L’Agnello pasquale

Resurrezione
Pietro Perugino, Resurrezione (Polittico di San Pietro), Musée des Beaux-Arts deRouen, France

Nell’Apocalisse, al centro della sala del trono, Giovanni vede un agnello. Esso è «ritto, come ucciso». Poiché chi è ucciso non può essere ritto, chi traduce deve aggiungere la congiunzione «e»: «Vidi un agnello, ritto (e) come ucciso». Dopotutto, il «come» (hōs) dice che l’agnello ha i segni dell’uccisione, ma dice anche che non è più nello stato di morte. L’agnello dunque si erge su sé stesso pur essendo stato ucciso, così che ancora una volta Giovanni parla con linguaggio non tradizionale, questa volta al centro stesso del kērigma cristiano, del Cristo morto e risorto. Ora che l’identificazione dell’agnello con il Cristo dell’annunzio cristiano è sufficientemente precisa, l’autore aggiunge di suo, secondo l’espediente letterario del canto di descrizione, altri tratti che diremmo cristologici. L’agnello ha sette corni e sette occhi. I sette occhi sono interpretati dallo stesso Giovanni come i sette spiriti che Dio invia sulla terra. Essendo l’occhio l’organo della vista, non si vede bene come lo Spirito o gli spiriti di Dio vedano o siano gli strumenti della visione tanto del Cristo quanto di Dio. Forse bisogna allora sdoppiare l’immagine e interpretare separatamente prima i sette occhi come strumenti di onniscienza, e poi i sette spiriti come azione provvidenziale di Dio «per tutta la terra». I sette corni non sono spiegati da Giovanni ma sono più facilmente interpretabili: dal momento che nel corno si concentra la possibilità di difesa e di attacco dell’animale sia domestico che selvatico, l’agnello è forte sette volte, e cioè senza misura, essendo la sua potenza certamente quella della sua pasqua. Poi finalmente l’agnello entra in azione, avvicinandosi al sovrano assiso sul trono (v. 7), il verbo di moto («venne») fa pensare che l’agnello si trovasse a distanza dal trono, e non proprio in mezzo ad esso, come (forse) dice il v. 6. L’agnello, o meglio l’Agnello, oggetto della visione di Giovanni di Patmos, è dunque centrale nella visione di Ap 4-5, insieme con il sovrano che è assiso sul trono: l’immagine del sovrano costituisce lo sfondo statico e problematico (attraverso il rotolo sigillato) della scena, mentre l’Agnello è l’elemento dinamico e il protagonista risolutore. Un Agnello: l’autore prendendo lo spunto dall’Agnello pasquale dell’Esodo (Es 12-13), come pure dal Servitore di Jahweh del Deutero Isaia (Is 53, 7), ci presenta in quattro quadri successivi Cristo che ha dato la vita in sacrificio per la moltitudine (Agnello come sgozzato), che è risorto (ritto in piedi), che ha totalità dell’energia messianica (sette corna) e la pienezza dello Spirito in azione (sette occhi). L’agnello della pasqua, in origine, è un animale senza difetti, maschio, nato nell’anno, scelto fra gli agnelli o anche fra i capretti del gregge. il suo sacrificio si colloca all’inizio dell’Esodo, dopo le terribili piaghe che non hanno risparmiato l’Egitto. Un’ultima prova sta per colpire il popolo governato da un faraone ostinato: la morte dei primogeniti. Il Signore parla a Mosè, la pasqua è in primo luogo l’agnello che dà il suo sangue. Dio ordina: «Poi prendete un mazzetto d’issopo, intingetelo nel sangue che sarà nel catino e con quel sangue spruzzate l’architrave e i due stipiti delle porte. Nessuno di voi varchi la porta di casa sua, fino al mattino. Infatti, il Signore passerà per colpire gli Egiziani; e, quando vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti, allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nelle vostre case per colpirvi» (Es 12,22-23). La pasqua è anche la grande cena della partenza, rituale di liberazione e memoria perenne del miracolo con cui Dio libera il suo popolo dalla schiavitù. Nel corso dei secoli, la tradizione giudaica stabilirà un legame fra il sangue dell’alleanza, il cui segno è la circoncisione, e il sangue dell’agnello pasquale che permette la rinascita di Israele come popolo, «un popolo di sacerdoti», cioè una nazione consacrata a Dio. Identificando Cristo con l’agnello pasquale, la tradizione cristiana fa propria l’esperienza religiosa dell’esodo e ne ricava la propria concezione della salvezza: «sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia» (1Pt 1,18-19). Gesù è l’agnello rituale senza macchia, senza difetto, cioè senza peccato. Il suo potere salvifico supera quello di tutti gli animali sacrificati secondo i rituali antichi: «Quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,14). Il sangue del Cristo, nuovo agnello pasquale, può dunque far sorgere un popolo santificato: «Voi siete la stirpe elette, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9). Sottolineando alcuni particolari, i Vangeli insistono sull’assimilazione di Cristo all’agnello pasquale. L’istituzione dell’Eucaristia ha luogo la sera del primo giorno dopo gli azzimi, all’ora in cui si «mangia la pasqua». Gesù verrà messo a morte l’indomani, giorno di pasqua, all’ora in cui nel tempio si immolano gli agnelli. E dopo la morte le sue ossa non verranno spezzate, esattamente come quelle dell’agnello pasquale (Es 12,46). In seguito, Paolo dirà: «Cristo nostra pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,7-8).

