3. Riflessioni a margine del III Convegno su “Apocalittica e storia”

vangelo antico
Evangelario latino, Codex Palatinus 1589, ff. 43v-44r, fine del V secolo, Musei e collezioni provinciali, Castello del Buon Consiglio, Trento. I Vangeli purpurei di Trento trasmettono un testo latino antegeronimiano corrispondente a un’edizione dei Vangeli diffusa in Africa nel III secolo, che fu utilizzata da Cipriano.

La nuova religione

Questo clima di insicurezza, esteso a tutte le aree dell’Impero ebbe riflessi non secondari anche sugli aspetti più specificamente culturali. Non va dimenticato l’intenso fervore di dottrina che agita il Mediterraneo orientale, e soprattutto l’Egitto, in un periodo in cui i testi in lingua latina sembrano invece – eccezion fatta per pochi scrittori cristiani – ripetere stancamente motivi di epoche precedenti. Gli sviluppi della dottrina neoplatonica, che informerà gli ultimi secoli del paganesimo e lascerà tracce profonde anche nel pensiero cristiano, sono tra gli avvenimenti di maggiore importanza; ma va anche ricordato quanto forti siano diventate, col venir meno della pacifica serenità del II secolo e della sua fede nella tradizione, le istanze misteriche e la credenza in culti orientali. Si trattò di un rivolgimento religioso che investì, travolgendolo, l’antico paganesimo, progressivamente soppiantato dal culto di Mitra, da quello di Cibele, da quello di Iside, da quello solare, dal cristianesimo. Comune a tutte queste nuove religioni era la promessa di una salvezza futura, una prospettiva capace di garantire gli uomini dalle incertezze e dalle disgrazie del mondo terreno: tale redenzione non si basava su canoni razionali, ma su di una rivelazione fideistica che instaurava un rapporto individuale fra il credente e la divinità. Fra tutti questi culti il più rilevante fu senz’altro quello cristiano, che nel giro di un paio di secoli riuscì a prevalere su tutti gli altri, e si mostrò capace di produrre un’imponente letteratura, segnata da opere di assoluto rilievo, e d’importanza non soltanto teologica o religiosa. La cultura pagana non comprese, all’epoca, le particolari capacità di proselitismo e i caratteri peculiari che rendevano questa religione diversa dalle altre, più capace di offrire risposte alle esigenze avvertite dalle grandi masse: essa parve un culto superstizioso come tanti altri, magari con una strana ostinazione in più, per cui i suoi fedeli erano disposti ad affrontare persecuzioni anche dure pur di non rendere agli dèi dell’impero le prestazioni liturgiche consuete. Il cristianesimo invece si diffonde rapidamente in tutte le zone dell’Impero, e durante il II secolo diviene una componente decisiva nell’equilibrio delle forze. Nato come religione dei ceti subalterni (prevalentemente di quelli orientali, o tutt’al più di quelli inurbati della capitale), conta ora adepti in tutti i ceti della società, e soprattutto a Roma è riuscito a conquistare molte donne di famiglie ricche, le clarissimae feminae, che assicurano sostanziosi donativi e anche ascolto e prestigio perfino nelle fasce sociali più alte. Se in Oriente si afferma sempre più come corrente di pensiero, e dà vita a scuole filosofiche che raggiungono livelli tra i più alti nella storia della cultura del III secolo, in Occidente un certo ritardo nelle elaborazioni teoriche si accompagna ad una capacità organizzativa che impianta una struttura solida e capace di resistere alle ricorrenti persecuzioni del potere politico. Per tutto il secolo i rapporti fra le comunità cristiane e le istituzioni furono complessi ed ambigui: a periodi di tolleranza, in cui i procedimenti contro i Cristiani erano rari o del tutto assenti, se ne alternavano altri in cui i martiri erano all’ordine del giorno; inoltre, non tutte le zone e non tutte le classi erano investite allo stesso modo da queste ondate di violenza: se le vittime delle persecuzioni furono relativamente poche in Italia, e pochissime fra gli appartenenti ai ceti più alti, la situazione fu invece assai più drammatica in Africa, dove i vertici della Chiesa furono ripetutamente colpiti. Di qui anche le differenze di atteggiamento che i Cristiani mostrarono nei confronti dell’Impero e delle sue tradizioni: a volte più rigoristi e intransigenti, a volte più disponibili ad una “secolarizzazione” che sarà più accentuata nella capitale, i Cristiani, fra ortodossia ed eresie, coprono un ventaglio assai vasto di posizioni, con divergenze assai notevoli, ma ben spiegabili nella tumultuosa crescita di quegli anni. La loro letteratura costituisce comunque, a tutti gli effetti, il principale avvenimento culturale di un’età per il resto non molto ricca di significative personalità di scrittori o di importanti movimenti letterari, almeno nell’Occidente latino. Sia che i testi cristiani diano voce a ceti subalterni, prima esclusi dalla produzione di opere letterarie, sia che si rivolgano ai tradizionali gruppi colti, ma con obiettivi e messaggi nuovi, ci si trova sempre davanti a fatti dirompenti e rivoluzionari. Nel grande rimescolamento culturale e sociale di quegli anni, tra le migrazioni interne e le rapide ascese di alcuni ceti ai danni di altri, tra l’appannarsi degli ideali classici e l’emergere di preoccupazioni escatologiche (col preavviso di imminenti fini del mondo), la cultura cristiana diviene punto di convergenza di molte delle tradizioni disperse qua e là nell’Impero, costituendo un tratto unificante dei successivi decenni, atto a tenere ancora insieme una compagine statale turbata da tante vicende, ma tuttora sufficientemente solida per amministrare tutta l’area mediterranea ancora per più di un secolo. Siamo di fronte al passaggio del Vangelo di Cristo dal mondo ebraico-aramaico al mondo ellenistico tramite le lingue siriaca (aramaica), ma soprattutto greca (koiné) e latina. Si tratta di un fenomeno iniziato già con Paolo. I problemi ad esso connesso sono noti: è un periodo di lotte, di trasformazioni, di sviluppo continuo[1].

[1] Cf. Neunheuser, Storia della liturgia attraverso le epoche culturali, 45.

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