51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari italiani. 21-25 novembre 2016

madonna-di-pompeiDedicato al tema «Maria, Madre di Misericordia», il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari italiani, si svolge quest’anno nella Basilica della Vergine di Pompei. La Bolla d’indizione dell’Anno Santo sarà il filo conduttore delle riflessioni dell’assise dei rettori.

A coadiuvare l’Arcivescovo di Pompei Mons. Tommaso Caputo, saranno i docenti della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (PFTIM) sez. “S. Tommaso d’Aquino”, di Napoli. Lunedì 21 apre i lavori del Convegno P. Edoardo Scognamiglio, docente della Facoltà che introduce il tema “Misericordia e tenerezza: cuore del mistero trinitario e orizzonti del cammino della Chiesa dei nostri tempi”. Ieri mattina, martedì 22, il prof. don Antonio Ascione, segretario e docente della Facoltà ha relazionato su «L’umanità ferita e il bisogno di salvezza» e nel pomeriggio il prof. don Gaetano Di Palma, decano e docente della Facoltà, ci ha parlato della «Umanità di Gesù e sua prassi di vita». Stamattina alle 8,30 si terrà la Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Mario Lusek, Direttore Ufficio Nazionale CEI per la pastorale del tempo libero, turismo e sport. La Celebrazione sarà trasmessa da TV 2000. Alle 16,30 avremo il piacere di ascoltare S. E. Rev.ima Mons. Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Chieti-Vasto, professore emerito della Facoltà, che ci parlerà del tema del Convegno: «Maria Madre di Misericordia».

Cristo Re dell’universo

crocifissiponeOggi per i cattolici si conclude l’Anno Liturgico: è il nostro capodanno, auguri a voi e alle vostre famiglie.

I membri del Sinedrio, che hanno consegnato Gesù a Pilato sono ai piedi della croce e lo scherniscono chiamandolo Messia, re. Ma Gesù, proprio in quanto Messia e Re nel compimento del piano eterno di salvezza, ingaggia sulla croce una lotta sanguinosa contro Satana, che aveva soggiogato l’uomo sull’albero del paradiso. Ora, sull’albero della croce, Cristo gli inferisce un colpo mortale e salva l’uomo[1]. Nel De arca Noe morali, opera mistico‒allegorica di notevole spessore cristologico, il simbolo cristologico principale è la colonna che sostiene l’intera struttura dell’arca: essa è l’albero della vita piantato nel mezzo del Paradiso. Gesù, infatti, giunge alle profondità della terra senza abbandonare le altezze del cielo; è nei cieli per attirare gli uomini a sé e sulla terra per salvarli dalla loro miseria[2]. Ribadendo l’immagine nel De arca Noe mystica, Ugo di san Vittore spiega che il lato della colonna che guarda ad aquilone, cioè a sud, simboleggia Cristo nella sua umanità, assunta per i peccatori, mentre il lato della colonna che guarda ad austro, a nord, figura la sua divinità, con la quale dona luce alle menti degli uomini[3]. Ed ecco che raccoglie i frutti della sua passione: uno dei due ladroni crocifissi ai suoi fianchi confessa i propri peccati ed esorta l’altro a fare lo stesso, ma, soprattutto, professa la sua fede: Gesù è Re! Il Re crocifisso gli assicura in modo solenne: “Oggi sarai con me in paradiso”. Adamo aveva chiuso a tutti le porte del paradiso, Gesù, vincitore del peccato e della morte, apre le porte del paradiso anche ai più grandi peccatori, purché si convertano, sia pure nel momento della loro morte. La sofferenza e la croce non sono un valore assoluto perché Dio è amore, gioia, libertà, vita; Gesù Cristo non è venuto al mondo per morire e rimanere nella morte, ma per sconfiggere la morte e aprire, mediante la risurrezione, le porte della vita. Egli ha preso su di sé tutto ciò che è dell’uomo, tranne il peccato, per trasformarlo in vita: «Io, dice, sono Cristo che ho distrutto la morte, che ho vinto il nemico, che ho messo sotto i piedi l’inferno, che ho imbrigliato il forte e ho elevato l’uomo alle sublimità del cielo; io, dice, sono il Cristo. […] Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra»[4]. Nell’enciclica Evangelium vitae si legge che sull’albero della croce si compie il vangelo della vita[5]. Siccome la morte è entrata nel mondo per la disobbedienza dell’uomo nei confronti di Dio e il peccato per colpa di una donna, conveniva che la liberazione fosse operata da un uomo obbediente, nato da donna. E come per mezzo di un albero il diavolo vinse l’uomo, introducendolo alla trasgressione riguardante l’albero della conoscenza del bene e del male, così era opportuno che appeso a un albero, cioè al legno della croce, il redentore sconfiggesse il diavolo[6]. Nell’albero della croce è la soluzione del mistero della vita e della sofferenza. E, proprio attraverso la croce, Gesù Cristo ha compiuto la redenzione; avrebbe potuto farlo in altri modi, ma ha scelto il mezzo più duro e più umiliante che l’uomo non riesce a capire e, di conseguenza, ad accettare: «Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23); «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto» (Gv 12,24); «Non vi è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Sono gli annunci di Gesù prima dell’offerta della sua vita[7].

