San Catello e Castellammare di Stabia

statua di san catelloSulla vita di Catello si sa davvero molto poco. Vescovo di Castellammare di Stabia, visse all’epoca dell’invasione longobarda, tra il VI ed i VII secolo. Si sa che ebbe una vita molto sofferta: sul monte Faito dove spesso si rifugiava in preghiera insieme a sant’Antonino, gli apparve in sogno l’arcangelo Michele e a ricordo dell’apparizione costruì un piccolo tempio, oggi totalmente ricostruito, conosciuto come santuario di San Michele Arcangelo al Monte Faito. Colpito da calunnie da suoi “familiari” (forse si intende vescovi di diocesi vicine), fu portato per un breve periodo a Roma, finché papa Gregorio I, a cui aveva predetto il pontificato, non gli riaffidò la diocesi di Stabia: tornò trionfante in città, accolto dall’amico Antonino, poi divenuto abate in Sorrento. San Catello è stato da sempre considerato il principale protettore di Castellammare di Stabia per quanto riguarda non solo eventi naturali come le eruzioni del Vesuvio, ma anche bellici, come i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. La fede è radicatissima negli operai dei cantieri navali tanto che, oltre ad una sosta nello stesso durante le processioni, quando sta per essere varata una nave viene posta un’immagine del santo sul suo scafo. Inoltre, secondo tradizione, i marinai che passano nei pressi dello scoglio di Rovigliano, devono recitare alcune preghiere per evitare il naufragio. Le reliquie di san Catello sono conservate nella concattedrale di Maria Santissima Assunta di Castellammare di Stabia, nella chiesa di Scanzano e in quella dei Servi di Maria a Sorrento. Una delle reliquie più importanti è il cranio dal quale fuoriesce un particolare odore detto “Manna di san Catello”. San Catello è rappresentato spesso in ginocchio e con le mani giunte in preghiera: è raffigurato come un vecchio, con una barba bianca e occhi vivaci. Sono diversi i dipinti e le statue dove san Catello compare: i principali sono gli Episodi della vita del Santo sulla volta della cattedrale di Castellammare di Stabia di Vincenzo Paliotti e i dipinti di Vincenzo Galloppi nella cappella di San Michele a Scanzano. Altre opere si trovano in diverse chiese cittadine e di Sorrento (dove si conserva l’immagine certa più antica risalente al 1539) e nelle strade in diverse edicole votive. Le processioni vengono fatte due volte all’anno: la prima il 19 gennaio, la seconda nella seconda domenica di maggio. La processione del 19 gennaio è già raccontata da Giuseppe Alvino nel 1623, quando la statua veniva portata per le vie della città, nel tardo pomeriggio con delle torce accese. Con il passare del tempo tale processione è stata effettuata di mattina. Quella che invece viene fatta nella seconda domenica di maggio ha un percorso più lungo oltre che una festa civile dalla durata di circa 4 – 5 giorni.

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Il Crocifisso di Pozzano a Castellamare di Stabia

crocifisso di Pozzano

Stampa d’inizio ‘900 (coll. Giuseppe Plaitano)

Grazie all’interessamento del sig. Antonino de Riso di Castellammare, che mi ha perorato fortemente questo articolo, con gioia riporto quanto scritto dal dott. Giuseppe Plaitano, come augurio di buon anno non solo per il popolo stabiese, ma per tutti gli operatori di pace: coloro che Dio ama!

