Un grazie all’equipe dei dott. Huscher e De Blasio

buongiorno3
«L’uomo è uno scolaro e il dolore è il suo maestro» (Gandhi)

Qui auget scientiam, auget et dolorem. Qui auget dolorem, auget et scientiam. (Come aumenta il sapere, così aumenta il dolore. Come aumenta il dolore, così aumenta il sapere), dott. Huscher questo adagio mi tormentava mentre ero fuori dalla sua porta in attesa di significarle quanto è oggetto di questa mia lettera aperta. Attendevo, seduto sui comodi divani in pelle nella sala d’attesa, sbirciando distrattamente il televisore, quanto all’improvviso vedo alcune persone muoversi e venirle incontro. E lei, pacatamente, come se fosse la cosa più normale del mondo, l’informa sommariamente dell’operazione, oltremodo difficile, e li fa accomodare nel suo studio. Sono quindici giorni che “pellegriniamo” al Rummo e mai termine fu più appropriato perché scopo di ogni pellegrinaggio non è il cammino in sé ma collimare la nostra volontà con quella di Chi governa i nostri passi. Mi occupo di teologia e non a caso uso il termine “miracolo” per ringraziare il Signore, e lei, suo strumento, per aver voluto restituire mia cognata ai suoi affetti più cari. Ma stazionando fuori dalla Sala di Rianimazione, nei corridoi, nei reparti del padiglione Padre Pio, una cosa mi sembrava ancora più “miracolosa”: il volto sereno dei parenti, degli amici, di chi pensava di condividere un dolore e se ne andava carico di umanità. A questo punto potrei tacere e lasciarla con un caloroso e sincero grazie, ma «il silenzio è necessario in molte occasioni, ma bisogna sempre essere sinceri; si possono tenere per sé alcuni pensieri, ma non bisogna mai mascherarne nessuno; ci sono modi di tacere senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza sembrare cupi e taciturni, di nascondere certe verità senza dissimulare con la menzogna» (cf. Abate Dinouart, L’arte di tacere). Sento, dunque, l’urgenza di informare la Direzione dell’Ospedale e i miei lettori che mentre i media stanno speculando sull’ennesimo caso di malasanità, in Meridione, c’è qualcuno che ha ridato vigore al nome della città che ospita l’Ospedale “Rummo”: Ben-evento.

Professore lei si schernirà obiettando che è il suo lavoro, il suo dovere, la sua missione, ma ho scoperto che lei, nel buio totale, quando i parenti non osano pronunciare quella malattia che si annida in noi e ci divora dall’interno, lei presenta loro l’ultima dea del vaso di Pandora e li esorta a sperare, a volte, contro ogni speranza! È doveroso, per me, ricordare che «importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo; bisogna fare piccole cose con grande amore» (Madre Teresa di Calcutta). E lei, professore, testimonia il suo amore per coloro che le sono affidati con parole che vengono da lontano: il primo termine dell’Antico Testamento che indica la misericordia è rehamîm, “viscere”: con questa parola, si allude al sentimento intimo e profondo che lega due esseri per ragioni di sangue e di cuore, come avviene nel rapporto d’amore fra genitori e figli, o in quello tra fratelli. Questo amore tutto gratuito corrisponde ad una necessità interiore, ad un’esigenza del cuore, possiamo dire che lei non ne può fare a meno, ma il secondo termine hesed designa “bontà”, “pietà”, “compassione”, “perdono” e ha per fondamento la fedeltà: Dio è fedele a sé stesso e mantiene la parola nonostante tutto; e lei con la sua storia personale ha ben dimostrato cosa significa “andare avanti”, nonostante tutto e tutti.

