17. Il bene comune: conclusione

buon sabato 2Un primo passaggio consiste nel ritrovare un accordo almeno intorno a ciò che è male[1]. Se siamo così incerti nel definire il bene, possiamo almeno trovare un punto di convergenza sull’idea di male, cioè su tutto ciò che causa dolore e sofferenza nell’esperienza umana. A partire da qui diventa forse possibile recuperare la consapevolezza che il vivere insieme comporta, come conseguenza, l’intollerabilità di accettare per sé e per gli altri un livello di sofferenza o di male troppo elevato. In fondo, da sempre gli esseri umani hanno trovato un accordo proprio a partire da tale questione. Combattere la fame, l’emarginazione sociale, l’insicurezza, la violenza, la soppressione della vita nascente, sono tutti terreni che possono essere riconosciuti come comuni. In fondo, si tratta di ripercorrere la strada proposta dal Decalogo, che ha indicato, per quanto riguarda i rapporti tra gli uomini, forme di male (l’omicidio, il furto, l’invidia, il libertinaggio sessuale, la menzogna) da combattere. La pista è così tracciata: chiedersi quale possa essere la possibile traduzione del Decalogo nella realtà odierna apre un immenso campo di lavoro. Un secondo passaggio, questa volta in positivo, va nella direzione di recuperare l’idea di bene attraverso una rielaborazione più adeguata e realistica della condizione umana contemporanea. Oggi nessuno può più pensarsi indipendentemente dagli altri abitanti del globo. E questo perché siamo interdipendenti, il che significa che, volenti o nolenti, condividiamo il medesimo destino[2]. Sentirsi fratelli, o se si preferisce membri della stessa famiglia umana, significa almeno due cose. La prima che nessuna solidarietà locale può pensarsi in contrapposizione con questa solidarietà universale. La seconda condizione è che occorre costruire e mettere a regime nuove forme giuridiche che rendano possibile tale articolazione, ed è questa una delle principali sfide per il prossimo futuro. Anche perché il principio di fraternità opera non solo tra i diversi livelli spaziali, ma anche all’interno di un qualunque contesto territoriale, diventando così un principio chiave per arrivare a costruire forme di convivenza interculturale. Una terza pista per cominciare a lavorare per superare la crisi del bene comune ha a che fare con la riedizione dell’idea di sussidiarietà, che si esprime oggi prima di tutto nella capacità di contaminare gli apparati tecnico-funzionali (all’interno dei quali è strutturata la nostra vita sociale) con le dimensioni etica e relazionale[3]. La costruzione del bene comune oggi non passa più solo dalla sfera politica in senso stretto, ma va vista come uno sforzo corale che deve coinvolgere molti più soggetti e molti più settori. Queste considerazioni ci portano ad una provvisoria conclusione: non ci sono scorciatoie per il bene comune. Ci sono momenti storici in cui è un intero popolo che si deve rimettere in cammino, per arrivare a costruire nuovi quadri di sintesi.  Quanto è accaduto negli ultimi tre decenni ci consegna una fase storica profondamente differente da quella che è alle nostre spalle, avvertiamo l’assenza del bene comune, ma non sappiamo come ricostruirlo. Per superare tale impasse, occorrono uomini capaci di tenere unite la testa e il cuore, la ragione e la passione. Occorrono persone capaci di avere lo sguardo lungo e la pazienza del contadino, capaci di coltivare una speranza autentica e di vedere così ciò che una prospettiva troppo ristretta rende invisibile.

È vero che la «Bellezza salverà il mondo[4]» perché solo l’Amore libera dalla solitudine e dalla sofferenza [5]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] Cf. S. Morandini, Da credenti nella globalizzazione, Dehoniane, Bologna 2008.

[3] G. Quinzi – U. Montisci – M. Toso (a cura), Alla ricerca del bene comune. Prospettive teoretiche e implicazioni pedagogiche per una nuova solidarietà, Las, Roma 2008.

[4] Ippolit, diciottenne ateo che la tisi sta consumando, pone con sarcasmo la questione che esplicita il carico di ambiguità che la rassicurante parola «bellezza» tradizionalmente maschera: «Quale bellezza salverà il mondo?» [F. M. Dostoevskij, LʼIdiota, A. Polledro (trad.), L. Ginzburg (prefazione), Einaudi, Torino 1941]. La bellezza che splende come luce nelle tenebre, la bellezza che appare nella forma stessa del Figlio di Dio, nel Verbo che si presenta come verità, la bellezza che risuona in lui come parola della vocazione di ogni uomo a essere figlio della luce, e ancora, la bellezza del pastore bello (o kalós, cf. Gv 10,11.14) che dà la vita per le pecore e che, innalzato da terra, attira tutti a sé (Gv 12,32), la bellezza che così si rivela può rivendicare per sé il senso della salvezza cui ogni uomo confusamente aspira e che il cristiano indubitabilmente riconosce e confessa.

