Ponti sul Mediterraneo

stretta di mano 6«L’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella creatura nuova (2Cor 5,17; Gal 6,15) che è frutto dello Spirito Santo» (Papa Benedetto XVI).

Felice giornata, Aniello Clemente.

13d) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il sacerdozio ministeriale alla luce del mistero di Cristo

buon pastoreSi potrebbe dire che, essendo Cristo al presente nella condizione celeste, sarebbe ormai indifferente che egli sia rappresentato da un uomo o da una donna, poiché « nella resurrezione non si prende né moglie né marito » (cfr. Mt 22, 30)? Ma questo testo non significa che la distinzione dell’uomo e della donna, in quanto determina l’identità propria della persona, sia soppressa nella glorificazione; ciò che vale per noi, vale anche per il Cristo. Infatti, è appena necessario ricordare che negli esseri umani la differenza sessuale ha un influsso rilevante, più profondo che non, ad esempio, le differenze etniche: queste non raggiungono la persona umana tanto intimamente quanto la differenza dei sessi, direttamente ordinata sia alla comunione delle persone che alla generazione degli uomini. Nella Rivelazione biblica essa è l’effetto di una volontà primordiale di Dio: «Uomo e donna egli li creò» (Gn 1, 27). Tuttavia – si potrà ancora osservare – il sacerdote, soprattutto quando presiede le azioni liturgiche e sacramentali, rappresenta egualmente la Chiesa: egli agisce a suo nome, con «l’intenzione di fare ciò che essa fa». In tal senso, i teologi del Medioevo dicevano che il ministro agisce anche in persona Ecclesiae, cioè a nome di tutta la Chiesa e per rappresentarla. E di fatto, checché ne sia della partecipazione dei fedeli ad una azione liturgica, è proprio a nome di tutta la Chiesa che tale azione è celebrata dal sacerdote: questi prega a nome di tutti; nella Messa offre il sacrificio di tutta la Chiesa: nella nuova Pasqua è la Chiesa che immola il Cristo, sotto segni visibili, per il ministero dei sacerdoti[1]. Così, dal momento che il sacerdote rappresenta anche la Chiesa, non si potrebbe pensare che tale rappresentanza possa essere assicurata da una donna, secondo il simbolismo già esposto? È vero che il sacerdote rappresenta la Chiesa, che è il corpo di Cristo. Ma se lo fa, è precisamente perché, innanzitutto, egli rappresenta il Cristo stesso, il quale è il Capo e il Pastore della Chiesa: formula questa usata dal Concilio Vaticano II[2],21 che precisa e completa l’espressione in persona Christi. È con tale qualifica che il sacerdote presiede l’assemblea cristiana e celebra il Sacrificio eucaristico, «che la Chiesa tutta intera offre ed in cui essa si offre tutta intera»[3]. Se si dà valore a queste riflessioni, si comprenderà meglio come sia ben fondata la prassi della Chiesa, e si concluderà che le controversie, suscitate ai nostri giorni circa l’ordinazione della donna, costituiscono per tutti i cristiani un pressante invito ad approfondire il senso dell’Episcopato e del Presbiterato, a riscoprire la specifica posizione del sacerdote nella comunità dei battezzati, della quale egli certo fa parte, ma dalla quale si distingue poiché, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione, egli è per essa – con tutta l’efficacia che comporta il sacramento – l’immagine, il simbolo di Cristo stesso che chiama, perdona, compie il sacrificio dell’Alleanza[4].

[1] Cfr. Concilio Tridentino, Sess. 22, cap. 1: DS 1741.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen Gentium, n. 28: « Esercitando, secondo la loro parte…, l’ufficio di Cristo, Pastore e Capo »; Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 2: « In modo da poter agire in persona di Cristo Capo… »; n. 6: « La funzione di Cristo Capo e Pastore »; cfr. Pio PP. XII, Encicl. Mediator Dei: « Il ministro dell’altare impersona Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le sue membra »; AAS 39 (1947), 556; – Sinodo dei vescovi 1971, De sacerdotio ministeriali, I, n. 4: «…rende presente Cristo Capo della comunità…».

[3] Paolo PP. VI, Encicl. Mysterium Fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965), 761.

[4] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma, 15 ottobre 1976, 5.Il sacerdozio ministeriale alle luce del mistero di Cristo.

 

Pensiero della sera

buonanotte 5«Se ami una persona lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata» (Khalil Gibran).

