Il ruolo della donna nella chiesa cattolica

Il Sig. Alessandro Lauro mi invia un servizio delle “Iene – Il Ruolo della donna nella Chiesa cattolica” e chiede il mio pensiero in merito. Il servizio prende spunto dall’ordinazione a “prete” di Maria, appartenente alla chiesa anglicana episcopale e, di conseguenza, al ruolo della donna nella chiesa cattolica. Lo stile proprio delle “Iene”, forse i tempi ristretti e il montaggio “piegato” al servizio non hanno reso giustizia all’inchiesta giornalistica, né fugato gli interrogativi di fondo. La scansione del mio intervento seguirà lo sviluppo delle tematiche poste in essere proprio dall’intervista: la giornalista dice che “la donna non ha accesso al potere; Maria parla di forte maschilismo; chiamati a commentare sul fatto che il Papa ha detto che “la chiesa è femminile”, nessun prete ha preferito rispondere; rivolta la stessa domanda a delle consacrate la maggior parte ha risposto con cognizione di causa, ma una suora dice che “una donna non può essere mai a livello di un sacerdote”; in merito all’intervento dei due teologi intervistati, senza dubbio don M. Leonardi e il prof. V. Mancuso sono luminari e fedeli testimoni del pensiero del magistero e non possono essere in disaccordo sui “pilastri” della fede cattolica, ma dal servizio sembravano “l’un contro l’altro armati” e il loro pensiero non è stato “tradotto” a dovere. In primis devo dire che se i preti intervistati avessero risposto “in spirito e verità” io non sarei qui a dibattere sulla materia, mi ricordano i leviti e i sacerdoti di lucana memoria che “passarono oltre” (Lc 10, 29-37), potevano ricordarsi del “seguito femminile” di Gesù (Lc 8, 2-3) o, cosa più importante, di Lc 12, 12: «lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire» e alla giovane suore ricordo che è vero che “una donna non può essere mai a livello di un sacerdote”, nel senso però che è di più: si rilegga Gal 4,4! Con profonda umiltà, senza spirito polemico, risponderò al Sig. Lauro affrontando le seguenti questioni: il ruolo della donna ai tempi di Gesù, il ruolo di Gesù nei suoi confronti, cosa riportano le Scritture, la prassi della chiesa primitiva, la visione attuale e le prospettive future. Premetto brevemente, per precisare la questione, che dall’11.11.1992 la Chiesa anglicana (alla quale appartiene Maria) permette alle donne di diventare “sacerdote”. Questo perché in quasi tutte le province anglicane le donne possono essere ordinate diacono, in molte prete e in alcune possono raggiungere il massimo grado e cioè l’episcopato. Si precisa, inoltre, che poiché il potere supremo di detta chiesa è incentrato nelle mani del sovrano inglese, a capo di essa vi è una donna: la regina Elisabetta II. Questo non è possibile nella chiesa cattolica e cerchiamo di capirne il perché.

PREMESSA GENERALE

Condizione femminile nell’ebraismo antico

Il Vecchio Testamento tratteggia una società patriarcale e maschilista, in linea con il suo tempo. La donna ebraica doveva fare i conti con la Torà che limitava le sue libertà considerevolmente: per esempio durante le mestruazioni era considerata impura (cf. Lev 15,19-31) ed era impuro tutto ciò che da lei veniva toccato in quei giorni. Tuttavia non sono mancati nell’antico testamento personaggi femminili di rilievo: è il caso di Deborah, che raggiunse quella che ai tempi era la più alta carica amministrativa, quella di Shofetim, cioè giudice e governatore; ma bisogna ricordare anche Tamar, la nuora di Giuda che si prostituì e concepì Perez e Zerach, da cui discenderà Davide e tutta la casa regnante. Inoltre, un’esaltazione della donna appare nei Salmi e nel Cantico dei Cantici.

I Vangeli canonici

Nei Vangeli Gesù è presentato vicino ai più deboli, per esempio bambini, lebbrosi e donne. Con quest’ultime Gesù si comporta in modo liberale: difende una prostituta dal linciaggio (Gv 8,7), dialoga di religione con una samaritana (cioè una reietta, secondo le concezioni ebraiche) Gv 4,4-42), permette a una malata (l’emorroissa) di toccarlo e la guarisce per la sua fede (Mc 5,25-34). Infine, Gesù risorto si rivela per primo a delle donne. Questo atteggiamento ha di sicuro comportato dello scandalo non solo tra i suoi detrattori, ma anche tra i suoi più intimi (Gv 4,27).