Nel 1624 moriva Filippo III, principe dotato di grandi virtù morali, se solo avesse posseduto l’arte del governare, sarebbe stato ricordato come esempio di monarca. Saliva quindi sul trono il figlio Filippo IV, incapace però di reggere la vasta monarchia spagnola, che lasciò il governo al suo ministro, il conte di Olivares. Costui sembrò da subito indispettito dai privilegi e franchigie di cui il popolo delle Due Sicilie godeva fin dai tempi dei Normanni e che Angioini, Aragonesi ed Austriaci per prudenza o per forza avevano rispettato. Pensando che potessero essere ostacoli all’onnipotenza “sua” o del Sovrano, cercò ogni via per sopprimerli ed impiantarvi un dispotismo assoluto, senza però pensare che questo suo modo d’agire potesse far sorgere malumori, scontentezze e poter sfociare in breve tempo a feroci sommosse. Aumentò tasse in più riprese tant’è che tutti i popoli assoggettati si sarebbero dati volentieri ai Francesi e anche ai Turchi pur di non soffrire gli Spagnoli che tassavano la povera gente solo per saziare la propria ingordigia e le loro voglie. Ritornò quindi la fame a desolare il Regno ed innumerevoli furono le vittime che caddero sacrificate da questo flagello. La saggezza di coloro che governavano Castellammare, la loro preveggenza e la grande carità cittadina fecero sì che la città non solo non vedesse cadere fra le sue mura vittime, anzi in qualche occasione si riuscì a soccorrere i borghi limitrofi. Tutto questo squallore non frenò l’ingordigia spagnola, anzi, come spesso accade, a completare l’opera ci fu un terribile terremoto che nel dicembre 1631 colpì il regno. Erano i primi di Dicembre 1631 e il Vesuvio, incominciò a borbottare con piccoli e frequenti terremoti. Nel descrivere l’eruzione del 1631, l’abate Braccini (1632) scriveva che la zona intorno al vulcano: «Tremava quasi nel continuo». A Castellammare furono molti gli edifici a subire lesioni. I cittadini, sgomberate le case, si riversarono sulle pubbliche piazze presi dal panico e nella paura di essere inghiottiti dalla terra. Durante la notte tra 15 e il 16 dicembre dal cono principale cominciò l’eruzione, alle 7 del mattino si aprirono bocche alle pendici Sud–Ovest del vulcano (il versante che guarda Castellammare). Il Vesuvio cominciò ad innalzare vorticose spire di fumo che oscurarono il cielo e produssero una densa cortina che fece calare la sera. L’animo degli stabiesi, memore di quanto accadde all’antica Stabia e temendo la stessa sorte, ebbe ad entrare in uno stato di panico. Una pioggia di sassi, fiamme e ceneri, bruciò campi e furono molti gli animali a perire. La città risuonava di preghiere e lunghe processioni percorrevano le strade. Le tenebre durarono otto giorni. In quel periodo era vescovo di Castellammare Annibale Mascaburno, il padre Bartolomeo Rosa invece reggeva in monastero di Pozzano, e proprio da lì che Padre Bartolomeo seguito da alcuni suoi confratelli si unì al popolo e al vescovo nel Duomo per pregare Iddio affinché risparmiasse la città. Mentre Padre Bartolomeo predicava ai fedeli nel Duomo, si fermò in estasi, poi ritornato in sé disse: «Andiamo fratelli a prendere il Figlio che viene a ritrovare la Madre». Seguito da molte persone incredule si avviò verso il lido ed arrivato nella zona di Portocarello, galleggiando sulle onde del mare, vide che veniva a posarsi sulla riva un Crocifisso di legno senza però la croce. Il frate cadde in ginocchio commosso, tutto il popolo intorno era attonito e piangente, il padre lo raccolse, lo baciò con fervido e devotissimo zelo e seguito dalla immensa calca in processione si avviò verso il ritorno. Ed ecco che accadde un fenomeno strano: un raggio di sole squarciò la foschia di finissima cenere, si posò sul capo del Crocifisso e non si staccò durante tutto l’arco della processione di ritorno; infine quando Padre Bartolomeo benedisse il popolo con il Crocifisso, si dissolse la foschia e cessò l’eruzione. Padre Bartolomeo portò il Crocifisso in processione alla sua basilica di Pozzano e lo collocò nel Noviziato (in seguito poi, quando su progetto di Vanvitelli nel 1754 fu costruita la nuova sagrestia fu posizionato nel luogo dove tuttora si trova). L’eruzione, decrescendo lentamente, fece nel Napoletano circa 5000 vittime ma non si hanno notizie di morti a Castellammare[1].

Ad maiora, prof. Aniello Clemente.