Posso solo “legarti” con legacci di seta dorata non potendoti dimostrare le mille ragioni del mio bene. E anche se il dio dell’amore regna nel mio cuore come sovrano assoluto non hanno porte i suoi ”atri” e se me lo chiederai costruirò ali di cera per farti volare libera verso nuovi orizzonti…

Buona notte.

Morire a Sorrento

pace a voiChi sceglie la nostra Penisola per un periodo di meritato riposo lo fa perché è certo di trovarvi pace e tranquillità, ancor di più chi ci vive, grato al Signore per la fortuna di averlo fatto nascere in un luogo paradisiaco. Nulla, dunque, dovrebbe turbare lo scorrere tranquillo della sabbia nella clessidra del tempo e, dovremmo essere angustiati solo dai problemi che affliggono tutti gli altri: l’effetto serra, le tasse, le pensioni, la politica… Eppure proprio come nell’Eden genesiaco, qualcosa di brutto è venuto a sconvolgere la nostra pace: la morte di una donna, sposa e madre! Non è stato quel morbo che ghermisce tante vite e del quale facciamo ancora fatica a pronunciarne il nome per esorcizzarlo o per timore, no! Non un cancro o un tumore ci ha privati di Gea, ma l’imprudenza di un giovane centauro. La Legge si occuperà del caso ma io non mi occupo del Leviatano ma di una materia che “pesa 21 grammi”. Il giovane, in quel fatale attimo, ha dimenticato che l’uomo partecipa alla creazione continua anche nella specifica responsabilità che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente umana. Lasciamo, quindi, alla giustizia umana di fare il suo corso e cogliamo nell’accaduto l’indiretta eredità di Gea. Certo tutti dobbiamo terminare questo terreno pellegrinaggio: e il credente sa che la sua vita sta nelle mani di Dio: «Signore, nelle tue mani è la mia vita» (cf. Sal 16/15, 5), e da lui accetta anche il morire: «Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi al volere dell’Altissimo?» (Sir 41, 4). Come della vita, così della morte l’uomo non è padrone; nella sua vita come nella sua morte, egli deve affidarsi totalmente al «volere dell’Altissimo», al suo disegno di amore. Ma come nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28), così Gea non passeggiava sapendo che quello era il suo incontro con l’Eterno. La sua è una morte «assurda» perché interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti. Questa prematura morte e la nostra speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento dalla fede cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del Cristo Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha liberato l’uomo dalla morte, e gli ha donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). Da balbettante teologo davanti a un evento così deflagrante posso solo anticipare ciò che sarà detto nell’omelia funebre e che l’apostolo Paolo così riassume: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 7-8). Con Mons. Bruno Forte ricordo ai familiari e agli amici che: «l’offerta divina del dolore rende possibile la suprema offerta della fede che soffre e la apre alla vittoria sul dolore e sulla morte in quanto esodo dalla bellezza dell’amore che muore alla Bellezza che trasfigurando accoglie: il dolore offerto con Cristo al Padre, diventa via e soglia della vita, sorgente di luce che non tramonta, dolore salvifico per la forza dell’amore che lo trasfigura a partire dalla carità infinita del Dio crocifisso». La certezza dell’immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nei nostri cuori una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio.

13c) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il sacerdozio ministeriale alla luce del mistero di Cristo

