Cristo re dell’universo

Cristo_Re_delluniverso_ROggi per i cattolici si conclude l’Anno Liturgico: è il nostro capodanno, auguri a noi e alle nostre famiglie. Celebriamo la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Sappiamo dai Vangeli che Gesù rifiutò il titolo dire quando era inteso in senso politico, alla stregua dei “capi della nazioni” (cf. Mt 20,24). Invece durante la sua passione egli rivendicò una singolare regalità davanti a Pilato, il quale l’interrogò esplicitamente: «Tu sei re?» e Gesù rispose: «Tu lo dici, io sono re» (Gv 18,37). Vorrei riflettere con voi proprio su quell’«io sono!». Una dichiarazione riportata da Giovanni mette vigorosamente in luce l’Incarnazione della presenza in Gesù: «Amen, amen, io vi dico: prima che Abramo venisse all’esistenza, io sono» (8,58). L’espressione «io sono» (ego eimi) ci rinvia alla scena dell’Esodo (3,14) in cui YHWH aveva rivelato il suo nome a Mosè: «Io sono». Attraverso questo nome, YHWH non si attribuiva un’esistenza astratta, come potrebbe suggerire la traduzione: «Io sono colui che è»; si definiva attraverso una presenza concreta. Egli è il sempre presente, di una presenza che non può essere soppressa e che rimane immutabilmente fedele. L’«Io sono» garantisce la promessa fatta a Mosè per il compimento della sua missione: «Io sarò con te» (Es 3,12). È questa presenza divina che permane sempre in Gesù. Il contesto rivela che l’«Io sono» affermato da Gesù è quello del Figlio (Gv 8,54); è dunque distinto da quello del Padre, ed introduce perciò nell’«Io sono» una distinzione prima sconosciuta. Nel vangelo giovanneo, quest’attribuzione dell’«Io sono» non è isolata. Gesù dirige particolarmente su di essa la fede: «Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati» (8,24). «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che io sono» (8,28). «Ve lo dico fin d’ora, prima che il fatto accada, affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono» (13,19). Notiamo che la formula permette a Gesù una perfetta incarnazione della sua affermazione di identità divina. Gli consente di dire «sono io» così come lo dicono gli altri uomini quando arrivano dai loro familiari e si fanno riconoscere da essi. È così che la si trova in altri contesti evangelici, a conclusione dell’incontro con la Samaritana (Gv 4,26), al momento dell’arresto (Gv 18,5.6.8), nei quali essa ha innanzitutto il significato normale che il dialogo le conferisce, ma nello stesso tempo anche un significato misterioso che è suggerito da taluni indizi del racconto. Nel caso della Samaritana infatti, Gesù aveva offerto l’acqua viva, quella che zampilla di vita eterna (Gv 4, 10-14), cosicché se rivendica la qualità di Messia dicendo: «sono io, che ti parlo», pone questo messianismo ad un livello divino attribuendosi il potere di comunicare la vita divina. L’insinuazione del mistero divino non è meno attestata nel momento in cui Gesù, dicendo «sono io», fa indietreggiare quelli che vengono ad arrestarlo, tanto che alcuni cadono a terra, come se dovessero riconoscere loro malgrado la sua sovranità. Particolarmente interessante è la concordanza del quarto vangelo con Matteo e Marco nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque. Tutti e tre riportano la formula: «Sono io, non temete» (Mt 14,27; Mc 6,50; Gv 6,20). È il «sono io» familiare di un uomo che raggiunge i suoi amici, ma anche di colui che manifesta la sua potenza divina nel suo dominio sulla natura. Dietro a queste parole, ritroviamo ancora il Deutero-Isaia: «Non temere… perché sono io, YHWH, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore» (Is 43, 1-3). Si potrebbe anche dire che per giustificare questo avvicinamento, Gesù è avanzato sul lago, giacché l’oracolo riferiva: «Se dovrai passare attraverso le acque, io sono con te; attraverso i fiumi, essi non ti sommergeranno» (43,2). Tutto si svolge come se Gesù avesse «incarnato» questo annunzio profetico, realizzando sensibilmente il passaggio attraverso le acque per essere con i suoi discepoli. Il «sono io» risuona dunque come quello di YHWH nell’Antico Testamento, e in un certo senso anche in modo più impressionante, in virtù di una presenza sensibile, umana. L’accordo con i Sinottici conferma che la formula ego eimi ha un solido fondamento nella tradizione e non è “un’invenzione” teologica di Giovanni. Il contesto ha proprio il vantaggio di mostrare che Gesù poteva servirsi di questa locuzione nel modo più naturale, ma caricandola di un contenuto segreto, sia in virtù delle circostanze che di una evocazione di testi profetici. I Sinottici, almeno Matteo (14,62) e Luca (22,70), presentano la formula anche in un’altra occasione, nella dichiarazione più solenne e decisiva che Gesù abbia fatto sulla sua identità. Non si potrebbe comprendere l’ego eimi della risposta a Caifa nel semplice significato di «io lo sono», cioè «io sono il Figlio di Dio». Gesù vuol certamente affermare di essere il Figlio di Dio, ma esprime ciò nel proprio linguaggio, dicendo «sono io» o «io sono», come YHWH aveva  detto nell’Antico Testamento. Egli sa che con questa risposta si rende reo di bestemmia agli occhi dei suoi avversari e provoca la sua condanna, ma la formula implica proprio una persistenza nell’essere, capace di superare la morte. L’ego eimi esprime una presenza che non potrà più essere tolta da questo mondo. Infine, dopo la risurrezione, è ancora per mezzo di questa formula che Gesù fa riconoscere la propria identità dai suoi discepoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io» (Lc 24,39). In quest’ultimo caso bisogna constatare che anche nel suo nuovo stato di risorto, la sua presenza divina rimane incarnata. Questa presenza, assicura Gesù, perdurerà in eterno a favore dei suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi» (Mt 28,20). La formula dell’alleanza veterotestamentaria: «Io sarò con te» (Es 3,12) acquista la sua forma definitiva, con una novità eccezionale, quella della presenza divina che non cesserà più di essere contemporaneamente presenza umana. Pienamente incarnato l’«Io sono» o il «sono io» è tanto più inseparabile dal «con voi». Godiamo, dunque, di questa festa che ci ricorda che non siamo sudditi di un re ma suoi fratelli e amici.

