7. “Crocifissi col Crocifisso”. Giampiero Tavolaro: L’edizione dei Diari di Teresa Musco: un primo bilancio.

tavolaroDocente di Teologia dogmatica ci presenta la sua indagine sulla catalogazione dei Diari di Teresa Musco, la mistica casertana stigmatizzata. Tavolaro ha spiegato il suo metodo d’indagine e la volontà di non escludere dalla sua catalogazione nessuno scritto, neanche quelli citati come “copiati” perché tutti formanti il corpo dell’Opera omnia di Teresa Musco. Ovviamente da attento filologo intenderebbe non più parlare di “Diari” ma di “Confessioni”. I casi noti di stigmatizzati mostrano spesso le cinque Sante Piaghe inflitte a Gesù, secondo i Vangeli, durante la Crocifissione: mani e piedi forati, costato trapassato. Alcuni santi stigmatizzati mostrano anche ferite sul capo simili a quelle causate dalla corona di spine, come S. Rita da Cascia. Altre stigmate riportate includono lacrime o sudore di sangue (riferimento a Lc 22,44), e ferite sulla schiena come da flagellazione[1]. Sono ricordati nella letteratura anche rari casi di stigmate luminose, come ad esempio quelle di S. Caterina de’ Ricci, oppure casi di stigmate invisibili, come quelle di S. Maria Faustina Kowalska. Si riportano anche casi di stigmate divenute invisibili a seguito di un’espressa preghiera dello stigmatizzato. Nella teologia e mistica cristiana il soggetto riceve le stimmate quando entra (per grazia divina, indipendente dalla sua volontà) in uno stato di perfetta unione con Gesù sofferente, fino a identificarsi fisicamente con lui. Si deve notare che la manifestazione visibile delle stimmate sul corpo del soggetto non è l’unico caso affermato dalla dottrina; innumerevoli i casi di stimmate “nascoste” o “invisibili” riconosciute dalla Chiesa e descritti anche nell’agiografia, condizioni mistiche in cui il soggetto si sente egualmente unito con Gesù, sente in sé tutte le sue sofferenze e rivive intimamente la sua passione, senza che tutto ciò si manifesti fisicamente sul suo corpo. Sebbene questo fenomeno segni profondamente la dottrina cristiana, permangono a tutt’oggi molti dubbi sulla loro genesi. Dalle prime manifestazioni ascritte a San Francesco d’Assisi, l’interpretazione di queste manifestazioni, ritenute come la trasposizione sulla carne delle ferite inferte a Gesù sulla croce, è sempre vissuta nel contrasto tra la venerazione e l’accusa di superstizione. Molti santi stigmatizzati hanno sperimentato forti sospetti e isolamento, sottoposti a un controllo attento.

Un grazie particolare al prof. Pasquale Giustiniani che ha introdotto i lavori e li ha saputo coordinare con particolare maestria rientrando il Convegno, cosa rara, negli orari stabiliti, e dando

[1] Cf. A. M. Turi, Stigmate e Stgmatizzati, Edizioni Mediterranee, Roma 1990; E. Baccarini, “Stigmate, segni divini o simboli terreni”, in Archeomisteri, i Quaderni di Atlantide n° 8 marzo – Aprile 2003.

6. “Crocifissi col Crocifisso”. Giuseppe Falanga: La “lezione mistica” della liturgia.

falangaIl prof. Falanga, Docente di Liturgia, preliminarmente ricorda che la Chiesa cattolica annovera tra i Santi 14 stigmatizzati e con l’ausilio del Messale Romano e del Lezionario ricorda ai numerosi allievi presenti (ma anche ai docenti) che la liturgia non si apprende in aula ma si studia, si prega: «lex orandi, lex credendi». Divide il suo pregnante intervento in tre momenti: ricorrenza e memoria di S. Caterina da Siena, San Pio da Pietrelcina e S. Francesco nei libri liturgici. Rapporto tra Liturgia e Mistica. Conclusioni. Passa, quindi, a leggere i passi in cui il tema del convegno: il rapporto col Crocifisso, è ricordato nelle Feste o memorie dei Santi.

