Una doverosa precisazione

buongiorno 33Cari amici e lettori spesso nella foga del parlare usiamo frasi, detti, motti, citazioni, senza menzionare le fonti e, d’altronde, sembrerebbe spocchioso dover sempre premettere: «come dice: …». Ma, quando si scrive, e specialmente se si scrive affidando ad internet o ai social i nostri pensieri deve essere obbligatorio far sapere che quando non tutto è frutto del nostro estro, abbiamo attinto da altri e doverosamente ne citiamo la fonte e l’autore. Se un’opera d’arte porta nel retro i certificati di qualità, la provenienza e la firma dell’autore, lo stesso deve avvenire per le opere di fantasia e di letteratura. È ovvio che a furia di andare al mulino uno s’imbianca, così come a furia di leggere articoli, recensioni, pubblicazioni di uno stesso argomento, alla fine, alcuni concetti diventano personali e non ci si accorge più di citare concetti ideati da altri. Spesso sono accusato per la pignoleria delle mie citazioni andando a ricercare sempre le fonti, ma lo faccio perché sia allo studente che all’appassionato sia data la possibilità di un migliore approfondimento di quanto sto trattando. Per ovviare a qualsiasi inconveniente nel blog scrivo che: «L’autore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare nonché per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti riprodotte. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d’autore, lo si comunichi all’autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L’autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti lesivi dell’immagine o della onorabilità di terzi, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi».

Ma non tutte le ciambelle riescono col buco e con mio grave dispiacere, probabilmente per un errore di trascrizione dal testo originale all’articolo ho omesso in alcuni miei articoli dove parlavo dell’aspetto fisico di Gesù la fonte di quanto scrivevo. Trattavasi di brani tratti dagli scritti di una valente teologa contemporanea la prof.ssa M. B. Selene Zorzi docente stabile straordinario di Patrologia e Storia della Teologia all’Istituto Teologico Marchigiano e docente invitato presso l’Istituto Teologico Pugliese di Molfetta (2012-2014). Insegna Antropologia Teologica, Filosofia antica e Patrologia all’ISSR di Ancona, dove ricopre l’incarico di Vicedirettrice dal 2008. Già docente incaricato di Filosofìa al Pontificio Ateneo S. Anselmo (2006-2013) e di Teologia Spirituale alla Pontificia Università Lateranense (2011-2012). Coredattrice della rivista telematica Reportata. Passato e presente della teologia [on-line]. Ha ideato e gestito il sito del Coordinamento Teologhe Italiane dal 2003 al 2013. È Coach ACC accreditata presso la International Coach Federation e detentrice del marchio Epektasis.Life&Spiritual Coaching 2.0. Gli scritti da cui ho tratto ispirazione sono: Desiderio della Bellezza (eros tou kalou) da Platone a Gregorio di Nissa. Tracce di una rifrazione teologico semantica, (Studia Anselmiana 145), Roma 2007. Il volto di Cristo tra arte e letteratura, Università la Sapienza di Roma, 29 aprile 2008. Sfiguramento e trasfigurazione. Un apporto teologico per comprendere la «Body Art»?, «Reportata », Passato e presente nella teologia, (2 marzo 2009). E per chi volesse averne piena visione allego il sito: http://mondodomani.org/reportata/zorzi10.htm.

La presente precisazione intende anche essere pedagogica[1]: si può anche sbagliare, ma l’importante è saper correggere l’errore e farne tesoro per il domani[2].

[1] “È sorprendente vedere come gli studenti possano perdere una parte della loro paura di sbagliare, profondamente radicata in loro, quando si trovano con un insegnante che non chiede loro di essere nel giusto, ma soltanto di unirsi a lui nella ricerca dell’errore: del suo come del proprio” (Postman, 1981)

[2] È stato acutamente osservato che il piccolo dell’uomo, per effetto della sua riduzione degli istinti e per la sua manchevolezza biologica, è costretto, a differenza di tutti gli altri animali, ad apprendere, fin dalla più tenera età, tutti quei gesti che gli saranno utili per assicurarsi l’esistenza, per prepararsi a conquistare un posto nel mondo. Ma questo handicap, a ben riflettere, finisce per tramutarsi, per il piccolo dell’uomo, in un vero e proprio vantaggio, in quanto ogni atto o comportamento appreso non resta fine a se stesso: gli serve per apprendere altre cose e lo mette in condizione di acquisire l’abitudine ad apprendere; gli fa imparare ad apprendere (Dewey, 1916).