[1] Cf. G. Plaitano, Il SS. Crocifisso e il terremoto del 1631 a Castellamare, in http://www.liberoricercatore.it/Storia/ss_ crocifisso.htm

W S. Catello (Post fata resurgo)

stemma C.mare
POST FATA RESURGO che sia una profezia che presto si avveri

Dedico questo articolo, facendo i miei più sentiti auguri al papà di Tina, a suo cognato e a tutti gli Stabiesi: che sia per tutti un anno migliore. L’inizio non è mi è difficile e l’ispirazione mi viene spontanea guardando il gonfalone, lo stemma della splendida città: la torre torricellata, emergente sul mare, che ricorda le opere di fortificazione eseguite nel periodo angioino; l’immagine della Beata Vergine con il Bambino sulle ginocchia, che sormonta la torre, seduta sopra le nuvole; la corona di nove punte che indica la famiglia Farnese, di cui Ottavio fu feudatario della città; i due rami d’ulivo e di lauro, simboli di pace e di gloria e il motto Post Fata Resurgo che fu aggiunto allo stemma nel 1864. Come il gambero inizierò proprio dal motto: Post fata resurgo è una locuzione latina, che tradotta letteralmente significa “dopo la morte mi rialzo” (risorgo). Dunque potrebbe significare che gli stabiesi, fieri di essere tali (la corona), portatori ed eredi di pace e di gloria (ulivo e lauro), riscoprendo di essere custoditi dal manto verginale di Maria, benedetti dal Figlio, possono risorgere come torre che si ergerà in mezzo al mare per contrastare i flutti della malavita, della disoccupazione, della disgregazione sociale e puntare ad una civiltà del lavoro e del benessere. La mia piccola analisi prende spunto da ciò che siamo e da ciò che abbiamo: semplici pastori in un presepe stupendo. Il lavoro, finalizzato a prendere possesso dell’ambiente, è per la Bibbia una dimensione costitutiva dell’uomo, come la sessualità e la socialità (cf. Gen 1,27-28). Custodire la terra e prendere possesso dell’ambiente e governarlo. Si tratta di rispettare l’ordine posto in essere dal Creatore e di svilupparlo a proprio vantaggio, scoprendo progressivamente e usando con responsabilità le risorse della natura, per soddisfare i bisogni propri, della famiglia e della società. È l’impresa grandiosa della scienza e del lavoro per umanizzare il mondo, farne la degna dimora dell’uomo, una casa di libertà e di pace. Il lavoro è nello stesso tempo necessità vitale e affermazione di  libertà, segno di dipendenza e di trascendenza rispetto alla natura. Solo l’uomo lavora, perché, a differenza degli animali, è soggetto intelligente, capace di progettare e operare creativamente. Mentre produce cose utili, sviluppa anche la sua umanità, un insieme di importanti valori: iniziativa, coraggio, realismo, tenacia, ordine, solidarietà. Esprime e attua la sua dignità di persona. Si può così parlare di un diritto dell’uomo al lavoro. Perché il lavoro possa rivelare e mantenere il suo senso, non deve assorbire tutte le energie. Deve lasciare spazio alla contemplazione, all’amicizia, alla famiglia, al culto della propria fede. «I sord nun so niente» ma le ricchezze sono una benedizione del Signore, anche se di minore importanza rispetto ad altri benefici, quali la sapienza, la giustizia, la pace dell’anima. Disprezzarle sarebbe meschinità di spirito, forse invidia e risentimento. Purtroppo per troppo tempo siamo stati beffeggiati e delusi e così fatica, amarezza e rischio di sterilità fanno sentire il loro peso: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te… Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (cf. Gen 3,17-19). Sembra che questa maledizione sia stata coniata per gli stabiesi, ma questa maledizione non annulla la benedizione originaria. Il lavoro diventa un bene arduo, ma resta pur sempre un bene, via insostituibile per affermare la dignità dell’uomo e il suo primato sul mondo visibile. Anzi la difficoltà costituisce una sfida e un’occasione per crescere in umanità. Da qui l’alta considerazione che riservo alla virtù della laboriosità. Ma la laboriosità, per essere autentica, deve accompagnarsi con l’impegno per la giustizia, per un ordine economico-sociale in cui il lavoratore resti soggetto libero, signore e non schiavo. Chi lavora con amore, nel rispetto della dignità di ogni persona, non solo contribuisce al progresso terreno, ma anche alla crescita spirituale della persona e della società. Si eleva lo spirito, facendo propria la pienezza di senso da lui data al lavoro. Ma per viverla consapevolmente e coerentemente, ha bisogno di un’adeguata formazione, di momenti di incontro, di compartecipazione, di occhi che guardano nel medesimo orizzonte: la rinascita della stupenda Castellammare.