Aniello Clemente.

 

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In memoria di don Ignazio Schinella: La formazione del clero: mistagoghi e non figli del Cattolicesimo popolare

SchinellaHo avuto il piacere e l’onore di essere il curatore dell’aggiornamento del libro Cattolicesimo e pietà popolare del 2007 edito dalla E.D.I., che, purtroppo non vedrà la luce, ma in ossequio alla memoria del caro don Ignazio, per amore dei suoi alunni che ne ricaveranno beneficio e guida, cercherò di pubblicarne su questo blog quanto ha già fatto parte dei suoi Corsi e gli aggiornamenti effettuati. Speculare alla problematica e all’individuazione del cattolicesimo popolare è la qualità del clero che i nostri seminari offrono alla chiesa, e quando diciamo seminari intendiamo quello che la chiesa, specie nella sua componente gerarchica, vuole. Perché le riflessioni di Rosmini sulle piaghe della chiesa restano quanto mai attuali. Preliminarmente, vorrei sottolineare come la vita parrocchiale almeno fino al Concilio non era altro che la riproduzione del ritmo spirituale della vita di Seminario: celebrazione eucaristica, rosario, benedizione eucaristica, quarantore, novenari, tridui, ecc., realtà e tratti che compongono e descrivono le diverse sfaccettature del cattolicesimo popolare. E i giovani che vengono al Seminario – ovvero il futuro della chiesa – sono più che figli del Concilio figli del Cattolicesimo popolare sopra descritto e facilmente, alla fine della formazione, escono con le stesse idee con cui sono entrati. La forma pastorale del Cattolicesimo popolare fa parte del loro DNA. In realtà la prima forma di conversione per chi accede agli studi ecclesiastici è la “conversione intellettuale” che è a monte di ogni altro tipo: senza immagini adeguate di Dio, della chiesa, del Vangelo, ecc. non si può dare formazione adeguata. Succede anche che le nuove generazioni più che figli del Concilio sono incapsulate nell’oggi, nel qui e adesso, senza memoria ecclesiale, a cominciare dal grande evento del Concilio e portano con sé l’unica appartenenza ecclesiale significativa per loro: o quella parrocchiale o quella del movimento. Né per quanto mi risulti esiste un insegnamento di teologia pastorale attento al mondo del cattolicesimo popolare, per cui si rischia di proporre visioni fuori della realtà e strategie che non attecchiscono sul piano ecclesiale perché lontane dal mondo della gente, soprattutto sul piano linguistico, e dai problemi esistenziali che affliggono quotidianamente la vita dell’uomo medio. In particolare rimane prioritario, anche per i seminari regionali, formare al presbiterio diocesano a servizio della Chiesa diocesana[1]. Rimane ancora fra le priorità la formazione al giusto sostentamento del clero, il cui spirito di povertà è alla radice di alcune deviazioni delle forme espressive del cattolicesimo popolare. Colpisce, infine, che il tipo di prete che gli intellettuali invocano sia «quello di un uomo santo», che non si presti al palcoscenico e al processo di riduzione della fede ad etica sociale ma, forgiato dal silenzio, sia in grado di ascoltare il dramma del cuore dell’uomo con la parola sapiente che tutto è dono di Dio[2]: ciò stride con l’elemento