2. Entrata a Gerusalemme: Ushpizin e lulav: gli ospiti d’onore e i quattro rami agitati

Secondo lo Zohar (il Libro dello Splendore) quando gli israeliti lasciano la casa per andare nella sukkah scende su di essi la Shekkinah, e con lei i sette Patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Giuseppe e Davide che incarna tutta la speranza e l’attesa messianica. Esiste l’usanza di preparare nella sukkah un divano foderato di bianco su cui giacciono dei libri santi: è il posto riservato agli Ushpizin, gli invitati d’onore. Come i Patriarchi fecero l’esperienza di una vita di peregrinazioni e lasciarono le loro case per volere di Dio, così i loro discendenti abbandonano le loro case per abitare nella sukkah e gioiscono nell’accogliere simbolicamente questi ospiti illustri.

lulavIn epoca biblica il popolo con la cerimonia del lulav chiedeva a Dio il dosaggio della pioggia. Tutte le mattine, per i sette giorni di Sukkoth, i figli di Israele salivano al Tempio agitando quattro specie di piante e cantando l’Hallel. La mịswah di prendere il lulav è prescritta nella Torah in Levitico 23,40. Secondo la tradizione ogni ebreo prende con la mano destra un lulav (ramo di palma), tre rami di mirto e due rametti di salice di torrente, con la mano sinistra l’etrog (cedro). Quando si afferrano le quattro specie si pronuncia la benedizione del lulav e si agitano i rami verso i quattro punti cardinali e verso l’alto e verso il basso (in onore di Dio creatore). Il lulav deve essere bello così che colui che compie questo rituale possa davvero celebrare Dio e proclamarne la bellezza e le lodi agli abitanti della terra. Le piante devono essere fresche, senza traccia di essiccamento e non devono essere spezzate poiché una pianta secca viene considerata morta e «non i morti lodano il Signore…, ma noi viventi» (Sal 115,7). Nei rami uniti i saggi d’Israele hanno visto un’immagine dell’unità di Israele. Il cedro che è profumato e il cui frutto ha un ricco sapore, rappresenta l’élite di Israele che spande il profumo della Torah e le cui opere sono buone. Il ramo di palma che non è profumato ma porta frutti prelibati, rappresenta le persone che ignorano la Torah ma che si consacrano alle buone azioni. Il mirto che è profumato ma non ha frutti commestibili simboleggia coloro che conoscono la Parola di Dio ma non la mettono in pratica. Il salice senza aroma e senza frutto rappresenta coloro che non conoscono la Torah. Agitando i rami ogni ebreo pensa: “Signore, accettaci come siamo e proclama la solidarietà fra tutte le parti del popolo il quale deve formare un solo corpo dove le virtù degli uni sopperiscono alle lacune degli altri”. Kol Israel ḥaverim! In Israele tutti sono fratelli! Grazie a questa unità, il Nome del Signore verrà santificato. Secondo il Midrash Rabba di Levitico 30 le quattro piante possono simboleggiare anche il corpo umano: la palma è l’ossatura, il cedro il cuore, il mirto l’occhio umano e il salice la bocca: tutte le membra umane possono cantare la gloria di Dio[1].

[1] Cf. Frère Ephraïm, Gesù Ebreo praticante, Àncora, Milano 1993, 293-294.

1. Entrata a Gerusalemme: Sukkoth (Festa delle Capanne)

Accogliendo l’invito del Sig. Alessandro Lauro, che desidererebbe vedere nelle ricorrenze, “celebrazioni” ed evocazioni del Triduo pasquale una più accorata partecipazione di popolo e comprimari (specialmente nelle Processioni…), cercherò di scrivere della bellezza della Liturgia pasquale che ha origini lontane, da scoprire, da “assaporare” per essere degni di celebrarla scoprendo la nostra dignità di re, profeti e sacerdoti!