Ad maiora! Aniello Clemente.

Auguri a Stefano e Stefania…

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Pietro da Cortona: il martirio di santo Stefano, si vede a destra Saulo (il futuro san Paolo) che tiene i mantelli.

Stefano è il “protomartire”, cioè il primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7, narrano la sua chiamata e la sua morte. Dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate. Allora i dodici apostoli (Giuda era stato rimpiazzato da Mattia At 1,15-26), riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della parola di Dio e la preghiera, pertanto dovevano trovarsi dei sostituti. Vennero eletti Stefano, uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola di Antiochia; a tutti, gli apostoli imposero le mani, (la chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale). Gli Atti degli Apostoli raccontano come Stefano fosse pieno di grazia e di fortezza, e come compisse grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma essendo attivo anche nella predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto. Verso l’anno 36 gli ebrei ellenistici, vedendo il gran numero di convertiti, sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”. Gli anziani e gli scribi, secondo quanto riportato dagli Atti, lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio[1] e con falsi testimoni fu accusato e alle domande del Sommo Sacerdote Stefano rispose pronunziando un accalorato discorso, il più lungo degli Atti degli Apostoli, in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si diceva che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti l’avvento di Gesù, e che gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Questo fece scatenare l’odio dei presenti e Stefano, ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. A quel punto i presenti lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo. I loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (il futuro apostolo delle genti, Paolo di Tarso), che assisteva all’esecuzione. In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di emettere condanne a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza in quanto Stefano fu trascinato fuori dal furore dei presenti, quindi si trattò probabilmente di un linciaggio. Tra la nascente chiesa e la sinagoga ebraica il distacco si fece sempre più evidente, fino alla definitiva separazione; la Sinagoga si chiudeva in sé stessa per difendere e portare avanti i propri valori tradizionali; la nascente religione, sempre più inserita nel mondo greco-romano, si espandeva iniziando la straordinaria diffusione del Vangelo.

santa-stefania-e-santo-stefano-Una precisazione e una bella storia come mio augurio ai tanti Stefano e Stefania che mi onorano della loro amicizia. La precisazione è che Santa Stefania si festeggia il 18 settembre in ricordo della beata Stefania, vergine francese, martirizzata a Vienne. Con lo stesso nome si commemora anche la beata Quinzani, morta nel 1530, il 2 gennaio. Nel presepio, qualche volta, vedrete una giovane donna con un bimbo in braccio. Secondo un’antica narrazione era una giovane lavandaia non ancora coniugata. In quel tempo alle giovani non era consentito far visita alle donne che avevano appena partorito, quindi Stefania non avrebbe potuto vedere Gesù Bambino. Tuttavia si recò alla Grotta ma gli Angeli le impedirono l’accesso. Stefania prese una pietra e l’avvolse nelle fasce, la strinse al petto e in questo modo entrò e si avvicinò al Bambino. Al suo cospetto la pietra si animò e si trasformò miracolosamente in un bambino al quale fu imposto il nome di Stefano, il primo bambino nato dopo Gesù, ecco perché festeggiato il 26[2].

[1] La data è quasi certa perché non fu crocifisso, bensì lapidato, questo significa che la morte di Stefano è avvenuta durante il periodo di vuoto amministrativo seguito alla deposizione di Ponzio Pilato (36 d.C.), il quale si era irrimediabilmente inimicato la popolazione per l’eccesso di violenza usata per sedare le rivolte. In quel periodo a comandare in Palestina era quindi il Sinedrio, che eseguiva le condanne a morte tramite lapidazione, secondo la tradizione locale. In particolare, nella Bibbia è scritto che Stefano si inimicò alcuni liberti, probabilmente sono i discendenti dei giudei, condotti a Roma da Pompeo nel 63 a. C., venduti come schiavi e in seguito liberati.

