5. Il Triduo pasquale

Il mistero si manifesta attraverso gesti e parole. Per introdurci al Triduo pasquale poche parletture 4ole sulla Domenica delle palme. A Roma era chiamata Domenica di Passione altrove «Domenica delle palme». Nel 1956 fu chiamata «Domenica seconda di Passione, delle palme» e nel 1969 «Domenica delle palme nella Passione del Signore», riunendo due parti con origini diverse: la prima nasce a Gerusalemme (lo sappiamo dai Quaderni di viaggio di Egeria – IV sec.), la seconda dalla Liturgia romana e nel VII-VIII sec. i due elementi si fondono. Teodolofo di Orleans (consigliere di Carlo Magno, siamo verso la fine della liturgia gallicana) è l’autore dell’Inno della Processione delle Palme. Nel 1570 (dopo il Concilio di Trento) la processione si riduce dalla sagrestia all’altare: scompare la solennità, la celebrazione misterica diventa solo un fatto rituale. Dobbiamo riscoprirne il senso: è questa la prima processione in assoluto, non quella del Corpus Domini! È una processione gioiosa, dove si canta e si osanna a Gesù. Si agitano le palme (e non le bustine, il fedele non ritira un prodotto pre-confezionato). Se il segno non è vero, non passa (per questo una sola processione!). Tutti siano coinvolti, andiamo col Signore a Gerusalemme. La prima colletta richiama la benedizione e l’esultanza per la dimensione escatologica della liturgia pasquale. Facciamo Anamnesis e Mimesis: Memoria e Imitazione. Entriamo in Gerusalemme per morire e risorgere con lui. I colori sono rossi, prima del Vaticano II erano viola. I rami significano il segno anticipato della vittoria di cristo sulla morte (Pace e martirio). Si legge la Passio, preferire la forma lunga (il popolo si può sedere) questa drammatizzazione nasce dal fatto che prima era cantata e lo vediamo dalle iniziali che si riferivano a sigle musicali: C = cronista       (Celeretier + svelto); A = Sinedrio (Altus tono + alto); T = Il Signore (Tacite sottovoce).

Il Triduo della Passione e Risurrezione del Signore risplende al vertice dell’Anno liturgico. Dovrebbe essere palese ma alcune comunità celebrano il mercoledì, «l’aggadà»: la cena ebraica, motivandola come maggiore spiegazione della Liturgia del giorno seguente e una sorta di ecumenismo. Ma le buone intenzioni non servono, e poi che senso ha per un cristiano celebrare la Cena pasquale ebraica? Forse non tutte le partecipazioni eucaristiche ci riempiono di meraviglia e gioia e, forse, l’aggadà, fa fare un’esperienza nuova, più appagante, allora devo pensare che chi lo fa crede che quel rito ha qualcosa in è più dell’Eucaristia. Ma dobbiamo ricordare che quel rito appartiene ad una religione che lo considera qualcosa di estremamente serio, rivela una cultura ed invece viene svilito a spettacolino, diventa una falsità. Un ebreo non si sognerebbe mai di scimmiottare l’Eucaristia cristiana che deriva dall’aggadà. Preciso che l’aggadà è una nostra preziosa eredità e se ne dovrebbero spiegare gli elementi e i segni, ma Cristo è la nostra Pasqua, Cristo è stato immolato. Cristo, la nostra Pasqua porta a compimento la Pasqua degli Ebrei. Dice san Tommaso: «Ciò che è stato annunciato è accaduto veramente».

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