1. Domenica in albis: 1Gv 5,1-6: Cristiano? Amante!

letture 4
Siamo tutti “figli” nel Figlio!”

1Gv 5, 1-6: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama Colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato. Da questo conosciamo che amiamo i figliuoli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. Perché questo è l’amor di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Chi è colui che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figliuol di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e con sangue, cioè, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e col sangue. Ed è lo Spirito che ne rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità».

La domenica in albis (o della Divina Misericordia) è, nell’anno liturgico, la seconda domenica di Pasqua, cioè la domenica che segue tale solennità. La frase latina (vestibus) in albis  significa nella sua traduzione letterale in (vesti) bianche. Ai primi tempi della Chiesa, infatti, il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua, e i catecumeni indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua. Nel rito bizantino questa è la domenica di S. Tomaso. A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II la domenica è stata chiamata seconda domenica di Pasqua o domenica dell’ottava di Pasqua. Rallegriamoci per la risurrezione di Gesù che ci ha elargito l’amore misericordioso di Dio, e riflettiamo su che cosa vuol dire tutto questo per noi. Sappiamo che questo evento travolgente è il centro propulsore della nostra fede; san Paolo asserisce che senza questo non ci sarebbe il cristianesimo. Se Gesù non fosse il Vivente, la nostra fede sarebbe vana. La resurrezione di Cristo è un evento unico, ma bisogna trovare il modo di viverla ogni giorno. Per i primi cristiani, il modo più adatto per farlo era la vita comunitaria(cf. At 4, 32-35), noi cristiani che partecipiamo a molte riunioni, incontri, assemblee, sinodi, a volte restiamo chiusi in noi stessi, e siamo incapaci di capire che i molteplici carismi, dati da Dio quale segno di comunione e condivisione, non deve interpretarsi come segno di diversità e mezzo di divisione. Ciò che veramente importa è che questa fede non sia personale, intimistica. È vero che ci viene tramandata, ma l’accettazione nasce nell’intimo più profondo della coscienza, e si concretizza nell’accostarsi ad ogni fratello e sorella di qualsiasi età, cultura, condizione sociale, colore della pelle. L’amore è il perno sul quale ruota tutta l’opera giovannea. Tutti infatti, siamo figli di Dio e solo nell’amore ai fratelli, diventiamo a nostra volta capaci di essere fecondi. E questo è anche l’impegno di ogni comunità cristiana che voglia essere fedele al Signore. Fedeltà che mai avremmo pensato, dopo duemila anni, portasse ancora al martirio!

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