[2] Cf. i link allegati. http://www.edi.na.it/arte/173-po-assieme-se-mettetteno-a-sonare-i-mestieri-del-presepio-napoletano-9788898264138.html;http://www.edi.na.it/arte/172-te-piace-o-presepio-viaggio-nel-fantastico-mondo-del-presepio-napoletano-9788898264179.html. Qualora si dovessero acquistare più copie potete rivolgervi a mio nome all’editore (prof. Piccinno) per uno sconto sui volumi e le spese di spedizione.

Il Vangelo di oggi e S. Lucia

«E i discepoli gli domandarono: “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. Egli rispose: “Certo, Elia deve venire e ristabilire ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto; così anche il Figlio dell’uomo deve soffrire da parte loro”. Allora i discepoli capirono che egli aveva parlato loro di Giovanni il battista» (Mt 17,10-13).

Come ho scritto ieri Elia, secondo l’escatologia ebraica, doveva ritornare per annunciare l’avvento dell’era messianica. Ogni passo biblico, però, dobbiamo prendere l’abitudine di leggerlo nel suo insieme: alla fine del capitolo 16 (quello della professione e del primato di Pietro), al versetto 16, Simon Pietro riconosce in Gesù il “Cristo” e all’inizio del capitolo 17 alcuni discepoli avevano assistito alla Trasfigurazione (e non sul Tabor, ma di questo tratterò in un mio imminente libro, come, premetto, s. Lucia non fu accecata!), dunque avendo visto il Messia già venuto e nella sua gloria, i discepoli si stupiscono che Elia non è venuto ad assolvere il compito di “precursore” che il profeta Malachia aveva profetato: “Ecco, io invierò Elia…” (Ml 3,23) e che gli scribi insegnavano. La questione la possiamo risolvere se attingiamo agli inizi dal vangelo di Luca, quando l’angelo Gabriele annuncia a Zaccaria che Elisabetta avrà un figlio: “… egli sarà grande davanti al Signoregli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia… (Lc 1, 15.17). “Elia è già venuto” risponde Gesù e lo ha fatto nella persona di Giovanni Battista (anche se non lo hanno riconosciuto).

s. lucia
gli occhi sono lo specchio dell’anima facciamo in modo che rispecchino il Signore

Cosa c’entra tutto questo con s. Lucia? Ebbene durante la Trasfigurazione: “… il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17,2), s. Lucia è, appunto, la santa della “luce”. Vediamo come mai una giovane ragazza siciliana, come tante nostre figlie e nipoti, è stata “trasfigurata” al punto di diventare anche lei simbolo della luce divina. Nacque a Siracusa in una famiglia ricca e nobile, data in fidanzamento a un nobile concittadino. Essendo la madre ammalata si recò in pellegrinaggio da s. Agata per chiederle la guarigione e la santa le disse che anche lei avrebbe dovuto “testimoniare” la propria fede (in greco martire vuol dire testimone!). Lucia, alquanto turbata, tornò a casa, desiderò dedicare la sua vita a Dio e donare le sue ricchezze ai poveri, così ruppe il fidanzamento per dedicarsi al Signore. Alcuni scrivono che durante la persecuzione di Diocleziano un soldato romano tentò di rapirla. Dato che la giovane oppose resistenza, il soldato la denunciò alle autorità in quanto “cristiana”, perciò Lucia fu arrestata, torturata e uccisa. Più verosimilmente il fidanzato la denunciò al magistrato Pascasio che dopo aver cercato invano di farla abiurare la propria fede, ordinò che la si vendesse ai mercanti di prostitute. Lucia risponde: “Il corpo si contamina solo se l’anima acconsente” e tentarono inutilmente di spostala. Provarono addirittura con una coppia di buoi, con il fuoco, con l’olio bollente e la pece, ma senza alcun effetto. Questi miracoli non bastarono a salvarla, morì decapitata, ma la stessa sorte ebbe anche il suo persecutore. Mi dispiace avervi deluso ma, come vedete, non fu accecata. Il suo culto si propagò subito e, probabilmente, grazie al suo nome, che suggerisce la luce e la purezza (dal latino lux), si diffusero numerose leggende e molti dipinti in relazione agli occhi. Una di queste narra che si strappò gli occhi piuttosto che cedere all’assalitore e, talvolta, è raffigurata nell’atto di porgerglieli. La sua ricorrenza è stata per molti secoli collegata alle cerimonie connesse con la verginità. In Svezia e nei Paesi scandinavi si festeggia come “festa della luce” con una processione di giovani donne vestite di bianco con in testa corone di candele accese. È la protettrice degli oculisti e degli elettricisti.

