Sant’Andrea apostolo (Protocletos o il Primo chiamato)

sant'Andrea
Statua di sant’Andrea in San Pietro

Dedico questo articolo a mio cugino Andrea Pasquarella che “da lassù”, dove ha raggiunto l’agognata pace, perdona me e quanti non l’hanno saputo amare e capire come avrebbe meritato e desiderato. Ricordo, inoltre i miei parenti di Paolisi, le famiglie Granatello e Di Caprio di Dugenta perché sant’Andrea è il loro patrono, e la giovane Andrea di Alfianello: che il Signore li protegga e li custodisca.

 Andrea era il fratello di san Pietro. Quasi sicuramente il suo nome (derivante dal vocabolo greco ανδρεία, “virilità, valore”), come altri nomi tramandati in greco, non era il nome originario di questo apostolo in quanto, nella tradizione ebraica o giudaica, il nome Andrea compare solo a partire dal II-III secolo. Il Nuovo Testamento ricorda che Andrea era figlio di Giona, o Giovanni, (Mc 1,16; Mt 16,17; Gv 1,42). Egli era nato a Betsaida sulle rive del Lago omonimo in Galilea (Gv 1,44). Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore e la tradizione vuole che Gesù stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui “pescatore di uomini”, tradotto anche come “pescatore di anime”. Agli inizi della vita pubblica di Gesù, occupavano la stessa casa a Cafarnao (Mc 1,21-29). Il Vangelo di Giovanni ricorda che Andrea, con suo fratello Simon Pietro, era stato in precedenza discepolo di Giovanni il Battista, che per primo gli consigliò di seguire Gesù, continuatore della sua opera (Gv 1,35-40). Andrea fu il primo a riconoscere in Gesù il Messia e lo fece conoscere al fratello (Gv 1,41). Presto entrambi i fratelli divennero discepoli di Cristo. In un’occasione successiva, prima della definitiva vocazione all’apostolato, essi erano definiti come grandi amici e lasciarono tutto per seguire Gesù (Lc 5,11; Mt 4,19-20; Mc 1,17-18). Nei vangeli Andrea è indicato essere presente in molte importanti occasioni come uno dei discepoli più vicini a Gesù (Mc 13,3; Gv 6,8; 12,22), ma negli Atti degli Apostoli si trova solo una menzione marginale della sua figura (At 1,13). Eusebio di Cesarea ricorda nelle sue “Origini” che Andrea aveva viaggiato in Asia Minore ed  in Scizia, lungo il Mar Nero come del resto anche sul Volga e sul Kiev. Non si conosce molto sul successivo apostolato di Andrea, dato che la maggior parte delle fonti che lo nomina è apocrifa. Il ricercatore George Alexandrou[1], ha scritto che Sant’Andrea ha passato 20 anni nei territori dei Daco-Romani, vissuto in una caverna presso il villagio Ion Corvin, oggi in Romania. Per questo egli è divenuto santo patrono della Romania e della Russia. Secondo la tradizione, egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), dal momento che l’unico vescovato dell’area asiatica che era già stato fondato era quello di Eraclea. Nel 38, su questa sede gli succedette Stachys. La diocesi si svilupperà successivamente nel Patriarcato di Costantinopoli. Andrea è riconosciuto come santo patrono della sede episcopale. Andrea è stato martirizzato per crocifissione a Patrasso (Patrae) in Acaia (Grecia). Dai primi testi apocrifi, come ad esempio gli Atti di Andrea citati da Gregorio di Tours[2], si sa che Andrea venne legato e non inchiodato su una croce latina (simile a quella dove Cristo era stato crocifisso), ma la tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce di forma detta Croce decussata (a forma di X) e comunemente conosciuta con il nome di “Croce di Sant’Andrea”; questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare il Maestro nel martirio. Quest’iconografia di sant’Andrea appare ad ogni modo solo attorno al X secolo, ma non divenne comune sino al XVII secolo. Proprio per il suo martirio, sant’Andrea è divenuto anche il patrono di Patrasso. Andrea è uno dei tanti santi patroni della Russia, paese che non visitò mai, sebbene esista una tradizione poco avvalorata secondo cui svolse la sua predicazione in quel luogo, arrivando fino a Kiev; non c’è nemmeno prova che sia stato in Scozia, paese del quale è ugualmente patrono. Secondo una leggenda, a un certo san Regolo, custode delle reliquie di Andrea durante il IV secolo, apparve un angelo che gli ordinò di prenderle e portarle in un luogo che gli sarebbe stato indicato. Regolo, a tempo debito, partì verso nord ovest, e fu fermato dall’angelo quando raggiunse l’attuale St Andrews, in Scozia, dove costruì una chiesa, per custodirle; in seguito divenne poi il primo vescovo di quel luogo e trascorse i successivi 30 anni a evangelizzare il popolo. Su tale leggenda, di cui esistono diverse versioni contrastanti, si basa la scelta di sant’Andrea come patrono della Scozia; è anche patrono della Grecia. Nell’arte è spesso rappresentato con un libro.

