Quaresima, elemosina è “vedere” il volto dell’altro

annunciazione 1
Oggi 25 marzo la chiesa  festeggia l’Annunciazione a Maria:            (cf. Luca 1, 26-38).

L’elemosina che facciamo spesso tacita le nostre coscienze: un piccolo gesto per “distrarre” l’attenzione di Dio dai nostri peccati, forse pensiamo di essere come la donna anziana di evangelica memoria, ma quella diede del suo il tutto, anche il proprio domani! L’elemosina non è quella che facciamo al mendico fuori dal sagrato, guardato in cagnesco dal parroco e dai vigili, né quella che facciamo agli strombazzatori sulla Circumvesuviana. «Elemosyné» in greco significa “amore trasbordante”: come quando mesciamo il vino e parte del contenuto si riversa. L’elemosina è avere il cuore materno di Dio, è la partecipazione misericordiosa alla condizione dell’altro.  Santa Elisabetta d’Ungheria diceva ai poveri: «Fate anche voi la carità». E a chi rispondeva che non aveva nulla la santa della carità rispondeva: «Non è sempre comandato di aprire le borse: è comandato d’aprire sempre il cuore, e quando non abbiamo denaro, possiamo però sempre avere un cuore per compatire i bisognosi, due occhi per vederli, due orecchie per sentirli, due piedi per visitarli, due mani per servirli, una lingua per consolarli, incoraggiarli». Un modo di fare a cui Lévinas dà il nome di visage, volto. Anche nella distanza invalicabile delle culture, l’altro è cercato nel suo volto e in questa prossimità la relazione si gioca. È proprio il volto che inizia e rende possibile ogni discorso ed è il presupposto di tutte le relazioni umane. Il volto dell’Altro ha significato di per sé, si impone al di là del contesto fisico e sociale: il senso del volto non consiste nella relazione con qualcos’altro, esso è senso per sé. Il volto dell’Altro ti viene incontro e ti dice: “Tu non ucciderai”. Nonostante il divieto può esserci l’assassinio, ma la malignità del male riapparirà nei rimorsi della coscienza dell’assassino, nell’accesso al volto c’è anche un accesso all’idea di Dio. Il volto è responsabilità per Altri: il volto dell’Altro entra nel nostro mondo; esso è una visitazione; è responsabilità: esso mi guarda e mi riguarda. Il volto d’Altri mi impone un atteggiamento etico: “ è il povero per il quale io posso tutto e al quale devo tutto”. Il volto dell’Altro, dunque, mi coinvolge, mi pone in questione, mi rende immediatamente responsabile. Fin dall’inizio, “ l’estraneo che non ho né concepito, né partorito, l’ho già in braccio”.

Aniello Clemente.

In Quaresima «il tuo volto io cerco o Signore»

pace a voiLa Parola di questo “tempo favorevole”, i ritiri, le omelie ben fatte, la preghiera e le opere di carità, fanno nascere una nostalgia struggente nel cuore del credente: «Il tuo volto io cerco, o Signore, non nascondermi il tuo volto» (Sal 27,8-9). La ricerca del volto di Dio esprime un desiderio profondo di comunione. Contemplare il volto di Dio e lasciarsi contemplare da Lui ci fa vivere la dimensione esperienziale del discernimento. Perché esso non è semplicemente un processo che coinvolge la nostra capacità razionale, ma anche la dimensione affettiva e spirituale. Quanto più profonda è la comunione, tanto più sincero e trasparente sarà il vissuto che scaturisce dal processo di discernimento, e verrà manifestato in noi il volto di Dio, in una comunione così profonda che il volto di Dio riverbera nel volto della persona. Il “santo” è la persona in cui traspare il volto di Dio proprio per questa unità e comunione con Lui.

Quaresima luogo di preghiera

assunzione 5Pregare non è trovare le argomentazioni più valide per indurre Dio ad acconsentire ai nostri bisogni e ai nostri desideri. Pregare è avere in sé lo spirito di figli per chiamare Dio «Abbà». In questi giorni abbiamo contemplato il Volto trasfigurato di Gesù, anche per noi, dice papa Francesco, c’è bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Eppure l’incontro con Dio nella preghiera ci spinge a scendere dalla montagna per andare incontro alle necessità dei fratelli. Quando abbiamo nel cuore la Parola di Gesù ella cresce dandola all’altro[1]. Per questo, la vera preghiera, tocca il cuore del padre che trabocca di amore per coloro che lo riconoscono come Padre. Preghiera è anche tacere al suo cospetto: Gesù ha detto: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Gesù non ha sprecato parole: tutto il suo insegnamento l’ha riassunto nel “Pater” e poi, per dimostrane la validità, si è fatto egli stesso “preghiera” cioè offerta, sacrificio, testimoniando con la sua vita il rapporto d’amore profondo col Padre. Un brav’uomo passava ogni giorno davanti ad una immagine di Maria dipinta sul muro di una strada. Ogni volta le rivolgeva un saluto: «Buongiorno, Madre!». Una sera, dopo qualche anno, sentì distintamente una voce provenire dall’immagine: «Buonasera, figliolo!». Se non sentiamo la risposta alle nostre preghiere è perché in fondo non ce l’aspettiamo.

