13d) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il sacerdozio ministeriale alla luce del mistero di Cristo

buon pastoreSi potrebbe dire che, essendo Cristo al presente nella condizione celeste, sarebbe ormai indifferente che egli sia rappresentato da un uomo o da una donna, poiché « nella resurrezione non si prende né moglie né marito » (cfr. Mt 22, 30)? Ma questo testo non significa che la distinzione dell’uomo e della donna, in quanto determina l’identità propria della persona, sia soppressa nella glorificazione; ciò che vale per noi, vale anche per il Cristo. Infatti, è appena necessario ricordare che negli esseri umani la differenza sessuale ha un influsso rilevante, più profondo che non, ad esempio, le differenze etniche: queste non raggiungono la persona umana tanto intimamente quanto la differenza dei sessi, direttamente ordinata sia alla comunione delle persone che alla generazione degli uomini. Nella Rivelazione biblica essa è l’effetto di una volontà primordiale di Dio: «Uomo e donna egli li creò» (Gn 1, 27). Tuttavia – si potrà ancora osservare – il sacerdote, soprattutto quando presiede le azioni liturgiche e sacramentali, rappresenta egualmente la Chiesa: egli agisce a suo nome, con «l’intenzione di fare ciò che essa fa». In tal senso, i teologi del Medioevo dicevano che il ministro agisce anche in persona Ecclesiae, cioè a nome di tutta la Chiesa e per rappresentarla. E di fatto, checché ne sia della partecipazione dei fedeli ad una azione liturgica, è proprio a nome di tutta la Chiesa che tale azione è celebrata dal sacerdote: questi prega a nome di tutti; nella Messa offre il sacrificio di tutta la Chiesa: nella nuova Pasqua è la Chiesa che immola il Cristo, sotto segni visibili, per il ministero dei sacerdoti[1]. Così, dal momento che il sacerdote rappresenta anche la Chiesa, non si potrebbe pensare che tale rappresentanza possa essere assicurata da una donna, secondo il simbolismo già esposto? È vero che il sacerdote rappresenta la Chiesa, che è il corpo di Cristo. Ma se lo fa, è precisamente perché, innanzitutto, egli rappresenta il Cristo stesso, il quale è il Capo e il Pastore della Chiesa: formula questa usata dal Concilio Vaticano II[2],21 che precisa e completa l’espressione in persona Christi. È con tale qualifica che il sacerdote presiede l’assemblea cristiana e celebra il Sacrificio eucaristico, «che la Chiesa tutta intera offre ed in cui essa si offre tutta intera»[3]. Se si dà valore a queste riflessioni, si comprenderà meglio come sia ben fondata la prassi della Chiesa, e si concluderà che le controversie, suscitate ai nostri giorni circa l’ordinazione della donna, costituiscono per tutti i cristiani un pressante invito ad approfondire il senso dell’Episcopato e del Presbiterato, a riscoprire la specifica posizione del sacerdote nella comunità dei battezzati, della quale egli certo fa parte, ma dalla quale si distingue poiché, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione, egli è per essa – con tutta l’efficacia che comporta il sacramento – l’immagine, il simbolo di Cristo stesso che chiama, perdona, compie il sacrificio dell’Alleanza[4].

[1] Cfr. Concilio Tridentino, Sess. 22, cap. 1: DS 1741.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen Gentium, n. 28: « Esercitando, secondo la loro parte…, l’ufficio di Cristo, Pastore e Capo »; Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 2: « In modo da poter agire in persona di Cristo Capo… »; n. 6: « La funzione di Cristo Capo e Pastore »; cfr. Pio PP. XII, Encicl. Mediator Dei: « Il ministro dell’altare impersona Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le sue membra »; AAS 39 (1947), 556; – Sinodo dei vescovi 1971, De sacerdotio ministeriali, I, n. 4: «…rende presente Cristo Capo della comunità…».

[3] Paolo PP. VI, Encicl. Mysterium Fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965), 761.

[4] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma, 15 ottobre 1976, 5.Il sacerdozio ministeriale alle luce del mistero di Cristo.

 

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