Leggere Antigone dopo la “festa delle donne”

antigone 2Antigone è una tragedia di Sofocle, rappresentata forse per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi. Quanta dignità, quanta differenza con quanto da qualche tempo viviamo nella nostra società. Qualche tempo fa se non ricordo male nella trasmissione «Klauscondicio» fu chiesto se c’era «prostituzione nel mondo politico». Il deputato PDL Giorgio Stracquadanio tranquillamente rispose che «è assolutamente legittimo che ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano». E, fin qui, anch’io sono d’accordo, a maggior ragione se le due caratteristiche sono combinate. Ma il deputato, per eccesso di zelo, aggiunse che se anche un deputato/a «ammettessero di “essersi venduti” per un posto in lizza, non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato». Non metto in dubbio che una persona bella sappia anche gestire un ruolo politico ma dove si trova la connessione e giustificazione tra prostituzione ed elezione? Cioè una persona eletta in siffatto modo può essere simbolo di legalità e meritocrazia? Ecco che c’entra Antigone. Sofocle illustra in questo dramma l’eterno conflitto tra autorità e potere. Il contrasto tra Antigone e Creonte si riferisce infatti (almeno in parte) alla disputa tra leggi divine e leggi umane. Le prime, i cosiddetti àgrapta nòmima: corpus di leggi consuetudinario, ritenuto di origine divina, sono infatti difesi da Antigone, mentre Creonte si affida al nòmos, corpus delle leggi della polis. Il punto di forza del ragionamento di Antigone si fonda appunto sul sostenere che un decreto umano non può non rispettare una legge divina: «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove»[1]. In una società come quella dell’antica Grecia dove la politica è esclusiva degli uomini, il ruolo di dissidente della giovane donna Antigone si carica di molteplici significati, ed è rimasto anche dopo millenni un esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica. La ribellione di Antigone non riguarda infatti soltanto la sottomissione al nomos del re, ma anche il rispetto delle convenzioni sociali che vedevano la donna come sempre sottomessa e rispettosa della volontà dell’uomo (in tutta la Grecia ma ancor più ad Atene)[2]. Creonte trova intollerabile l’opposizione di Antigone non solo perché si contravviene a un suo ordine, ma anche perché a farlo è una donna. In questo senso, le azioni di Antigone potrebbero anche essere considerate un atto di hýbris, di tracotanza. Allora mia moglie, le mie figlie, le mie amiche, tanti di voi, io per primo, siamo “tracotanti”: perché desideriamo costruire un futuro che rigetti il modello della “donna oggetto” e una deputata, un manager, una docente, un’operaia, valga per quello che è, e non per quello che appare.

[1] Sofocle, Antigone vv. 484-485.

[2] Cf. S. B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Einaudi, 1978.

 

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