«L’uomo è uno scolaro e il dolore è il suo maestro» (Gandhi). Ma con l’aiuto di Nino Salvaneschi, preciso: l’amore è un mistero, il dolore è un mistero, la fede è un mistero. Saper amare vuol dire ritrovarsi, saper soffrire trasformarsi, saper credere illuminarsi. L’amore è un misterioso fluido che trasfigura vite e destini. Il dolore è un misterioso invito a dare una nuova luce al nostro destino. La fede è un misterioso anelito che spinge i mortali verso l’Eterno. Amore e dolore danno calore e senso alla fede. Del resto, senza amore qualsiasi religione sarebbe vana e senza dolore qualunque suo insegnamento privo di frutto. Amare è una gioia, soffrire una virtù, credere una forza. Ogni anima anela a possedere la fede ma nessun uomo, senza l’aiuto dell’Altissimo, può trasmetterla al fratello. Ognuno di noi è solo un mendicante che tende la mano a chi passa e parla a tutti col suo povero cuore, perché la fede, parafrasando Agostino, è la nostalgia del Cielo che abbiamo perduto. Ogni esistenza è una prova che si trasmuta in armonia e tende ad elevarsi in preghiera. Così, per tutti, la vita è un mistero eroico, lirico e mistico. Ogni esistenza cerca l’amore, trova almeno una sofferenza e anela alla fede. Così ogni vita, ognuno di noi, è l’incarnazione di un rosario recitato a Dio. Ogni vita è un Mistero gaudioso, doloroso e glorioso. Ognuno di noi possiede la parola magica, l’abracadabra, l’apriti sesamo, dello scrigno della vita, e forse non se ne ricorda. La conosce chi ama. Ancor di più, forse, chi soffre. Ma, di certo, la possiede chi cade in ginocchio e prega dopo aver amato e pianto.

Professore, seppure in modo virtuale, mi permetta di stringerle la mano e dirle il mio, il “nostro” grazie, a lei, all’Equipe del dott. De Blasio del reparto Rianimazione, encomiabile per professionalità e umanità, e a tutti coloro che collaborano con lei: i dottori, Dicuonzo, Frattolillo, Russo, Ponzano, Marzullo e Della Vittoria.

Ad maiora, Aniello Clemente.

W l’amore…

fata2Amano davvero quelli che tremano a dire che amano (Sydney Ph.).