E noi cattolici, siamo disposti a seguire il nostro Re? Santa Domenica, A. C.

[1] Cf. La Parola.it, liturgia odierna: Cristo Re.

[2] Cf. Ugo di San Vittore, De arca Noe morali II, 7, 640BC, 43, 22-28: PL 176, 617-680, pure in Id., Opera, ed. P. Sicard, I, Turnhout 2001, 1-117.

[3] Cf. Ugo di San Vittore, De arca Noe mystica 2, 684AB: PL 176, 681-704. Per un approfondimento: D. Poirel, Ugo di san Vittore. Storia, scienza, contemplazione, Milano 1997; Accademia Tudertina, Ugo di san Vittore. Atti del XLVII Convegno storico internazionale del Centro Italiano di Studi sul Basso medioevo (Todi, 10-12 ottobre 2010), Spoleto 2011.

[4] Melitone di Sardi, Omelia pasquale 2,7, Clavis scripturae, traduzione di P. G. Di Domenico, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, 57.

[5] Cf. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae Lettera enciclica (25-3-1995): EV  14, 2167-2517, qui 2340. Interessante è anche leggere H. U. von Balthasar, Teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, a cura di G. Francesconi, Queriniana, Brescia 2004.

[6] Cf. P. De Feo, Il Cristo delle scuole. Il dibattito cristologico nella prima metà del secolo XII, Collationes 2, Città Nuova, Roma 2012, 35.

[7] Cf. A. Clemente, Completo nella mia carne. Il valore salvifico della sofferenza, EDI, Napoli 2016.

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare: il giudizio finale (Mt 25,31-42)

 