culturale emergente che contagia anche la vita della chiesa e il comportamento dei pastori contaminati dal desiderio di mettersi in mostra,  di apparire. Cedendo così a una religione di consumo. Il discernimento e l’orientamento del cattolicesimo popolare devono essere un fatto comunitario e gerarchico: il soggetto è tutta la comunità gerarchicamente costituita con l’apporto del consiglio di esperti laici e di teologi. Prima che un parroco decida di fare diversamente o di purificare le espressioni della pietà popolare, deve sottoporre la sua iniziativa pastorale al vaglio del presbiterio diocesano di cui il Vescovo è il padre, avvalendosi di quei fratelli, credenti e non, che per la loro competenza sono in grado di illuminare il testo narrativo delle espressioni del cattolicesimo popolare. Infine, non possiamo dimenticare che, al termine dell’ordinazione presbiterale, il neo-presbitero si trasferisce nella parrocchia di origine dove comincia la festa del paese, con le sue tradizioni e i suoi riti, che han­no sempre nella celebrazione eucaristica la loro fonte e il loro culmine. Una festa che non sembra conoscere ancora crisi particolari in tutte le latitudini del mondo. A essa partecipano tutti, al di là dell’abituale co­munità dei praticanti domenicali. Vi è come un prolungamento della messa di ordinazione, durante cui il popolo è anche protagonista, al centro di interesse del rito che, dal cielo, fa scendere lo Spirito sui nuo­vi presbiteri con la chiamata del vescovo. Se nella messa di ordinazione prevale la famiglia del presbiterio, nella celebrazione della cosiddetta prima messa solenne (la vera prima messa del neopresbitero è la concele­brazione con il vescovo e il presbiterio), nella festa popolare, è la comu­nità di origine del presbitero, che diviene come l’immagine della comu­nità, che lo ha fatto nascere alla vita cristiana e lo ha nutrito e coltivato nel­la continuità tra pietà popolare/liturgia/pietà popolare. Andando veramente alla conclusione, siamo d’accordo con chi scri­ve che «devozioni popolari e pii esercizi non vanno intesi come un fe­nomeno da tollerare, a cui è giocoforza rassegnarsi, perché è impossibi­le eliminarli: essi sono legittimi, costituiscono dei valori ed esigono di essere riconosciuti per quello che valgono. L’esperienza secolare ha in­segnato a considerarli – anche se possono creare fastidio, disagio e dif­ficoltà – con il rispetto che Dio stesso ha per le persone che sono in que­sta via. Il Signore, pur avendo tracciato la via maestra nella storia della salvezza e nella rivelazione, non ha destituito di valore altre vie, sia pu­re “minori” e “povere”: è lui stesso che le ha iscritte nel cuore dell’uo­mo. Chi ha il compito di guida e di maestro nella chiesa è tenuto ad ave­re attenzione e cura del “popolo delle devozioni”. Poiché si deve avere sollecitudine per gli “ultimi”, i “deboli”, e i “poveri”, verso di loro si debbono avere premure e sollecitudini ispirate alla carità. Quando ciò viene fatto con discernimento, non significa usare debolezza e indul­genza dove occorre fermezza: ossia, non coltivarla come una finalità per se stessa, come fosse un traguardo, ma come via e strumento per arriva­re al culto in spirito e verità»[3].