festa delle capanneNel Midrash troviamo un primo riferimento alla sukkah (tenda, riparo), quando Abramo ospita gli angeli che gli fanno visita, ma già in precedenza Dio, dopo aver creato l’uomo, lo mise in piena luce e indietreggiò un po’ coprendolo con la sua ombra perché potesse sopportare la gloria della sua presenza. Dio è per l’uomo la sukkah autentica, la tenda divina che si è lasciata vedere e toccare nel Figlio incarnato: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14) letteralmente «piantò la sua tenda» (eskénosen, da skéné, tenda). Gv 7,2: «Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne». Fra le feste di pellegrinaggio, Sukkoth, la più popolare, è la “Festa” per eccellenza: periodo di gioia, di esultanza spirituale in cui si è riconciliati con Dio, nell’esultanza della natura. Dimorando per sette giorni in fragili capanne Israele commemora la protezione divina che li accompagnò nell’Esodo dall’Egitto come unico punto di riferimento e di speranza. Questo è il senso del “memoriale” che impone di lasciare i propri agi per entrare nella sukkah (la tenda). Entrando in una capanna l’ebreo entra nella gioia ricordandosi delle “meraviglie” operate da Dio nel deserto. Sukkoth è la festa della liberazione dalla schiavitù, si forma l’esperienza della fiducia in Dio, di dimorare all’ombra della Shehhinah: «Li ho fatti abitare in tende: Il Targum ci insegna che questo significa: Nella nube ho fatto abitare i figli di Israele» (Ono. Lev. 23,43). Ogni ebreo entra nella propria sukkah perché Dio stesso, lasciando la sua dimora celeste, scese nella nube: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora» (Es 40,34). La tenda deve essere costruita seguendo precise indicazioni: non bisogna usare materiali di odore sgradevole o foglie che secchino presto perché la sukkah deve essere piacevole ad abitarci, accogliente; usare solo materiale di origine vegetale non destinato ad altri scopi come rami, paglia, canne e non si possono usare assi, perché il tetto deve ricordare una capanna di rami, deve proteggere solo parzialmente poiché solo Dio è il nostro rifugio. Il tetto deve lasciar trasparire il cielo, lasciare filtrare la luce, evocare la nube dell’Esodo. La prima sera della festa nella sukkah è obbligatorio il pasto da consumare dopo che sia scesa la notte. Anche se piove, dopo aver recitato il qiddush (la benedizione) bisogna mangiare almeno un boccone. Per tutta la durata della festa è obbligatorio mangiare nella sukkah almeno un pasto regolare al giorno, la tradizione consiglia di fare quattordici pasti, due al giorno. Se mangiarvi è importante lo è di più il dormirci tutte le sere. I malati, la moglie e i figli piccoli possono farne a meno, il padre, tuttavia, dovrà educare i figli, fin da giovanissimi, a mangiare nella sukkah. La vita terrena è una «tenda» (cf. 2Pt 1,13-15), il cui carattere precario deve aiutare l’uomo a vegliare, i rami ricordano che «l’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo», come dirà Stefano a proposito di Gesù (cf. At 7,48)[1].

[1] Cf. Frère Ephraïm, Gesù Ebreo praticante, Àncora, Milano 1993, 288-292.

V Domenica di Quaresima

vangelo del giorno1
I Greci dissero a Filippo: “Vogliamo vedere Gesù”. Che ognuno di noi sia prisma dell’adorabile Luce…

Questa Domenica di Quaresima ci invita a prendere coscienza di un fatto capitale: la natura del rapporto con Dio è determinante per la nostra esistenza. Se scopriamo che Dio è amore gratutito e misericordioso il nostro cuore viene trasformato e convertito. Questo è il frutto della “Nuova Alleanza” di cui Geremia sentiva la necessità e che aveva il coraggio di annunciare. Questa è la realtà vissuta da Gesù, ci lasceremo sedurre da essa? Se “sì”, allora la nostra morte diventerà sorgente di vita.