pace a voiLa parabola che racconta Gesù ci porta al momento conclusivo della storia dell’uomo e del mondo: «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria». È il momento in cui si renderà chiaro, si “leggerà” ciò che noi liberamente abbiamo scritto nel “libro della vita”. Il Figlio dell’uomo nel giudizio non farà altro che costatare ciò che noi, in questa vita, facciamo per meritarci “il corpo glorioso” descritto da san Paolo. E il “giudizio”, lo “sguardo” su di noi sarà lo stesso che noi abbiamo ora nei confronti del povero, dell’ultimo. Sarà un giudizio di accoglienza, di benedizione, se oggi accogliamo gli anawin di biblica memoria, i poveri, i reietti, i dimenticati; sarà un giudizio di repulsione, di male-dizione, se noi oggi respingiamo chi ha bisogno del nostro sguardo misericordioso. Il metro di giudizio, quindi, saranno anche le opere corporali che evidenziano delle situazioni particolari nell’esperienza di vita di ognuno di noi. Avere fame e sete (anche di giustizia come nelle Beatitudini) costituisce un bisogno primario che, se non risolto, porta alla morte fisica di un essere vivente; essere migrante, ed essere nudo sottolinea la grave precarietà nella quale ci si può trovare, precarietà che se non risolta può portare alla morte morale (vedi Goro), a trattare l’altro come i “lebbrosi”; essere malato ed essere in carcere mettono in evidenza uno stato di perdita di libertà, situazione che pone l’altro in nostra balia, dipendente da noi e dalle nostre cure. «Ho avuto fame… ho avuto sete», ripete quasi come un mantra Gesù, per ricordarci non solo i bisogni affettivi e spirituali ma realmente quanta fame di cibo c’è nel mondo. Che stridente contraddizione vedere spadroneggiare in tv programmi di cucina mentre nella pubblicità ci chiedono aiuto per bambini malnutriti, assetati… Nonostante il grande progresso (stiamo tentando di arrivare anche su Marte) ancora milioni di persone muoiono per semplice mancanza di cibo! E questo non dipende dal fatto che stiamo vivendo un’epoca post-atomica e che non c’è cibo o non se ne riesca a produrre a sufficienza, no, il fatto è che non è distribuito equamente: mentre nei paesi sviluppati crescono le malattie per il “troppo” mangiare, in tanti Sud del mondo si continua a morire di fame. Certo ci si sente impotenti di fronte alla vastità del fenomeno, ma il grido reale di tanti bambini: “ho fame”, ci chiede, anche nel nostro piccolo, di fare delle scelte; comprare ciò che è veramente necessario, non sprecare ciò che abbiamo e, se possibile, risparmiare per far sì che altri esseri come noi possano essere nutriti. Certo sarà una goccia, ma un fiume è formato da tante di esse. E a proposito di acqua, l’altra grande necessità che grava su tutta l’umanità è la disponibilità di acqua, dalla quale dipende la nostra vita sul pianeta. E anche a tale proposito c’è una grande sperequazione: i ricchi ne hanno così tanto da poter lavare le loro machine e irrigare i loro prati, mentre ai poveri manca e sono condannati a morte. Certo possiamo iniziare anche da più lontano, cercando di vincere la fame e la sete di “istruzione”, offrendo la possibilità a tanti nostri “figli” lontani di andare a scuola per poter essere protagonisti del loro domani. Coloro che ci riusciranno, cioè coloro che non moriranno di fame, sete, infezioni, colera, tifo…, attraverso l’istruzione potranno essere “vivi” e capaci di gestire il futuro della loro terra. Quanto fin qui scritto compete a tutti, senza distinzione di etnia o di religione. Noi cristiani, di più, dobbiamo vincere la fame e la sete di spiritualità di Cristo che ogni persona, magari senza saperlo, ha dentro di sé. L’esperienza della evangelizzazione ci convince che testimoniare la propria fede, “donarla”, dà senso più pieno alla vita di coloro che incontriamo. Allora non possiamo far mancare  il nostro aiuto perché altri possano sperimentare la bellezza e la gioia dell’incontro con Gesù, per sperimentare una pienezza di vita perché Gesù stesso ce lo ricorda in un pomeriggio assolato dopo anche lui implorava dell’acqua: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi l’acqua che il gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14)[1]. Possiamo essere anche noi la fonte posta ai crocicchi delle strade per assetare lo stanco viandante…

Felice cammino, Aniello Clemente.

[1] Cf. S. De Angeli, Il cammino per il 2003, in «anche tu insieme» (Movimento Africa mission-cooperazione e sviluppo), anno XXXII, n. 1-2, aprile 2013, 13.

