L’UMANITÀ DI GESÙ E LA SUA PRASSI DI VITA

don-gaetano-di-palmaLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Martedì 22 u.s., nel pomeriggio, don Gaetano Di Palma, decano e docente della PFTIM ci ha parlato dell’importanza delle relazioni salvifiche di Gesù con quanti ha incontrato.

La personalità di Gesù suscita molto interesse dal punto di vista storico – si pensi alle svolte segnate dalle tre Leben-Jesu-Forschungen –, ma anche per quello che esprime nella sua qualità di “uomo”, per la sua capacità di intessere rapporti con altri esseri umani. Non è nuova, infatti, l’attenzione della psicanalisi e della psicoterapia, che ha rilevato preziosi dettagli sulle modalità di relazione impostate da Gesù con le persone incontrate. Le “relazioni” costituiscono ormai un tema dibattuto perfino in alcuni studi biblici. È la rivelazione stessa che obbedisce allo “schema” della relazione tra Dio, che prende l’iniziativa, e l’uomo, alla sua ricerca, interpellato e chiamato. Senza inoltrarci in temi di filosofia della religione, ricordiamo tra gli intellettuali sensibili il famoso filosofo Abraham Joshua Heschel (Dio alla ricerca dell’uomo e L’uomo non è solo). Non di meno, la tradizione cristiana ha di frequente tenuto conto di ciò. Si pensi ad Agostino, che dice: «Dio non cerca per sé un uomo come se non sappia dove si trova, ma parla da uomo mediante un uomo (per hominem more hominum loquitur) perché ci cerca così parlando» (De civitate Dei XVII, 6,2). Il n. 13 della DV, inoltre, parla di “condiscendenza”, termine ripreso da san Giovanni Crisostomo (, In Genesim 3,8; homilia 17,1). La condiscendenza si dimostra tanto più vera nel momento in cui nella Bibbia appaiono affermazioni che sembrano sminuire l’alterità di Dio. Giovanni Crisostomo parla della condiscendenza a proposito di Gen 3,8, dove è scritto che Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno. Si tratta di un antropomorfismo, reso necessario – argomenta sempre Giovanni Crisostomo – dalla debolezza nostra e del nostro linguaggio e dalla dignità divina che utilizza tale linguaggio per la nostra salvezza. Questo è diventato un principio che vale per l’intera Scrittura, perché in essa, come sostiene l’Aquinate, «si comunicano le cose divine nella forma che sogliono usare gli uomini» (Super epistolam b. Pauli ad Hebraeos lectura I, 4). In tale quadro complessivo rientra la stessa “alleanza” (berit, diatheke), vero fondamento della “comunione” (koinonia). Pertanto, relationes revelationis cardo, ossia la “relazione” è il “cardine” su cui si gioca la rivelazione. Essa ha compiuto un “salto di qualità” nel momento in cui il Figlio, il Verbo, si è fatto carne. Su tale fondamento siamo autorizzati a parlare dell’umanità di Gesù e della sua prassi di vita, non guardandolo soltanto con curiosità, ma desiderando imparare per modellare la nostra prassi sulla sua, coscienti del fatto che ancora oggi vi è un’umanità dolente in attesa di essere salvata. I Vangeli mirano a presentarci gli insegnamenti; parimenti, si dimostrano attenti a illustrarci la prassi di vita di Gesù, con la quale se ne integra, esalta e arricchisce il valore formativo. Ci proponiamo, allora, di far emergere gli elementi concreti impiegati dal Maestro di Nazaret per far emergere in che modo vengono “trasfigurate” le relazioni intrecciate con coloro che gli si avvicinano. Vogliamo, però, avvertire che non esiste uno schema fisso con degli elementi che si ritrovano in ogni situazione e incontro.

– «Egli è in grado di sentire giusta compassione…» (Eb 5,2): Gesù è in primo luogo capace di ascoltare coloro che si avvicinano a lui per chiedergli qualsiasi cosa. Prima di essere ascoltato, perciò, egli ascolta e si “mette nei panni degli altri” (cf. ad esempio Mt 8,2).

– «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4, citato in Mt 8,17): Gesù si pone al servizio di chi versa in condizioni difficili, di malattia, anche di “febbre”, che potrebbe intendersi come un malessere fisico o interiore; poiché si tratta della suocera di Pietro, è probabile che Gesù l’abbia servita “guarendola”, per consentirle di recuperare la sua dimensione di servizio.

– «Gesù ordinò di passare all’altra riva» (Mt 8,18): Gesù non si rinchiude in una casa, come quella di Pietro, o in un luogo specifico, come Cafarnao, ma va in cerca di altre relazioni, di altri incontri; in tal modo, egli riesce a significare ai suoi discepoli che esiste l’urgenza di evangelizzare, ma anche a spingerli avanti, a misurarsi con le difficoltà e, tuttavia, conservare la pace.

Partendo da questi punti, è possibile rileggere altri testi da cui emerge la prassi. Si considerino:

– il rapporto con i peccatori: ad esempio Mc 2,1-12 e paralleli (il perdono dei peccati); Mc 2,13-17 e paralleli (con i pubblicani e peccatori); Lc 19,10: Zaccheo); Lc 7,36-50 e Gv 8,1-12 (due donne peccatrici perdonate);

– il rapporto con gli infermi, che sconvolge la mentalità imperante e la presunta corretta osservanza del precetto del sabato: ad esempio Mc 3,1-6 e paralleli; Mc 5,25-34 e paralleli; Gv 5,1-9 e Gv 9,1-41 (paralitico e cieco nato).

– il rapporto con le vedove e i bambini: ad esempio Lc 7,11-17; Mc 10,13-16 e paralleli.

Gesti e parole di Gesù sono espressivi di una grande condiscendenza; sono innovativi ponendo in risalto quel “nuovo umanesimo”, nel quale ogni persona avente il cuore aperto al cambiamento e alla guarigione, soprattutto se ai margini della società per i più diversi motivi, con il soccorso della misericordia possa “ripartire” e cominciare un percorso nuovo nella propria esistenza, trasfigurata dall’incontro con Gesù, il Figlio di Dio, che oggi può avvenire tramite i suoi discepoli.

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