  Messale

 

Messale

 

Lezionario

1Gv 1,5-10

Lezionario

Gal 6,14-18

29 aprile Santa Caterina da Siena Colletta: «O Dio, che in santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito d’amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa…»   «…Dio è luce e in lui non ci sono tenebre… Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce… il sangue di Cristo… ci purifica da ogni peccato…»  
23 settembre San Pio da Pietrelcina Colletta: «Dio onnipotente ed eterno, con grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio di partecipare alla croce del tuo Figlio…»

 

Prefazio (embolismo): «… Tu hai posto nel cuore di san Pio il fuoco di una così grande carità per Cristo. Egli, associato alla sua passione, lo ha seguito con amore perseverando fino alla croce e ai fratelli, afflitti da pene nell’animo e nel corpo, ha rivelato incessantemente la divina misericordia».   Porto le stigmate di Gesù nel mio corpo

«Quanto a me invece non ci si altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…»

4 ottobre San Francesco d’Assisi Orazione sulle offerte: «… a celebrare il mistero della croce, che segnò l’anima e il corpo di san Francesco…»

 

Prefazio (embolismo): « Tu hai innalzato san Francesco… alle vette della perfezione evangelica; lo hai infervorato di ardore serafico… e insignito delle sacre stigmate, l’hai additato al mondo quale fedelissima immagine di Cristo crocifisso nostro Signore». La Sequenza è molto bella e, seppure facoltativa, sarebbe opportuno leggerla nella forma integrale. La lettura è sempre Gal 6,14-18 ma cambia la didascalia introduttiva: “Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

Il prof. Falanga ricorda quanto abbiamo perso distaccandoci dalla liturgia ortodossa per la quale la liturgia è «il cielo sulla terra». Sacramenti, Liturgia, mistero pasquale di Cristo, sono da considerare unitariamente ed inseriti nella Storia della Salvezza; per questo le caratteristiche di quest’ultima sono anche le caratteristiche dei primi, ferma restando peculiare ad ognuno le modalità di attuazione della redenzione. Così ad esempio la nuzialità che contraddistingue la relazione Dio-Israele nella generale Storia della Salvezza, contraddistingue anche il mistero pasquale di Cristo e naturalmente anche la Liturgia che si impernia sui sacramenti, in quanto ultimo momento della Storia della Salvezza. Nella Chiesa e per la Chiesa, fidanzata di Cristo, continua nel tempo l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, perché come Cristo fu inviato dal Padre, anch’egli inviò gli apostoli, ripieni dello Spirito Santo, a predicare il Vangelo a tutti gli uomini e ad attuare per mezzo della Liturgia l’opera della salvezza che annunciavano. Perché possa accadere ciò, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche, ne consegue che la Liturgia è opera di Cristo e della Chiesa, dunque quella nuzialità realizzata una volta da Cristo capo è realizzata oggi da Cristo capo e membra. Nel corso dei secoli, nella Chiesa, sono tantissimi i testimoni coerenti con le parole dell’apostolo Paolo: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo[1], a favore del suo corpo che è la Chiesa»[2]. Tra gli altri, Teresa d’Avila, Teresa Benedetta della Croce, figure eccellenti dell’ordine carmelitano, hanno fatto della croce il perno della loro vita: il talamo per le nozze con Cristo. Teresa d’Avila venne favorita in vita di grazie straordinarie vissute in estasi, come racconta ella stessa: «Quel cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro sulla cui punta di ferro sembrava ardesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo conficcasse varie volte nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappasse fuori quando tirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace d’amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire gemiti, ma al tempo stesso tanto elevato, da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo, fuorché in Dio»[3]. Suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, visse pienamente la sua appartenenza a Cristo. Filosofa tedesca, ebrea convertita al cattolicesimo, seppe coniugare perfettamente scienza e croce. Visse la sua vocazione al Carmelo come cammino di consegna di sé, consapevole che «se ti decidi per Cristo, può costarti la vita»[4], poiché, «se vuoi sposare l’Agnello, devi lasciarti inchiodare con Lui sulla croce»[5]. Sotto il segno della croce accolse e comprese la propria vocazione al Carmelo. Ella volle collaborare a ciò che manca alla  Passione di Cristo: «è per questo che il Signore ha preso la mia vita a vantaggio di tutti. Mi viene da pensare continuamente alla regina Ester. Io sono una povera e impotente piccola Ester, però il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione»[6]. E il Re volle prenderla per sé, lasciando che il suo amore si esprimesse nella maniera più grande: attraverso il martirio[7].

[1] Per un approfondimento si consiglia A. Clemente, Completo nella mia carne. L’aspetto salvifico della sofferenza, EDI, Napoli 2016.

[2] Col 1,24.