Prima Lettura (Ger 21,31-34)

Si sta avvicinando la fine del regno di Giuda, Geremia intuisce con angoscia il disastro imminente. Comprende che esso rivela il fallimento dell’alleanza mosaica, che non è riuscita a trasformare il cuore dell’uomo. Oltre la catastrofe, intravede un rinnovamento radicale: nella nuova alleanza Dio sarà finalmente conosciuto per quello che è. La Legge cesserà di essere un’imposizione, diventerà espressione della risposta d’Israele alla misericordia di Dio.

Seconda Lettura (Eb 5,7-9)

Volendo mostrare come il Cristo ha realizzato pienamente ciò che era solo adombrato nell’Antico Testamento, l’autore della Lettera agli Ebrei sottolinea l’obbedienza di Gesù in mezzo alla prova. La sua sottomissione, tuttavia, è totalmente diversa da quella dello schiavo. In lui il desiderio fondamentale di salvare la propria vita lascia spazio a uno slancio di amore. Attua così ciò che la Legge esigeva e che nessuno aveva potuto fare rima di lui.

Vangelo (Gv 12,20-33)

Di fronte alla morte, il Cristo ha conosciuto il sussulto istintivo della paura. Ma, nella profondità del suo essere, vedeva nella sua passione un dono di amore che rispondeva a quello del Padre. La morte di Gesù sarà così l’affermazione del regno dell’amore. Manifesterà la gloria divina che dalla croce si diffonderà nel mondo, risvegliato finalmente alla comprensione della verità divina.

Auguri ai papà e…

pace a voi
Così sussurra Gesù a quanti stanno soffrendo in questo momento…

Ho sempre sostenuto che per vivere meglio il passare dei giorni bisognerebbe farsi un giro in qualche ospedale e, attingendo al dolore altrui, sopportare meglio le proprie difficoltà. Purtroppo anche se non rientra nei nostri propositi è la vita stessa ad obbligarci a farlo e proprio ieri sera ho trascorso in ospedale del tempo con due mie carissime amiche. La “Festa del papà” è anche omaggio alle mogli e madri che si celano dietro di loro e, dunque, cercherò di unire le due cose prendendo spunto proprio da un commento che pubblicai tempo fa a margine dello spettacolo l’«Eterna giovinezza» coreografato e diretto da una di queste mie due amiche. Sarà dura rendere in poche parole il dramma che sempre accompagna l’uomo, cercato quasi di rendere tangibile da Goethe, sant’Agostino ed altri. Ma la lotta fra l’uomo ed il lento scorrere della sabbia nella clessidra: il Tempo, cesserà solo quando l’Alfa e l’Omega saranno un tutt’uno. «Se continuerà ad amare, anche il vecchio morrà giovane!». Certo non è facile continuare ad amare quando la vita si fa sempre più difficile. Non è facile mettersi in un  angolo per dar spazio a quanti ci circondano. Non è facile veder crescere i figli e vedere la loro ombra allungarsi giorno per giorno, sapendo che scomparirà in un alba che ce li porterà via, verso nuovi orizzonti. Non è facile spezzarsi la schiena tutto il giorno per uno stipendio sempre più magro e far quadrare i conti che non quadrano nonostante le nostre piccole rinunce. Non è per niente facile vivere un lutto, un dolore, in questa società sempre più distratta, sorridere ai familiari, agli amici, ai colleghi, sorridere… sorridere, con la morte nel cuore! Ed ecco che un giorno, come Maggy, (la protagonista dello spettacolo), ci viene la voglia di fare i conti con il nostro passato, strappare foto e tele che ritraggono ciò che più non siamo. Vorremmo vendere l’anima al diavolo per uno spicchio di vita più felice, senza preoccupazioni, senza dolori. E, in questa foga distruttiva, ci capita fra le mani la foto di quando eravamo incinta, o del giovane papà che lancia in aria il suo cucciolo d’uomo, indifeso, e le sue manine che attanagliano i polsi del padre. E il nostro cuore che conosce segretamente il lento scorrere dei giorni e delle notti, si placa! E il nostro orecchio ascolta i suoi battiti, e la nostra anima si schiude come rosa baciata dalla rugiada. Ricordi piacevoli lottano fra di loro per ricordarci che siamo ciò che abbiamo vissuto, e lo specchio dell’anticamera ci accoglie come un vecchio amico, per dirci che quelle piccole rughe che fanno capolino, sono il segno della nostra vita, della nostra saggezza, e che saremo eternamente giovani fino a quando  avremo un cuore pronto a donare, fino a quando riusciremo a godere di tante piccole cose. Non ho nulla contro la chirurgia estetica o il botulino, ma di certo mi scaglio contro chi pretende di darci come modelli uomini e donne «ex novo», cioè ri-fatti da capo a piedi. So che fra le mie accanite lettrici ve ne sono di “belle”, ma io so, per certo, che siete tutte belle, il vostro botulino è il duolo quotidiano dell’essere mogli, compagne, madri, essere presenza importante per chi vi sta a fianco. Da dove attingo questa sicurezza? Guardatevi attorno, aprite un giornale, a guardar bene le più importanti first ladies ci si accorge che non sono delle vere e proprie siluette: Sarah Brown e Michelle Obama hanno il fianco abbondante e il polpaccio robusto. La signora Svetlana Medvedeva è di sicuro una 46 e che dire della Merkel? Confrontate ora queste signore con le modelle anoressiche che sono l’ideale delle nostre figlie. Ebbene, per diventare una delle donne più potenti del mondo non serve assolutamente avere una taglia 38! Forse, basta essere come Maria e Raffaella: piccole donne dal cuore grande…