[1] Cf. «La formazione alla spiritualità diocesana in un Seminario regionale e/o interdiocesano» in Presbyteri40 (2006/2) 137-148.

[2] Cf G. Mucci, «Il nuovo interesse degli intellettuali italiani per il prete», in La Civiltà Cattolica (1998) II 332-339.

[3] G. Falanga, Introduzione, in Liturgia 211/2007, 7.

«Ogni anno il due novembre c’è l’usanza…»

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Siamo destinati a un futuro di luce e gloria, abituiamo già qui i nostri occhi allo splendore della risurrezione

Abbiamo saputo trasformare il Mare nostrum in mare mostrum, che ormai, stancamente, come inutile rito sacrificale, ci restituisce le innocenti vittime immolate alla stupidità e indifferenza degli uomini: un’inutile strage! E mi tornano a mente le parole del papa Benedetto XV: «a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di … giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage»[1]. Ho sempre pensato che in certi casi il miglior balsamo è il silenzio ma, a fior di labbra, dedico a questi nuovi angeli e ai nostri defunti queste piccole considerazioni affinché non solo il 2 novembre, ma sempre i nostri cari defunti siano a noi vicini: «Memoriam minuitur nisi eam exerceam» (La memoria diminuisce se non viene esercitata). Un vecchio monaco aveva appeso accanto al suo letto, dentro un’antica cornice tarlata, un grande cartello in cui a grossi caratteri aveva scritto di suo pugno «quando sarò in agonia, fatemi la carità di intonare questo “Salmo”: «quale gioia quando mi dissero: andiamo alla casa del Signore» (Salmo 121). Gli fa eco il Salmo 125: «… chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni». É una speranza che non nasce dall’uomo né si appoggia sull’uomo. Emerge e si rivela proprio quando, a livello umano, non appare un minimo di spazio su cui ragionevolmente appoggiarla. La certezza dei covoni portati con giubilo «nel tornare» si dilata negli spazi aperti da Cristo: dalla beatitudine delle lacrime al seme gettato nel solco, alla vite potata dal Padre, dal Getsemani, dal Calvario, dal sepolcro sigillato, alla notte della risurrezione, all’ascensione in cielo, all’avvento finale dell’Agnello vittorioso. «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me». É la promessa di Gesù per riporre nei granai del cielo i covoni della semente gettata «nelle lacrime».

Aniello Clemente.

[1] Benedetto XV, Lettera del santo padre ai capi dei popoli belligeranti, Città del Vaticano, 1 Agosto 1917, AAS IX [1917] 421-423.

Due novembre: “Ricordati che polvere sei…

tomba fiorita
Questa tomba è nel cimitero dove è defunto il caro amico don Luigi Bracchi a cui va il mio grato e perenne ricordo

La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone. Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. La chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” s’intende la vita d’insieme e l’interscambio di aiuto reciproco, di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. La chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. Se tutto passa, l’amore di Dio resta. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Alla Vergine Madre affidiamo i nostri defunti e la nostra conversione[1].