[3] G. Papasogli, Fuoco in Castiglia Vita di Teresa d’Avila, OCD, Roma 2006, 189.

[4] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera del 26.6.1934. Cito da: Girardello R., Edith Stein. In grande pace varcai la soglia, OCD, Roma 1998, 256.

[5] Ib.

[6] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera 31.10.1938. Cito da: Girardello, Edith Stein, 265.

[7] Per parte dell’articolo ringrazio Patrizia De Iulio con la quale, spero presto, intendo pubblicare: «Ti farò mia sposa per sempre». La Chiesa segno d’amore nei Sacramenti, per i tipi della EDI di Napoli.

5. “Crocifissi col Crocifisso”. Antonio Ascione: Fenomeni mistici tra simbolismo, pietà popolare e rischi di derive.

ascione 1Il prof. Ascione, Docente di Filosofia, affronta il tema dal punto di vista dell’antropologia religiosa. La pluralità delle manifestazioni religiose, non solo quelle odierne, ma anche quelle del passato, ci dicono che l’uomo è per natura homo religiosus. È difficile per l’osservatore attento trovare nella vita spirituale degli uomini un fattore che abbia svolto, nel corso dei secoli, un ruolo così decisivo come la religione. Lo lasciano intendere i simboli religiosi, i racconti dei miti e le celebrazione dei riti, che costituiscono le costanti del sacro nella storia religiosa dell’umanità[1]. Precisando che questi fenomeni mistici cristiani andrebbero scomposti lessicalmente come: fenomeni; mistici; cristiani. Cioè vedere il tutto in una prospettiva simbolica con altre manifestazioni non cristiane. A mo’ di esempio ci ricorda che già Platone, Plutarco («dobbiamo noi ravvisare Tolommeo Filopatore, detto anche Trifone, cioè voluttuoso, e Gallo, secondo che riferisce l’autore del grad’Etimologico greco, perché portava le stimmate, ed impronte dell’Edera a guisa de’ sacerdoti di Cibele»[2]); («Così dunque tra frivole incertezze ed obbiezioni cavillose s’aggira Plutarco; e conchiude col sentenziare che Erodoto non solo mentisce, ma mentisce impudentemente, e senza criterio. Quelle stigmate, dic’egli, sarebbero grande difesa a Tebe contro la calunnia d’Erodoto…[3]»; Plotino (Enneidi, 4) parlavano di questi particolari fenomeni mistici. Allora viene da chiederci qual è il messaggio di quel simbolo “crocifisso” per noi cristiani? Poeticamente, e qui parla il presbitero e non il filosofo, è da vedere come una «unione mistica sponsale!». Un testo in particolare esprime mirabilmente il dialogo d’amore tra due Sposi: il Cantico dei Cantici, considerato «un continuato inno nuziale», espressione di amore umano e nello stesso tempo dell’amore tra Dio e il suo popolo, e ancora tra Dio e il fedele. Così nella storia dell’amato e dell’amata è presente la storia suprema di Dio e del suo popolo. È soprattutto «la storia di una ricerca continua: Dio cerca l’uomo e l’uomo cerca Dio». Questa fase della storia della salvezza coincide con il tempo della formazione della Sposa, Ecclesia praeformatio. La fase successiva, descritta nel Nuovo Testamento, è il momento di tale unione, quando «Cristo Sposo lascia suo Padre» per unirsi alla sua Sposa, l’umanità, quando la Parola diventa carne, quando la nuova ed eterna Alleanza, annunciata dai profeti, si realizza a Nazareth nel momento in cui l’angelo annuncia a Maria la scelta di Dio ed ella acconsente al disegno divino. Anche tutta l’attività terrena di  Gesù, esplicitata con parole e gesti: annunciare il Regno, guarire gli ammalati, risuscitare i morti, perdonare i peccatori, dare cibo agli affamati, celebrare la pasqua ebraica e la sua, può essere ricondotta alla tipologia nuziale, specialmente presa al suo culmine, la croce, altro luogo simbolico dove si consumano le nozze con la sua fidanzata. Sulla croce, «talamo, trono ed altare», Cristo «chinato il capo, spirò», e «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua». Quest’avvenimento è interpretato unanimemente dalla Tradizione e dalla Liturgia come evento nuziale che attua quanto era stato prospettato in Genesi. A margine, ma non per vena polemica, Ascione si rammarica che il Direttorio sulla pietà popolare di questo particolare fenomeno ne parla solo al n. 90.

