Buon santa Lucia

santa-lucia«La vita è il fiore per il quale l’amore è il miele» (Victor Hugo). Solo in certi momenti privilegiati dell’essere, come quando si esperisce un’intensa intesa amorosa con l’altro, in cui ci si sente fondere con il suo corpo e con il suo sentire e il pensare diventa leggero, la solitudine della relazione con il proprio esistere non si fa percepire. La carezza di chi sente per te un amore intenso arriva a toccare la pelle dell’anima, le sue parole vengono come da dentro e legano il respiro dell’uno con l’altra[1].

A voi che sbadigliando preparate il caffè per chi si reca al lavoro, a voi che sonnecchiate nelle carrozze di treni e metropolitane, avvolti in sciarpe che vi ricordano ancora, per un po’, l’abbraccio dell’amata, a voi che già state smanettando su telefonini e tablet, spero per lasciare il primo buongiorno, il primo bacio, all’amore che ancora è rapito nelle braccia di Morfeo, a tutti noi, anonimi ma splendidi granelli di sabbia di un’Umanità che si potrebbe scoprire migliore, l’augurio che questo giorno, per intercessione di Santa Lucia, ci ridoni la “vista” dell’altro che ci rimanda ad un Altro a cui tutti, seppure inconsapevolmente, tendiamo. Santa giornata a tutti, Aniello Clemente.

[1] Cf. L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, 41.

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Il Santuario luogo di misericordia e di tenerezza: Orizzonti, prospettive, indicazioni

alfonso-langellaLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Giovedì 24 u. s. il prof. Alfonso Langella, docente della PFTIM ci ha parlato dell’importanza dei santuari come luoghi della misericordia, specialmente quelli mariani.

Il ruolo del santuario nell’annuncio e nell’offerta della misericordia di Dio agli uomini è emerso più volte nel cammino percorso in oltre cinquant’anni dai Convegni dei rettori dei santuari italiani, che hanno prodotto notevoli riflessioni di carattere teologico e pastorale, anche alla luce del magistero e del rinnovamento teologico postconciliari che li hanno accompagnati. Oggi, tuttavia, in considerazione del forte impulso generato dall’anno giubilare e da tutto l’insegnamento di papa Francesco (il magistero dei documenti e il magistero dei gesti), occorre mettere a fuoco alcune convinzioni teologiche che possano aprire nuove piste percorribili sul piano pastorale.

  1. Prospettiva ecclesiologica: il santuario esprime il principio che “il tempo è superiore allo spazio”

Papa Francesco ha enunciato più volte quello che egli stesso ha chiamato «il primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio» (Evangelii gaudium 222), principio carico di ricadute ecclesiologiche: una visione di Chiesa del “primato dello spazio”, infatti, si concretizza nell’organizzazione delle comunità cristiane su base territoriale (come avviene di fatto nella struttura diocesana e parrocchiale), in modo da poter servire, ma anche “dirigere”, il maggior numero di persone,  con la pretesa – a volte velleitaria – di voler ricoprire tutte le zone del territorio di un paese; al contrario, un’ecclesiologia del “primato del tempo” diventa  totalmente libera da questa preoccupazione di “conquista” territoriale e si propone umilmente nei processi dinamici che lo Spirito innesca a favore della conversione personale e delle comunità. Proprio il santuario sembra essere uno degli “spazi” concreti in cui si rivela il “primato del tempo”.

  1. Il santuario luogo della misericordia e della tenerezza: perdono e solidarietà

Il santuario, infatti, custodisce la memoria del passato (la purezza delle intenzioni all’origine di ogni fondazione, ma anche le circostanze umane meno edificanti che possono averne caratterizzato la storia), si realizza l’accompagnamento al cammino dell’uomo presente (nella duplice connotazione della festa e del dolore che muove i pellegrini), si rinnova la speranza e ci si apre a una nuova profezia di futuro che dà senso e trasforma l’esistenza mondana del pellegrino. Così esso incarna la vocazione della Chiesa al dono gratuito di sé: per sua natura esso si offre ai pellegrini senza chiedere loro alcun impegno pastorale per se stesso e senza pretendere di organizzarne la vita personale e comunitaria, ma concedendosi soprattutto come refrigerio nelle fatiche di ogni giorno. In questo dare senza chiedere, il santuario, luogo del primato del tempo, si rivela come luogo della misericordia: a) che si esercita sia nell’esperienza del perdono ricevuto e donato sia nella prassi della solidarietà verso gli ultimi; b) e della tenerezza, che si oppone alla “durezza” nelle relazioni tra le persone e le comunità. Questa permanente vocazione dei santuari nella Chiesa, oggi deve essere vissuta, in ascolto del magistero presente e nel confronto col mondo che cambia, secondo modalità che esigono di essere rinnovate, per esprimere tenerezza e misericordia all’uomo contemporaneo, nelle sue fragilità e povertà sempre antiche e sempre nuove.

