16.Il bene comune: riscoprire i valori

buongiorno17[1]; in questo senso, condivido la definizione che dei valori ha dato Prandstraller, che li considera «orientamenti del desiderabile»[2]. Raggiungibili da chiunque voglia perché, scrive Chesterton: «L’uomo comune è sempre stato sano di mente perché è sempre stato un mistico. Ha ammesso la mezza luce. Ha sempre tenuto un piede sulla terra e l’altro nel paese delle fate»[3]. Trasferendo all’interno del nostro tema la considerazione di Chesterton e valorizzandone la portata sul piano antropologico, mi sembra di poter dire che l’uomo virtuoso non è quello che, dopo aver neutralizzato o anestetizzato il desiderio, si avvia sull’improbabile strada della virtù a tutti i costi. L’uomo, anche l’uomo post-moderno, diventa uomo virtuoso sia quando lavora a creare dentro di sé e intorno a sé spazi intermedi che permettono l’incontro tra idealità e realtà, sia quando orienta le sue energie per uscire dalla serialità[4]. Sinteticamente sono due le ragioni più importanti che spiegano lo smarrimento del bene comune[5]. La prima ha a che fare con il prevalere di uno spirito del tempo caratterizzato dal cinismo e dalla disillusione, nel quale si ritiene non solo che sia impossibile, ma anche sbagliato, ricercare il bene, tanto più quello di tutti. Per quanto possa suonare sorprendente, è proprio l’assenza di bene che sembra contraddistinguere questa fase storica. Tale assenza deriva da una visione radicalmente individualistica della vita, vediamo dominare la convinzione che sia compito di ciascuno definire, da sé, quale sia il suo bene. Un bene che, per non sbagliare, viene poi equiparato a felicità, con tutte le ambiguità che questo termine comporta: se non c’è dubbio che la felicità sia un bene, non è affatto detto che, nelle condizioni concrete nelle quali l’essere umano vive, l’equivalenza tra questi due termini sia sempre garantita. In sostanza la ricerca della mia felicità può andare a discapito della costruzione del bene comune. Basata su un’estremizzazione del principio individualistico, questa impostazione porta a diversi paradossi. Il primo è che, mentre ciascuno è alla ricerca della sua felicità, esce di scena l’idea di un bene che non sia semplicemente la somma dei beni individuali. Sappiamo benissimo che ci sono dimensioni di bene che sono accessibili solo come bene collettivo (per fare un esempio: noi possiamo godere del bene della sicurezza e della fiducia sociale solo come bene collettivo, che nasce dalla comprensione e dalla partecipazione di tutti ai vantaggi che derivano da un tale bene), ma questa buona ragione non sembra aver presa sufficiente per plasmare i comportamenti collettivi. Il secondo è che nel momento in cui si rinuncia all’idea di bene, e quindi, a maggior ragione, al bene comune, ne consegue che la realtà sia sempre più determinata dall’imposizione da parte di coloro che hanno più potere della loro definizione di bene, affermata come semplice dato di fatto e non come progetto condiviso. La seconda ragione della crisi del bene comune deriva dal fatto che ciò che definisce la comunità alla quale l’idea di comune dovrebbe applicarsi appare quanto mai infragilita se non dispersa: i grandi contenitori collettivi del XX secolo, la nazione e la classe, su cui sono fondate le solidarietà del passato sono entrambe in crisi[6]. Ripetiamo spesso che la solidarietà è in crisi, ma la crisi di questo valore è un portato della riorganizzazione strutturale della vita sociale, che tende a sciogliere quei contenitori che dettavano il senso del sentirsi in solido. Per cercare di incidere sul clima culturale di questo periodo storico occorre riconoscere queste difficoltà e cercare le strade per uscire dalla palude nella quale ci troviamo.

«Bussate e vi sarà aperto[7]», ma se la porta è «acchiantata»[8] posso entrare senza “tuzzuliare[9][10]. Ad maiora, Aniello Clemente.

[1] Il canovaccio di questi articoli è costituito dalle riflessioni presenti su: Quale uomo per le virtù, «Dialoghi», Anno VII, settembre 2007, n. 3; Alla ricerca del bene comune, «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1.

[2] G. P. Prandstraller, L’uomo senza certezze e le sue qualità, Laterza, Roma-Bari 1991, 53.

[3] G. K. Chesterton, Ortodossia, Piemme, Casale Monferrato 1999, 29.

[4] Cf. N. Galantino, L’oblio delle virtù a favore del desiderio, in Dialoghi, Anno VII, 16-25.

[5] Cf. M. Magatti, Dov’è finito il bene comune? in «Dialoghi», Anno VIII, marzo 2008, n. 1, 20-25.

[6] Cf. M. Simone (a cura), Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano. Atti della 45a Settimana sociale dei cattolici italiani, EDB, Bologna 2008.

[7] Cf. Mt 7,7: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto»,

[8] Accostata.

[9] Bussare.

[10] L’aforisma è tratto dal mio libro Detti e aforismi di prossima pubblicazione.

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