1.La teologia in ascolto dell’umano

1-convegno-docenti-2017Come si può in poche parole o brevi righe descrivere le emozioni che suscitano le relazioni di Gianpiero Tavolaro che ci ha parlato di “Rivelazione di Dio e umanizzazione”, di Pierluigi Cacciapuoti con “La grazia come pienezza dell’umano” e Giuseppe Falanga “per una liturgia dell’esistenza”. L’uno e altro hanno spaziato dai concetti di immagine e somiglianza a quelli di grazia salvifica e prassi cristiana, del come è difficile declinare oggi una teologia che si occupi dell’uomo e del suo rapporto col Trascendente, quindi, il mistero di quella salvezza che ha in sé tutta la potenza della grazia divina il cui primato costituiva il cuore della teologia luterana. Gli interventi mi hanno riportato alla mente la difficoltà del credere di “Faust” che si era illuso di essere un cherubino e aveva usato in modo blasfemo la nota dichiarazione biblica dell’uomo «immagine di Dio»; di Lutero che così ironizzava: «Dev’essere un’anima insensata quella che, se fosse in cielo, bramerebbe il corpo!»; e della poca partecipazione alla vita ecclesiale perché «Contro la noia anche gli dei lottano invano» scriveva Nietzsche. Il tutto per ricordare quanto diceva il decano prof. Di Palma nel suo saluto: “Gesù nella sua vita incontra l’umano concreto”, meglio evidenziato nell’uomo descritto da san Paolo nei capitoli 5-8 della lettera ai Romani. Pascal avrebbe detto: «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, e sa il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla»[1]. Nobiltà che nasce dall’essere “figli nel Figlio”: siamo nell’antica e superba città di Toledo, attorno all’anno 400. Nella chiesa si è da poco diffuso un Credo che, in seguito, verrà erroneamente attribuito al vescovo di Alessandria d’Egitto sant’Atanasio, morto nel 373, e sarà chiamato Simbolo atanasiano. Al suo interno c’era una frase significativa che, pur riferendosi a Cristo, delineava anche la realtà dell’uomo: «Come un solo uomo è anima intellettiva e carne, così l’unico Cristo è Dio e uomo»[2].

[1] B. Pascal, Pensieri, n. 347 ed. Brunschvicg, A. Bausola (a cura), Rusconi, Milano 1993.

[2] Cf. G. Ravasi, Breve storia dell’anima, Mondadori, Milano 2003, 179.

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