  1. Tratti mariani del rapporto tra santuario e misericordia

Se in Italia circa il novanta per cento dei santuari ha una connotazione mariana è evidente il ruolo che la contemplazione della Vergine assume nella promozione di nuovi stili di vita di questi luoghi: la madre di Gesù, infatti, essa stessa “tempio” dello Spirito santo (Lumen gentium 53), ha sempre ispirato la vita e le opere dei fondatori dei santuari.  Anche qui è ancora la memoria del passato che può stimolare le “buone prassi” di tenerezza da realizzare nella pastorale dei santuari nel nostro tempo, perché siano a servizio della trasformazione del mondo: un esempio paradigmatico è il caso di Bartolo Longo, che raccoglie in sé l’esperienza dell’uomo perdonato e capace di perdono, del devoto sincero della Vergine, del fondatore di un santuario, dell’apostolo della misericordia, capace di accogliere coloro che la società del tempo rifiutava.

Maria, Madre di misericordia

bruno-forte-blogLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Mercoledì 23 u.s. S. E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Chieti-Vasto, professore emerito della PFTIM ci ha parlato di alcuni dei molteplici aspetti che fanno di Maria l’icona della Misericordia del Padre.

Chi contempla Maria si approssima al cuore stesso della rivelazione e si apre alla verità più profonda dell’essere della creatura davanti al Creatore. Non stupisce pertanto che anche la misericordia si trovi riflessa e offerta compiutamente in Maria, non a caso invocata come “Mater misericordiae”. Nell’approfondimento teologico di questo messaggio i diversi aspetti della Vergine-Madre-Sposa possono essere rapportati alle Persone divine: in quanto Vergine, Maria sta davanti al Padre come recettività pura della divina misericordia, e si offre come icona di Colui che nell’eternità è puro ricevere, il Generato, l’Amato, il Figlio. In quanto Madre del Verbo Incarnato, Maria si rapporta a Lui nella gratuità del dono, quale sorgente dell’amore misericordioso che dona la vita, ed è perciò l’icona materna di Colui che da sempre e per sempre ha iniziato ad amare, ed è sorgente pura del dono, il Generante, l’eterno Amante, il Padre.  In quanto arca dell’alleanza nuziale fra il cielo e la terra, Sposa in cui l’Eterno unisce a sé la storia e la ricolma della sua misericordia, Maria si rapporta alla comunione fra il Padre e il Figlio e fra loro e il mondo, e si offre perciò come icona dello Spirito Santo, nuzialità eterna, vincolo di carità infinita ed apertura permanente del mistero di Dio alla storia degli uomini.

  1. La Vergine dell’ascolto: Maria ricolma di misericordia

Che Maria, Vergine dell’ascolto, sia ricolma della misericordia divina ce lo fa comprendere la scena dell’annunciazione, che l’evangelista Luca (1,26-38) presenta secondo un modello biblico pregnante, da lui seguito anche nel racconto dell’annuncio a Zaccaria (cf. Lc 1,11-20). Si tratta del modello delle annunciazioni, frequente nell’Antico Testamento, articolato in cinque momenti: l’apparizione di un angelo; la reazione del destinatario; l’annuncio; l’obiezione umana; l’offerta di un segno. Si possono mettere a confronto questi cinque elementi così come sono presenti nel racconto dell’annuncio a Maria e in quello dell’annuncio a Zaccaria. Da questo confronto emerge chiaramente il messaggio che Luca ha voluto trasmettere riguardo alla misericordia di cui la Vergine è ricolma. Il tratto fondamentale di Maria che emerge dalla scena dell’annunciazione è quello della sua fede, espressa nel libero e docile consenso all’amore misericordioso del Padre. Maria è tutta per Dio, tutta da Lui, in tutto terreno d’avvento per il Regno che Egli stabilisce fra gli uomini. Maria testimonia che la fede è acconsentire all’amore di Dio, lasciandosi agire, plasmare dalla Sua misericordia.