Meditiamo in questo giorno di grazia il mistero del Dono che ci riabilita figli nel Figlio.

Buona Pasqua, Aniello Clemente

Aspettando la Pasqua

misericordia 3L’annuncio di Gesù crocifisso può apparire anche oggi lontano dal modo di pensare comune. Una certa cultura dell’efficienza, che emargina la sofferenza, non aiuta immediatamente a comprendere, nella fede, il valore della croce come “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). Eppure solo in Cristo crocifisso e risorto si svela pienamente il mistero della sua persona e l’amore misericordioso di Dio per noi. È importante che il vangelo della croce sia accolto nel suo autentico significato, per essere vissuto e testimoniato come dono di vita e di salvezza. Lo scopo di Gesù è rivelare e attuare la presenza salvifica di Dio nella storia, il suo regno. Ciò avviene non soltanto attraverso le parole e le opere, ma anche e soprattutto attraverso il mistero della morte e risurrezione, che egli chiama la sua “Ora” (Gv 2,4; 12,23; 17,1). Nel dono che egli fa di sé stesso si manifesta il regno di Dio. Esteriormente Gesù si presenta come un “rabbi”, un maestro della Legge, in quanto si circonda di discepoli e insegna, e nell’insegnare non commenta le Scritture come gli scribi, ma propone “una dottrina nuova” (Mc 1,27), con immediatezza e autorità; non usa neppure la formula dei profeti “oracolo di JHWH”, ma la sostituisce con un audace: “Io vi dico” (Mt 5,20), per di più in contrapposizione a: “Fu detto”, cioè fu detto da Dio (Mt 5,21); apre il discorso con un insolito: “Amen, amen”, che significa “In verità, in verità vi dico” (Gv 1,51), per asserire che la sua parola è sicura e solida come la roccia. La stessa autorità egli esercita nel rimettere i peccati e nel celebrare il banchetto del Regno con i peccatori, verso i quali si mostra nello stesso tempo misericordioso ed esigente, oltre ogni “ragionevole” misura. Pretende di essere decisivo per la salvezza: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 12,30); “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32-33). Esige di essere amato più dei genitori e dei figli e chiede che si lasci tutto per seguirlo. La sua persona, in definitiva, è più decisiva della sua dottrina e della sua azione. Autorità e pretese indubbiamente inaudite. D’altra parte Gesù vive poveramente, al punto che “non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Non impiega mai la sua potenza miracolosa per un vantaggio personale o per imporre il proprio progetto, a costo di deludere quanti si aspettano un Messia più efficiente. Servizio e dono di sé animano il suo insegnamento e la sua attività; presto troveranno l’espressione suprema nella sua morte e risurrezione. In Gesù autorità e servizio, misericordia e austerità si fondono in modo del tutto singolare. Sorgente di questa singolarità è l’esperienza di Dio come “Abbà”: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio” (Mt 11,27). Ha ricevuto tutto dal Padre e perciò è totalmente sottomesso a lui e nello stesso tempo a lui uguale nella maestà divina e nella capacità di amare. Gesù è una cosa sola con il Padre e ne impersona il regno. Nel servizio e nel dono di sé, non meno che nell’autorità, lo rivela, lo glorifica: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9). Il Padre è il primo ad amare, a donarsi, anzi è l’amore stesso; e il modo più appropriato di manifestarlo è amare, servire, dare se stesso. Ecco perché Gesù ha interpretato il suo messianismo come servizio fino alla morte in croce e alla risurrezione. Ecco perché il regno di Dio viene “con potenza” (Mc 9,1) nella sua Pasqua. Prepariamoci al grande giorno meditando sul grande dono dell’Amore trinitario.

