Era meglio tacere

il figliol prodigoDa un po’ sto centellinando i miei articoli avendo capito la grave responsabilità dello scrivere di “teologia”, ma l’improvvido Fra’ Cavalcoli di Radio Maria mi ha strappato dal mio forzato silenzio che è «necessario in molte occasioni, ma bisogna sempre essere sinceri; si possono tenere per sé alcuni pensieri, ma non bisogna mai mascherarne nessuno; ci sono modi di tacere senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza sembrare cupi e taciturni, di nascondere certe verità senza dissimulare con la menzogna» (Abate Dinouart, L’arte di tacere). Già Arthur Schnitzler scriveva che: «Fin quando ogni pazzo, ogni teologo, ogni baciapile e ogni gazzettiere potrà permettersi di intendere e di applicare la parola di Dio secondo come gli garba al momento, qualsiasi discussione su questioni religiose rimarrà sterile». L’abito bianco del carmelitano stride con quanto ha detto ricordandomi le parole di Goethe: «I teologi sotto la loro pelliccia di pecora sono dei lupi feroci». Come vedete per scrivere questo “pezzo” sto attingendo a un pensiero multiplo, facendo dialogare pareri diversi. Ebeling direbbe che: «La rabies theologorum e la grettezza mentale di non pochi dilettanti di teologia costituiscono un inquietante contraltare a una teoria del linguaggio teologico, che in definitiva dovrebbe pur condurre […] ad amare» e che «la teologia senza annuncio è vuota, e l’annuncio senza teologia è cieco» ma quale annuncio è stato dato via etere dal conduttore? Nessuno. Ha dato solo “fastidio” confermando quanto scriveva Marta Robin: «La teologia è una scienza magnifica, sono i teologi che sono noiosi». Ma, allora, forse, è il titolo affibbiato al carmelitano che stride: “teologo?”. La teologia autentica è essenzialmente contemplazione gratuita e ammirata del disegno concepito dal Padre prima di tutti i secoli per la nostra salvezza e per il nostro vero bene (Giacomo Biffi) e ci ricorda Jürgen Moltmann che non esiste un pensiero in solitudine, il pensiero teologico è sempre un dialogo. Il frate domenicano ha dimenticato quanto un vero teologo (Hans Urs von Balthasar) scriveva: «La domanda circa la verità nella teologia è la domanda circa il suo oggetto: Dio, che nella sua Alleanza, è alla fine nel suo Verbo incarnato, è diventato un Dio con noi e per noi. Un rapporto di conoscenza che non fosse al servizio dell’amore, non potrebbe avere, all’interno della teologia, nessuna pretesa di essere una parte della sua logica». Anche la teologia deve poter dire la sua su quanto ci circonda, in ultima analisi si può dire che la teologia è la sponda o l’emergenza critica della fede; critica verso le espressioni stesse della fede, nel senso che le costringe alla coerenza intrinseca; e critica verso la negazione o il rifiuto della fede, nel senso che li contesta esibendo le ragioni logiche e storiche della fede. All’interno della fede, la teologia si presenta così, nella sua dimensione propria, come essenzialmente «critica» (Giuseppe Colombo). Ma, e qui mi arrogo l’onere di confermarlo da teologo, una cosa è certa: «non è dato alcun diritto teologico di porre, da parte nostra, qualsivoglia limite alla benignità di Dio verso gli uomini, che si è manifestata in Gesù Cristo. Il nostro impegno teologico è quello di vederla e di comprenderla come sempre più grande di quanto la vedessimo e comprendessimo in precedenza» (Karl Barth). E ascoltando Baglioni concludo: «Avrai carezze per parlare con i cani e sarà sempre di domenica domani e avrai discorsi chiusi dentro e mani, che frugano le tasche della vita ed una radio per sentire che la guerra è finita… se amore, amore, amore avrai…». Che proprio da una radio mariana dovevamo aspettarci una nuova “guerra” non era il caso e “se amore, amore avrai” ci dice che l’amore ci connota come i fiori che: «hanno una espressione del volto, come gli uomini o gli animali. Alcuni sembrano sorridere; altri hanno un’espressione triste; alcuni sono pensierosi e diffidenti; altri ancora sono semplici, onesti e retti, come il girasole dalla faccia larga e la malvarosa» (Henry Ward Beecher).

Siate felici, Aniello Clemente.

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