Protegge e guarisce da varie malattie come la dissenteria, la gotta, la risipola (o erisipela, è un’infezione acuta della pelle, che coinvolge il derma profondo ed in parte l’ipoderma), il torcicollo. È il protettore dei marinai, dei pescatori, fabbricanti di corde, dei cantanti e (curiosamente) delle nubili.

[1] G. Alexandrou, The astonishing missionary journeys of the Apostle Andrew, road to Emmaus,Vol. V, No. 4, 43-45.

[2] Monumenta Germaniae Historica

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La religione di Rousseau: modelli di religione, spiritualità e liturgia

stemma pftim

27112014738Giovedì 27 u. s. presso la Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale (PFTIM) (sez. S. Tommaso d’Aquino) ho avuto il piacere di partecipare al Convegno organizzato dall’Institut Français Napoli – Associazione CLARENS; il DISPAC (Università di Salerno); la P.F.T.I.M. (sez. S. Tommaso); l’Istituto Italiano per gli studi filosofici; l’Università “Orientale” di Napoli. La sessione mattutina presieduta dal prof. Pasquale Giustiniani (PFTIM) ha visto come relatori il prof. Vincenzo Cocco (Università di Salerno) (L’arte di essere infelice. Rousseau in Leopardi); il prof. Gaetano Di Palma (decano della PTIM) (L’Emilio di Rousseau e il testo biblico. Alcuni aspetti e problemi); il prof. Antonio Cioffi (PFTIM, direttore dell’ISSR di C.mare di Stabia) (L’orangoutang delle Alpi: J. J. Rousseau letto da Francesco Colangelo (1769-1836) polemista e storico della filosofia); e il contributo scritto del prof. Roberto Gatti (Università di Perugia) di cui si è letta la relazione «L’histoire de l’Evangile est inventée a plaisir? Mon, ami, ce n’est pas ainsi qu’on invente». Nel pomeriggio, non senza una struggente “saudade”, ricordandomi del mio soggiorno a Cannes con mia figlia Deborah, ho “gustato” la relazione di Simone Goyard-Fabre (Université de Caen, Basse Normandie) letta dal prof. Robert Thiéry (President de Clarens) e succintamente tradotta dal sempre disponibile prof. Giustiniani. Chi lo desidera nella sezione “Filosofia” del mio blog «lateologia.wordpress.com» da domani potrà leggere il sunto dei vari contributi ma, per darvi qualcosa a cui pensare in questo fine settimana vi lascio con la questione che ho posto al prof. Vincenzo Cocco nello spazio dedicato agli interventi e contributi: “L’ottimismo di Rousseau e Leopardi”.

Premessa. Leopardi il 29.2.1829 scrive “questa felicità è impossibile…” [Zibaldone, p. 4129, (1825)] non come negazione della felicità ma come vivere per essere il più possibile meno infelice, citando un artista anonimo inglese del 1600. Questa frase (cito il prof. Cocco) è presente alla fine della IV delle Lettere morali di Rousseau, dunque Leopardi ha letto Rousseau, e lo si può ben capire dal fatto che da adolescente lo definisce un “filosofo empio”, ma nello Zibaldone ne riabilita il pensiero. Entrambi parlano di una teoria del piacere, struttura essenziale del desiderio che è una tensione, ma viviamo la felicità o nel passato o nel futuro, dimenticandoci del presente. La felicità (specialmente per Leopardi) è come l’orizzonte che retrocede man mano che sembriamo raggiungerlo.