3. Sacra Sindone: relazione dott.ssa Marinelli

attingendo al mistero.pngLa dott.ssa Emanuela Marinelli non ha bisogni di presentazioni: laurea in Scienze naturali, collaborazioni con La Sapienza, corsi tenuti presso il Centro Romano di Sindonologia e la Libera Università Maria SS.ma Assunta, una decina di libri, innumerevoli collaborazioni con riviste ed un numero impressionante di articoli. Per sua stessa ammissione l’amore per la Sindone nacque quando nel 1976 lo scienziato svizzero protestante Max Frei Sulzer, laureato in botanica, esperto in microtracce e criminologo di fama internazionale, comunicò di aver trovato sulla Sindone granuli di polline che non esistono in Europa provenienti da fiori del Medio Oriente. Il polline più frequente sul lenzuolo è identico a quello fossile, abbondante nei sedimenti del Lago di Genezareth e del Mar Morto, depositatisi circa duemila anni fa. Questa scoperta la interessò enormemente, perché forniva una prova della provenienza del sacro lino proprio dalla zona dove visse e morì Gesù Cristo. Tre quarti delle specie riscontrate sulla Sindone, infatti, crescono in Palestina e molte sono tipiche e frequenti a Gerusalemme e dintorni. Sul lenzuolo sono state condotte analisi accurate, i cui risultati sono concordi nel provare che esso ha avvolto un vero cadavere; inoltre ci sono innumerevoli motivi per ritenere che si tratti proprio di Gesù. Veniamo all’evidenza storica: la reliquia che è oggi a Torino è la stessa che nel 1353 si trovava a Lirey, in Francia, nelle mani di un cavaliere crociato, Geoffroy de Charny. Tralasciamo ai curiosi del web  l’ipotesi fantasiosa che l’uomo del lino fosse  Leonardo (basti ricordare che Leonardo è nato nel 1452 per rendersi conto che è assurdo attribuire la Sindone al genio toscano). Ovviamente agli scettici un oggetto così straordinario dà parecchio fastidio e quindi si danno da fare per tentare di demolirne la credibilità. Bisogna però considerare che sulla Sindone sono stati pubblicati circa 300 articoli scientifici e di questi, circa 250 sono favorevoli all’autenticità. La Sindone ha avvolto un cadavere e le macchie di sangue ne sono una prova inoppugnabile. Non stupisce che un cadavere abbia macchiato di sangue il lenzuolo, ma che vi abbia lasciato la sua impronta. L’immagine è dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali del lino. Essa è paragonabile ad un negativo fotografico ed è superficiale, dettagliata, tridimensionale, termicamente e chimicamente stabile. Non è stata prodotta con mezzi artificiali, non è un dipinto né una stampa: sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Non è stata prodotta con un bassorilievo riscaldato o strofinato con sostanze coloranti (il bassorilievo, riscaldato, strofinato o verniciato che sia, è stato escluso da almeno trent’anni, da quando gli scienziati americani dello Shroud of Turin Research Project  hanno pubblicato su prestigiose riviste scientifiche i risultati delle loro analisi, ed è assurdo continuare ad insistere). È priva di direzionalità e i suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio. Si può dunque ipotizzare un effetto a distanza di tipo radiante. Fino ad oggi, nessun laboratorio è riuscito a riprodurre artificialmente un’immagine che abbia tutte le caratteristiche di quella della Sindone, però interessanti esperimenti sono stati condotti presso l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) di Frascati (Roma). Alcune stoffe di lino sono state irradiate con un laser ad eccimeri, un apparecchio che emette una radiazione ultravioletta ad alta intensità. I risultati, confrontati con la Sindone, mostrano interessanti analogie e confermano la possibilità che l’immagine sia stata provocata da una radiazione ultravioletta direzionale. Viene spontaneo pensare ad una forte luce, emessa dal corpo glorioso di Cristo al momento della Risurrezione. Qui si ferma l’interessante conferenza della dott.ssa Marinelli e da qui ripartirò per cercare d’indagare su quel “corpo glorioso” che, pensiamoci bene in questa Pasqua, è icona di ciò che ci aspetta!