[5] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

16.Il bene comune: riscoprire i valori

buongiorno17[1]; in questo senso, condivido la definizione che dei valori ha dato Prandstraller, che li considera «orientamenti del desiderabile»[2]. Raggiungibili da chiunque voglia perché, scrive Chesterton: «L’uomo comune è sempre stato sano di mente perché è sempre stato un mistico. Ha ammesso la mezza luce. Ha sempre tenuto un piede sulla terra e l’altro nel paese delle fate»[3]. Trasferendo all’interno del nostro tema la considerazione di Chesterton e valorizzandone la portata sul piano antropologico, mi sembra di poter dire che l’uomo virtuoso non è quello che, dopo aver neutralizzato o anestetizzato il desiderio, si avvia sull’improbabile strada della virtù a tutti i costi. L’uomo, anche l’uomo post-moderno, diventa uomo virtuoso sia quando lavora a creare dentro di sé e intorno a sé spazi intermedi che permettono l’incontro tra idealità e realtà, sia quando orienta le sue energie per uscire dalla serialità[4]. Sinteticamente sono due le ragioni più importanti che spiegano lo smarrimento del bene comune[5]. La prima ha a che fare con il prevalere di uno spirito del tempo caratterizzato dal cinismo e dalla disillusione, nel quale si ritiene non solo che sia impossibile, ma anche sbagliato, ricercare il bene, tanto più quello di tutti. Per quanto possa suonare sorprendente, è proprio l’assenza di bene che sembra contraddistinguere questa fase storica. Tale assenza deriva da una visione radicalmente individualistica della vita, vediamo dominare la convinzione che sia compito di ciascuno definire, da sé, quale sia il suo bene. Un bene che, per non sbagliare, viene poi equiparato a felicità, con tutte le ambiguità che questo termine comporta: se non c’è dubbio che la felicità sia un bene, non è affatto detto che, nelle condizioni concrete nelle quali l’essere umano vive, l’equivalenza tra questi due termini sia sempre garantita. In sostanza la ricerca della mia felicità può andare a discapito della costruzione del bene comune. Basata su un’estremizzazione del principio individualistico, questa impostazione porta a diversi paradossi. Il primo è che, mentre ciascuno è alla ricerca della sua felicità, esce di scena l’idea di un bene che non sia semplicemente la somma dei beni individuali. Sappiamo benissimo che ci sono dimensioni di bene che sono accessibili solo come bene collettivo (per fare un esempio: noi possiamo godere del bene della sicurezza e della fiducia sociale solo come bene collettivo, che nasce dalla comprensione e dalla partecipazione di tutti ai vantaggi che derivano da un tale bene), ma questa buona ragione non sembra aver presa sufficiente per plasmare i comportamenti collettivi. Il secondo è che nel momento in cui si rinuncia all’idea di bene, e quindi, a maggior ragione, al bene comune, ne consegue che la realtà sia sempre più determinata dall’imposizione da parte di coloro che hanno più potere della loro definizione di bene, affermata come semplice dato di fatto e non come progetto condiviso. La seconda ragione della crisi del bene comune deriva dal fatto che ciò che definisce la comunità alla quale l’idea di comune dovrebbe applicarsi appare quanto mai infragilita se non dispersa: i grandi contenitori collettivi del XX secolo, la nazione e la classe, su cui sono fondate le solidarietà del passato sono entrambe in crisi[6]. Ripetiamo spesso che la solidarietà è in crisi, ma la crisi di questo valore è un portato della riorganizzazione strutturale della vita sociale, che tende a sciogliere quei contenitori che dettavano il senso del sentirsi in solido. Per cercare di incidere sul clima culturale di questo periodo storico occorre riconoscere queste difficoltà e cercare le strade per uscire dalla palude nella quale ci troviamo.

«Bussate e vi sarà aperto[7]», ma se la porta è «acchiantata»[8] posso entrare senza “tuzzuliare[9][10]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] G. P. Prandstraller, L’uomo senza certezze e le sue qualità, Laterza, Roma-Bari 1991, 53.

[3] G. K. Chesterton, Ortodossia, Piemme, Casale Monferrato 1999, 29.

[4] Cf. N. Galantino, L’oblio delle virtù a favore del desiderio, in Dialoghi, Anno VII, 16-25.

