8.Il bene comune: il contributo della Chiesa cattolica

giovanni XXIIILa categoria di «bene comune[1]» è fondamentale all’interno della riflessione della società e sullo Stato condotta nell’ambito del pensiero cristiano e, più specificamente, della dottrina sociale della Chiesa: ciò emerge con particolare evidenza dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa[2] nel cui corposo indice analitico il lemma “bene comune” è in assoluto uno di quelli più ricorrenti[3]. «Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. La persona non può trovare compimento solo in sé stessa, a prescindere cioè dal suo essere “con” e “per” gli altri. Nessuna forma espressiva della socialità, dalla famiglia, al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla comunità dei popoli e delle Nazioni, può eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua sussistenza» (n. 165). Ripercorrere la storia, in certi momenti alquanto travagliata, del bene comune implicherebbe una vastissima ricognizione ma riprendendo quanto già fin’ora scritto ricorderò che solo verso la metà dell’Ottocento, e soprattutto dopo la Rerum Novarum, con la nascita e lo sviluppo dei movimenti sociali e politici di ispirazione cristiana, la nozione di bene comune tornerà ad essere una categoria portante del pensiero sociale e politico[4]. Mi limiterò, pertanto, a dare ragione degli sviluppi di questa categoria di pensiero nel più recente Magistero sociale della Chiesa e specificamente a partire da Giovanni XXIII e dagli anni post-conciliari. Dal Magistero postconciliare sembra emergere una rinnovata riflessione sul bene comune[5]. Pur rimanendo appieno nel solco di un’antica tradizione di pensiero, ha sensibilmente innovato e immensamente ampliato l’area di riferimento al bene comune, in una duplice direzione: da un lato l’allargamento spaziale, con il superamento del riferimento sia alla polis antica sia alla civitas medievale sia allo Stato moderno, ed oltre; dall’altro l’allargamento concettuale, esteso cioè a nuove aree tematiche e alle problematiche legate agli sviluppi della scienza moderna, soprattutto in relazione a quella che viene ormai ricorrentemente chiamata la “svolta antropologica”. In altre parole emergono due nuove direttrici di pensiero e di azione: quella che fa riferimento al “mondo” come al grande spazio di un bene comune non più riconducibile ad orizzonti particolaristici; quella che tocca direttamente l’immagine di uomo, per due millenni non rimessa sostanzialmente in discussione ma oggi sottoposta ad un’inquietante corrosione. Senza riconnettersi da una parte alla dimensione universalistica del bene comune e senza occuparsi del fondamento del soggetto base del bene comune, e cioè l’uomo, la categoria stessa di bene comune appare in gran parte svuotata di senso.

Non c’è più onore. Forse è ancora chiuso, in quella botte là, in fondo al pendio[6]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Cf. L. Biagi, “Bene comune”, in Rivista di teologia morale, 1995, 104, 281ss.

[2] Pontificio Consiglio della Giustizia e della pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice vaticana, Città del Vaticano 2004.

[3] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[4] Cf. M. Toso, Umanesimo sociale. Viaggio nella dottrina sociale della Chiesa e dintorni, Las, Roma 2001.

[5] Cf. G. Campanini, Il bene comune nel magistero post-conciliare, in «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1, 48-57.

[6] Il riferimento è ad Attilio Regolo.

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