2. Sacra Sindone: relazione del prof. Carlo Ciavolino.

crocifissione 3
Raffaello, Crocifissione Gavari (1503-1504), olio su tela (279x166cm.), Londra, National Gallery

È sempre doveroso ringraziare chi si prodiga per diffondere cultura, di qualsiasi tipo, a maggior ragione quando il tema è di natura religiosa e, come nel nostro caso, di estremo interesse. Il mio grazie, quindi, alla dott.ssa Marinelli e al prof. Ciavolino per l’interessante conferenza tenuta martedì nella cattedrale di Sorrento. Da teologo, però, devo puntualizzare piccole cose della relazione introduttiva. Il prof. Ciavolino, forse nella foga del discorso, identifica la “Maddalena” con l’adultera. Maria Maddalena era il nome di una donna proveniente da Magdala, una città sul lato occidentale del lago di Genezaret. Essa nei Vangeli è menzionata come pia seguace di Gesù, (Lc 8,2; Mc 16,9). Maria era presente sul calvario e poté assistere alla sepoltura del Maestro (Mt 27,55-61; Mc 15,40-47; Lc 23,49-55; Gv 19,25). Al mattino del primo giorno della settimana, recatasi al sepolcro, lo trovò vuoto, e secondo il racconto evangelico avrebbe avuto il privilegio di incontrare il Cristo risorto. Questa Maria apparteneva evidentemente a quel gruppo di donne che seguiva il Maestro e lo accompagnava durante le sue peregrinazioni; secondo la notizia di Luca, infatti, Gesù se ne andava per le città e i villaggi predicando ed annunciando il regno di Dio. Vi erano con lui i Dodici e anche alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre. Esse li servivano con i loro averi (Lc 8,1-3). Poi calca un po’ la mano nel descrivere in maniera pessima Pilato. Ponzio Pilato, rappresentante dell’impero romano nella Giudea dal 26 al 36, è divenuto celebre da sfidare i secoli solo perché un giorno davanti a lui comparve un modesto predicatore ebreo di nome Gesù di Nazareth. Con lui ebbe occasione di scambiare alcune battute, restandone un po’ incuriosito e un po’ sconcertato. Di quel dialogo noi oggi leggiamo un resoconto, illuminato dalla fede pasquale e tramandatoci dall’evangelista Giovanni. Da Matteo sappiamo che questo procuratore cercò di evitare la condanna a morte di Gesù, ma alla fine cedette alle pressioni della piazza di Gerusalemme. Su di lui si è scritto molto: c’è ad esempio un delizioso racconto della scrittrice francese Anatole France e un grosso studio di J. P. Lemonon, tutto dedicato a vagliare i dati evangelici e profani concernenti il Pilato storico. Il quale, stando alle testimonianze degli storici Tacito e Giuseppe Flavio e del filosofo contemporaneo Filone, era un uomo duro, violento, ostile ai Giudei, sempre pronto a provocarli e a reprimerli. Alla fine un atto eccessivo di violenza militare nei confronti dei Samaritani gli costa il posto: il suo immediato superiore, il legato romano di Siria Vitellio, lo fece rimandare a Roma. Dimenticato dalla storia profana, egli ogni domenica viene ricordato nelle chiese di tutto il mondo quando i cristiani professano la loro fede: nel Credo, infatti, si ricorda che Gesù «Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato». Anzi, la tradizione popolare, memore della sua esitazione nel condannare Gesù, ha immaginato che morisse convertito alla fede di Cristo, apparso a lui e alla moglie Claudia Procla. Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope. Il professore a un certo punto dice che «Gesù è caduto tre volte» dimenticando che attinge alla pietà popolare e non ai Vangeli canonici. Quando parla di Barabba, si limita a dire che aveva lo stesso nome di Gesù. Ma c’è ben altro! Barabba non fu liberato a caso. Gesù Barabba o Barabba (aramaico Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto dai Romani a Gerusalemme assieme ad alcuni ribelli, negli stessi giorni della passione di Gesù detto il Cristo, il fondatore del cristianesimo. Egli venne liberato dalla folla che era stata chiamata ad esprimersi su chi rilasciare tra lui e Gesù di Nazareth. Il nome Barabban, tramandato dalla maggior parte dei manoscritti in greco dei vangeli, era in aramaico un patronimico: Bar-abbâ, “figlio del padre”. Potrebbe essere anche un patronimico vero e proprio: Bar-Abbas, “figlio di Abbas”, dato che Abba era un raro nome ebraico (un certo Abbas fu sacerdote all’epoca di Antigono II Asmoneo e si occupò dell’ossario del re di Giuda, alcuni anni dopo il 37 a.C.; potrebbe essere stato anche un parente stretto del Barabba biblico, se non suo padre, dato che non si conosce l’età di Barabba nel 30 d.C.). Abba significa “padre” in Aramaico, e nei Vangeli appare sia con traduzione, che non tradotto. Una traduzione di Bar-Abbas sarebbe figlio del padre. Gesù spesso si riferisce a Dio come “padre”, e l’uso di Gesù della parola aramaica Abba compare non tradotta in Marco 14,36. Ma perché il popolo scelse Barabba? Alcuni studiosi critici, come l’ateo Jean Meslier, hanno individuato in Barabba una similitudine con i vari Messia politicizzati, come il più tardo Simon Bar Kokheba, preteso Re dei Giudei nel 135. Quindi ci sarebbero stati due “messia Gesù” seguiti dagli ebrei a quel tempo: Yeshua bar Yosef detto il Cristo e Yeshua figlio del Padre. Gesù sarebbe stato il messia spirituale, per questo odiato dai sacerdoti che lo fecero passare per un ribelle politico agli occhi dei romani, e Barabba, il messia politico, amato dal popolo, poiché considerato il liberatore del popolo d’Israele, e dai sacerdoti stessi, pericoloso invece per il potere romano. Barabba era probabilmente un combattente zelota, la setta nazionalista dei figli di Giuda il Galileo, dai romani chiamati “sicarii” o “latrones”, quindi i due ladroni crocifissi Gesta e Disma erano probabilmente suoi complici. Tralascio i commenti poco lusinghieri del prof. Ciavolino nei confronti di Voltaire e Nietzsche perché non è questa la sede ma ricordo al professore che si attribuisce a Voltaire la famosa frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»[1]. Concludo ringraziando ancora una volta il prof. Ciavolino e quanti hanno organizzato questa conferenza.

[1] Tale citazione viene solitamente attribuita allo scrittore Voltaire, ma è stata usata per la prima volta da Evelyn Beatrice Hall, saggista conosciuta con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, in una biografia del filosofo del 1906, The Friends of Voltaire (Gli amici di Voltaire).

