L’angolo del teologo: 2. Solo l’amore è capace di “vedere”

Cristo mortoNella pienezza dei tempi, in Gesù Cristo il Logos si fa carne, Dio diventa uno di noi[1]. «Egli è la parola che non nasce dalla bocca degli uomini, ma dal ventre di una donna»[2]. «E noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,17-18). L’essenziale è ormai visibile agli occhi. È immaginabile[3], iconizzabile. Purché l’occhio veda dal cuore; infatti le radici dell’occhio sono nel cuore. Questo intendeva Agostino quando diceva che soltanto l’amore è capace di vedere[4]. Giovanni Damasceno così argomenta: «Un tempo non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico […], ma ora Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare un’immagine di quanto è stato visto di Dio»[5].

Se Dio non avesse assunto un corpo, la chiesa non avrebbe un’arte[6]. È a partire dall’incarnazione che il corpo, nell’arte cristiana, diventa edificio spirituale per incontrare Dio nella bellezza. In fondo ogni opera d’arte cristiana è un simbolo, un ponte che conduce a qualcosa che la oltrepassa: l’appuntamento con Dio. Ecco perché la chiesa ha bisogno dell’arte. Ma l’arte ha bisogno della chiesa? «L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell’ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione? Non è forse nell’ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive?»[7]. Far udire l’ineffabile e far vedere l’invisibile è il compito soprattutto dell’arte liturgica. Non si tratta solo di “biblia pauperum” (per coloro che non sanno leggere). Del resto, la nostra civiltà, di cui siamo così fieri, ha perduto le chiavi dei simboli proprio da quel medioevo che è stata l’epoca nella quale l’umanità ha vissuto più vicino a Dio. Allora la simbologia delle cattedrali custodiva il segreto dei misteri. E tutti potevano approfondire la verità della fede attraverso gli enigmi delle pitture, delle sculture e delle decorazioni. Così, ogni basilica era la Bibbia dei poveri e degli analfabeti e il simbolo diveniva sintesi di dottrina. Ma oggi il simbolismo mistico si è perduto perché vogliamo vedere tutto troppo chiaro, reale e positivo[8]. Allora siamo tutti “pauperes” nell’interpretare le “mirabilia Dei”, anche se, a pensarci bene, non ci manca la dotazione adatta: «Il Signore creò l’uomo dalla terra […], li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò. […] Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare» (Sir 17, 1.3.6). C’è spazio, dunque, anche per l’intelligenza emotiva! Estetica è la percezione della bellezza nella sensibilità. La bellezza apre all’intelligenza del simbolo (da syn-bállein), eccedenza di senso nella pur permanente continuità del significato, tale da tener insieme i distanti senza confonderli. Un pensiero senza ombre o rimanenze non è più ricco di un pensiero simbolico: l’ideale non assorbe il reale, deve anzi riconoscerne l’eccedenza; il concetto è chiamato a trascendersi verso spazi più vasti[9]. La contemplazione non è solo un fatto visivo, ma anche uditivo, tattile, olfattivo, gustativo, in base all’equazione estetica: il visibile sta all’invisibile come la parte sta al tutto[10].

Diventiamo soggetti d’amore, ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Cf. Falanga, L’incarnazione: il Mistero oltre le nostre attese. Una riflessione teologica, in Liturgia 45 (2011) 6, 9-26.

[2] G. Bonaccorso, I colori dello spirito, Cittadella, Assisi 2009, 184.

[3] Vedi Valenziano, Scritti di estetica e di poetica, Su l’arte di qualità liturgica e i beni culturali di qualità ecclesiale, Dehoniane, Bologna 1999, 34: San Bernardo scrive che il Verbo di Dio fatto uomo “usque ad ipsam descendit imaginationem” (è sceso addirittura fino a farsi immaginabile).

[4] Cf. R. Guardini, Esperienza liturgica ed epifania, in Scritti filosofici, Fabbri, Milano 1964, 152.

[5] Giovanni Damasceno, Discorso sulle immagini, I, 16. Difesa delle immagini sacre. Discorsi apologetici contro coloro che calunniano le sante immagini, I, 16, Città Nuova, Roma 1997.

[6] Cf. Valenziano, Scritti di estetica e di poetica, 254.

[7] Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti Personne mieux que vous,  Città del Vaticano 4 aprile 1999, n. 12 e 13: EV 18, 406-449.

[8] Cf. Salvaneschi, Saper credere, dall’Oglio editore, Milano 141968, 17.

[9] Cf. Scognamiglio, La via delle bellezza tra storia, arte e teologia, in: Asprenas 59 (2012) 43-66, qui 63.

[10] Bonaccorso, I colori dello spirito, 198.

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