Questione. L’argomentare del prof. Cocco mi rimanda al Miserere, ma nella sua accettazione più ampia: è sempre il primo gesto di una krisis, di un rinnovamento. Recitato per la prima volta nella polvere e nella mortificazione, il salmo ha tutta la commossa afflizione di una coscienza che implora misericordia. Credo che in Rousseau e Leopardi si debba riconoscere il riconoscimento dell’essere creature a confronto del Creatore, attoniti ma non pessimisti! La religiosità è un tessuto e la religione è l’abito e seppure, forse, non l’hanno indossato hanno sentito l’infinita grandezza dell’universo e compreso la loro miseria, perché in un giorno di dolore, anche se non hanno seguito la luce di Cristo, hanno creduto nell’uomo e ne hanno avuto gioia: “Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta”. Hanno parlato dell’attesa e della felicità come speranza, ma non è il credente felice nello spazio dell’attesa? Non sono i cristiani già ora consapevoli di gustare uno spicchio di eternità perché immersi nel “già e non ancora?”. Rousseau ci parla del “giardino delle sofferenze”, e Leopardi: scrive: «Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur per quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione. Voi non potete volgere lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento» (Zibaldone, 4175). Il prof. Cocco precisa che per Leopardi non è un cimitero ma “quasi un vasto ospitale”, un luogo di sofferenza perché le piante si devono difendere dagli insetti e dal clima e questo non è altro che la metafora dell’esistenza umana. Ebbene non è proprio lì in quel Giardino (Senofonte usava il termine Paradiso mutuandolo dalla cultura persiana ove, appunto, è il giardino imperiale), ove tutto sembrava perduto, che l’addam (ish e isshà, l’uomo e la donna) pur varcando il cancello dorato, ha in seno il germe della speranza, e per il cristiano, già lì, Dio mantiene il patto eterno promettendo che al male “una donna schiaccerà il capo”. Kant ha definito Rousseau il “Newton del mondo interiore” perché l’iniziatore e l’inventore del metodo che sarà definito “attivo”; non bisogna pretendere di far emergere nel fanciullo l’uomo, ma assecondarne lo sviluppo naturale, analoga rivalutazione della spontaneità dell’individuo la ritroviamo ne La nuova Eloisa in cui denuncia l’ipocrisia delle imposizioni sociali e rivendica la libertà di contrarre un matrimonio d’amore. Cito a proposito Kant perché la conclusione della Critica della ragion pratica è una delle sue pagine più celebri e ben si adattano a questi due “giganti” della filosofia e della letteratura: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria […] la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito» (I. Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1974, 197-198). Infinito…, e subito il pensiero va «Al sempre caro mi fu quest’ermo colle…», sapendo che, almeno per un attimo, ‘l naufragar di Leopardi gli è stato dolce. Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me, questo rappresentano ancora per noi oggi e per gli uomini di domani Rousseau e Leopardi che ci hanno mostrato la grondaia di stelle sopra di noi e davanti l’oceano infinito. A chi saprà leggerli col cuore del “dì di festa” renderanno la vita leggera come una piuma, vibrante come una nota, limpida come una goccia, protesi verso l’agognata Meta.

Le mie “balbettanti” parole non possono trasmettervi quanto traboccante è la stima e l’amore che nutro per i pensatori citati, allora, fatevi un regalo, andate a vedervi “Il giovane favoloso” forse rivaluterete il vostro pensiero e scoprirete “l’ottimismo leopardiano”.

Buon fine settimana, Aniello Clemente.

