Aspettando la Pasqua

misericordia 3L’annuncio di Gesù crocifisso può apparire anche oggi lontano dal modo di pensare comune. Una certa cultura dell’efficienza, che emargina la sofferenza, non aiuta immediatamente a comprendere, nella fede, il valore della croce come “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24). Eppure solo in Cristo crocifisso e risorto si svela pienamente il mistero della sua persona e l’amore misericordioso di Dio per noi. È importante che il vangelo della croce sia accolto nel suo autentico significato, per essere vissuto e testimoniato come dono di vita e di salvezza. Lo scopo di Gesù è rivelare e attuare la presenza salvifica di Dio nella storia, il suo regno. Ciò avviene non soltanto attraverso le parole e le opere, ma anche e soprattutto attraverso il mistero della morte e risurrezione, che egli chiama la sua “Ora” (Gv 2,4; 12,23; 17,1). Nel dono che egli fa di sé stesso si manifesta il regno di Dio. Esteriormente Gesù si presenta come un “rabbi”, un maestro della Legge, in quanto si circonda di discepoli e insegna, e nell’insegnare non commenta le Scritture come gli scribi, ma propone “una dottrina nuova” (Mc 1,27), con immediatezza e autorità; non usa neppure la formula dei profeti “oracolo di JHWH”, ma la sostituisce con un audace: “Io vi dico” (Mt 5,20), per di più in contrapposizione a: “Fu detto”, cioè fu detto da Dio (Mt 5,21); apre il discorso con un insolito: “Amen, amen”, che significa “In verità, in verità vi dico” (Gv 1,51), per asserire che la sua parola è sicura e solida come la roccia. La stessa autorità egli esercita nel rimettere i peccati e nel celebrare il banchetto del Regno con i peccatori, verso i quali si mostra nello stesso tempo misericordioso ed esigente, oltre ogni “ragionevole” misura. Pretende di essere decisivo per la salvezza: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 12,30); “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32-33). Esige di essere amato più dei genitori e dei figli e chiede che si lasci tutto per seguirlo. La sua persona, in definitiva, è più decisiva della sua dottrina e della sua azione. Autorità e pretese indubbiamente inaudite. D’altra parte Gesù vive poveramente, al punto che “non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Non impiega mai la sua potenza miracolosa per un vantaggio personale o per imporre il proprio progetto, a costo di deludere quanti si aspettano un Messia più efficiente. Servizio e dono di sé animano il suo insegnamento e la sua attività; presto troveranno l’espressione suprema nella sua morte e risurrezione. In Gesù autorità e servizio, misericordia e austerità si fondono in modo del tutto singolare. Sorgente di questa singolarità è l’esperienza di Dio come “Abbà”: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio” (Mt 11,27). Ha ricevuto tutto dal Padre e perciò è totalmente sottomesso a lui e nello stesso tempo a lui uguale nella maestà divina e nella capacità di amare. Gesù è una cosa sola con il Padre e ne impersona il regno. Nel servizio e nel dono di sé, non meno che nell’autorità, lo rivela, lo glorifica: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9). Il Padre è il primo ad amare, a donarsi, anzi è l’amore stesso; e il modo più appropriato di manifestarlo è amare, servire, dare se stesso. Ecco perché Gesù ha interpretato il suo messianismo come servizio fino alla morte in croce e alla risurrezione. Ecco perché il regno di Dio viene “con potenza” (Mc 9,1) nella sua Pasqua. Prepariamoci al grande giorno meditando sul grande dono dell’Amore trinitario.

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