  1. La Madre del Bell’Amore: Maria, fonte di misericordia

Avvolta nel grembo della Trinità, come mostra la scena dell’annunciazione, Maria diviene il grembo del Figlio incarnato, la Madre del Messia: in quanto tale ella è la figura perfetta della creatura inabitata dalla grazia. È quanto l’evangelista Luca intende trasmettere narrando l’episodio della visita ad Elisabetta: ricolma della presenza dell’Altissimo, la Vergine Madre la irradia nel gesto della carità. Il mistero della Sua voce, che appena udita dalla Madre del Battista fa esultare il Bambino nel suo grembo, indica questa sovrabbondanza del cuore, nel dono dell’amore, della vita nuova, resa presente dalla misericordia divina nella giovane Donna. Contemplando la scena della visitazione diviene allora possibile riconoscere le caratteristiche dell’agire del discepolo che, credendo all’annuncio pasquale, si lascia introdurre nel seno della vita trinitaria per divenire a sua volta testimone trasparente e innamorato della misericordia divina fra gli uomini. La Vergine accogliente nella fede è la Madre generosa nell’amore: proprio così, Vergine e Madre, Maria è l’icona del discepolo trasformato dalla misericordia divina in sorgente d’amore per gli altri. I tratti dell’amore sollecito e misericordioso che Maria esercita verso la cugina Elisabetta sono un modello cui ispirare l’esercizio concreto della misericordia da parte del discepolo di Gesù. La prima caratteristica è l’attenzione: ella ha capito il bisogno della donna divenuta gravida in età già avanzata e le corre in aiuto. L’attenzione è la disponibilità verso l’altro, la prontezza a notarne l’attesa e l’attiva generosità del donarsi senza aspettare appelli o precetti: la misericordia vive di un movimento sorgivo del cuore, di cui può essere veramente artefice solo lo Spirito Santo, inviato ad effondere in noi l’amore del Padre (cf. Rm 5,5). Proprio così l’agire misericordioso è concreto: esso non indulge a sogni di bene, opera senza alibi o fughe. La terza caratteristica è la gioia: la sua visita è mossa da un amore così sorgivo e irradiante, che colma lei e la sua voce di un fiume di gioia, capace di contagiarsi agli altri. Abitata dalla misericordia divina, Maria dà gratuitamente quanto gratuitamente ha ricevuto: in lei tutto è grazia, e proprio così tutto è gioia. In tal modo, il suo agire si carica di tenerezza, di quell’amore di misericordia che non crea distanze, che avvicina i lontani, facendoli sentire accolti, e li riempie dello stupore e della bellezza di scoprirsi oggetto di gratuità, di dono.

  1. La Sposa della nozze messianiche: Maria, vivere la gioia della misericordia

Il racconto evangelico della scena della visitazione si conclude con il canto di Maria, il Magnificat (Lc 1,46-55), il cantico che mostra come lei sia la Sposa delle nozze messianiche, in cui l’Eterno è venuto a realizzare nel tempo le meraviglie dell’alleanza del Suo amore. Il testo esprime la fede pasquale nel Crocifisso – Risorto. Presentando Maria come portavoce dell’attesa messianica dei poveri, che trova il suo compimento nell’agire di Dio nella Pasqua di Gesù, Luca vuole indicare in lei la figura esemplare della prima discepola cristiana: “beata” perché ha creduto (cf. Lc 1,45), Maria è colei in cui si realizza in maniera esemplare la novità del Vangelo, il nuovo inizio che Dio opera a partire dai poveri. La gioia di Maria, espressa nel suo canto, ha quattro aspetti: il primo è quello del sentirsi amata, raggiunta dallo sguardo del Dio misericordioso e provvidente. È la gioia di esistere in risposta al dono del Creatore. La gioia della Vergine Madre è però la gioia messianica, l’esultanza della venuta del Figlio eterno fra noi. Questa gioia domanda di essere annunciata e donata: è la gioia del servizio, di cui Maria è testimone nella scena della visitazione. Infine, la gioia della Vergine Madre è quella escatologica, pregustata da chi vive secondo lo Spirito: “Perciò – scrive l’apostolo Pietro – esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,9). È la gioia delle beatitudini, che tirano nel presente degli uomini il domani della promessa di Dio. Il cantico di Maria, allora, ci fa comprendere che accogliere e donare fedelmente la misericordia di Dio ci rende felici come nulla e nessuno al mondo potrebbe renderci: è la gioia di chi si riconosce amato dal Padre, la gioia contagiosa dell’incontro sempre nuovo col Signore Gesù, la gioia di chi per la fede e la carità dimora nella Trinità. È la gioia di chi non esita a dare il primo posto alla dimensione contemplativa della vita, lasciandosi colmare dall’amore dei Tre, e accetta di farsi servo degli altri per amore, costituito tale dall’amore di Dio ricevuto in Gesù Cristo, collaboratore della gioia altrui (2 Cor 1,24). Ci aiuti a vivere questa gioia la Vergine Madre del Magnificat, Madre della misericordia accolta e donata, in modo che il suo cantico di Sposa delle nozze messianiche sia anche il nostro.