 

1. Sacra Sindone: Misericordiae vultus

Crocifissione
El Greco, Crocifissione, (1577-1579) Mariland, collezione privata

Ho assistito ieri alla conferenza della dott.ssa Emanuela Marinelli coadiuvata dal prof. Carlo Ciavolino e poiché intendo ribadire e precisare alcuni concetti, mentre studio le risposte vi lascio ad alcune immediate suggestioni.

Filippo presentò al Signore la più legittima delle richieste: «Gesù, mostraci il Padre». Vogliamo vedere l’invisibile, il positivo che ognuno di noi reca in negativo nella profondità del nostra essere. E ci sentiamo, ancora, rispondere: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Ma, come Mosè, ci nascondiamo nell’incavo della roccia, nello studio delle Scritture e dei sacramenti e non vediamo Dio, se non di spalle. L’incarnazione non ha altro senso se non quello di dare corpo alla più bella delle astrazioni, ma anche così è difficile l’incontro. I pellegrini di Emmaus riconoscevano Gesù mentre passeggiavano con lui? È stato necessario il rumore del pane spezzato, il frantumarsi delle apparenze perché lo riconoscessero. Corsero col cuore gonfio a Gerusalemme, o meglio, salirono, perché chi va a Gerusalemme è un “Oleh”: colui che sale. Esiste una geografia sacra legata alla incarnazione, una teologia della terra. Gesù sembra affascinato da questo vertice che è Gerusalemme, la “città della luce”. André Chouraqui dice che Gerusalemme è il punto della terra che riceve più luce. Gesù è attratto da questo luogo dove il cielo e la terra verranno uniti dal ponte della luce. È per amore che la luce si è consegnata al buio della morte e della tomba per proclamare che da quel momento in poi la notte avrebbe brillato come il giorno. È con un atto di volontà che Gesù ha annullato se stesso, per scelta spontanea del suo amore, si è ulteriormente umiliato, passando dalla tavola che la Sapienza gli aveva preparato, alla tavola dei peccatori, per assaggiarvi il fiele della cattiveria degli uomini. Gesù è davvero luce, nato dalla luce e non c’erano tenebre, se non quelle esterne. Rabbi Johanan scrive che tutte le anime create dal primo giorno alla fine del mondo, sono state create tutte durante i sei giorni della creazione e tutte abitano nel Gan Eden e sono anime di luce. E in quella grotta, su quella Croce, brillava il «Misericordia vultus» la cui inesauribile misericordia sempre ci svela nuovi strumenti di salvezza.

«Ecco il legno della croce!»: suggestioni e musiche all’Arciconfraternita S. Monica di Sorrento.

