’altro armato,/  Sommessi a lui si volsero, / Come aspettando il fato), se desideriamo esprimere un modello di civiltà “illuminato”, pur tra mille contraddizioni e difficoltà. Siamo stanchi di dover ogni giorno ascoltare le farneticazioni degli “odiatori” e arginare con pazienza i “sovranisti” isterici. Certo siamo padroni di non comprare o boicottare giornali troppo faziosi, col telecomando scegliere quanto più ci aggrada, ma un senso di “nausea”, direbbe Jean-Paul Sartre, ci assale al vedere o ascoltare coloro che “remano contro” senza badare al supremo interesse nazionale. Ho letto da qualche parte che il “populismo” è sempre stato la “pecora nera” del “gregge” democratico. La politica ormai si fa sui telefonini, a colpi di post e tweet allarmistici e selfie con gli elettori. Il popolino ha così l’illusione di influire sulla res pubblica. Certo «Mala tempora currunt» (Corrono brutti tempi) ma la frase continua così «sed peiora parantur» (ma se ne preparano di peggiori) se riescono a sostituire Giuseppe Conte, con razzisti, misogini, populisti, autoritari, urlatrici, peripatetiche. Certo essendo uno scrittore qualcuno mi dirà che sto dipingendo a tinte fosche un futuro non possibile, attenti, quello che ho scritto finora è la realtà, mentre un’invenzione letteraria è la seguente breve storia. C’era una volta un’anziana signora di circa novant’anni, come quelle nostre nonnine per chi ha ancora la fortuna di godersele, una signora per-bene che tutti amavano perché icona di un periodo buio dell’umanità: superstite dell’Olocausto e attiva testimone della Shoah italiana. Senza che lei lo volesse, fu eletta come master symbol, come l’inno nazionale, come la bandiera, e si decise di insignirla con una carica onorifica, ma proprio dove sovrano dovrebbe essere il volere popolare qualcuno insorse contro la signora che forse si sentiva colpevole «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale» (questa la motivazione letta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel nominarla senatrice a vita). Il mio racconto non è una fiaba e non ha un lieto fine ma una morale che deve farci riflettere. Preoccupati che le potesse capitare qualcosa di brutto, la simpatica e fiera nonnina fu messa sotto scorta e lei sorrideva pensando che era scampata ai campi di concentramento e ai tedeschi e doveva difendersi da qualcuno che si crede “italiano”. Certo è una storia, nella realtà non potrebbe mai accadere… o no?

Aniello Clemente

5. Il coronavirus e l’attività didattico-pedagogica come processo di crescita

casaÈ chiaro che la pedagogia forma, rivela, plasma, la persona nella sua totalità, interezza, che è chiamata a trascendere, a volare più in alto, andando oltre se stessa. Tuttavia questo processo di crescita non ha derive, non può sfociare nell’allontanamento dal corpo e dalle cose della terra, bensì nella trasfigurazione spirituale di tutto ciò che è umano. Da tutto questo potrebbe nascere un nuovo patto tra Scuola-Famiglia-Società. Papa Francesco parla di “cultura dell’incontro” anche per mettere in risalto che, per giungere a questa prassi di ascolto reciproco e di scambio fiducioso, serve un impegno serio, intellettuale e affettivo, da parte di tutti. Pur essendo una dimensione fondamentale dell’uomo, insita nel suo essere più intimo, la tensione all’incontro con l’altro deve essere coltivata nel tempo e resa consapevole, fatta crescere nei suoi fondamenti profondi e negli atteggiamenti che essa richiede. La cultura dell’incontro si impara più dalla vita che dai libri, ma va comunque posta a tema e approfondita anche nei suoi risvolti politici, economici, scientifici. Di fronte alla cultura dell’incontro, infatti, si erge ben chiara la “cultura dello scarto”, che anche in ambienti formativi e scolastici può trovare spazio, incoraggiando logiche di competizione esasperata o replicando meccanismi di esclusione di cui vediamo gli esiti nella nostra società. Il mondo di oggi conosce infatti il tragico paradosso di aver superato vecchie frontiere e inimicizie e allo stesso tempo aver innalzato nuove barriere, non solo fisiche ma anche di conoscenza e di accesso al sapere[1]. L’idea della scuola come “luogo da vivere” è particolarmente efficace per evidenziare la dimensione etica della scuola. Infatti, nel concetto di “etica” si possono rintracciare due significati: quello che fa riferimento all’agire e quello che richiama all’abitare, e conviene tenere uniti i due significati per evidenziare il senso di un ethos come “dimora”, per dire l’esigenza di “stare bene”, di raggiungere il “ben-essere”, cioè l’attuazione piena del proprio “essere persona”. In tale ottica gli ambienti in cui la persona maggiormente si realizza dovrebbero avere queste connotazioni: la famiglia per definizione fa rifermento alla casa, ma anche la scuola farebbe bene ad assumerla come sua connotazione, secondo quanto aveva a suo tempo suggerito Maria Montessori, la quale aveva denominato la sua istituzione “Casa dei bambini”. Al di là della denominazione, l’idea di casa applicata alla scuola è presente anche in altre pedagogie. In ogni caso, dovrebbe costituire obiettivo di ogni tipo di scuola quello di essere una “scuola serena”, cioè un ambiente accogliente, nel quale trovare le condizioni per liberarsi dai condizionamenti negativi e liberare le proprie potenzialità positive, un ambiente in cui sentirsi a proprio agio, superando le molteplici forme di disagio dell’età infantile, un ambiente in cui la vita non è estromessa ma vi è ben presente attraverso le opportune mediazioni culturali.

Aniello Clemente

#wlascuola #celafaremo #iorestoacasa #unitinellapreghiera #anielloclemente #solidarietà

[1] Cf. N. Galantino, Le sfide per l’università in un mondo interculturale (Editoriale), in Vita e Pensiero, 4 (Luglio – Agosto 2017) Anno C, 5-11, qui 9.