“Crocifissi col Crocifisso”. L’esperienza mistica in una società di grande attivismo

convegno crocifissoDomani (19 maggio) dalle ore 9,30 alle 13, alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. «S. Tommaso d’Aquino» – a Napoli, in Viale Colli Aminei n. 2,  si terrà un Convegno di Studi che analizzerà il «fenomeno multiprosopettico» dei “Crocifissi” (S. Francesco d’Assisi, San Pio da Pietrelcina, Teresa Musco…), che unisce spiritualità, ascetica e mistica. Coordinati dal prof. Pasquale Giustiniani, interverranno i Docenti della Facoltà: Luigi Borriello, Gaetano Di Palma, Antonio Ascione, Giuseppe Falanga, Giampiero Tavolaro e il prof. François-Marie Léthel docente di Spiritualità al Teresianum di Roma.

Scrive Pàvel Nikolàjevič Evdokìmov che: «la tradizione orientale non ha mai fatto una netta distinzione fra “mistico” e “teologico”, cioè tra l’esperienza personale dei misteri divini e il dogma professato dalla Chiesa. Essa non ha mai conosciuto alcun divorzio tra la teologia e la spiritualità, né la devotio moderna con le sue forme di pietà individuale. L’esperienza mistica vive il contenuto della fede comune e la teologia lo ordina e lo riduce a sistema. Così la vita di ogni fedele, asceta o mistico, è strutturata dall’elemento dogmatico della liturgia e la dottrina riferisce l’esperienza intima della verità vissuta dai santi e dai Padri della Chiesa. La teologia è mistica e la vita mistica è teologica; questa è il vertice della teologia, teologia per eccellenza, contemplazione della trinità». La kenosi di Cristo è un termine biblico: egli, uguale a Dio, si è abbassato fino a morire in croce per la nostra salvezza. Dopo la caduta dell’uomo, l’abisso fra la natura divina e quella umana è diventato talmente profondo che l’incarnazione del Verbo è una croce che prende su di sé, pertanto la kenosi del Dio assolutamente impassibile diventa sofferenza. Ma il fine dell’incarnazione è portare la felicità divina in questa sofferenza umana. Il Cristo sofferente è tutt’uno con il Cristo glorioso, in quanto la sofferenza stessa, per mezzo di lui, diventa gloriosa. Per questo si parla di una mistica della sofferenza, soprattutto in ambito russo. La riflessione sulla sofferenza e sulla morte risveglia, da sempre, una riflessione di tipo metafisico o religioso. La sofferenza è legata all’esistenza stessa della persona e della coscienza personale. L’espressione di Dostoevskij «la sofferenza è un bene, perché tutto espia» riassume la lunga tradizione degli strastoterpcy russi (“coloro che soffrono la passione”), ossia di coloro che accettano di patire ogni sorta di persecuzioni ingiuste, riconoscendovi i segni di un’elezione speciale per la purificazione del mondo. Se la sofferenza e la morte acquistano un valore positivo questo è solo per mezzo dell’unione con la morte di Cristo. Quali sono dunque le condizioni per essere sicuri di morire con Cristo, affinché la morte sia un segno di vittoria? Secondo la tradizione, la morte che santifica, è per eccellenza il martirio, il dare la propria vita per la fede in Cristo[1].

Aniello Clemente.

[1] Cf. A. Lotti, La mistica nell’oriente cristiano, in La mistica come via di ricerca della Verità – Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti; Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti – Sito web: http://www.mistica.info – E-mail: misticainfo@libero.it

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