L’UMANITÀ DI GESÙ E LA SUA PRASSI DI VITA

don-gaetano-di-palmaLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Martedì 22 u.s., nel pomeriggio, don Gaetano Di Palma, decano e docente della PFTIM ci ha parlato dell’importanza delle relazioni salvifiche di Gesù con quanti ha incontrato.

La personalità di Gesù suscita molto interesse dal punto di vista storico – si pensi alle svolte segnate dalle tre Leben-Jesu-Forschungen –, ma anche per quello che esprime nella sua qualità di “uomo”, per la sua capacità di intessere rapporti con altri esseri umani. Non è nuova, infatti, l’attenzione della psicanalisi e della psicoterapia, che ha rilevato preziosi dettagli sulle modalità di relazione impostate da Gesù con le persone incontrate. Le “relazioni” costituiscono ormai un tema dibattuto perfino in alcuni studi biblici. È la rivelazione stessa che obbedisce allo “schema” della relazione tra Dio, che prende l’iniziativa, e l’uomo, alla sua ricerca, interpellato e chiamato. Senza inoltrarci in temi di filosofia della religione, ricordiamo tra gli intellettuali sensibili il famoso filosofo Abraham Joshua Heschel (Dio alla ricerca dell’uomo e L’uomo non è solo). Non di meno, la tradizione cristiana ha di frequente tenuto conto di ciò. Si pensi ad Agostino, che dice: «Dio non cerca per sé un uomo come se non sappia dove si trova, ma parla da uomo mediante un uomo (per hominem more hominum loquitur) perché ci cerca così parlando» (De civitate Dei XVII, 6,2). Il n. 13 della DV, inoltre, parla di “condiscendenza”, termine ripreso da san Giovanni Crisostomo (, In Genesim 3,8; homilia 17,1). La condiscendenza si dimostra tanto più vera nel momento in cui nella Bibbia appaiono affermazioni che sembrano sminuire l’alterità di Dio. Giovanni Crisostomo parla della condiscendenza a proposito di Gen 3,8, dove è scritto che Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno. Si tratta di un antropomorfismo, reso necessario – argomenta sempre Giovanni Crisostomo – dalla debolezza nostra e del nostro linguaggio e dalla dignità divina che utilizza tale linguaggio per la nostra salvezza. Questo è diventato un principio che vale per l’intera Scrittura, perché in essa, come sostiene l’Aquinate, «si comunicano le cose divine nella forma che sogliono usare gli uomini» (Super epistolam b. Pauli ad Hebraeos lectura I, 4). In tale quadro complessivo rientra la stessa “alleanza” (berit, diatheke), vero fondamento della “comunione” (koinonia). Pertanto, relationes revelationis cardo, ossia la “relazione” è il “cardine” su cui si gioca la rivelazione. Essa ha compiuto un “salto di qualità” nel momento in cui il Figlio, il Verbo, si è fatto carne. Su tale fondamento siamo autorizzati a parlare dell’umanità di Gesù e della sua prassi di vita, non guardandolo soltanto con curiosità, ma desiderando imparare per modellare la nostra prassi sulla sua, coscienti del fatto che ancora oggi vi è un’umanità dolente in attesa di essere salvata. I Vangeli mirano a presentarci gli insegnamenti; parimenti, si dimostrano attenti a illustrarci la prassi di vita di Gesù, con la quale se ne integra, esalta e arricchisce il valore formativo. Ci proponiamo, allora, di far emergere gli elementi concreti impiegati dal Maestro di Nazaret per far emergere in che modo vengono “trasfigurate” le relazioni intrecciate con coloro che gli si avvicinano. Vogliamo, però, avvertire che non esiste uno schema fisso con degli elementi che si ritrovano in ogni situazione e incontro.

