Il santo del giorno: Sant’Ignazio di Antiochia

san-Ignazio-di-AntiochiaDedico questo articolo al caro professore Ignazio Schinella che tanto si prodiga affinché la pietà popolare e il culto mariano acquistino la dignità propria del “popolo di Dio”, segno distintivo della loro appartenenza alla chiesa e al suo Sposo: Cristo! Professore anche di teologia morale più che con il suo zelo di docente ispira quanti lo avvicinano col suo esempio, la sua umiltà, che lo fa emulo del Santo di cui si degna di portare il nome. Auguri professore.

Dalla data del 1° febbraio, la memoria di Sant’Ignazio Martire è stata riportata ad oggi, data tradizionale del suo martirio, dal nuovo Calendario ecclesiastico, che la prescrive come obbligatoria per tutta la Chiesa. Sant’Ignazio fu il terzo Vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d’Egitto.
Lo stesso San Pietro era stato primo Vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico. Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d’ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era “ di fuoco “, e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Mentre era Vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità. Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto, in catene, con un lunghissimo e penoso viaggio, da Antiochia a Roma dove si allestivano feste in onore dell’Imperatore vittorioso nella Dacia e i Martiri cristiani dovevano servire da spettacolo, nel circo, sbranati e divorati dalle belve. Durante il suo viaggio, da Antiochia a Roma, il Vescovo Ignazio scrisse sette lettere, che sono considerate non inferiori a quelle di San Paolo: ardenti di misticismo come quelle sono sfolgoranti di carità. In queste lettere, il Vescovo avviato alla morte raccomandava ai fedeli di fuggire il peccato; di guardarsi dagli errori degli Gnostici; soprattutto di mantenere l’unità della Chiesa. D’un’altra cosa poi si raccomandava, scrivendo particolarmente ai cristiani di Roma: di non intervenire in suo favore e di non tentare neppure di salvarlo dal martirio. “lo guadagnerei un tanto – scriveva – se fossi in faccia alle belve, che mi aspettano. Spero di trovarle ben disposte. Le accarezzerei, anzi, perché mi divorassero d’un tratto, e non facessero come a certuni, che han timore di toccarli: se manifestassero queste intenzioni, io le forzerei “. E a chi s’illudeva di poterlo liberare, implorava: “ Voi non perdete nulla, ed io perdo Iddio, se riesco a salvarmi. Mai più mi capiterà una simile ventura per riunirmi a Lui. Lasciatemi dunque immolare, ora che l’altare è pronto! Uniti tutti nel coro della carità, cantate: Dio s’è degnato di mandare dall’Oriente in Occidente il Vescovo di Siria! “. Infine prorompeva in una di quelle immagini che sono rimaste famose nella storia dei Martiri: “ Lasciatemi essere il nutrimento delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. lo sono frumento di Dio. Bisogna che sia macinato dai denti delle belve, affinché sia trovato puro pane di Cristo “. E, giunto a Roma, nell’anno 107, il Vescovo di Antiochia fu veramente “ macinato “ dalle innocenti belve del Circo, per le quali il Martire trovò espressioni di una insolita tenerezza e poesia: “ Accarezzatele, scriveva infatti, affinché siano la mia tomba e non faccian restare nulla del mio corpo, e i miei funerali non siano a carico di nessuno “.

«Hasta la victoria siempre. Patria o muerte»

che guevara
La foto di Korda, intitolata Guerrillero Heroico. La foto che ritrae Guevara è stata una delle fotografie più stampate del XX secolo. Nel mondo, ci sono innumerevoli immagini del Che su riviste, libri, cartoline, poster, magliette e bandiere, ma il fotografo che la scattò, Alberto Korda, non ne trasse alcun guadagno.

Cara Andreina se la frase non fosse in spagnolo si potrebbe pensare ad un nostro eroe risorgimentale e, invece, si associa, inesorabilmente, ad un eroe sudamericano. Non desidero entrare in polemica con ciò che hai scritto, lo sai che rispetto l’opinione di tutti, non solo perché mi occupo di dialogo ecumenico ed interreligioso, ma perché dal caleidoscopio dei saperi diversi, dalla condivisione di ciò che mi accomuna all’altro, posso costruire ponti su ciò che ci divide. Da teologo, però, devo indagare sul perché alla vista di quel cadavere esposto al pubblico le masse giovanili si rivoltarono in tutto il mondo, dal ’68 ad oggi. Perché tutti vollero essere Che Guevara? Perché se vai in ogni stadio una parte degli ultras si ritrova dietro alla sua effigie? Come mai e perché ci fu un’ovazione incredibile, quando al festival del Nuovo Cinema di Pesaro appare il Che morto per quattro minuti tutto il cinema scattò in piedi ad applaudire accompagnando il ritmo delle percussioni della colonna sonora? Come mai durante la visita del papa le sue gigantografie erano dovunque? Riporto, per entrare nell’argomento, brevi cenni autobiografici perché ognuno può attingere da dove vuole le notizie sul Che. Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara o semplicemente el Che (Rosario, 14 giugno 1928 – La Higuera, 9 ottobre 1967), è stato un rivoluzionario, guerrigliero, scrittore e medico argentino. Che Guevara fu membro del Movimento del 26 di luglio e, dopo il successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo per importanza solo a Fidel Castro, suo alleato politico. Nella prima metà del 1965 lasciò Cuba per attuare la Rivoluzione popolare in altri Paesi, prima nell’ex Congo Belga (ora Repubblica Democratica del Congo), poi in Bolivia. L’8 ottobre 1967 venne ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano – assistito da forze speciali statunitensi costituite da agenti speciali della CIA – a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz)[1].