Cristo morto
Francisco De Goya, Cristo in croce, (1789), Madrid, Museo del Prado

Non si sono ancora spente le note dello Stabat Mater che ecco la chiesa dell’Annunziata torna a riempirsi di musica, poesia, preghiera. Il mio grazie, oltre all’amico fraterno Salvatore Russo e ai suoi confratelli, anche a quell’infante in braccio al papà, davanti alla balaustra, ai bambini in prima fila e ai ragazzi accorsi per l’evento; ovviamente esteso ai loro genitori perché, come diceva Goethe, bisogna educare i nostri figli a questi eventi, in quanto: «quando senti i cuori cantare fermati con loro: perché i cuori malvagi non sanno cantare». Grazie al Coro di S. Monica, alla pianista e al loro direttore per averci deliziato con brani di musica sacra. «Ecco il legno della croce!». Furono forse queste le parole pronunciate da Macario, vescovo di Gerusalemme, quando, alla presenza dell’imperatrice Elena, una nobildonna inferma guarì non appena le fu accostata la croce di Gesù. Elena, madre dell’imperatore romano Costantino, desiderava trovare il legno della «croce gloriosa» e, se prestiamo fede ai numerosi racconti sul suo conto, riuscì a trovarlo. Com’era prevedibile, l’imperatrice trovò tre strumenti di supplizio, quello di Gesù e le croci dei due ladroni. Soltanto l’intervento divino, però, e la conseguente guarigione della donna morente, permise di riconoscere «il vessillo della salvezza». Da allora sono passati più di duemila anni e di croci cristiane se ne vedono tante, com’è normale che sia, ma di «quella» croce, che diede origine al più noto simbolo religioso, sembra quasi che il mondo si sia dimenticato. Si sente parlare spesso di misteriose reliquie relative al Cristo, tra le quali il Santo Graal e la Sindone di Torino (a proposito non perdetevi l’incontro di martedì p. v. alle 18,30 in Cattedrale), ma quasi mai della croce. A quanto pare, in pochi conoscono la leggenda del rinvenimento del santo legno e sono a conoscenza del fatto che frammenti del lignum crucis sono conservati in diversi luoghi del mondo cristiano. Frammenti che, stando a Santa Brigida di Svezia, lo stesso Gesù chiamò «perle preziose»[1]. Eppure tanti si chiedono qual era la reale forma della croce a cui fu crocifisso Gesù. Era realmente una croce, o un semplice palo di legno, o si presentava come un «Tau» privo, cioè, della parte superiore?  E cosa trasportava Gesù lungo la “Via Crucis” solo il patibulum, ossia il legno orizzontale o lo stipes, il palo verticale? E Gesù fu inchiodato alle mani o ai polsi? Quanti erano i chiodi? Furono conficcati solo nelle mani o anche nei piedi? E questi vennero inchiodati separatamente o sovrapposti? Certo potrei dilungarmi nelle dovute spiegazioni ma visto che le questioni non interessano tanto il «popolo di Dio» desidero riflettere sul senso della croce. Il card. Martini individua tre significati nel Vangelo di Marco: il primo legato alla croce come strumento di passione e sofferenza: «Crocifiggilo!» gridavano. Un secondo che è rivolto a noi: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua». E un terzo che afferma il trionfo della croce. L’Angelo dice: «Gesù Nazareno che cercate, il crocifisso, è risorto». Concetti ripetuti da don Carmine che ci ha ricordato che, negli imperscrutabili disegni di un Dio fonte ed origine di ogni Bontà, anche la croce, la nostra croce, può essere inizio di un «vita nuova». Ringrazio particolarmente il mio parroco perché, come sempre, mi ricorda che la vera teologia si fa in ginocchio! È questo il senso pieno del mistero pasquale a cui bisogna partecipare per superare alla radice il male e la sofferenza: «È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22). In altri termini, se la Croce col suo scandalo (Gal 5,11) dà concretezza e consistenza all’annuncio pasquale, facendoci confrontare con colui che si è offerto al nostro posto e per noi, la Resurrezione, con la sua luce, consente di fondare questo valore salvifico e liberante della Croce[2].

Felice cammino verso la nostra Pasqua.

[1] Cf. M. Olmi, Indagine sulla croce di Cristo, La Fontana di Siloe, Torino 2015.

[2] Per un approfondimento: cf. G. Falanga, Quale risurrezione annunciamo? Una riflessione teologica, in Liturgia 46 (2012) 2, 9-30.

Felice Domenica delle Palme

duccio da boninsegnaLa scena della presente composizione, tratta dal Vangelo secondo Marco (si osservi il particolare del puledro alla destra dell’asina con il Cristo), è raffigurata lungo tutto il pannello in rapporto ad un taglio dove più piani obliqui vengono sovrapposti gli uni agli altri, enfatizzando la struttura delle architetture di Gerusalemme che si stagliano sullo sfondo. L’orto, che appare deserto in primo piano, secondo molti studiosi, ha una straordinaria forza evocativa ma vediamo cosa dice il Vangelo di Marco: «Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli  e disse loro: “Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo?, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”.  Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: “Che cosa fate, sciogliendo questo asinello?”. Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània» (Mc 11,1-11).