Prendo spunto dal Piccolo Principe. Nel capitolo sette ci sono due frasi che ci indicheranno il cammino: «… se la pecora mangia il fiore, è come se tutte le stelle si spegnessero», «… Il paese delle lacrime è così misterioso». Il capitolo sette e quelli successivi descrivono il rapporto del protagonista col suo fiore come segnato dal timore, da una preoccupazione. Questo ci dà la prima connotazione o una prima riflessione sull’amore: l’amore ci fa preoccupare: chi non si preoccupa non ama! Nella misura in cui abbiamo grosse preoccupazioni, amiamo molto. Noi non soffriremmo se non amassimo. Il dolore è conseguenza dell’amore. Una persona che non soffre, che non si preoccupa, non ama. Più si ama, più si soffre, più si è in apprensione. “Se la pecora mangia il fiore, è come se tutte le stelle si spegnessero!”. Cioè niente ha più senso. Allora è come se tutto il creato, tutto quello che vediamo, che facciamo, che pensiamo, che progettiamo, fosse legato all’oggetto del nostro amore. Allora adesso capiamo meglio il perché di certe reazioni davanti alla partenza di una persona amata, quelli che dicono: “La mia vita non ha più senso!” Eppure il sole continua a sorgere e a tramontare, le stelle a brillare, i fiori a fiorire, le stagioni a vivere, ma è come se tutto questo non accadesse più. Perché c’è un modo di vedere la realtà e questo modo è sempre connotato dall’amore, cioè è impossibile che noi vediamo se non attraverso le lenti dell’amore, sul come l’amore trasfigura le cose. Una realtà può essere fredda o calda, bianca o nera, di questo o di quel particolare, ma per chi ama tutto questo è irrilevante: se basta che un fiore scompaia e si perde tutto. Questa è la preziosità dell’amore nella nostra vita. L’amore non è un accessorio, un optional, il dramma che possano spegnersi tutte le stelle se viene meno l’amore, se si spengono gli occhi della persona amata, è una realtà! Noi guardiamo con gli occhi della persona che amiamo. Se amiamo molto, il mondo ha un grande significato, se non amiamo il mondo è assurdo. Ma, a volte, non è “Atrophos”, a tagliare il filo del nostro amore,  spesso, sembra inconcepibile, ma siamo noi, proprio noi, a distruggere l’amore. Dobbiamo fare il mea culpa, quando le cose non vanno bene. L’amore è come la bellissima statua del “Cristo velato”. L’amore è come un velo che avvolge la realtà, ma, attenzione, il velo e la realtà sono tutt’uno. Quando si rafforza un’amicizia, un fidanzamento, quando ci siamo sposati abbiamo erroneamente pensato che tutto era a posto, ormai la moglie è moglie e il marito e marito. Perché troppi matrimoni vanno a rotoli? Perché non è mai un vero e proprio tradimento alla base di tutto. Inizialmente cominciano a venir meno le sfumature e quindi si danno per scontate molte cose. Di solito di una sfumatura nessuno mai si accorge, ma quando ad assenza si aggiunge assenza, a silenzi, altri silenzi… arriva la freddezza, improvvisa, imbarazzante, indecifrabile: “…mio marito non mi dice più niente…”, “…mia moglie non mi capisce…”. E così si arriva all’indifferenza, dimenticando i primi sussulti d’amore, il perché solo quella persona, ci disse qualcosa un lontano giorno, perché vivevamo solo in funzione di lei ed i minuti trascorsi senza, sembravano ore, giorni. Ma, ancor di più,  dimenticando che ogni vita è mistero illuminato dall’amore, vivificato dal dolore, illuminato dalla speranza. All’improvviso esplodono i difetti di ognuno. Come possiamo misurare l’amore? Semplicemente costatando la misura in cui i difetti dell’amato sono accolti, accettati, addirittura, oserei dire, cercati, desiderati, allora siamo nell’amore autentico. Viceversa nella misura in cui i difetti cominciano a pesare e li facciamo notare: “tu sei così…”, “sei sempre la solita…”, e, quindi, diventano motivo di tensione e di divisione, l’amore è in calo. “Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie”. Con una celata poesia il piccolo principe ci vuole dire: “Avrei