mantegna cristo morto
Il Cristo morto (noto anche come Lamento sul Cristo morto o Cristo morto e tre dolenti) è uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, tempera su tela (68×81 cm), databile con incertezza tra il 1475-1478 circa e conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano. L’opera è celeberrima per il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso, che ha la particolarità di “seguire” lo spettatore che ne fissi i piedi scorrendo davanti al quadro stesso.
rembrandt lezione di anatomia
Lezione di anatomia del dottor Tulp è un dipinto a olio su tela (169,5×216,5 cm) realizzato da Rembrandt nel 1632, firmato e datato “REMBRANDT. F:1632”. Oggi l’opera è conservata al Mauritshuis dell’Aia.

che guevara 3Il giorno successivo venne ucciso e mutilato delle mani nella scuola del villaggio. Il suo cadavere – dopo essere stato esposto al pubblico a Vallegrande[2] – fu sepolto in un luogo segreto e ritrovato da una missione di antropologi forensi argentini e cubani, autorizzata dal governo boliviano di Sanchez de Lozada, nel 1997. Da allora i suoi resti si trovano nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba[3]. Ancora oggi in Bolivia esiste una sorta di culto religioso intorno alla figura di Guevara[4], nato dalla somiglianza della prospettiva delle foto con quella del Cristo morto di Andrea Mantegna[5] e dal fatto che il cadavere aveva ancora gli occhi aperti a causa del vento e «guardava come se fosse vivo», come riporta una testimonianza. Immagini del Che si ritrovano difatti, spesso, in luoghi di culto boliviani, specialmente a La Higuera[6].

Hai scritto che il Che si accanì contro gli omosessuali, dovresti sapere, invece, che Fidel si assunse la paternità di eventuali accanimenti (puoi documentarti facilmente su internet). Ma, d’altronde, il Che non è un James Dean coi capelli preraffeliti sulle spalle? Immagine chiave del ‘900 della contestazione: il «travestirsi da donne degli uomini del movimento» da Che Guevara a Boy George. Bisognerebbe sempre, quando si parla di avvenimenti storici, indagarne tutti i fattori, capire come mai giovani che avevano “subito” sui libri di scuola Bolivar, San Marti, Artigas, José Marti, ora attingevano dai padri fondatori la linfa della rivoluzione. Non desidero fare qui un’analisi della rivoluzione cubana ma, di certo, la sinistra latinoamericana segnò un confine: da un lato i filocubani, dall’altra i marxisti ortodossi, i comunisti dogmatici, i filo-sovietici, i trotzkisti, maoisti, populisti, nazionalisti di sinistra, fautori dell’alleanza con le borghesie nazionali.

che guevara 2
Che Guevara con Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Cuba, nel 1960. Sartre lo definirà «l’essere umano più completo del nostro tempo».

La rivoluzione aveva il volto del Che: leggeva Sartre e Fanon, ascoltava i Beatles. Dell’America latina preferiva i racconti di Julio Cortàzar e Gabriel Garcia Màrquez, la musica di Alfredo Zitarrosa e Daniel Viglietti, di Chico Barque e Silvio Rodriguez.

La si pensi come si vuole ma «il dovere di un rivoluzionario è fare la rivoluzione» e per il Che non era uno slogan, ma una strategia etico-politica che lui testimoniò fino all’estremo, donando la propria vita per ciò che credeva. Non gli interessava il potere e per questo se ne andò nella selva, dietro una speranza, con un pugno di internazionalisti, cenciosi e malnutriti. Alzò le bandiere dell’utopia e dai suoi scritti appare una visione forse ingenua del mondo. C’era qualcosa di religioso in questo, forse di discutibile, ma ogni rivoluzione ha avuto i suoi uomini pragmatici e quelli disposti a dare la vita per i propri principi: il Che è uno di questi! Forse era, come si dice a Napoli, «tre volte buono», perché credeva ciecamente nell’onestà, nella giustizia e nella capacità dei popoli di capire qual è il loro destino. Col tempo questo sentimento “quasi cristiano” dell’uguaglianza può far sorridere, eppure Ernesto Guevara de la Serna divideva una caramella fra quattro compagni perché nessuno ne avesse più dell’altro. Il Che è una “forza”, un simbolo, gli anni passano e il simbolo continua a crescere perché portatore di quei valori che abbiamo dimenticato. La figlia di Aleidita [figlia del Che] indica un manifesto del Che sul muro: «El mi abuelito!» (il mio nonnino), non avrei mai pensato di leggere del Che come del «mio nonnino».

Spero che le cose cambino ma se ciò non dovesse accadere sarei fiero di vedere mio nipote Matteo col basco del Che in prima fila nei cortei, nelle sedi dove si combatte l’anticonformismo e la viltà, e vedere nei suoi occhi la «fierezza dello sguardo degli uomini cubani» e andarmene verso il tramonto mentre i suoi lunghi capelli biondi, ondeggiando, mi ricordano il Che sulla sua Norton che corre felice sulle nuvole…

[1] Cf. La documentazione fotografica in: La Repubblica.it, “Che Guevara, il corpo e il mito”, http:// http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/foto-docu-guevara/4.html; http://www.repubblica.it/ 2006/08/gallerie/spettacoliecultura/foto-docu-guevara/13.html.

[2] http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/foto-docu-guevara/10.html.

[3] R. Massari, Ernesto Che Guevara: uomo, compagno, amico…, Massari (collana Guevara), 1996.

[4] http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/foto-docu-guevara/11.html.

[5] Quell’immagine riassumeva l’amara realtà della storia dell’America Latina contempotranea. E aveva qualche somiglianza, come fece notare Berger, con Il Cristo morto di Mantegna e La lezione di anatomia di Rembrandt.

[6] http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/foto-docu-guevara/12.html.