Sant’Ambrogio

sant,Ambrogio
Camillo Procaccini, Ambrogio ferma Teodosio, (Milano – Sant’Ambrogio).

 Nacque intorno al 339-340, a Trèviri, una delle principali città della Germania, dove suo padre risiedeva come prefetto del pretorio per la Gallia. D’importante famiglia senatoria, già cristianizzata (imparentata con la potente gens Aurelia, di cui facevano parte i Sìmmachi, pagani), Ambrogio seguì gli studi tipici dei giovani di buona famiglia destinati a fare carriera nell’amministrazione pubblica, frequentando le migliori scuole di Roma. Poco più che trentenne fu inviato a Milano intorno al 370 come consularis Ligurìae et Aemiliae, in pratica come governatore di tutta l’Italia settentrionale, guadagnandosi la stima e l’affetto dei cittadini, e risolvendo anche situazioni difficili. Dopo la morte (374) del vescovo di Milano Aussenzio, che era ariano, riuscì a sopire i conflitti e le violenze reciproche tra ariani e Cristiani ortodossi tanto che la sola via d’uscita da uno scontro altrimenti insolubile fu di nominare vescovo proprio lui, nonostante fosse catecumeno, e non avesse quindi neppure ricevuto ancora il battesimo. Mantenne la carica fino alla morte (397), e per oltre vent’anni la sua vita si intreccia con le principali vicende dell’Impero e della Chiesa, alle quali Ambrogio partecipò sempre con l’abilità del grande politico, ma anche con battagliera veemenza. Ebbe un ruolo fondamentale nel concilio di Aquileia del 381, che sancì la sconfitta dell’arianesimo in Occidente; contrastò Sìmmaco nella disputa sull’altare della Vittoria in senato; intervenne sui problemi della Chiesa orientale; fece pressioni su Teodosio per una politica rigorosamente antigiudaica; minacciò di scomunica l’imperatore e gli impose pubblica penitenza dopo un intervento di polizia contro la città di Tessalonica. Ambrogio fu, di fatto, una delle principali autorità dello stato, e il suo ruolo fu assai più incisivo di quello di molti papi, messi in secondo piano dalla sua vigorosa personalità. Nonostante gli impegni politici ed ecclesiastici, Ambrogio compose un numero notevole di scritti, anche se non tutto quello che ci è pervenuto sotto il suo nome va attribuito con certezza a lui. Novantuno lettere, inni famosissimi (ma quelli sicuramente suoi sono soltanto quattro), prediche, discorsi funebri o polemici. Le sue prediche sono state a volte rielaborate e riunite insieme a formare nuove opere. Così è per l’Hexàmeron (sei libri contenenti nove discorsi sulla creazione), per il De sacramentis, per molte delle sue opere sulla verginità (De virginibus, De virginitate, Exhortatio virginitatis, De institutione virginis). La teologia trinitaria è affrontata nel trattato De fide, in tre libri, e in vari altri scritti; sul peccato e la grazia è il De paenitentia. Tra le opere più note è il De officiis ministrorum, in tre libri, che elenca i doveri dei sacerdoti e fornisce ad essi, ma anche a tutti i cristiani, dei precetti di vita; interessante è anche il De Nabùthe sul problema della proprietà e sul rapporto fra i ricchi e i poveri. Numerosissimi i commenti a libri e passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra cui alcuni Salmi, e il Vangelo di Luca. La figura di Ambrogio è molto ricca e complessa: risale almeno in parte a lui quel fenomeno di secolarizzazione della Chiesa che la portò ad interessarsi sempre più delle vicende del mondo, ed a sostituirsi progressivamente alle decadenti istituzioni politiche; ma anche a lui, alle sue prediche, si deve la conversione di Agostino e l’acquisizione al Cristianesimo di uno degli spiriti più sottili e capaci di affrontare problemi di altissima teologia e filosofia. Ad Ambrogio sono state attribuite, nei secoli, anche molte opere che certamente non gli appartengono; per alcune di queste (un commento alle Lettere di Paolo) si suole individuare l’autore col nome di Ambrosiaster, cioè falso Ambrogio, che gli fu dato dagli umanisti.

