4. Siamo disposti ad “offrire” la nostra vita

Cristo mortoL’enunciato di Gv 10,17 ha delle profonde risonanze per la vita cristiana: “Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo”. Il Padre ama proprio per questo il Gesù storico: “Per questo il Padre mi ama”. Va infatti distinto l’amore che il Padre ha verso il suo Verbo nell’eternità da quello che il Padre ha verso il Verbo fatto uomo, cioè verso il Gesù storico. Nell’eternità essi sono uniti da un amore ineffabile, fuori dalla nostra portata di comprensione, che si personifica nello Spirito Santo. Il Cristo storico è invece oggetto di quell’amore che il Padre avrebbe avuto verso l’uomo, se il peccato non ne avesse deformato l’immagine e la somiglianza. Questo è il senso dell’enunciato riportato dai sinottici sia nel battesimo che nella trasfigurazione: “Questo è il mio Figlio prediletto”. Cristo è il Figlio infinitamente amato, in quanto reca in sé l’immagine fedele dell’uomo uscito dalle mani di Dio nel sesto giorno della creazione; anzi, la migliora rispetto alla perfezione di Adamo, essendo Figlio di Dio, oltre che Figlio dell’uomo. Il Padre guarda perciò al Cristo storico come al prototipo dell’uomo, icona fedele dell’immagine divina, capace di incarnare con perfezione le esigenze dell’amore. Nella concretezza della vita, e del suo ministero pubblico, Cristo incarna le esigenze dell’amore fino al vertice del dono di Sé. Per questo il Padre pone le sue compiacenze sull’Uomo che corrisponde perfettamente al progetto divino: “Per questo il Padre mi ama”. Da questo momento in poi, anche i suoi discepoli si caleranno nello stesso modello umano, per entrare nella compiacenza del Padre, amando fino al vertice del dono di sé. Nel modello di Gesù, l’esperienza della pienezza della vita non si ha nell’accumulo di ciò che si desidera, bensì nella consegna della propria vita. La traduzione italiana riporta la seguente espressione: “Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo” (v. 17). Si potrebbe anche tradurre: “Io offro la mia vita e così la riprendo di nuovo”, esprimendo con maggiore chiarezza il collegamento tra l’offerta e il recupero: la propria vita si ritrova in pienezza proprio per il fatto di averla offerta. Questo principio rappresenta un modello di riferimento per ogni cristiano: perdere la vita per amore di Cristo equivale a ritrovarla in senso pieno e definitivo. Anzi, la realizzazione della propria identità di figli di Dio consiste in una vita vissuta nell’amore oblativo. Questo atto di autodonazione della propria vita è libero: “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, perché il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (v. 18). La verità della Passione di Cristo non consiste nella prevalenza delle forze del male, ma nella libera autodonazione del Figlio che ubbidisce al Padre: “Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (v. 18). I discepoli ricevono da Cristo la stessa energia di risposta al Padre e la stessa sovranità, per la quale, ogni cristiano che muore sa che nessuno gli sta togliendo la vita, ma è lui che liberamente la sta offrendo, in un atto di ubbidienza al Padre che glielo chiede, nelle circostanze specifiche, e diverse per ciascuno, che determinano la cessazione della vita biologica. Questo modo di morire è perfezione d’amore. La descrizione del Cristo risorto, nel vangelo di Giovanni, ha un particolare degno di nota: nel Corpo glorioso del Risorto sono ancora visibili le piaghe aperte della sua Passione. La visibilità delle piaghe in contraddizione col Corpo glorificato, stabilisce uno stretto collegamento tra la morte e la risurrezione, dove la seconda è effetto diretto della prima. Quel Gesù che appare ai discepoli rivestito di maestà è lo stesso che è stato umiliato. La continuità del mistero pasquale, cioè il nesso indissolubile tra la morte e la risurrezione, è sottolineato da quelle piaghe ben visibili sul Corpo del Cristo risorto. Questa vita piena e gloriosa, che ora risplende in Lui, è la diretta conseguenza della libera autodonazione con la quale ha offerto Se stesso, manifestando quale sia l’amore più alto che si possa immaginare, quello del sacrificio non di qualcosa di personale, ma di se stesso. Nell’ultima cena questo amore perfetto sarà visualizzato dal Maestro, sotto gli occhi attoniti dei discepoli, nel gesto della lavanda dei piedi. In quel contesto sarà svelato il comandamento nuovo, che contraddistinguerà d’ora in poi la comunità di Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (13,35). Il comandamento d’amore che Egli riceve dal Padre, lo trasmette a sua volta ai suoi discepoli. Dinanzi all’insegnamento di Gesù, e alle sue dichiarazioni aperte, continua l’ostilità dei farisei e della classe dirigente in generale, sebbene le opinioni tendano a diversificarsi nei confronti del Maestro: le accuse contro di Lui vanno dalla pazzia al satanismo, anche se in molti rimane il dubbio che Satana sia effettivamente in grado di compere dei prodigi che portano chiaramente il marchio della mano del Creatore, come la guarigione del cieco nato.

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