2. Il “bel” Pastore: via pulchritudinis

buon pastore
egò eimi o poimen o kalos: Io sono il pastore. il bello

Forse il più bel titolo cristologico: «Io sono il bel pastore». L’espressione greca utilizzata dall’evangelista (egò eimi o poimen o kalos) si potrebbe tradurre anche: “Io sono il modello del pastore”, infatti nel Vangelo di Giovanni, si presenta come il «Pastore bello». Egò eimi o poimen o kalos: unito al termine «pastore» l’evangelista Giovanni aggiunge l’aggettivo kalos (bello) che utilizza unicamente in riferimento a Gesù e alla sua missione: anche nella pericope delle nozze di Cana (cf. Gv 2,10) l’aggettivo kalos viene impiegato due volte per connotare il vino offerto da Gesù ed è facile vedere in esso il simbolo del vino buono dei tempi messianici. «Έγώ είμι ó ποιμήν ó καλóς· ó ποιμήν ó καλóς τήν ψυχήν αύτοῡ τίθησιν ύπἑρ τῶν προβάτων· “Io sono il pastore quello buono; il pastore quello buono la vita di lui pone per le pecore” (Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis)» (Gv 10,11). Cristo, il “bel Pastore”  è secondo la fede cristiana la rivelazione della bellezza che salva: e lo è secondo la duplice via della bellezza armonica, propria del “più bello fra i figli degli uomini”  (Sal 45,3), e di quella conturbante dell’Uomo dei dolori, davanti a cui ci si copre la faccia (cf. Is 53,2). L’aggettivo “o kalos”, insieme ai due articoli determinativi (o poimen o kalos; lett.: il pastore il bello), suggerisce un’idea di esclusività: Cristo non è “un” pastore che si aggiunge alla serie precedente; Egli è invece “il” pastore per eccellenza, il vero pastore, in contrasto con tutti gli altri venuti prima di Lui, i quali, se non corrispondono al suo modello, sono ladri e briganti. La caratteristica che distingue il modello del vero pastore è la disponibilità a dare la vita per il gregge, a differenza dei mercenari che perseguono i loro interessi e scappano per mettersi al sicuro quando arriva il lupo. Nella promessa di Cristo, la vita che Egli dà in abbondanza coincide con il dono di se stesso. Dopo avere detto: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (v. 10), il Maestro aggiunge: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (v. 11). Sembra che ci sia un diretto parallelismo tra la vita che Cristo offre, consegnandosi alla morte di croce, e la vita che il gregge deve ricevere da Lui. La vita che Lui offre è la stessa che il gregge riceve. La vita, che solleva i credenti a dignità di figli liberi, è la stessa vita del Figlio, comunicata a noi per i meriti della Passione. Lo stesso concetto sarà riaffermato in 12,24 con la metafora del chicco di grano: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore, porta molto frutto”. L’amore di Cristo è catechetico, pedagogico, esemplare, è amore incondizionato: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Dio è bello, pulchrum, e il massimo della sua bellezza lo contempliamo nel volto sfigurato di Gesù sulla croce: proprio lì si rivela il volto bello di Dio, perché volto dell’amore[1]. Attraverso il popolo del «bel Pastore» la luce della salvezza potrà raggiungere tanti, attirandoli a lui, e la sua bellezza salverà il mondo.

[1] Per un approfondimento cf. E. Scognamiglio, Gesù Cristo il Rivelatore celeste. Qui videt me videt et Patrem, Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 2012.

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