– «Egli è in grado di sentire giusta compassione…» (Eb 5,2): Gesù è in primo luogo capace di ascoltare coloro che si avvicinano a lui per chiedergli qualsiasi cosa. Prima di essere ascoltato, perciò, egli ascolta e si “mette nei panni degli altri” (cf. ad esempio Mt 8,2).

– «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4, citato in Mt 8,17): Gesù si pone al servizio di chi versa in condizioni difficili, di malattia, anche di “febbre”, che potrebbe intendersi come un malessere fisico o interiore; poiché si tratta della suocera di Pietro, è probabile che Gesù l’abbia servita “guarendola”, per consentirle di recuperare la sua dimensione di servizio.

– «Gesù ordinò di passare all’altra riva» (Mt 8,18): Gesù non si rinchiude in una casa, come quella di Pietro, o in un luogo specifico, come Cafarnao, ma va in cerca di altre relazioni, di altri incontri; in tal modo, egli riesce a significare ai suoi discepoli che esiste l’urgenza di evangelizzare, ma anche a spingerli avanti, a misurarsi con le difficoltà e, tuttavia, conservare la pace.

Partendo da questi punti, è possibile rileggere altri testi da cui emerge la prassi. Si considerino:

– il rapporto con i peccatori: ad esempio Mc 2,1-12 e paralleli (il perdono dei peccati); Mc 2,13-17 e paralleli (con i pubblicani e peccatori); Lc 19,10: Zaccheo); Lc 7,36-50 e Gv 8,1-12 (due donne peccatrici perdonate);

– il rapporto con gli infermi, che sconvolge la mentalità imperante e la presunta corretta osservanza del precetto del sabato: ad esempio Mc 3,1-6 e paralleli; Mc 5,25-34 e paralleli; Gv 5,1-9 e Gv 9,1-41 (paralitico e cieco nato).

– il rapporto con le vedove e i bambini: ad esempio Lc 7,11-17; Mc 10,13-16 e paralleli.

Gesti e parole di Gesù sono espressivi di una grande condiscendenza; sono innovativi ponendo in risalto quel “nuovo umanesimo”, nel quale ogni persona avente il cuore aperto al cambiamento e alla guarigione, soprattutto se ai margini della società per i più diversi motivi, con il soccorso della misericordia possa “ripartire” e cominciare un percorso nuovo nella propria esistenza, trasfigurata dall’incontro con Gesù, il Figlio di Dio, che oggi può avvenire tramite i suoi discepoli.

L’umanità ferita e il bisogno di salvezza

don-antonio-ascioneLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Dopo la relazione introduttiva del prof. Scognamiglio altri docenti si sono avvicendati per trattare il tema del Convegno. Martedì 22 u.s. don Antonio Ascione, segretario e docente della PFTIM in mattinata ci ha parlato delle domande di senso dell’uomo moderno, delle sue fragilità e del come solo la cura, come “interesse per l’altro” potrà essere uno dei modi per declinare la Misericordia del Padre.

