8. La moltiplicazione dei pani: prima Eucaristia

moltiplicazione 8Un omelia di ventun’anni fa…

La Parola di Dio resta immutabile nel tempo, ho “rispolverato” l’omelia di don Arturo Aiello del 24 luglio 1994 e desidero riproporvela, seguendo le linee principali, per verificarne ancora la freschezza e l’attualità.

Perché Gesù si ritira sulla montagna tutto solo? Cosa si agita nel suo cuore? Una grande delusione: è deluso della gente che, avendo mangiato, non ha capito e vorrebbe accaparrarsi un re che riesce a moltiplicare il pane ogni mattina, senza che si debba più macinare, impastare, cuocere. Cosa non hanno capito? Quello che neanche noi abbiamo capito o che facciamo fatica a intendere. Non hanno, non abbiamo, compreso che il miracolo dei pani più che essere un prodigio che ha risolto un problema una tantum, è una strada da percorrere ogni giorno perché tanti possono avere pane. Gesù ritiene, ma inutilmente, di aver consegnato ai discepoli e alle folle il modo di procurarsi il pane. Non solo il pane materiale , ma quello dell’amore, della speranza, della fede. Quante volte davanti a foto di bambini che muoiono di fame abbiamo pensato o detto: «Perché Dio permette queste cose?» e alcuni di noi subiscono anche scandalo dal fatto che Dio non intervenga a risolvere il problema della fame nel mondo o le guerre o le ingiustizie. Perché Dio non fa nulla? Perché non interviene? È un Dio impotente, indifferente? La colpa è sempre di Dio in quanto noi siamo troppo “piccoli” per risolvere i problemi del mondo. È facile scaricare su Dio o sugli altri la responsabilità delle folle affamate. E la risposta che oggi ci arriva dal Vangelo è: «Sì! Tu puoi farlo». E cosa posso fare Signore? Puoi tirar fuori quel poco che hai. «Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”». E qui “ragazzo” sta per “povero”: i ragazzi e i poveri ci salveranno: quelli che hanno poco, quelli a cui manca il necessario. Noi siamo abituati a guardare a quelli che hanno due case, la barca, l’auto bella e diciamo che devono essere i ricchi, quelli che hanno potere, a salvare il mondo. Ma la pagina del Vangelo ci dice che la fame dei cinquemila uomini non fu risolta dai ricchi farisei o dai notabili del Sinedrio, ma da un ragazzo. Non mi stancherò mai di leggere nelle aule di qualsiasi ordine e grado “Il piccolo principe” perché dobbiamo chiedere ai ragazzi un po’ di sogni, un po’ di ideali per questo mondo che sta andando alla deriva. Dobbiamo chiedere alla vecchina che viene ogni giorno a recitare il Rosario (e che dileggiamo dall’alto della nostra sufficienza di “cristiani adulti”) di darci un po’ di fede. Dobbiamo chiedere a una coppia non troppo perfetta di aiutare la nostra coppia che sta vivendo un momento di crisi e rischia la separazione. Dobbiamo chiedere ai poveri di risolverci i nostri problemi di ricchi. Sembra assurdo ma è così: non sono i ricchi che aiutano i poveri, ma il contrario. Uno dei paradossi della Bibbia è che i piccoli aiutano i grandi. E poiché tutti siamo poveri: sul piano della fede, della speranza, dell’amore…, noi possiamo aiutare gli altri. Come? Il Vangelo ce lo ripete spesso, è di una chiarezza lapidaria: dando quel poco che hai! Ma noi siamo abituati al «chi poc’ ten’ car’ ten’» e invece il Vangelo dice che dobbiamo metterlo a disposizione degli altri perché una cosa è certa, non basterà alla nostra “fame”, ma aiuterà gli altri. Chi tiene per sé, chi conserva, chi mette in cassaforte, lo troverà ancora più immiserito (ricordate “Il mercante di Venezia”, “L’avaro di Moliere”, Epulone?). Regaliamoci la nostra povertà, il dono più prezioso che possiamo farci. E, quando vedremo Gesù salire stanco, deluso e solo lungo i crinali di un monte, in silenzio, con la nostra bisaccia vuota e lo zaino leggero, affianchiamoci a lui che, sorridendoci, ci porterà in un luogo deserto per farci gustare la manna del Padre celeste…

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