Aniello Clemente

[1] Cf. M. Stanzione, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/20550.

La santa celebrazione eucaristica in tv

messa in tv

Signore, non so cosa chiederti: Fa’ che tanti accorrano oggi alla tua mensa per affidarti i loro figli per l’inizio dell’Anno catechistico, o, e ancor di più, perché è la Giornata Missionaria. Signore fa’ che non vengano per essere inquadrati da un occhio di vetro che li trasmetterà e possano futilmente dire: “C’ero anch’io!”. Dici di non preoccuparmi perché non dobbiamo fare altro che vivere ciò che diciamo di professare, essere cioè coerenti, far coincidere ciò che diciamo col nostro agire. Ma, Gesù, hai forse dimenticato che ci nutriamo di parole e finiamo per credere alle nostre stesse chiacchiere. Gesù non mi ricordare le parole del poeta a te conterraneo: «Credere è una cosa, fare un’altra. Molti parlano come fossero il mare, ma le loro vite sono paludi stagnanti. Altri innalzano la testa fin sopra la cima delle montagne, mentre le loro anime rimangono attaccate alle scure pareti delle caverne» (K. Gibran) e mi dici di capire, comprendere. Signore tu hai voluto che il cristianesimo fosse una proposta di vita ardua, difficile, per nulla scontata. Condensata nel gesto supremo dell’ultima cena, nel farsi pane per tutti. Qui il senso di una liturgia veramente atipica che non può essere compresa da una ripresa televisiva! Non si è trattato di istituire un rito, di ripetere nei secoli il gesto dello spezzare il pane. La scommessa è quella di farsi veramente pane, di lasciarsi mangiare dagli altri. Ad un mondo regolato in tutto dalla legge del profitto, dell’interesse, Tu proponi un’altra logica, quella della gratuità, dell’offerta totale di se stessi. Quando il rito non esprime questa ricchezza di contenuti, diventa vuoto e insignificante, fastidiosamente ripetitivo. Ma, allora, ti chiedo ancora: “cosa verranno a fare tanta gente?”. La celebrazione eucaristica ha senso se l’assemblea è partecipe. Tu hai voluto che il termine assemblea traducesse il greco ekklèsìa (convocazione di popolo) e l’ebraico qâhâl (adunanza liturgica). Nell’Antico Testamento Tuo Padre convocava la gente perché gli rendesse culto (cf Es 5,3) e si costituisse chiesa. È all’interno dell’assemblea, riunita nel Tuo nome, quindi, che acquistano significato tutti gli altri gesti: l’assemblea infatti è simbolo della chiesa, ed è il vero tempio dei credenti, che con la gioia dei figli di Dio, vive la propria fede partecipando comunitariamente alla liturgia.