pensiero del giorno

amore 2
Una semplice frase, detta col cuore, può rompere la monotonia di un rapporto…

La gioia dipende dall’amore. Se avrete un grammo di amore, avrete un grammo di gioia. Se il vostro amore supera ogni misura, così sarà anche la vostra gioia (John Wu).

La alegría depende del amor. Si usted tiene una onza de amor, usted tendrá una pizca de alegría. Si su amor más allá de toda medida, por lo que será su alegría.

Ma come si fa a misurare l’amore? Un amore che si “misura”, si “pesa”, ha già smesso di essere tale! So solo che la mia gioia è sconfinata perché tale è il mio amore per te.

pensiero del giorno

il figliol prodigo
Guardate le mani: la destra è femminile, simbolo dell’amore, della misericordia, di Dio per noi.

I tuoi propositi non siano come quei fuochi di bengala che brillano un istante per lasciare poi un tizzone nero e inutile che si getta via con disprezzo (Josemaria Escrivà de Balaguer).

Sus intenciones no son como esas luces de Bengala que brillan un momento para dejar luego un tizón negro e inútil que se tira con desprecio.

Fra poco saremo avvolti nella Luce della Pasqua, prepariamoci facendo deserto dentro di noi, come Nicodemo prestiamo ascolto a quello che ci dice il Signore: siamo stati salvati dal morso del serpente, dal Cristo innalzato per noi sulla brulla collina. Ma non lo dobbiamo cercare nella notte per paura di farci vedere con lui: chi non crede dimora nelle tenebre, odia la Luce, noi siamo “figli delle stelle”, fatti “poco meno degli angeli”. Coraggio, non c’è motivo per non correre felici nelle braccia del Padre…

pensiero del giorno

maniUna bussola non dispensa affatto dal remare (Maurice Nedoncelle).

Una brújula ninguna manera alivia la fila.

Pensavi, forse, che la fede ti avesse tenuta al riparo dagli affanni e dalla tentazione di mollare tutto? Come sai non è un parafulmine da aprire a comando ma la certezza di essere amata, sempre, anche quando difficile diventa la strada che ti porta dall’anziana madre che mette a dura prova la tua pazienza perchè l’età la fa regridire e i ruoli si invertono: tu la madre e lei la figlia da accudire. Come se non bastasse, accudire la famiglia, fare la spesa, rassettare la casa, recarsi al lavoro col sorriso sulle labbra…, e le ore non bastano per “staccare la spina”, per pensare un po’ a te, leggere un libro. Coraggio, riprendi a remare fissando sulla bussola il tuo “Nord”: l’Amore trinitario.