9. Fede, teologia e apparizioni…

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Madoonnaa, Madoonnaa nera… gradisci il nostro canto di lode e intercedi per noi…

2. Una bellezza chiamata Maria[1].

La Sacra Scrittura riconosce Dio «autore della bellezza» (Sap 13,3) e descrive la «bellezza delle creature» (Sap 13, 5); non così il Nuovo Testamento che tace perfino circa la bellezza di Gesù e di sua Madre. Di fronte al silenzio biblico circa la bellezza fisica della Madre di Gesù, alcuni con S. Agostino ne hanno preso atto affermando: «Non abbiamo conosciuto il volto della Vergine Maria». Altri invece hanno voluto colmare la lacuna biblica asserendo in generale che la bellezza conveniva a Maria, in quanto «la stessa bellezza del corpo – diceva S. Ambrogio – fu un’immagine dell’anima, figura della probità». Tutta la tradizione iconografica occidentale ha espresso in ricche variazioni la bellezza fisica di Maria, mentre l’Oriente ha offerto nelle icone la bellezza mistica di lei. Più ancora mentre l’arte mariana occidentale è minacciata da naturalismo e arianesimo, in quanto prevale in essa l’aspetto umano, quella orientale accentua la grazia e santità di Maria, talvolta a scapito della sua bellezza fisica (rischio di monofisismo).

È significativa a questo proposito la duplice esperienza fatta da Bulgakov a Dresda davanti alla Madonna Sistina di Raffaello prima e dopo la sua conversione. Nel 1898 quando si è trovato per la prima volta dinanzi a quella tela ebbe un’impressione sconvolgente, da lui stesso descritta con queste parole: «Là, gli occhi della Regina dei cieli che sale al cielo con il suo divin Figlio mi hanno guardato. C’era in quegli occhi una forza infinita di purezza e d’immolazione volontaria… Ho perso i sensi, la testa mi girava; dai miei occhi scendevano lacrime dolci e amare insieme, che fecero liquefare il ghiaccio del mio cuore; era come se un nodo vitale si sciogliesse improvvisamente. Non era un turbamento estetico; no, era un incontro, una nuova conoscenza, un miracolo. Chiamavo questa contemplazione una preghiera (ero allora marxista)…». Più tardi, nel 1923, dopo la sua conversione e la sua visione teologica sofianica, guardando ancora a Dresda la Madonna di Raffaello il suo cuore rimase insensibile: «Una cosa era chiara per me fin dalla prima occhiata: quella non è un’immagine della Madre di Dio, della purissima Semprevergine; non è un’icona. È un dipinto, opera di un genio sovrumano, ma di tutt’altro significato e contenuto dell’icona. C’è la suprema rivelazione del carattere femminile del dono di sé, ma umano, soltanto umano… Ecco perché ogni naturalismo nella rappresentazione di Maria sarà senza forza, ingannatore e bugiardo, per quanto alto e perfetto possa essere. Alla luce di questa relazione appare l’abbagliante sapienza dell’icona ortodossa. Ho sentito e compreso chiaramente che proprio essa mi aveva fatto perdere il gusto di Raffaello e di tutta la pittura naturalista»[2]. L’esperienza di Bulgakov ci spinge a chiederci in che cosa consista la vera bellezza di Maria. La sua indicazione orienta verso coesistenza tra umanità e mistero, espressione artistica e contenuto storico-salvifico, immanenza nello spazio materiale e trascendenza di significato. La rottura di questo equilibrio porta ad un piatto naturalismo o alla kenosi del segno, che teologicamente si traducono in monofisismo con accentuazioni nestoriane o docetiste.

[1] Per questo e per quel che seguirà, cf. Stefano De Fiores, Le «vie» della conoscenza di Maria, in www.culturamariana.com/pubblicazioni/fine-3/come3-De%20Fiores.htm (cliccare per una visione dell’articolo).

[2] S. Bulgakov, Notes autobiographigues, YMCA Press, Paris 1946, 103-113.

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