Era meglio tacere

il figliol prodigoDa un po’ sto centellinando i miei articoli avendo capito la grave responsabilità dello scrivere di “teologia”, ma l’improvvido Fra’ Cavalcoli di Radio Maria mi ha strappato dal mio forzato silenzio che è «necessario in molte occasioni, ma bisogna sempre essere sinceri; si possono tenere per sé alcuni pensieri, ma non bisogna mai mascherarne nessuno; ci sono modi di tacere senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza sembrare cupi e taciturni, di nascondere certe verità senza dissimulare con la menzogna» (Abate Dinouart, L’arte di tacere). Già Arthur Schnitzler scriveva che: «Fin quando ogni pazzo, ogni teologo, ogni baciapile e ogni gazzettiere potrà permettersi di intendere e di applicare la parola di Dio secondo come gli garba al momento, qualsiasi discussione su questioni religiose rimarrà sterile». L’abito bianco del carmelitano stride con quanto ha detto ricordandomi le parole di Goethe: «I teologi sotto la loro pelliccia di pecora sono dei lupi feroci». Come vedete per scrivere questo “pezzo” sto attingendo a un pensiero multiplo, facendo dialogare pareri diversi. Ebeling direbbe che: «La rabies theologorum e la grettezza mentale di non pochi dilettanti di teologia costituiscono un inquietante contraltare a una teoria del linguaggio teologico, che in definitiva dovrebbe pur condurre […] ad amare» e che «la teologia senza annuncio è vuota, e l’annuncio senza teologia è cieco» ma quale annuncio è stato dato via etere dal conduttore? Nessuno. Ha dato solo “fastidio” confermando quanto scriveva Marta Robin: «La teologia è una scienza magnifica, sono i teologi che sono noiosi». Ma, allora, forse, è il titolo affibbiato al carmelitano che stride: “teologo?”. La teologia autentica è essenzialmente contemplazione gratuita e ammirata del disegno concepito dal Padre prima di tutti i secoli per la nostra salvezza e per il nostro vero bene (Giacomo Biffi) e ci ricorda Jürgen Moltmann che non esiste un pensiero in solitudine, il pensiero teologico è sempre un dialogo. Il frate domenicano ha dimenticato quanto un vero teologo (Hans Urs von Balthasar) scriveva: «La domanda circa la verità nella teologia è la domanda circa il suo oggetto: Dio, che nella sua Alleanza, è alla fine nel suo Verbo incarnato, è diventato un Dio con noi e per noi. Un rapporto di conoscenza che non fosse al servizio dell’amore, non potrebbe avere, all’interno della teologia, nessuna pretesa di essere una parte della sua logica». Anche la teologia deve poter dire la sua su quanto ci circonda, in ultima analisi si può dire che la teologia è la sponda o l’emergenza critica della fede; critica verso le espressioni stesse della fede, nel senso che le costringe alla coerenza intrinseca; e critica verso la negazione o il rifiuto della fede, nel senso che li contesta esibendo le ragioni logiche e storiche della fede. All’interno della fede, la teologia si presenta così, nella sua dimensione propria, come essenzialmente «critica» (Giuseppe Colombo). Ma, e qui mi arrogo l’onere di confermarlo da teologo, una cosa è certa: «non è dato alcun diritto teologico di porre, da parte nostra, qualsivoglia limite alla benignità di Dio verso gli uomini, che si è manifestata in Gesù Cristo. Il nostro impegno teologico è quello di vederla e di comprenderla come sempre più grande di quanto la vedessimo e comprendessimo in precedenza» (Karl Barth). E ascoltando Baglioni concludo: «Avrai carezze per parlare con i cani e sarà sempre di domenica domani e avrai discorsi chiusi dentro e mani, che frugano le tasche della vita ed una radio per sentire che la guerra è finita… se amore, amore, amore avrai…». Che proprio da una radio mariana dovevamo aspettarci una nuova “guerra” non era il caso e “se amore, amore avrai” ci dice che l’amore ci connota come i fiori che: «hanno una espressione del volto, come gli uomini o gli animali. Alcuni sembrano sorridere; altri hanno un’espressione triste; alcuni sono pensierosi e diffidenti; altri ancora sono semplici, onesti e retti, come il girasole dalla faccia larga e la malvarosa» (Henry Ward Beecher).

Siate felici, Aniello Clemente.

I santi e i defunti: ciò che siamo e ciò che saremo!