Un giorno Gesù dice: “Saliamo a Gerusalemme”. I suoi amici sono costernati, tremano a questo pensiero. In campagna erano liberi di dire e di fare quello che volevano, ma a Gerusalemme, la capitale, dovranno affrontare i capi dei sacerdoti e del popolo. E Gesù ha già fatto intendere che le cose non andranno bene. Ma i discepoli sono attaccati al loro maestro, e lo seguono. Pasqua, la grande festa degli ebrei è ormai vicina. Da ogni luogo, non solo della Palestina ma anche dell’impero romano, i pellegrini affluiscono in gruppo verso Gerusalemme. Anche Gesù e i suoi amici vanno verso la città. Gesù è conosciuto: dei galilei l’hanno preceduto. Nei Vangeli sinottici Gesù ha appena guarito il cieco di Gerico (Mt 20,29-34; Mc 10,46-52; Lc 18,35-43), e si prepara a compiere gesti significativi in Gerusalemme, come la purificazione del tempio (Mc 11,15-19); le controversie con i capi giudei (Mc 11,27-12,44) faranno crescere il conflitto che lo porterà all’arresto e alla morte in croce, con le quali Gesù vivrà il messianismo sofferente (cfr. Is 53). Nel Vangelo secondo Giovanni l’episodio è invece correlato alla risurrezione di Lazzaro (11,1-42), il che spiega meglio l’entusiasmo della folla. Non stupisce che i numerosi pellegrini e i discepoli saliti con Gesù da Gerico abbiano voluto tributargli un omaggio messianico al suo ingresso a Gerusalemme. La risonanza della sua attività taumaturgica in Galilea, il suo insegnamento, la guarigione del cieco a Gerico: tutto questo aveva ridestato le attese messianiche del popolo. È da notare che precedentemente Gesù aveva sempre rintuzzato le manifestazioni di riconoscimento della sua identità di Messia; se le accetta ora è in vista della passione imminente. La manifestazione dovette avere un carattere molto semplice, poco appariscente, dal momento che i Vangeli non ci danno notizia che abbia suscitato alcun sospetto da parte delle autorità romane, e per il fatto che non ne troviamo alcuna risonanza durante il processo di Gesù. Gli evangelisti rileggono l’episodio alla luce del messianismo mite e pacifico di Zc 9,9: l’umile cavalcatura evocava la dignità regale, poiché anticamente i re solevano cavalcare un asino (cfr. Gen 49,11), ma senza i caratteri di potenza e belligeranza delle attese messianiche popolari; Gesù si manifesta come il «Principe della pace», che viene per riformare la mente e il cuore degli uomini, e non per imporre un altro giogo su di loro. L’evangelista Matteo cita esplicitamente l’oracolo di Zaccaria (Mt 21,5). Le acclamazioni della folla hanno carattere messianico, e sono tratte dal Salmi 118[117],25-26. Osanna è propriamente l’imperativo “salvaci!”, ma congiunto a figlio di Davide diventa anch’esso, come il resto, un’acclamazione. E lo si acclama come un re, come il Messia. Molti gridano: “Osanna! “ cioè “ Salvaci!”. E pensano in cuor loro: “Salvaci dal romani! “. Sognano un nuovo regno di Davide. Il popolo allora sarebbe libero, indipendente, felice come al tempo del grande re. Pensano che Gesù venga a realizzare proprio questo. Gesù non rifiuta di essere acclamato come Messia, come Figlio di Davide. Ma mostra che il ruolo del Messia non è quello che ci si aspetta. La cavalcatura del re, del guerriero, del conquistatore, è il cavallo. Gesù, invece, entra a Gerusalemme su di un asino. E la cavalcatura dei poveri, dei piccoli, del Messia che rifiuta l’armamentario guerresco dei re. Gesù non viene a cacciare i romani. Quello che viene a compiere è molto più importante. Tutto questo accade il primo giorno della settimana (la nostra domenica). I giorni seguenti saranno duri. Gli apostoli avevano ragione a tremare. Loro, come quelli che gridano Osanna!, non sanno come finirà questa settimana che è appena cominciata, che il Gesù da loro tanto amato morirà solo sulla Croce. Il kerigma, l’annuncio della nostra fede parte proprio da qui.