7. Il bene comune: solidarietà e fraternità.

volto con rugheNel bene comune confluiscono beni differenziati, da quelli materiali a quelli connessi alla caratteristica dell’uomo come essere sociale[1]. I primi sono chiamati beni di sussistenza, e rientrano quindi nei doveri sociali di giustizia. I secondi invece detti beni relazionali, e rientrano nei beni di fraternità e di carità. Un pasto all’affamato o una cura all’ammalato sono interventi di giustizia. Questi beni possono tuttavia essere elargiti in forma anonima e impersonale oppure in modo personalizzato e fraterno. Una vera teoria del bene comune implica che i beni materiali vengano elargiti in un contesto fraterno. La solidarietà impersonale basta a garantire la sopravvivenza ma non la felicità, e fa sopravvivere una nozione di Stato che ricorda ancora lo Stato hobbesiano che governa attraverso la paura e non valorizzando l’amicizia civica. Nell’ottica dell’ “I care” e, quindi, del dono di sé, del proprio tempo, della propria competenza all’altro come persona, che si manifesta e chiama a responsabilità ed esige di essere avvicinata non in maniera anonima ed impersonale, ma in modo personalizzato, la lezione fondamentale di chi è impegnato nel sociale sta nell’anteporre ad ogni cosa, valore, ideale, i nomi, i volti, le storie. Non genericamente i poveri o i malati, ma “quei” poveri e “quei” malati; non i problemi sociali, ma dolorose storie di vita. L’etica di chi si prodiga per il bene comune, è così etica dei volti, di una responsabilità incarnata nel tempo e nei luoghi, a partire dalle relazioni concrete. Gratuità e gratitudine, dare e ricevere lo rendono capace di cogliere ed accogliere nell’altro aspetti insospettati e inattesi[2]. Le rughe di un volto, ad esempio, potranno non ricordare la decrepitezza di un essere, ma saranno un aiuto a cogliere la bellezza matura, poiché raccontano, a fior di pelle, un’avventura umana[3]. Con questo atteggiamento mentale, questa disposizione dell’anima, si potrà cogliere il proprio volto e la propria storia nel volto e nella storia dell’altro. Altro che va ricercato, poiché siamo chiamati a diventarne prossimo. Questa capacità di ricerca ci renderà sempre più attenti a leggere il volto degli altri, consapevoli che «imparare a leggere un volto significa imparare a leggere il mondo»[4].

«Dammi una parola di Vita», dice il giovane a te, Adulto, che l’hai lasciato ghermire da Erinni e Chimere[5]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] Cf. A. Mastantuono, I nuovi costruttori della solidarietà sociale, in «Dialoghi», Anno VIII, 64.

[3] Cf. O. Clement, Il volto interiore, Jaca Book, Milano 1978, 22.

[4] Cf. J. De Bourbon-Busset, in La Croix-L’Evénement del 21/12/1975.

[5] Le Erinni sono dee violente, che i Romani identificarono con le Furie. Chimera è un animale leggendario con la parte posteriore di serpente e la testa di leone su un corpo di capra e sputa fiamme.

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