dovuto indovinare che dietro a questo difetto, c’era qualcosa di profondo, cioè mi voleva bene, ed io gli ho voluto bene”. Pensate alla persona che amate di più. Se i suoi difetti vi sembrano addirittura simpatici, allora siete su un’ottima strada. “In certe situazioni mio marito è peggio di un bambino…”. Questa espressione nella misura in cui genera tenerezza, siamo nell’amore; cioè un difetto, (perché lo è!) viene assunto in una visuale tutta diversa, è trasfigurato dall’amore: un difetto diventa un pregio. “Se mia moglie non avesse quel difetto non l’avrei sposata”, cioè un difetto che diventa elemento caratterizzante di una persona. E quella persona, coi suoi difetti, dà un senso alla nostra vita. Possiamo dunque dire che una vita senza amore è un vita insulsa. L’amore è una realtà per poeti, perché i poeti amano e chi ama è poeta per sempre. Quando l’amore ti mette le ali puoi anche volare lontano da lui, ma non staccarti da lui. L’uomo è un mistero, perciò l’intero suo essere tende alla ricerca del proprio destino rivelatore. Molti moti del nostro cuore sfuggono alla logica. Molti sentimenti della nostra anima ci trasportano in sfere che non conosciamo. Molte aspirazioni della nostra coscienza ci provengono da profondità che ci stupiscono. Ogni vita è un mistero, ogni uomo è un mistero e bene dicono i saggi indiani: “Io so, poiché ho cercato per imparare ciò che è scritto nell’invisibile”. Allora tutti possiamo chiudere gli occhi per vedere un poco di più dentro di noi. Ci accostiamo all’amore, ne vogliamo parlare, ma ancora non sappiamo cos’è! Forse Gibran ci può aiutare un poco: «Quando l’amore chiama seguitelo, anche se le sue vie sono ripide e dure. E quando le sue ali vi avvolgeranno , abbandonatevi, anche se una spada nascosta tra le penne potrebbe ferirvi. E quando vi parla credete in lui, anche se la sua voce può disperdere i vostri sogni come il vento del nord che devasta il giardino. Perché l’amore come vi incorona vi trafigge. E come vi fa crescere così vi poterà… L’amore non offre niente, solo se stesso, e non possiede niente, solo da se stesso. L’amore non possiede e non vuole essere posseduto, perché l’amore basta all’amore. L’amore non ha altro desiderio che di compiere se stesso…». L’amore è un vago affiorare di un sogno cullato da ogni cuore ed anche per il piccolo principe, l’amore per la sua rosa è la bella favola che incanta ogni mattino e dà la nostalgia a più di una sera, ripete il motivo con un invito al ritornello. Il travaglio che muta l’amore dei sensi in amore spirituale, è la storia di tanti incontri, di tante coppie, di tanti destini. Talvolta l’amore può essere un’invocazione all’eterno. E in quel momento fugace del piacere che dà la sensazione dell’incursione nell’infinito, le labbra ripetono parole mozze con il segno dell’ansia e del volo: “Mi amerai sempre?”. “Sempre! Per tutta la vita”: E la parola sempre balbettata inconsapevolmente come un giuramento sfida l’eterno, perché l’amore anela a non morire. Ma solo quando l’amore riesce a svincolarsi dal piacere e a liberarsi dalle passioni, può attingere i cieli sovrani delle dedizioni spirituali dove l’anima che ama meglio indica all’anima la via per salire più in alto ancora. Così, appena le labbra divenute consapevoli imparano le parole più nobili e più difficili dell’amore, il tempo terreno sembra troppo breve per la favola incantata e la Terra troppo angusta per racchiudere il sogno. E la canzone che ha cullato i cuori sospinge le anime innamorate verso il mistero di Dio. So di non essere stato esaustivo sull’argomento, ma, d’altronde, ognuno di noi possiede la “sua” verità sull’amore. La parola definitiva la potremmo trovare nell’amore oblativo, disinteressato, nell’amore dei genitori verso i propri figli, nel dare senza aspettarci nulla in cambio. A mia moglie, alle mie figlie e ai miei generi, a tutti voi, auguro una vita piena di gioia e serenità, scandita dalla dolce melodia dell’amore.