La testimonianza di Ireneo, di Tertulliano e dei primi secoli

Quando Ireneo scriveva, nella seconda metà del II secolo, era in corso la polemica contro le dottrine gnostiche la quale investiva anche il ruolo paritario all’uomo assunto dalle donne in quelle comunità cristiane. Così, anche Tertulliano scriveva: «Queste donne eretiche, come sono audaci! Non hanno modestia, sono così sfrontate da insegnare, impegnarsi nella disputa, decretare esorcismi, assumersi oneri e, forse, anche battezzare!»[1]. E decretava: «Non è permesso che una donna parli in chiesa, né è permesso che insegni né che battezzi, né che offra l’eucaristia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile, per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale»[2]. Anche lo pseudo-Clemente della Lettera ai Corinzi riteneva di raccomandare alle donne di «ben accudire alla casa, attenendosi alla norma della sottomissione e a essere assai prudenti […] rendano palese la moderazione della loro lingua mediante il silenzio» (I, 1; XXI,7). Nel III secolo, la separazione e sottomissione delle donne agli uomini nelle comunità cristiane, organizzate come le sinagoghe, nelle quali le donne ebree erano da sempre escluse dall’attiva partecipazione al culto, è compiuta. È possibile che una rilevante presenza di giudei, per quanto ellenizzati, abbia favorito e imposto questo processo di emarginazione[3] che tuttavia dovrebbe avere una spiegazione più generale nell’avvenuto inserimento, nelle comunità cristiane, di molte famiglie delle classi medie, nelle quali, a differenza delle classi inferiori in cui le donne svolgevano pressoché le stesse attività degli uomini, esisteva una più marcata divisione dei ruoli[4].

Tommaso d’Aquino

Tommaso d’Aquino dedica alla posizione della donna rispetto all’uomo e rispetto a Dio alcune questioni da lui dibattute e risolte nella sua Summa Theologiae. Nella questione 90, relativa alla creazione dell’essere umano (homo) e quindi dell’anima introduce le seguenti problematiche sequenziali: per primo la creazione dell’anima e dell’uomo, quindi la creazione del corpo dell’uomo e come ultimo passaggio la “produzione” della donna, passaggio che viene discusso nella specifica questione 92. La questione 92 ruota attorno al “Problema della origine della donna”. Tommaso articola la questione in quattro quesiti:

  1. all’atto della creazione del mondo c’era bisogno di dare origine alla donna?
  2. occorreva che la donna avesse origine dall’uomo?
  3. significato della costola d’Adamo
  4. se la donna fu formata immediatamente da Dio.

Tommaso d’Aquino osserva che secondo Genesi 2,22-23 la donna fu l’ultimo essere creato da Dio e non fu creata dal nulla, come tutte le altre creature, ma fu creata da una costola di Adamo. Infatti, scrive Tommaso, «la donna non doveva essere creata nella prima creazione delle cose. Dice infatti Aristotele (De Generatione Animalium  2,3) che la femmina è un maschio mancato. Ma niente di mancato e di difettoso vi doveva essere nella prima istituzione delle cose. Dunque, in quella prima istituzione delle cose la donna non doveva essere prodotta». Ci si chiede perché Dio abbia creato la donna, se sapeva che essa sarebbe stata la causa del peccato originale: il motivo della sua creazione sta nel fatto che, come è scritto in Genesi 2,18, non era bene che l’uomo fosse solo e doveva avere un aiuto simile a lui. Questo, afferma Tommaso, è unicamente un aiuto alla procreazione, non un aiuto a qualunque altra attività dell’uomo (vir), per la quale anzi sarebbe più conveniente che l’uomo (vir) fosse aiutato da un altro uomo (vir), piuttosto che da una donna. Si comprende perché il sesso maschile (la virtus activa) e femminile (la virtus passiva) siano uniti nelle piante, la cui attività più nobile è la procreazione; negli animali superiori i due sessi sono separati, in modo che si uniscano solo il tempo necessario alla procreazione, perché in loro «vi è qualcosa di più nobile del procreare»; così è per l’essere umano (homo), la cui attività più nobile consiste nella conoscenza, e a maggior ragione i due sessi devono essere distinti nell’essere umano. Se è perciò vero che, per Tommaso e Aristotele, la femmina – in quanto natura particolare, ossia confrontata con il maschio – è un «maschio mancato», considerata in sé stessa, nella sua natura universale, per Tommaso «la femmina non è un essere mancato, ma è, secondo l’intento naturale, ordinata all’attività generativa», preordinata da Dio, che a questo scopo creò sia il maschio che la femmina. Tommaso ammette la sudditanza della donna all’uomo, indicata in Genesi 3,16: «sarai sotto la potestà del marito», e in Agostino (Gen. ad Litt. 12,16): «il soggetto attivo [il maschio] è più nobile di quello passivo [la femmina]» ma Tommaso specifica che questa sudditanza non è del tipo riscontrabile nei rapporti fra servo e padrone, «per cui chi comanda si serve dei sottoposti per il proprio interesse», ma del tipo «economico o politico», secondo il quale, secondo Tommaso, il governante (praesidens) si serve dei sudditi per il loro stesso interesse e bene. Questa deve essere la naturale sudditanza della femmina rispetto all’uomo (viro), «poiché l’essere umano (homo) ha per natura un più vigoroso discernimento razionale». Nell’articolo 2 della questione 92 Tommaso specifica che era conveniente che la donna, diversamente dagli altri animali, derivasse dall’uomo, perché questo fatto conferirebbe maggior dignità al primo uomo (homo) e poi perché «l’uomo (vir) amasse maggiormente la donna e le fosse indissolubilmente unito» non solo per la necessità della generazione ma anche per quella della vita comune nella quale «l’uomo (vir) è il capo della donna». Nell’articolo 3 Tommaso giudica anche opportuna che Eva abbia avuto origine dalla costola e non da altre parti del corpo di Adamo, in quanto «la donna non deve dominare sull’uomo» (1 Timoteo 2,12) «e per questo non fu formata dalla testa, né deve essere disprezzata dall’uomo come una schiava, e per questo non fu formata dai piedi».

