Morire a Sorrento

pace a voiChi sceglie la nostra Penisola per un periodo di meritato riposo lo fa perché è certo di trovarvi pace e tranquillità, ancor di più chi ci vive, grato al Signore per la fortuna di averlo fatto nascere in un luogo paradisiaco. Nulla, dunque, dovrebbe turbare lo scorrere tranquillo della sabbia nella clessidra del tempo e, dovremmo essere angustiati solo dai problemi che affliggono tutti gli altri: l’effetto serra, le tasse, le pensioni, la politica… Eppure proprio come nell’Eden genesiaco, qualcosa di brutto è venuto a sconvolgere la nostra pace: la morte di una donna, sposa e madre! Non è stato quel morbo che ghermisce tante vite e del quale facciamo ancora fatica a pronunciarne il nome per esorcizzarlo o per timore, no! Non un cancro o un tumore ci ha privati di Gea, ma l’imprudenza di un giovane centauro. La Legge si occuperà del caso ma io non mi occupo del Leviatano ma di una materia che “pesa 21 grammi”. Il giovane, in quel fatale attimo, ha dimenticato che l’uomo partecipa alla creazione continua anche nella specifica responsabilità che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente umana. Lasciamo, quindi, alla giustizia umana di fare il suo corso e cogliamo nell’accaduto l’indiretta eredità di Gea. Certo tutti dobbiamo terminare questo terreno pellegrinaggio: e il credente sa che la sua vita sta nelle mani di Dio: «Signore, nelle tue mani è la mia vita» (cf. Sal 16/15, 5), e da lui accetta anche il morire: «Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi al volere dell’Altissimo?» (Sir 41, 4). Come della vita, così della morte l’uomo non è padrone; nella sua vita come nella sua morte, egli deve affidarsi totalmente al «volere dell’Altissimo», al suo disegno di amore. Ma come nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28), così Gea non passeggiava sapendo che quello era il suo incontro con l’Eterno. La sua è una morte «assurda» perché interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti. Questa prematura morte e la nostra speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento dalla fede cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del Cristo Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha liberato l’uomo dalla morte, e gli ha donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). Da balbettante teologo davanti a un evento così deflagrante posso solo anticipare ciò che sarà detto nell’omelia funebre e che l’apostolo Paolo così riassume: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 7-8). Con Mons. Bruno Forte ricordo ai familiari e agli amici che: «l’offerta divina del dolore rende possibile la suprema offerta della fede che soffre e la apre alla vittoria sul dolore e sulla morte in quanto esodo dalla bellezza dell’amore che muore alla Bellezza che trasfigurando accoglie: il dolore offerto con Cristo al Padre, diventa via e soglia della vita, sorgente di luce che non tramonta, dolore salvifico per la forza dell’amore che lo trasfigura a partire dalla carità infinita del Dio crocifisso». La certezza dell’immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nei nostri cuori una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio.

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