trasfigurazione2Secondo la dottrina cristiana, la morte non è per l’uomo un fatto ovvio né una necessità di natura, quanto piuttosto la conseguenza di ciò che non doveva accadere e che si sarebbe potuto evitare, come si evince dai passi della lettera ai Romani e della Genesi. Volendo esprimere questo concetto con la massima precisione, possiamo dire che la morte dell’uomo non è parte integrante del suo essere, ma la conseguenza di un atto. Non ha un carattere “naturale”, ma “storico”. La “natura” dell’uomo è sia risultato sia presupposto dell’incontro. La sua pienezza non è all’inizio, ma alla fine. La forma dell’esistenza umana non scaturisce da se stessa, per ritornare infine in se stessa. La figura che ne rappresenta il carattere non è il cerchio chiuso in se stesso, bensì l’arco proteso verso ciò che gli viene incontro. L’uomo è padrone delle sue azioni e orientato verso l’esterno in un modo proprio a lui solo. Egli è l’unico capace di realizzare l’incontro in cui continua a perfezionare se stesso. Ma l’incontro decisivo è quello con Dio, poiché Dio è il reale per definizione, ciò che ha valore per essenza. Solo in questo incontro, se vissuto correttamente, l’uomo diventa quell’essere che il suo Creatore ha voluto. Questa è la risposta del cristianesimo al problema della morte: ardita, inquietante, provocatoria. Per accettarla occorre veramente una conversione dello spirito; ma se ciò accade, se lo spirito l’accetta, anche l’esistenza naturale è investita della sua luce. La rivelazione viene da Dio e deve essere accolta nella fede; essa illuminerà allora anche ciò che si presenta ai nostri occhi. Esperienze non chiarite, conoscenze che non potevano farsi strada nell’interpretazione che l’uomo fornisce del mondo, ora ottengono giustizia. Con la morte di Cristo, la morte ha subito una trasformazione radicale. La morte di Gesù è stata reale e aspra come nessun’altra, poiché la morte è tanto più morte, quanto più alta è la vita a cui essa pone fine. Cristo è morto come nessun altro, poiché la sua vita è stata vitale e luminosa come nessun’altra.

Questo è vero; ma è anche vero che, ogni qual volta Gesù parla della sua morte, aggiunge che risorgerà. La morte che dovrebbe succedere al peccato, se ci si fermasse a questa connessione, la morte pura e semplice non esiste nella concezione che Gesù ha della vita. La sua morte è stata il passo che la vita ha compiuto per lasciare la dimensione temporale e accedere all’eternità. E non solo l’anima, ma l’essere umano nella sua interezza. Perché dopo la morte egli è risorto a nuova vita. Alla sensibilità moderna la parola della resurrezione risulta estranea quanto il fatto che la morte non sia necessaria. È presente nella nostra lingua come erede di una credenza antica, ma ha assunto un significato diverso. Nel linguaggio corrente il termine «resurrezione» indica il ritorno primaverile della vita dopo i rigori dell’inverno, o il nuovo impulso che l’uomo avverte dopo una pausa interiore. La «resurrezione» è un momento della vita, l’ascesa da una precedente depressione. La dottrina cristiana della resurrezione di Cristo e dell’uomo redento per suo tramite non ha nulla a che vedere con tutto questo. Ha un significato diverso, più preciso e straordinario. Insegna che dopo la morte Cristo si è innalzato a nuova vita, umana nella potenza del Dio vivente; non solo la sua anima era immortale e nell’eternità ha ricevuto uno splendore divino; non solo la sua figura e il suo annuncio sono diventati forza generatrice di vita nei cuori di coloro che credevano in lui: dopo la morte il suo corpo è tornato a nuova vita, a un livello superiore. Ora la morte non è più solo l’evento oscuro e terribile che porta il peccato alle estreme conseguenze: essa consente all’uomo di partecipare alla trasformazione con la quale la magnanimità di Dio ha convertito la fine in un nuovo inizio, in passaggio alla vita nuova. In Cristo è ripristinata la natura umana che tende a Dio e viene da Dio. Ed è ripristinata in una forma nuova, straordinaria, nella forma dell’incarnazione del figlio di Dio. La vita eterna è possibile perché egli ci ama e ci accoglie nel suo amore. Quella vita è elargita e conservata perché egli ci dona la comunione dell’amore. Per amore, con la redenzione si è fatto carico del nostro destino. Per lo stesso amore ci rende partecipi del suo. La morte è così l’ultima impresa rischiosa che l’uomo affronta, guidato da Cristo verso la grande promessa. La morte di Cristo è insita in tutta la pena e la devastazione, in tutto l’abbandono e il tormento che la morte può significare, ma questo è il rovescio visibile di quel tutto, il cui diritto si chiama risurrezione[1].

[1] Cf. R. Guardini, Le cose ultime, Vita e Pensiero, Roma 1997, 26-38.