Il pensiero del Magistero

Papa Paolo VI

È stato il primo pontefice a proclamare, dopo 2000 anni di storia del cristianesimo, dottori della chiesa di sesso femminile. Il 4 ottobre 1970 egli riconobbe questo titolo a Teresa d’Avila e a Caterina da Siena. Sotto il suo pontificato, la Congregazione per la Dottrina della Fede emanò, il 15 ottobre 1976, la dichiarazione Inter Insigniores con la quale si ribadiva l’impossibilità per le donne di accedere al sacerdozio, giustificata con la tradizione della Chiesa: «La Chiesa cattolica non ha mai ritenuto che le donne potessero ricevere validamente l’Ordinazione presbiterale o episcopale. Alcune sette eretiche dei primi secoli, soprattutto gnostiche, vollero affidare esercizio del ministero sacerdotale a delle donne: tale innovazione fu subito rilevata e biasimata dai Padri, i quali la giudicarono come inaccettabile nella Chiesa […] la Chiesa, chiamando unicamente uomini all’Ordine sacro e al ministero propriamente sacerdotale, intende restare fedele al tipo di ministero ordinato, voluto dal Signore Gesù Cristo e scrupolosamente conservato dagli Apostoli. La medesima convinzione anima la teologia medioevale, anche se i maestri della Scolastica, nel tentativo di chiarire con la ragione i dati detta fede, presentano sovente su questo punto argomentazioni, che il pensiero moderno difficilmente potrebbe ammettere […][5].

Papa Giovanni Paolo II

Seguendo le orme del suo predecessore, il 19 ottobre 1998 nominò Teresa di Lisieux 32º dottore della chiesa, terza donna a fregiarsi di questo titolo che era stato appannaggio dei soli uomini per circa 700 anni (i primi dottori della chiesa furono proclamati nel 1298). In un documento ufficiale della Santa Sede dal titolo Ordinatio Sacerdotalis Giovanni Paolo II è ritornato sulla questione dell’ordinazione sacerdotale confermando l’inammissibilità del sacerdozio femminile secondo le motivazioni espresse nella dichiarazione Inter Insigniores[6]. Durante il Giubileo del 2000, papa Giovanni Paolo II fece pubblica ammenda per i peccati commessi nel passato dagli ecclesiastici: tra le sette categorie di peccati menzionati, vennero anche nominati i peccati contro la dignità delle donne e delle minoranze. Inoltre, il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata «ad ogni donna» in cui chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne nel nome di Cristo, la violazione dei diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne.

Papa Benedetto XVI

Un documento inerente alle donne è quello del luglio 2004 indirizzato ai vescovi della Chiesa cattolica avente per oggetto il “femminismo radicale” firmato in qualità di cardinale preposto alla “Congregazione per la dottrina della fede” non essendo stato ancora eletto alla suprema carica della Chiesa Cattolica[7]. Il 7 ottobre 2012, da papa, ha proclamato Dottore della Chiesa la monaca medievale Ildegarda di Bingen.

Papa Francesco

In un passo dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Francesco ha parlato del ruolo della donna nella Chiesa. Pur ribadendo l’esclusione delle donne dal sacerdozio, Papa Francesco ha precisato come l’avere il potere di amministrare i sacramenti (che nella chiesa cattolica è prerogativa dei sacerdoti) non rende i sacerdoti più degni degli altri battezzati (e quindi delle donne), perché il loro è un servizio al popolo di Dio. Pertanto ha invitato i teologi a indagare il possibile ruolo della donna negli ambiti dove si prendono decisioni importanti per la Chiesa[8].

[1] Tertulliano, De praescritione haereticorum, 41.

[2] Id., De virginibus velandis, 9.

[3] Cf. J. Leipoldt, Die Frau in der antiken Welt und im Urchristentum, Leipzig 1955.

[4] Cf. Morton Smith, in Elaine Pagels, I vangeli gnostici, cap. III, Milano 2005.

[5] Congregazione per la Dottrina della Fede, Inter Insigniores, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma 15 ottobre 1976.

[6] Giovanni Paolo II, Ordinatio Sacerdotalis, Lettera Apostolica, 22 maggio 1994.

[7] Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, Roma 31 maggio 2004.

[8] Francesco, Evangelii Gaudium, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2013.

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One thought on “Il ruolo della donna nella chiesa cattolica

  1. prendendo atto che nel corso degli anni ci siano state scritture e documenti che trattassero dell’argomento (non lo credevo), papa Francesco è forse uno dei pochi che ha aperto uno spiraglio di luce sulla realizzazione di una figura più importante della donna nell’ambito cattolico!

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