Aniello Clemente.

[1] Cf. Papa Francesco, Angelus del 16 marzo 2014.

Michele Sasso, Pensieri e Poesie, Scrittura & Dintorni, Torre del Greco 2017, pp. 42.

don michele sassoHo ricevuto in omaggio il libro di poesie di Mons. Michele Sasso e con somma gratitudine mi accingo a fornirne una breve recensione che non potrà mai rendere il patos che ho provato e spero, quindi, che invogli a leggere le opere dell’«uomo di Dio» don Michele, per emulare la cerva di biblica memoria e ristorare la nostra anima mentre pellegrini andiamo verso la vera Fonte. Il titolo richiama una fortunata canzone del compianto Lucio Battisti: Pensieri e parole, e infatti il libro di don Michele, si potrebbe titolare “Pensieri e Parole”: sì, perché l’Autore seppe vagliare i suoi pensieri in consonanza con la sua scelta vocazionale (cf. Sacerdoti chiamati alla stessa opera), trasformandoli in Parole, cioè la Parola divina “spezzata” per i suoi fratelli. Già dall’incipit comprendiamo la profondità di ciò che ci aspetta e, silenti, ci approcciamo al “mistero”. In Avrò una bara, infatti, attingendo alla teologia paolina, accenna a quello che sarà il destino ultimo di chi confida nel Signore: un corpo glorioso di Luce. Tema che ritorna verso la fine dell’opera con Staccarsi dalla terra e Nuovo anelito. I temi fondamentali della vita, della fede, della religione si rincorrono nel testo:

  • il senso ineluttabile del tempo (Conquista, Desiderio, Ritorno, Il Tempo);
  • il tema attuale dell’ecologia, della responsabilità dell’uomo “custode” dell’Eden terrestre (cf. le liriche in «Il rapporto tra l’uomo e il Creato»);
  • la ricerca del dialogo tra i popoli e interreligioso, e tornano alla mente Maritain (nessun uomo è un’isola) e Levinàs (la ricerca del volto dell’altro) in Omogeneità, Figli dell’unico Padre;
  • la fede e la ricerca incessante di un Trascendente si avverte in Certezza;
  • l’amore, declinato in vari modi permea Cos’è l’amore, Cuore, Madre;
  • per condurre il tutto alla via pulchritudinis con È bello.

Certo, poiché il poeta sente e “partorisce” i dolori del mondo non possiamo negare un certo influsso “leopardiano” in Invocazione alla luna o le tematiche affini a Schopenhauer in Vuoto enorme e Mi manca la Tua presenza, o la nausea di Nietzsche e il vuoto esistenziale di Heidegger che scriveva della «notte del mondo» in Sempre più freddo è il mio cuore. Ma, ovviamente, per don Michele il vaso di Pandora è il calice di Cristo e Spes, non l’ultima dea, ma la Speranza cristiana che, ricordando Peguy, procede tenendosi per mano con le sorelle Fede e Carità. Quindi non è mai un pessimismo fine a se stesso, anzi, è l’aprire il cuore al Signore che viene, come si evince in Nel regno della speranza, Seminatore è Lui, Dammi coraggio…, La speranza è la Tua bontà. Nonostante, anzi proprio perché ieri (21 marzo) è stata la Giornata della poesia, qualcuno potrebbe obiettare: “A che servono i poeti oggi?”. Specialmente in un tempo di solitudini e frammentazioni, di «società liquida», anzi rizomica, attraversato da inquietudini profonde? Rispondo semplicemente ricordando che don Michele, come «alter Christus», totalmente per Cristo, con Cristo, in Cristo, come Lui totalmente per gli altri, è ancora oggi, proprio per la sua capacità poetica di elevarsi fino all’Empireo Cielo, un segno eloquente, una testimonianza attiva. Siamo certi che il maranathà che traspare dalle sue liriche è stato il pass per farlo accedere in quella Pace da lui agognata, contemplando «panim el panim», quella Luce scritta, cantata, amata, ottenuta!

Aniello Clemente.

Quaresima: scoprire il valore del tempo

il tempoGesù in questo “tempo favorevole” ci dice: «Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). C’è da meravigliarsi davvero! Già da quel «Fiat» l’Amore trinitario pensava a noi, figli nel Figlio, fatti a Sua immagine, ci “preparava” un regno, e noi? Noi prepariamo l’incontro con lui stancamente, ancora per precetto. Prepariamo la ricezione dei sacramenti come un obbligo, non amando il catechismo e chi lo fa. Vedo ragazzi “preparare” la lezione in treno, mamme preparare il fretta il pranzo e papà correre in fretta la lavoro. Siamo bravi a preparare i regali all’ultimo momento o a preparare scuse buone per ogni occasione. Siamo catturati nel vortice della sabbia che cade nella clessidra e sprechiamo il nostro tempo. Dobbiamo trasformare questo “kronos” (tempo che scorre) in “kairos”: tempo utilmente utilizzato, tempo di grazia per la nostra salvezza. Non sarà difficile se imitiamo Dio che ha fatto il mondo senza fretta, con calma, in sette giorni, con pazienza e amore.

Aniello Clemente.

San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.