3. Renato Caccioppoli visto da un teologo

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Caccioppoli non arrestò mai la sua battaglia antifascista, ma anzi ne ridicolizzò gli aspetti più grotteschi. Ad esempio a quel tempo vi era, per gli uomini il divieto di passeggiare con cani di piccola taglia perché questo comportamento poteva ledere la loro virilità. Di tutta risposta Caccioppoli prese l’abitudine di camminare per la città di Napoli, con un gallo al guinzaglio[1]. I riferimenti ai gallinacei non mancano nel Nuovo Testamento. Una citazione l’abbiamo in Mc 13, 35-36: «Vigilate dunque, perché non sapete quando il padrone della casa debba venire, se la sera tardi, o verso la mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina, per timore che arrivando egli all’improvviso non vi trovi addormentati». Il gallo si lega al tema della “vigilanza” che deve caratterizzare colui che, come Renato, non “addormentava” le coscienze. Ma l’episodio più noto è quello in cui, con il suo canto mattutino, appare quale testimone del triplice rinnegamento di Pietro (Mc, 14,66-72; Mt, 26,69-75; Lc 22,56-62; Gv 18,15-18.25-27). In questo episodio viene ancora una volta riconfermato il simbolismo solare di questo volatile, il quale con il suo verso annuncia l’alba, il ritorno della luce, così come Renato, passeggiando per via Caracciolo ci ricordava la dignità e la lealtà di coloro che non “tradiscono”.

Trascorse la sua infanzia ad Avella presso le zie, mi piace pensare che spesso passeggiava e giocava nell’area archeologica che comprende una necropoli monumentale che si sviluppò tra la tarda età ellenistica e la prima età imperiale e, forse, già “scherzava” con l’idea della morte. Le delusioni personali e politiche, il disincanto nei confronti del partito comunista, la crescente instabilità emotiva lo spinsero a farla finita, a Palazzo Cellammare, con un colpo di Beretta 7 e 65. La parabola del matematico napoletano si concluse tra le 17 e le 19 dell’8-5-1959 (abbiamo già visto la strana coincidenza 8×5=40; 59-19=40) e non a caso. Nella Bibbia con 40 anni si indica la durata della vita di un uomo. Con questo criterio il Deuteronomio (34,7) può affermare che Mosè visse 120 anni, cioè 40×3, perché per tre volte egli ha mutato radicalmente la sua esperienza di vita, come il Caccioppoli bohèmien, matematico, musicista. Il numero quaranta nella Bibbia è un numero pieno di significati, quasi tutti pertinenti alla caleidoscopica personalità di Renato. Nell’Antico Testamento a volte descrive un periodo che segna una situazione provvisoria e di attesa: sono 40 gli anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto; Elia camminò per 40 giorni e 40 notti nel deserto per sfuggire all’ira della regina Gezabele (1 Re,19,8); Isacco, erede delle benedizioni che Dio aveva dato al suo padre Abramo, a quaranta anni decide di costruirsi la sua famiglia; gli esploratori d’Israele impiegano quaranta giorni per completare la ricognizione della terra promessa dopo la loro partenza dal deserto di Paran (Nm 13,25). È il tempo del castigo e della penitenza: 40 giorni e 40 notti durò il diluvio (Gen 7,4); ma anche il tempo della misericordia e del perdono: 40 giorni sono il tempo concesso agli abitanti di Ninive per fare penitenza (Gn 3,4); gli anni di pace di cui gode Israele sotto i giudici sono quaranta (Gdc 3,11.30). È il tempo dell’intimità con Dio e del colloquio con lui: 40 giorni e 40 notti Mosè rimase sul monte (Es 24,18). Nel Nuovo Testamento il numero 40 si trova 22 volte. I Vangeli sinottici parlano di 40 giorni e 40 notti di digiuno di Gesù nel deserto (Mt 4,1ss; Mc 1,13; Lc 4,2 ss) mettendoli in relazione con il periodo trascorso da Mosè sul monte Sinai. Matteo e Luca poi stabiliscono anche un raffronto fra la permanenza del popolo d’Israele nel deserto, periodo in cui «tentarono e misero alla prova Dio» (Sal 95,9-10), con la fedeltà e l’obbedienza di Gesù. Secondo il libro degli Atti (1,3) per 40 giorni il Signore si manifestò ai discepoli dopo la risurrezione prima di salire al cielo per completare il suo insegnamento e confermarli nella fede. Forse la coincidenza della morte di Renato col numero quaranta ci vuole ricordare una perenne “quaresima” perché nel silenzio e nell’ascolto della nostra intimità possiamo ritrovare il senso del nostro pellegrinaggio qui sulla terra, perché possiamo scoprire la nostra dimensione di limite e di peccato. Renato, quindi, non si è suicidato, ha solo pensato che era giunto il suo καιρός, il tempo giusto per andare a suonare con Wagner, i cherubini e i serafini.

Aniello Clemente

[1] Cf. Jean-Noël Schifano, Il Gallo di Renato Caccioppoli, Gallimard, Parigi 2018.

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