Buon cammino: inizio dell’anno liturgico

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Ogni anno, puntualmente, l’Avvento segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, che si interseca e sovrappone con gli “inizi” di altri itinerari: l’anno pastorale-catechistico, l’anno sociale, quello scolastico… Spesso risulta difficile conciliare tali itinerari, si corre infatti il rischio di giustapposizioni forzate in cui l’anno liturgico diventa un “contenitore” nel quale si butta tutto. I tempi forti, poi, risultano a volte semplici occasioni per stimolare a un maggior impegno o per generare iniziative che poi vanno per la loro strada.

L’inizio di un nuovo anno liturgico diventa il momento propizio per ripensare al senso di un ciclo celebrativo che non si presenta a noi credenti come un “film già visto” o come un anno scolastico che sopportiamo da ripetenti. È importante ogni volta cogliere la perenne “novità”, che sta nella riproposta sacramentale, per cui il giorno storico (ormai passato) dell’evento salvifico del Signore ed il suo giorno anniversario liturgico, che di tale evento fa la memoria, portano in se stessi l’unica e medesima efficacia di redenzione (cfr. SC 102). L’oggi liturgico, se non implica la ripetizione del fatto commemorativo, porta però con sé tutta la forza redentiva di salvezza di tale fatto-mistero e la rende attualmente operativa. Ne consegue innanzitutto che l’opera formativa, mentre educa a percepire nelle celebrazioni l’attualità dell’agire salvifico di Dio, deve, al tempo stesso, suscitare la risposta della fede. La novità di ogni anno liturgico non consiste tanto nello scoprire qualcosa di nuova nel Natale o nella Pasqua, ma è costituita dal perenne rinnovarsi per noi, della continua offerta di salvezza che questi eventi contengono. La novità consiste in quell’incessante coinvolgimento, in quella risposta di fede che il Signore ogni volta ci chiede e che segna il nostro cammino di maturazione, il nostro impegno verso una sempre più generosa scelta per Gesù Cristo: novità di grazia, dono accolto nella fede che ci aiuta a vivere davvero come coloro che attendono il Signore, come figli di Dio, come coloro che sono risorti con Cristo a vita nuova[1].

[1] Cfr. Lo accolse con gioia, in: Segno del mondo, 8 (Agosto 2009), Fondazione Apostolicam Actuositatem, Roma 2009, 16