[1] Per un approfondimento cf. A. Ascione, Sulle tracce del sacro. Introduzione all’antropologia religiosa, passionEducativa, Benevento 2012, specialmente Il sacro della scienza delle religioni, 27-48 e Simbolo e simbolismo, 85-102.

[2] Opuscolo di Plutarco. Come discernere il vero amico dall’adulatore. Recato dalla Greca nella Italiana favella Dal D. L. V. M., Roma MDCCXCVI, Da’ Torchj dell’Ospizio Apostolico di S. Michele a Ripa, presso Damaso Petretti (Con Licenza de’ Superiori), 41.

[3] Le Nove Muse di Erodoto Alicarnasseo tradotte e illustrate da Andrea Mustoxidi (Tomo Quarto: La Polimnia ovvero Il settimo libro delle Istorie di Erodoto), Milano coi Tipi di Paolo Andrea Molina, Contrada dell’Agnello, n. 963, (1842), 288.

4. “Crocifissi col Crocifisso”. Gaetano Di Palma: Fondamenti biblici della mistica dei “crocifissi col Crocifisso”.

ascioneIl prof. Di Palma, Docente di Sacra Scrittura, preliminarmente ci ricorda la genesi della parola “stigmate”, (dal greco στίγμα, stigma, che significa marchio) sono tipicamente le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù Cristo, provocate dai traumi subiti durante la sua Passione. In greco il termine indicava il marchio impresso col ferro sul bestiame in segno di proprietà, o anche su schiavi fuggitivi, spesso per punizione. Già Filone di Alessandria ne parlava come di un «marchio a fuoco» e parimenti Seneca ne Sui Benefici: «Il re Filippo il Macedone aveva un soldato valoroso… costui dopo un naufragio fu buttato sulle terre che appartenevamo a un macedone… che lo rianimò, lo curò per trenta giorni e gli diede i mezzi per riprendere il suo viaggio… Raccontò del suo naufragio a Filippo, ma tacendo dell’aiuto ricevuto e subito gli chiese dono delle terre di un privato. Ora, questo privato era il suo ospite, lo stesso che lo aveva accolto e rimesso in salute… Ma quel benefattore, cacciato dalle sue terre non sopportò in silenzio e scrisse a Filippo una lettera… Quando il re la ricevette, si infuriò così tanto che incaricò subito Pausania di restituire i beni al loro precedente padrone, quindi di marchiare quel soldato disonesto». Quasi come monito per la diffusa pratica dei tatuaggi Di Palma ci ricorda la norma di Lv 19,28: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio»[1]. Il termine ha origine dalla Lettera ai Galati di S. Paolo, dove forte è la ricorrenza della Croce: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Nella lettera S. Paolo indica con valore figurativo, in contrapposizione alla circoncisione giudaica, i patimenti sofferti da Paolo per Cristo, che sono i suoi «marchi» (Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto). Già precedentemente Paolo aveva affermato: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Crocifisso con il Cristo il cristiano è, con lui e in lui, morto alle antiche pratiche (per Paolo la legge mosaica, cf. Rm 7,1s) per partecipare alla  vita di resuscitato dal Cristo (Rm 6,4-10): «Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui» (Rm 6,6).

[1] Era una pratica largamente attestata per i riti di lutto mutuata dal paganesimo. La menzione di questi stessi riti in Ez 7,18 mostra che, malgrado questa condanna, continuarono a essere praticati, forse perché si attribuiva loro un significato religioso di carattere penitenziale come ricorda Is 22,12: «Vi invitava il Signore…al pianto e al lamento, a rasarvi il capo e a vestire il sacco».

3. “Crocifissi col Crocifisso”: Luigi Borriello: Nuove zone dove lo Spirito aleggia e dona vita.