Noi partecipiamo attivamente al rito celebrando il Mistero di Cristo e la sua Rivelazione. Rivelazione e Mistero, termini che fanno auspicare qualcosa di fascinoso, di straordinario. “È questo che, allora urlerei dall’ambone, siete venuti a cercare?”. Se siete in cerca di sensazionalismo perdete il vostro tempo perché Rivelazione e Mistero sono un binomio che, stranamente, significano “normalità”. «In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11, 25). Rivelazione e Mistero significano capacità di stupirsi, che è il verbo che sottende a Rivelazione e Mistero, all’essere bambino, innocuo, indifeso. Su cosa si basa la nostra fede? Sulla Rivelazione e il Mistero di Cristo. Un Dio che si è rivelato nel mistero dell’Incarnazione, cioè un Dio che sceglie di spogliarsi, uscire da sé, abbassarsi fino ad assumere le sembianze di un bambino in uno sperduto villaggio. La logica della kenosi è quella che la mistica ebraica chiama tsîm-tsûm, letteralmente “contrazione” alludendo al parto. È l’abbassamento, lo svuotamento, l’impoverirsi e l’umiliarsi di Dio. È il movimento dell’incarnazione del logos, come canta il prologo del quarto Vangelo, che viene a piantare la sua tenda tra gli umani (cf. Gv 1,1-18). Mentre nelle altre tradizioni religiose, contrarie a pensare a una qualsivoglia simmetria tra Dio e l’uomo, è l’essere umano che si inginocchia davanti alla divinità, riconoscendone l’assoluta trascendenza, qui ci troviamo di fronte a un letterale capovolgimento di prospettiva. Il paradosso in verità attraversa tutte le pagine del Vangelo. Viene insegnato che è necessario diventare deboli per essere forti, poveri per essere ricchi, ultimi per essere primi. Su Cristo vero uomo risplende la bellezza, la bontà, la giustizia di Dio. Qui appare la verità dell’uomo nella nudità della kenosi di Dio. Mistero sublime e paradossale ad un tempo. La liturgia, quindi, come segno rimanda ad altro, ad una vita donata senza condizioni. È un appello a farsi pane per chi ci sta accanto, ad amare non chi lo merita, ma chi ne ha maggior bisogno. In un mondo dove ogni cosa ha un prezzo come in un grande mercato, l’eucaristia, il farsi pane per l’altro sull’esempio di Gesù, costituisce veramente una prospettiva capace di annunciare un  mondo nuovo, rappresenta forse l’unica forza veramente sovversiva nel cuore della storia. Abbiamo studiato per secoli il mistero della transustanziazione cercando di capire come il pane si trasformasse nel corpo di Cristo. Abbiamo trascurato di ricordare che ciò è possibile perché prima è Cristo che si è fatto pane, interamente, fino alla fine.

Scusa Gesù, mi sono lasciato andare e Tu mi rammenti che nel processo di trasmissione della fede cristiana occorrono nuove forme espressive di comprensione; è da mettere in atto una vera e propria ricomprensione del nucleo sorgivo del Tuo messaggio: per poterlo codificare nuovamente all’interno dei linguaggi della contemporaneità; si richiedono modalità espressive specifiche per immettere il Vangelo in una realtà secolarizzata, in cui Dio diventa sempre più un’ipotesi lontana, se non addirittura inutile. C’è la necessità di una comunicazione incisiva e decisa, di un linguaggio che sappia modellarsi secondo nuovi percorsi retorici e oratori. È necessario al tempo del minimalismo di twitter con i suoi 140 caratteri, pensare a un linguaggio più incisivo ed essenziale. Un linguaggio più simbolico ed evocativo, capace di “sedurre” l’ascoltatore, ossia di secum ducere, di condurlo con sé su percorsi nuovi, più alti e più profondi. Occorrono nuove forme di dialogo e, mi confermi che anche questa ripresa televisiva servirà, perché seppur superfluo mi ribadisci che  la Sposa, la Chiesa, non è il ministro, il parroco: la Chiesa siamo noi, che ne dobbiamo recepire lo stimolo di unione perché se non ci siamo noi, con questo spirito, non c’è Chiesa, e se non c’è Chiesa, non c’è Eucaristia, non ci sono i Sacramenti, non c’è lo Sposo. Signore Gesù, perdonami, perché come afferma Kasper, mi sono illuso «di poter fare meglio dell’evangelizzatore Gesù, il quale fu messo in Croce e solo così aprì la via verso la Pasqua».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buongiorno amore

Il gelsomino fiorito

 

L’aria d’ottobre sa di un sapore nuovo,

pronta agli uggiosi giorni,

l’anima s’appresta a vivere

una nuova stagione.

Lì, sul muro amico,

ti svegli dal letargo

e pronti a un abbraccio

offri i tuoi steli odorosi.

Or, che mai pria,

il mio cuor danza nell’aria frizzantina,

con tuo effluvio m’inondi,

per farmi sovvenir del bacio,

casto, innamorato,

di cui sei stato silente testimone.