chiesa sposa di cristo
La chiesa Sposa di Cristo

Infatti, la salvezza offerta da Dio agli uomini, l’unione cui sono chiamati con Lui, in una parola l’Alleanza, riveste fin dall’Antico Testamento, presso i Profeti, la forma privilegiata di un mistero nuziale: il popolo eletto diventa agli occhi di Dio una sposa ardentemente amata. Di questa intimità d’amore sia la tradizione giudaica che quella cristiana hanno scoperto la profondità, leggendo e rileggendo il Cantico dei Cantici; lo Sposo divino resterà fedele anche quando la Sposa tradirà il suo amore, quando Israele sarà infedele a Dio (cf. Os 1-3; Ger 2). Venuta «la pienezza dei tempi» (Gal 4, 4), il Verbo, Figlio di Dio, assume la carne per inaugurare e sigillare la nuova ed eterna Alleanza nel suo sangue, che sarà versato per la moltitudine in remissione dei peccati: la sua morte radunerà i figli di Dio che erano dispersi; dal suo fianco trafitto nascerà la Chiesa, come Eva è nata da quello di Adamo. Allora si realizza pienamente e definitivamente il mistero nuziale, annunziato e cantato nell’Antico Testamento: il Cristo è lo Sposo; la Chiesa è la sua sposa, che egli ama poiché se l’è acquistata col suo sangue e l’ha resa gloriosa, santa ed immacolata, e dalla quale è ormai inseparabile. Questo tema nuziale, che si precisa a partire dalle Lettere di San Paolo (cf. 2Cor 11, 2; Ef 5, 22-33) fino agli scritti giovannei (soprattutto Gv 3, 29; Ap 19, 7 e 9), è presente pure nei Vangeli sinottici: finché lo sposo è con loro, i suoi amici non devono digiunare (cf. Mc 2, 19); il Regno dei cieli è simile a un re che fece le nozze per suo figlio (cf. Mt 22, 1-14). È attraverso questo linguaggio della Scrittura, tutto intessuto di simboli e tale da esprimere e raggiungere l’uomo e la donna nella loro profonda identità, che ci è rivelato il mistero di Dio e di Cristo, mistero che di per sé è insondabile. È per questo che non si deve mai trascurare questo fatto che Cristo è un uomo. Pertanto, a meno che non si voglia misconoscere l’importanza di questo simbolismo per l’economia della Rivelazione, bisogna ammettere che, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione ed in cui è rappresentato il Cristo stesso, autore dell’Alleanza, sposo e capo della Chiesa, nell’esercizio del suo ministero di salvezza – e ciò si verifica nella forma più alta nel caso dell’Eucaristia -, il suo ruolo deve essere sostenuto (è questo il senso originario della parola persona) da un uomo: il che a questi non deriva da alcuna superiorità personale nell’ordine dei valori, ma soltanto da una diversità di fatto sul piano delle funzioni e del servizio.

Ad multos annos (Possa tu vivere per molti anni ancora).

nastrino luttoQuesta è la formula di augurio che nella liturgia cattolica viene rivolta dal vescovo consacrato al vescovo consacrante. Si usa spesso come forma di augurio generico e desidero usarla oggi per commentare una celebrazione esequiale alla quale ho partecipato ieri. Giuseppe, il papà di un mio caro amico ha celebrato il suo matrimonio nel Signore e questo mio amico, frate minimo conventuale, presbitero, ha officiato la funzione religiosa. Il cristiano è l’uomo della speranza e in molti modi le comunità parrocchiali esprimono questo senso della speranza cristiana, ma ieri si è realizzato un mio sogno e desiderio legato al rito funebre: viverlo come il rito del matrimonio. Sarà stata una coincidenza ma sia il presbiterio che l’altare erano addobbate con fiori bianchi e la liturgia è stata un perenne inno di lode alla Misericordia del Padre. Nell’omelia il figlio sacerdote ha ricordato il papà come uomo giusto, vita legata alla profezia del nome: Giuseppe, come il giusto della Bibbia! Perché il pregio più grande di quest’uomo che sta parlando panim al panim (faccia a faccia) con Dio era il silenzio. In un’epoca piena di frastuoni e chiacchiere vane, Giuseppe ha saputo educare con una vita di nascondimento e umile lavoro incarnando il “testimone” di cui parlava Paolo VI. Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano, così scriveva in occasione della morte del fratello Satiro: «Non sono stato privato dei miei rapporti con te, ma li ho cambiati: prima non ti separavi da me con la tua persona, ora sei da me inseparabile per un vincolo d’affetto; rimani con me e vi rimarrai per sempre». E così, pur nel dolore, dicono i figli, i nipoti, i parenti, al ricordo dell’indimenticato Giuseppe. L’attesa della piena partecipazione alla gloria del Figlio, getta una nuova luce sul mistero della morte ed illumina già da adesso la nostra vita, le nostre scelte. Giuseppe, unito alla Pasqua di Cristo, ci ricorda il mistero del chicco di grano che muore per non rimanere solo e produrre molto frutto (cf. Gv 12,24). Il Suo frutto non è solo la vittoria sulla morte, ma anche sulla separazione e la solitudine. Onorare la memoria dei nostri cari è vivere la fede in  questa comunione più forte della morte. Caro P. Edoardo le parole non dette puoi leggerle nei cuori e negli occhi di quanti ti stimano e ti sono vicini in questo delicato momento. Un abbraccio, in Cristo!