NUOVO-DIZIONARIO-DI-MISTICA-ridotto-1Il prof. Borriello è Docente di Spiritualità presso la sez. S. Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Poiché sicuramente altri si occuperanno di dare risalto al suo intervento desidero segnalare il prof. Borriello per la pubblicazione del Dizionario di mistica[1]. In questo dizionario si vuole dare un contributo di chiarificazione al problema della mistica oggi, concentrando l’attenzione soprattutto sulla mistica cristiana, non trascurando qualche accenno alla mistica delle altre religioni. Per fare ciò, occorre, prima di tutto, definire la mistica cristiana. «Se bisogna intendere per “mistica”, scrive H. de Lubac, una certa perfezione raggiunta nella vita spirituale, una certa unione effettiva alla Divinità, allora, per un cristiano non può trattarsi d’altro che dell’unione col Dio Tri-personale della rivelazione cristiana, unione realizzata in Gesù Cristo e per mezzo della sua grazia; dono “infuso” di contemplazione “passiva”. Parimenti, se la parola “spiritualità” connota lo Spirito Santo, diviene evidente che ha solo un significato cristiano»[2]. In questo dizionario molto spazio è dato proprio all’esperienza mistica vissuta in tutti i tempi e in tutte le aree geografiche. La proposta attualizzante del presente dizionario gli conferisce alcuni tratti distintivi. Prima di tutto un’attenzione alla differenza e all’unità sottesa tra ascesi, mistica e spiritualità. Quest’ultima, sulla base dei dati della rivelazione cristiana, studia l’esperienza cristiana nel suo sviluppo dinamico: la vita secondo lo Spirito, evidenziandone strutture e leggi, entro le caratteristiche psicologiche del soggetto umano proteso alla perfezione. La mistica, invece, va intesa come presa di coscienza dell’esperienza caritativa della comunione interpersonale tra Dio e l’uomo, quindi riguarda essenzialmente tale esperienza di Dio inabitante, provocata nell’anima da una speciale mozione dello Spirito Santo. La mistica cristiana, è, dunque, intrinsecamente soprannaturale, completamente agganciata alla grazia divina. Non si può dare alcuna esperienza autentica del mistero di Dio che sia di ordine naturale, possibile con le sole forze della natura umana. Il compito specifico della teologia mistica consiste nella riflessione critica e sistematica su tale esperienza fondamentale, cristiana, coscientemente aperta allo Spirito e accolta passivamente nel proprio intimo, cioè collaborando attivamente all’azione divina. Per questo motivo, il criterio di fondo che regge tutta la struttura del dizionario è quello teologico, debitamente integrato dai preziosi contributi offerti dalle discipline scientifiche e antropologiche, come la storia, la filosofia, la psicologia, ecc. Lo studio parallelo e convergente di tali discipline fornisce i principi ermeneutici e i criteri di valutazione sia della vita mistica che delle sue manifestazioni straordinarie, sia della rilevanza spirituale che della eventuale valenza soprannaturale delle mistiche non cristiane. Si è sempre tenuto in considerazione che tale esperienza mistica ha una sua originale struttura-guida in un Dio trascendente ma che si rivela in Gesù Cristo nel cangiante divenire storico. Pertanto, diverse voci sono dedicate a correnti storiche della mistica, a mistici ed autori mistici. L’accentuazione del presente non abolisce né trascura il passato che, al contrario, viene valorizzato come memoria che costruisce ed ispira il presente.

[1] L. Borriello – E. Caruana – M. R. Del Genio – N. Suffi (a cura), Dizionario di Spiritualità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

[2] H. de Lubac, Mistica e mistero cristiano, Milano 1979, 7-8.

2. “Crocifissi col Crocifisso”: François-Marie Léthel,: L’amore verso Gesù Crocifisso, la devozione mariana, la verginità, le stimmate.

LethelNato a Parigi nel 1948, è entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Provincia di Parigi) nel 1967 ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Dopo la licenza in Filosofia, ha ottenuto la licenza in teologia, ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università di Friburgo (Svizzera) nel 1989. Padre Léthel vive a Roma dal 1982, insegnando la teologia dogmatica e spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Nominato Consultore per la Cause dei Santi da Giovanni Paolo II nel 2004, è stato anche nominato Prelato Segretario della Pontificia Accademia di Teologia da Benedetto XVI nel 2008. Tra i suoi numerosi studi sulla teologia dei santi, si possono indicare specialmente i libri su Teresa di Lisieux: L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice vaticana): Teresa è cosciente di condividere con Maria questo amore materno, e anche di raggiungere ogni madre del mondo, anche la più povera, la più ferita. Lo mostra chiaramente nella sua opera teatrale La fuga in Egitto, il testo più importante riguardo a questa corda materna. Teresa di Lisieux è una donna Dottore della Chiesa, che non ha studiato all’università, ma che rappresenta perfettamente la stessa teologia femminile, più simbolica e più incarnata di quella maschile. Per il tema da lui oggi trattato di P. Léthel segnaliamo anche: Luigi Maria di Montfort: L’amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol.) e Gemma Galgani: L’Amore di Gesù Crocifisso Redentore dell’uomo. Gemma Galgani (Roma, 2004, Libreria Editrice Vaticana). I santi sono i maestri di una antropologia cristocentrica, che è una antropologia dell’amore, interamente fondata nella carità, unico amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù. I santi sono autentici teologi, cioè conoscitori di Dio, perché in essi si verifica l’affermazione dell’Apostolo: “chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Il dono totale di sé alla persona amata ha come conseguenza necessaria il possesso totale della persona amata: darsi totalmente all’altro è allo stesso tempo aprirsi al dono totale che l’altro fa di se stesso, e riceverlo totalmente. Così paradossalmente, l’amore sponsale di Gesù è l’amore più oblativo e più possessivo. La complementarietà dei Padri, Dottori e Mistici è come il prisma che rivela i colori più belli del Mistero di Cristo, Luce di Dio venuta nel mondo[1].