Il Signore asciugherà le lacrime…

“Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25,8). Eventi non per nulla coincidenti possono confluire verso una stessa meta: non si è ancora spenta l’eco delle bellissime ore trascorse ieri in due Convegni e la gioia che ancora mi pervade si è fatta stridente quando ho incontrato una mia cara amica che mi ha raccontato della sua lotta, ancora in corso, contro quel subdolo nemico che abbiamo imparato a nominare in mille modi ma col quale MAI impareremo a convivere. Qui auget scientiam, auget et dolorem. Qui auget dolorem, auget et scientiam. (Come aumenta il sapere, così aumenta il dolore. Come aumenta il dolore, così aumenta il sapere). Ai miei cari professori, ai colleghi francesi che ancora oggi sono impegnati a Fisciano a disquisire su Rousseau e la sua “arte di essere infelice”, alla mia amica, a coloro che lottano non solo contro i tumori ma tutti i “cancri” che infestano le loro vite, alle tante Comunità del Sudamerica che mi seguono, umilmente, ma con affetto dedico queste poche righe. Carissima F., mi hai incontrato con mia figlia che mi reso un nonno felice e posso dirti che ancora dico alle mie figlie e lo ripeterò ai giovani che saranno “affidati” al mio insegnamento: «Coraggio! Non siete soli!». A volte sembra che il male prenda il sopravvento, ma è solo l’aspetto parziale che stiamo cogliendo. Cioè per chi crede in un mondo migliore, nell’amore, nei sentimenti, il male non deve distoglierci dai nostri ideali. Non voglio dire che bisogna amare il male, ma bisogna amare Dio attraverso il male. Potrei impelagarmi in questioni filosofiche e allora vi faccio un esempio. Quando un bambino giocando rompe un vaso o un oggetto prezioso la mamma non ne è affatto contenta: l’episodio, in sé, è un male. Quando, però, il figlio andrà militare o lontano per lavoro, rivedendo l’oggetto rabberciato o ripensando a quell’episodio, la mamma rivedrà il fatto con una tenerezza infinita e vedrà in esso solo una manifestazione dell’esistenza del suo bambino lontano. Cara amica, care figlie, cari giovani: « Qui auget dolorem, auget et scientiam», «come aumenta il dolore così aumenta il sapere» ed allora, ancor di più, dedico questa frase a quanti diventano, savi nel dolore. Un maestro che non vorremmo conoscere, esigente, eppure gratificante quando riusciamo ad entrare alla sua scuola. Cercherò di spiegarvelo meglio attraverso un racconto di Bruno Ferrero. In un magnifico giardino cresceva un bambù dal nobile aspetto. Il Signore del giardino lo amava più di tutti gli altri alberi. Anno dopo anno, il bambù cresceva e si faceva robusto e bello. Perché il bambù sapeva bene che il Signore lo amava e ne era felice. Un giorno, il Signore del giardino si avvicinò al sua amato albero e gli disse: «Caro bambù, ho bisogno di te». Il magnifico albero sentì che era venuto il momento per cui era stato creato e disse, con grande gioia: «Signore, sono pronto. Fa’ di me l’uso che vuoi». E il Signore del giardino rispose: «Per usarti devo abbatterti». Il bambù si spaventò: «Abbattermi, Signore? Io, il più bello degli alberi del tuo giardino? No, per favore, no! Usami per la tua gioia, Signore, ma per favore, non abbattermi». «Mio caro bambù – continuò il Signore – se non posso abbatterti, non posso usarti». Il giardino piombò in un profondo silenzio. Anche il vento smise di soffiare. Lentamente il bambù chinò la sua magnifica chioma e sussurrò: «Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, abbattimi». «Mio caro bambù – disse ancora il Signore del giardino – non solo devo abbatterti, ma anche tagliarti i rami e le foglie». «Mio Signore, abbi pietà. Distruggi la mia bellezza, ma lasciami i rami e le foglie!». «Se non posso tagliarli, non posso usarti». Il sole nascose il suo volto, una farfalla inorridita volò via. Tremando, il bambù disse fiocamente «Signore, tagliali». Ma il Signore proseguì: «Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti un due e strapparti il cuore. Se non posso fare questo, non posso usarti». Il bambù si chinò fino a terra e mormorò: «Signore, spacca e strappa».

Così il Signore del giardino abbatté il bambù, tagliò i rami e le foglie, lo spaccò in due e gli estirpò il cuore. Poi lo portò dove sorgeva una fonte di acqua fresca, vicino ai suoi campi che soffrivano per la siccità. Delicatamente collegò alla sorgente una estremità dell’amato bambù e diresse l’altra verso i campi inariditi. La chiara, fresca, dolce acqua prese a scorrere nel corpo del bambù e raggiunse i campi. Fu piantato il riso e il raccolto fu ottimo. Così il bambù divenne una grande benedizione, anche se era stato abbattuto e distrutto. Quando era un albero stupendo, viveva solo per se stesso e si specchiava nella propria bellezza. Stroncato, ferito e sfigurato era diventato un canale, che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

Cari amici, per me siete stati spesso l’acqua e il bambù…, ed anche per questo non vi dimenticherò mai! Che ognuno di noi, seppur piagato, stanco, ferito, deluso, possa essere come il bambù e irrigare d’amore quanti ci circondano. Con affetto, Aniello Clemente.

4. W le donne

8bis

Sai già che picchia…

Quando picchia alla tua porta non aprire!

Usted ya sabe que late …
Cuando llama a tu puerta, no la abra!

Vous savez déjà que bat …
Lorsque frappe à votre porte, ne ouvrez pas!

You already know that beats …
When knocks at your door, do not open!

Wiesz już, że bije …
Kiedy puka do drzwi, nie otwieraj!

Вы уже знаете, что бьет …
Когда стучится в вашу дверь, не открывайте!

Alam mo na na beats …
Kapag knocks sa iyong pinto, huwag magbukas!