pensiero del giorno

buon pastore
Sentiamoci abbracciati dall’amore di Cristo…

Fate che non solo all’interno, ma anche all’esterno si veda che portate l’immagine di Gesù Cristo (San Paolo della Croce)

Let that not only inside but also outside see you bring the image of Jesus Christ.

Laissez que non seulement à l’intérieur mais aussi à l’extérieur voyez vous apporter l’image de Jésus-Christ.

Vamos, que no sólo dentro sino también fuera ves lleve la imagen de Jesucristo.

A Rosanna…, e a tutti i sofferenti

Cristo morto
Wolf Huber, Compianto del Cristo morto, 1524, Parigi, Museo del Louvre

Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina ma nasca dalla carne (Emmanuel Mounier).

È questo il senso pieno del mistero pasquale a cui bisogna partecipare per superare alla radice il male e la sofferenza: «È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22). L’anima è sempre assetata di mistero e il mistero l’alimenta di continuo. L’homo religiosus et symbolicus crede sempre che esista una realtà assoluta, il sacro appunto, che trascende il mondo in cui viviamo ma che vi si manifesta e, in questo modo, lo santifica e lo rende reale. Certo, già dalle più lontane notti dell’umanità l’anima deve essersi chiesta il perché di tanta fatica mortale. Senza dubbio uno dei primi gesti umani è stato quello di mettersi in ginocchio per salutare ad ogni aurora il sole nascente come il dio che feconda la terra. La storia delle religioni dimostra che la fede è un istinto come il respiro e il canto. Ma dai riti cruenti dei Maya che, in un’unica volta, sacrificavano al dio Sole 70.000 esistenze, a Cristo che muore per ridare la vita all’intera umanità, il travaglio dello spirito religioso del mondo è stato grande e arduo. E prima di conoscere la sorgente, l’anima ha avuto tante volte paura di morire di sete. La fede è il brivido che dall’aurora dei mondi percorre tutte le contrade della terra per dare ad ognuna l’anelito del cielo. Così, dalla poesia delle leggende, alla verità del Cristo, l’umanità canta la speranza immortale[1]. Ma ciò che il cristiano “vede“ nella passione di Cristo è in antitesi con qualsiasi concezione di bello che riesce a formulare. Il culmine della rivelazione cristologica, fondamento della fede cristiana, definitivo apparire della gloria di Dio per l’uomo, è provocazione al nostro modo d’intendere il Bello. Questa forma che si presenta come canone estetico per l’apprezzamento cristiano del mondo, degli uomini e di Dio, contraddice quel senso spontaneo del bello che gioca un ruolo non marginale per lo sviluppo della conoscenza e per l’affinamento del desiderio. Il Crocifisso, innanzitutto, vertice della rivelazione cristiana, è tutt’altro che affascinante. La morte di Gesù in croce venne decretata come morte ignominiosa e come tale fu percepita. Nudo e sfigurato, esposto al pubblico ludibrio, Gesù in croce non ha alcun tratto di piacevolezza, come aveva annunciato il profeta Isaia: «non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna» (53,2-3) e gli evangelisti non cercano affatto di nasconderlo. Al più poteva suscitare compassione, ma questo non fa che aggravare la questione: di un Dio non si dovrebbe provare compassione! In ogni caso la croce era un macabro patibolo, Gesù crocifisso era motivo di «scandalo per i Giudei e stoltezza per i Greci» (1Cor 1,23-24). È dunque ampiamente giustificato il tempo che dovette trascorrere prima che il crocifisso si affermasse come segno di identificazione dei cristiani. Per il cristiano non c’è una verità di Dio nascosta, tenuta celata, sottratta: tutta la verità di Dio è nudamente esposta nel Figlio, a costo di essere dileggiata e vilipesa. La verità di Dio, la verità dell’uomo e del mondo, è tutta esposta qui. Questo è scandaloso, è paradossale, contraddice lo spontaneo senso religioso. Di fronte al Crocifisso il senso comune non può che coprirsi la faccia e il senso religioso non può che patire scandalo. La testimonianza della Scrittura evangelica è tessuta intorno all’Ora della croce: lì la rivelazione cristiana realizza la propria forma compiuta; l’insuperabilità di tale compimento è sancita dai racconti delle apparizioni del Risorto, mentre i racconti dell’Ultima cena ne esplicitano l’eloquenza. Proprio lì, dove lo sguardo comune non può che riconoscere una truce esecuzione capitale, l’assenza di ogni potere divino, la fine di ogni velleità umana e la conseguente dissoluzione di ogni speranza, la fede cristiana realizza il suo esatto profilo. Vedendo come Gesù era morto il centurione fa la sua professione di fede: «E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39); Ma, ancora, sulla croce il discepolo vede risplendere la gloria di Dio: «Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26), «Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare. Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse» (Gv 17,4-5), contempla la consumazione dell’unione sponsale tra il bellissimo Figlio della Vergine: «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3) e la Sposa. Ma perché mi ostino a parlare di bellezza a proposito dell’Uomo della croce? Che cosa ha a che fare col kalós e con la gloria la forma della verità che lì si rivela? Realmente l’Uomo della croce è brutto, anzi bruttissimo. Lì infatti si compie la kénosi, la spogliazione del Figlio di Dio che ha assunto la natura umana sfigurata dal peccato, fino all’assurda violenza della morte. Lo sguardo cristiano si dischiude proprio nella visione dell’Uomo della croce, lì i sensi dell’uomo incominciano a godere della rivelazione di Dio e quindi a percorrere la via del riscatto della propria ottusità, la via della redenzione e della conversione. Davvero dunque «questo è l’uomo», ecce homo: qualcosa di fronte alla quale viene da coprirsi la faccia, se ben si osserva, a dispetto di tutta la baldanza orgogliosa e permalosa con cui viviamo la nostra vita e meniamo vanto del nostro tempo «civile», della sua intelligenza disincantata, della sua emancipazione. Dire che il Figlio si è caricato dei nostri peccati comporta che ha fatto propria la condizione di dissomiglianza che ci caratterizza. Il Dio cristiano professa la sua prossimità all’uomo così brutto. Per il Figlio dell’uomo così brutto c’è posto nell’intimità divina, nell’identità stessa del Dio trinitario. Per l’uomo che ha creato capace di Dio, capace della familiarità trinitaria, il Dio trino nella sua comunione è capace dell’uomo così come lo trova al fondo della sua derelizione, sul ciglio della strada che scende da Gerusalemme a Gerico. Se bellezza non è, superficialmente, ciò che gratifica la vista, ma è splendore della verità affidabile, questo è bellissimo. Questo è lo splendore del kalós cristiano. Questa verità di Dio che risplende, che si manifesta proprio nella bruttezza dell’uomo assunta per amore nell’intimità trinitaria, è bellezza assoluta, è la bellezza per eccellenza, fondamento e compimento di ogni cristiana comprensione della bellezza. Bellezza che ricostituisce i sensi dell’uomo grazie ad una rinnovata, redenta capacità della coscienza di riconoscere il senso della verità. Questo redime il mondo dalla regione della dissomiglianza proprio redimendo l’uomo, riscattando i suoi sensi dall’ottusità del peccato. La bellezza del Re Messia è stata maturata nella sofferenza. È sulla croce che Cristo rivela la sua Gloria. Per il Vangelo di Giovanni la croce è il momento dell’esaltazione. L’uomo dei dolori viene trasfigurato a Pasqua dall’intervento del Pa­dre. La bellezza di Dio si manifesta perciò nell’umiliazione e la bellezza dell’uomo non esiste senza Dio. L’uomo Dio fa la sintesi tra il cielo e la terra. Il servo che non aveva “né ap­parenza né bellezza” vuole la sua sposa, la Chiesa, risplen­dente di bellezza. Come l’amore, la bellezza si conquista con grande lotta.

