3. Il bene comune: una vita virtuosa

socrateAristotele concorda con Socrate nel ritenere che la virtù morale (areté ethiké) non si possa insegnare teoricamente[2]; ed è convinto che essa possa essere conquistata soltanto a partire da singoli atti buoni[3], gratificanti. Infatti, se «è a causa del piacere che compiamo le cose cattive ed è a causa del dolore che ci asteniamo dalle cose moralmente belle», il lavoro educativo (da compiere su di sé, sui figli, sulla società) consisterà nel guidare e nell’essere guidati subito da giovani, come dice Aristotele citando Platone[4], “a rallegrarsi e a dolersi delle cose appropriate”[5]. E l’assegnazione (a sé e agli altri) di rinforzi positivi o negativi, avrà proprio la funzione di aiutare a scoprire il bene morale come qualcosa di gustoso e il male come qualcosa di disgustoso[6]. La scelta buona è dunque favorita, resa più agile, dal fatto di collocarsi nel contesto di una vita virtuosa, cioè di una vita educata. L’uomo educato, è l’uomo che sceglie secondo coscienza, e non reagisce semplicemente all’accaduto. L’uomo virtuoso, in cui questo atteggiamento è divenuto abituale, diviene familiare o connaturale col bene; tanto da “vedere” quasi a colpo d’occhio, come capita a chi è esperto in una certa materia, «la verità in ogni cosa»[7]: ad esempio quale sia il bene più urgente da promuovere e da salvare in un certa situazione. La spinta verso il bene è in noi naturale; ma la nostra capacità di trasmettere tale vocazione in un concreto progetto di vita, questa è dovuta alle immagini di vita che ci formiamo all’interno della vita morale già in atto in chi ci precede o ci circonda, e rispetto alla quale anche la nostra vita morale si struttura. Una vita morale che si attua secondo una certa forma è un ethos; e un ethos (una forma di vita) è sempre partecipato da una comunità. Questa classica evidenza è stata riproposta, in epoca a noi contemporanea, dal filosofo americano Alasdair MacIntyre, con il volume Dopo la virtù (1981). Egli ci ricorda che non ci sono virtù, senza comunità e tradizioni al cui interno esse possano essere trasmesse, coltivate e innovate. Tali comunità sono: le famiglie, le comunità di lavoro, quelle sociali e quelle religiose. La celebre pagina in cui Socrate conduce Trasimaco a riconoscere che senza virtù ogni convivenza si rovescia in conflitto, ci suggerisce che, solo limitando liberamente la propria spontaneità in funzione di una ampia architettura del bene, detta «bene comune», l’uomo può realizzare la dimensione sociale della propria natura e in tal modo fiorire egli stesso[8]. Concetto chiave della dottrina sociale cristiana, ma anche snodo ineludibile della riflessione della filosofia morale o politica, il «bene comune» costituirà l’asse attorno a cui ruoteranno questi articoli.

Non dire: non posso farcela. Un bersagliere zoppo[9] ti ha dato l’esempio [10]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] Cf. Platone, Protagora 361 a, La Scuola, Brescia 2013.

[3] Cf. Aristotele, Etica Nicomachea, II, 1, Mazzarelli C. (a cura), Bompiani, Milano 2000. L’Etica nicomachea pone, in modo organico, i problemi fondamentali della riflessione morale di ogni tempo: il bene in generale e il bene per l’uomo, la felicità, la libertà, la virtù, la legge morale, il dovere, il fine ultimo. Per una completezza di pensiero cf. anche A. Fermani, L’ etica di Aristotele, Morcelliana, Brescia 2012.

[4] Cf. Platone, Leggi, 653 a, Testo greco a fronte, Ferrari F. – Poli S. (trad.), BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2005. Il dialogo sulle Leggi, probabilmente lasciato incompiuto per il sopraggiungere della morte, rappresenta un punto d’arrivo del pensiero platonico. In quest’opera, dove Platone sembra maggiormente disilluso sulla possibilità di realizzare una perfetta forma di governo, vengono delineate le leggi secondo le quali il filosofo può guidare una nuova comunità politica e realizzare comunque la migliore forma di governo. Cf. anche G. Panno, Dionisiaco e alterità nelle «Leggi» di Platone. Ordine del corpo e automovimento nella città-tragedia, Vita e Pensiero, Milano 2007.

[5] Cf. Aristotele, Etica Nicomachea, II, 1104 b. 8-13, Mazzarelli C. (a cura), Bompiani, Milano 2000.

[6] Cf. Pagani, L’eredità di Trasimaco, in Dialoghi, Anno VII, n. 3 (2007), 28.

[7] Cf. Aristotele, Etica Nicomachea, III, 6.

[8] Cf. Pagani, L’eredità di Trasimaco, 34.

[9] Il riferimento è ad Enrico Toti.

[10] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

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