[5] Cf. M. Magatti, Dov’è finito il bene comune? in «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1, 20-25.

[6] Cf. M. Simone (a cura), Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano. Atti della 45a Settimana sociale dei cattolici italiani, EDB, Bologna 2008.

[7] Cf. Mt 7,7: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto»,

[8] Accostata.

[9] Bussare.

[10] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

15.Il bene comune: rivalutare le persone

mounierSe concorrere al Bene comune è somma del raggiungimento del bene di ogni persona, bisogna dichiarare l’importanza della persona ed invocarne il recupero e la centralità. Il card. Bagnasco ricordava che «l’uomo non è riducibile ad un agglomerato di pulsioni e desideri, ma è un soggetto ricco e unitario, non è una macchina corporea, né un pensare disincantato […]. La libertà stessa ne beneficia, libertà che è premessa e condizione dell’amore senza il quale vi è solitudine e morte»[1]. Questo però non basta a neutralizzare i tanti equivoci che si consumano intorno al concetto di persona[2]. A fronte, infatti, di un dato facilmente constatabile ve n’è un altro altrettanto evidente: l’ambiguità che da sempre accompagna questo richiamo[3]. Il termine persona è percorso dall’ambiguità sotto qualunque aspetto venga considerato: nella sua genesi, nella gamma dei suoi possibili significati, nella sua storia, nella portata speculativa che a esso di volta in volta è stata assegnata[4]. Forse si paga ancora lo scotto dell’equazione fra persona ed individuo, la prima capace di virtù e l’altro ridotto a semplice «macchina desiderante”. Sulla scia degli insegnamenti di Maritain, Mounier e von Balthasar pur rispettando tale distinzione, soprattutto quando quest’ultimo ricorda che il concetto di persona è congiunto alla nozione di compito e di missione, ma è anche vero, seguendo Mounier, che non è prudente accogliere in maniera acritica la separazione netta, fino a diventare opposizione, tra persona e individuo. «La vita della persona, scrive Mounier, non è una separazione, un’evasione, un’alienazione, essa è présence et engagement (presenza e impegno). La persona non è solitudine interiore, o un dominio circoscritto»[5]. Ed è vero anche che è lo stesso Mounier ad avvertirci che questo concetto di persona è continuamente minacciato dall’individualismo che «ha sostituito la persona con un’astrazione giuridica senza vincoli, senza stoffa, senza contorno, senza poesia, interscambiabile, abbandonata alle prime forze che capitano»[6]. Si commetterebbe però un grave errore a pensare che il problema sia tutto e solo nell’opposizione tra persona e individuo, sicché basterebbe ristabilire il primato della persona sull’individuo per neutralizzare l’invadenza del desiderio a vantaggio di una vita virtuosa. «A volte per distinguerli si contrappongono fra loro persona e individuo. Si rischia così di defraudare la persona dei suoi legami concreti. La persona si sviluppa solo purificandosi continuamente dall’individuo che è in lei e vi perviene rendendosi disponibile, quindi più trasparente a sé stessa. Allora avviene come se, non essendo più occupata “di sé”, “piena di sé”, essa diventasse, e soltanto in quel momento, capace degli altri, raggiungesse lo stato di grazia»[7], potrei tradurre, quindi, con vita virtuosa. E allora nasce una nuova considerazione.

«Shabbat shalom». Strappa ogni giorno lettere d’odio, fanne coriandoli per la grande Festa finale: l’abbraccio dei Popoli [8]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] A. Bagnasco, Prolusione alla 57a Assemblea generale dei Vescovi italiani (21 maggio 2007).

[2] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[3] N. Galantino, Sulla via della persona. Storia, epistemologia, figure e percorsi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, 201-203.

[4] F. Chiereghin, “Le ambiguità nel concetto di persona”, in Dall’antropologia all’etica. All’origine della domanda sull’uomo, Guerini e Associati, Milano 1997, 55.

[5] E. Mounier, Manifesto al servizio del personalismo comunitario, A. Lamacchia (cur.), Ecumenica, Bari 1975, 68-70.

[6] Id., Rivoluzione personalista e comunitaria, Ecumenica, Bari 1981, 78.

[7] Id., Il personalismo, AVE, Roma 122004, 59

[8] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

Convegno di Studi alla Pontificia Facoltà Teologia – sez. S. Tommaso – Napoli

convegno

Francesco di Paola. Tra spiritualità biblica e penitenza ascetica.

Convegno di Studi in occasione del VI Centenario della nascita e del 60° di erezione della provincia Religiosa S. Maria della Stella.

Per informazioni:

Segreteria: 081 – 74. 10. 000

Email: pftim@tin.it