E, allora, Rosanna, credimi, adesso sei molto più bella!

[1] Cf. N. Salvaneschi, Saper credere, dall’Oglio editore, Milano 141968, 24.

pensiero del giorno

buongiorno4Quando l’uomo fa dal canto suo tutto ciò che sa e può, nel restante deve gettarsi nel mare della misericordia di Dio (San Crispino da Viterbo).

Cuando el hombre hace su parte todo lo que sabe y puede, en el resto debe arrojarse al mar de la misericordia de Dios.

Quand l’homme fait sa part tout ce qu’il sait et peut, dans le reste doit se jeter dans la mer de la miséricorde de Dieu.

When man does his part everything he knows and can, in the remainder must throw himself into the sea of God’s mercy.

buon giorno

‘Stu core analfabeta tu l’hai purtato ‘a scola

e s’è ‘mparato a scrivere e s’è ‘mparato a leggere

sultanto ‘na parola: «Ammore»

e niente cchiù.

Ammore, Ammore mio, si’ tu

femmana amata,

passione,

passione ca ‘a ‘sta vita dai calore.

Quanno te vaso a vocca avvellutata,

chesto velluto m’accarezza o core.

‘Stu core

ca tu pa’ ‘a mano l’hai purtato a scola

e s’è ‘mparato a scrivere

e s’è ‘mparato a leggere:

«Amore»

e niente cchiù.

TOTÒ, Core analfabeta, dal film Siamo uomini o caporali.