2. Il bene comune: Il bene è meglio del male

aristoteleQuesta dimensione, spesso affermata da Papa Francesco, vale tanto per chi si dice cattolico, quanto per chi si definisce “laico”.[1] Il problema – come denunciato in tutta la sua vita teologica e pastorale da Benedetto XVI – è la dittatura del relativismo che include anche l’etica. Torna quindi il dubbio: “Perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace?”. A tale quesito si può rispondere solo appoggiandosi al primo fondamento dell’etica del bene comune che affonda le sue radici nella teologia e nelle scienze umane. È infatti un clamoroso falso ideologico che la cattiveria e l’immoralità siano più efficienti e appaganti del bene e della giustizia. Lo dimostrano gli Stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa), nei quali è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica della virtù e del bene comune, soprattutto quando aperta all’evento cristiano, fa vivere a livello interpersonale la logica della relazione fraterna ed armoniosa che abita la persona sia dal punto di vista fisico che psichico. Diversi studi dimostrano che l’uomo e la donna sono felici tanto più sono sane le relazioni con Dio, con la famiglia, la comunità, la scuola, il lavoro. Viceversa una vita aggressiva, fondata sul self-love, sulla volontà di potenza, è infelice e malata, soprattutto se esposta a relazioni disarmoniche e violente. Per il credente, il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è l’equilibrio tra l’uomo e Dio che ci chiama a vivere ed alimentare l’etica del bene comune e delle virtù in una relazione di fraternità inclusiva con l’altro. Lo stesso processo riguarda anche i non credenti che vivono queste stesse relazioni. Nell’antichità greca prevaleva un’accezione pre-morale della parola «virtù», secondo la quale il bene indicato con tale parola consisterebbe per lo più in abilità di tipo tecnico, fisico, prestazionale: riguardanti, insomma, l’uomo in quanto artista, atleta, amministratore, o altro ancora; ma non l’uomo in quanto uomo. Con Aristotele e gli Stoici prima, e con la letteratura Patristica e Scolastica poi, iniziò a prevalere invece l’accezione morale di «virtù», che è quella tutt’ora corrente. Parlare dunque di virtù significa indicare stili di vita, storicamente già sperimentati e collaudati, che traducono la legge morale in vita vissuta e che sono tradizionalmente riconosciuti come aspetti autentici della vita buona. La vita dell’uomo è mossa da certe passioni e strutturata secondo certe abitudini (secondo un certo ethos): non si potrà dunque intraprendere un cammino morale che non tenga conto di questo, cioè che non tenda a utilizzare il più possibile gli elementi passionali, e a darsi la solidità di un ethos (di una vita concreta). Questa è la grande intuizione espressa da Aristotele nel Secondo Libro dell’Etica Nicomachea[2].

«Io non sono razzista», afferma colui che ammazza il proprio simile [3]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] Cf. P. Pagani, L’eredità di Trasimaco, in Dialoghi, Anno VII, n. 3 (2007), 26-27.

[3] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

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