Il dolore e la sofferenza dell’uomo sono domande che si intrecciano con l’offerta di salvezza che proviene dalla visione religiosa del mondo. Cancellato ogni Assoluto trascendente, l’uomo di oggi sembra ripiegarsi su se stesso, sul proprio qui e ora: alla vertigine dell’Assoluto trascendente sostituisce ora la vertigine dell’abisso del nulla e dell’eterno divenire. Di fronte a questo panorama culturale, si può parlare di «tragedia del senso», che deriva dalla «insignificanza dei valori fondamentali». La tecnica sembra dominare lo sviluppo dell’umanità e ad essa sembrano rivolgersi tutte le attese di salvezza e di redenzione dell’uomo contemporaneo. La tecnica scalza la religione e intercetta con i suoi progressi tecnologici le attese di salvezza e i bisogni dell’uomo. Tale atteggiamento coinvolge anche i legami affettivi. Cormac McCarty, nel suo romanzo premio Pulitzer del 2007, The Road, narra del viaggio di un padre con suo figlio bambino in un grigio mondo post-apocalittico, alla ricerca di regioni più calde, verso Sud, sull’oceano. Il romanzo termina con il ricordo della cura che il padre avrà avuto, nel cammino pericoloso, per il proprio figlio. Una seconda traccia la ricaviamo dalle ricerche psicanalitiche: Edipo e Narciso cedono il posto a Telemaco. Il figlio-Edipo conosce il conflitto e la rivolta contro il padre. Il figlio-Narciso è invece quel figlio fissato sterilmente nella sua immagine, in un mondo che non sembra più ospitare la differenza tra le generazioni. Così, dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Padre (la rivolta di Edipo contro il padre) assistiamo ora all’egemonia del figlio Narciso. Eppure, oltre Edipo e oltre Narciso, esiste una domanda inedita di Padre, in Telemaco, il figlio di Ulisse che attende il ritorno del padre. In primo piano non vi sarebbe più il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una nuova domanda del Padre che è però invocazione, richiesta del suo ritorno. Penelope trasmette a Telemaco l’assenza del padre nell’attesa: la sua veglia tiene vivo il Nome del Padre. In questo modo la sua assenza significa una presenza… Emerge da queste analisi il tema della cura. Nasciamo fragili, mancanti d’essere, e tali si resta con il grave compito di divenire il proprio essere. Farsi carico della propria fragilità è allora la prima forma della cura dell’esistenza. Stare dentro questo compito è in-sistere sulla qualità del proprio essere. Proprio perché ogni vita umana viene al mondo come mancante di essere, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, e precisamente la forma migliore. La fragilità dell’esistenza è intimamente connessa alla qualità relazionale della condizione umana: siamo intimamente legati alla vita di altri, vivere è sempre con-vivere. Già se consideriamo l’essere umano dal punto di vista del suo sviluppo biologico e psichico costatiamo che la relazione con l’altro sia una condizione primaria. Tale relazione è struttura ontologica fondamentale dell’esistenza umana. La nostra fragilità e vulnerabilità allo stesso tempo indica la qualità relazionale del nostro essere che ci rende continuamente bisognosi degli altri. Siamo esseri impastati di materia e di spirito e dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrirci e conservarci nell’essere. A mettere in moto un’azione di cura è l’interesse per l’altro, un guardare all’altro mossi dal sentirsi connessi con l’essere dell’altro, aver preoccupazione per la sua condizione, cogliendone la sua situazione di necessità. Ciascuno di noi ha sempre bisogno dell’altro perché nessuno di noi ha piena sovranità sul proprio essere. Si sente l’urgenza della cura quando si percepisce l’altro necessitante di qualcosa che da sé non può procurarsi. La preoccupazione per l’altro si esprime in diverse forme di intensità, dalla semplice disponibilità a rispondere alle richieste dell’altro, al prendersi a cuore, in cui la situazione dell’altro viene a porsi al centro dei miei pensieri. Sotto questo aspetto l’interesse per l’altro mi tocca in profondità, dalla sollecitudine, alla premura, fino alla dedizione all’altro. Quest’ultima sembra essere la forma più alta di cura, là dove si è capaci di una abnegazione intensiva all’altro trovando la gioia nel sentire l’altro stare bene. Prestare attenzione, tenere lo sguardo rivolto all’altro. Il prestare attenzione non si realizza solo con lo sguardo, ma anche con la parola, detta e taciuta: il silenzio lascia posto alla parola detta dall’altro. Emerge allora l’ascoltare come cura, un disporsi a cogliere il senso che l’altro mi comunica, al di là del suono delle parole. L’attenzione dello sguardo e l’ascolto nella relazione di cura portano al dialogo, al darsi della parola per costruire uno spazio di senso condiviso entro cui intendersi. Un altro termine del lessico della cura può essere il comprendere. L’aver cura come comprensione sta a dire il voler cogliere ciò di cui l’altro ha bisogno per attualizzare le possibilità del suo esistere più proprio. Tale sentire l’altro ha la sua radice in quella sensibilità intesa come l’essere esposti all’altro, un lasciarsi mettere in causa dall’alterità dell’altro. Affiora così nel lessico filosofico della cura l’empatia, cioè la capacità di cogliere l’esperienza vissuta estranea, o meglio ancora l’atto di presentificazione del vissuto di un altro. Dall’empatia alla compassione il passo è breve. La compassione come atteggiamento di cura dell’altro si manifesta in quelle situazioni nelle quali si avverte il sentire negativo dell’altro, il suo soffrire, accompagnando questo co-sentire l’altro da una valutazione che evidenzia che la sofferenza vissuta dall’altro è qualcosa che il senso di giustizia non può tollerare. Così, la compassione è quell’esperienza empatica di chi sente l’ingiustizia del dolore dell’altro e si attiva a impegnarsi per alleviare la sofferenza altrui.