[1] Cf. F.-M Léthel, Aspetti dell’antropologia dei santi, in Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura, Città Nuova, 2001.

“Crocifissi col Crocifisso”. L’esperienza mistica in una società di grande attivismo

convegno crocifissoDomani (19 maggio) dalle ore 9,30 alle 13, alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. «S. Tommaso d’Aquino» – a Napoli, in Viale Colli Aminei n. 2,  si terrà un Convegno di Studi che analizzerà il «fenomeno multiprosopettico» dei “Crocifissi” (S. Francesco d’Assisi, San Pio da Pietrelcina, Teresa Musco…), che unisce spiritualità, ascetica e mistica. Coordinati dal prof. Pasquale Giustiniani, interverranno i Docenti della Facoltà: Luigi Borriello, Gaetano Di Palma, Antonio Ascione, Giuseppe Falanga, Giampiero Tavolaro e il prof. François-Marie Léthel docente di Spiritualità al Teresianum di Roma.

Scrive Pàvel Nikolàjevič Evdokìmov che: «la tradizione orientale non ha mai fatto una netta distinzione fra “mistico” e “teologico”, cioè tra l’esperienza personale dei misteri divini e il dogma professato dalla Chiesa. Essa non ha mai conosciuto alcun divorzio tra la teologia e la spiritualità, né la devotio moderna con le sue forme di pietà individuale. L’esperienza mistica vive il contenuto della fede comune e la teologia lo ordina e lo riduce a sistema. Così la vita di ogni fedele, asceta o mistico, è strutturata dall’elemento dogmatico della liturgia e la dottrina riferisce l’esperienza intima della verità vissuta dai santi e dai Padri della Chiesa. La teologia è mistica e la vita mistica è teologica; questa è il vertice della teologia, teologia per eccellenza, contemplazione della trinità». La kenosi di Cristo è un termine biblico: egli, uguale a Dio, si è abbassato fino a morire in croce per la nostra salvezza. Dopo la caduta dell’uomo, l’abisso fra la natura divina e quella umana è diventato talmente profondo che l’incarnazione del Verbo è una croce che prende su di sé, pertanto la kenosi del Dio assolutamente impassibile diventa sofferenza. Ma il fine dell’incarnazione è portare la felicità divina in questa sofferenza umana. Il Cristo sofferente è tutt’uno con il Cristo glorioso, in quanto la sofferenza stessa, per mezzo di lui, diventa gloriosa. Per questo si parla di una mistica della sofferenza, soprattutto in ambito russo. La riflessione sulla sofferenza e sulla morte risveglia, da sempre, una riflessione di tipo metafisico o religioso. La sofferenza è legata all’esistenza stessa della persona e della coscienza personale. L’espressione di Dostoevskij «la sofferenza è un bene, perché tutto espia» riassume la lunga tradizione degli strastoterpcy russi (“coloro che soffrono la passione”), ossia di coloro che accettano di patire ogni sorta di persecuzioni ingiuste, riconoscendovi i segni di un’elezione speciale per la purificazione del mondo. Se la sofferenza e la morte acquistano un valore positivo questo è solo per mezzo dell’unione con la morte di Cristo. Quali sono dunque le condizioni per essere sicuri di morire con Cristo, affinché la morte sia un segno di vittoria? Secondo la tradizione, la morte che santifica, è per eccellenza il martirio, il dare la propria vita per la fede in Cristo[1].

Aniello Clemente.

[1] Cf. A. Lotti, La mistica nell’oriente cristiano, in La mistica come via di ricerca della Verità – Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti; Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti – Sito web: http://www.mistica.info – E-mail: misticainfo@libero.it