Sant’Andrea apostolo (Protocletos o il Primo chiamato)

sant'Andrea
Statua di sant’Andrea in San Pietro

Dedico questo articolo a mio cugino Andrea Pasquarella che “da lassù”, dove ha raggiunto l’agognata pace, perdona me e quanti non l’hanno saputo amare e capire come avrebbe meritato e desiderato. Ricordo, inoltre i miei parenti di Paolisi, le famiglie Granatello e Di Caprio di Dugenta perché sant’Andrea è il loro patrono, e la giovane Andrea di Alfianello: che il Signore li protegga e li custodisca.

 Andrea era il fratello di san Pietro. Quasi sicuramente il suo nome (derivante dal vocabolo greco ανδρεία, “virilità, valore”), come altri nomi tramandati in greco, non era il nome originario di questo apostolo in quanto, nella tradizione ebraica o giudaica, il nome Andrea compare solo a partire dal II-III secolo. Il Nuovo Testamento ricorda che Andrea era figlio di Giona, o Giovanni, (Mc 1,16; Mt 16,17; Gv 1,42). Egli era nato a Betsaida sulle rive del Lago omonimo in Galilea (Gv 1,44). Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore e la tradizione vuole che Gesù stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui “pescatore di uomini”, tradotto anche come “pescatore di anime”. Agli inizi della vita pubblica di Gesù, occupavano la stessa casa a Cafarnao (Mc 1,21-29). Il Vangelo di Giovanni ricorda che Andrea, con suo fratello Simon Pietro, era stato in precedenza discepolo di Giovanni il Battista, che per primo gli consigliò di seguire Gesù, continuatore della sua opera (Gv 1,35-40). Andrea fu il primo a riconoscere in Gesù il Messia e lo fece conoscere al fratello (Gv 1,41). Presto entrambi i fratelli divennero discepoli di Cristo. In un’occasione successiva, prima della definitiva vocazione all’apostolato, essi erano definiti come grandi amici e lasciarono tutto per seguire Gesù (Lc 5,11; Mt 4,19-20; Mc 1,17-18). Nei vangeli Andrea è indicato essere presente in molte importanti occasioni come uno dei discepoli più vicini a Gesù (Mc 13,3; Gv 6,8; 12,22), ma negli Atti degli Apostoli si trova solo una menzione marginale della sua figura (At 1,13). Eusebio di Cesarea ricorda nelle sue “Origini” che Andrea aveva viaggiato in Asia Minore ed  in Scizia, lungo il Mar Nero come del resto anche sul Volga e sul Kiev. Non si conosce molto sul successivo apostolato di Andrea, dato che la maggior parte delle fonti che lo nomina è apocrifa. Il ricercatore George Alexandrou[1], ha scritto che Sant’Andrea ha passato 20 anni nei territori dei Daco-Romani, vissuto in una caverna presso il villagio Ion Corvin, oggi in Romania. Per questo egli è divenuto santo patrono della Romania e della Russia. Secondo la tradizione, egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), dal momento che l’unico vescovato dell’area asiatica che era già stato fondato era quello di Eraclea. Nel 38, su questa sede gli succedette Stachys. La diocesi si svilupperà successivamente nel Patriarcato di Costantinopoli. Andrea è riconosciuto come santo patrono della sede episcopale. Andrea è stato martirizzato per crocifissione a Patrasso (Patrae) in Acaia (Grecia). Dai primi testi apocrifi, come ad esempio gli Atti di Andrea citati da Gregorio di Tours[2], si sa che Andrea venne legato e non inchiodato su una croce latina (simile a quella dove Cristo era stato crocifisso), ma la tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce di forma detta Croce decussata (a forma di X) e comunemente conosciuta con il nome di “Croce di Sant’Andrea”; questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare il Maestro nel martirio. Quest’iconografia di sant’Andrea appare ad ogni modo solo attorno al X secolo, ma non divenne comune sino al XVII secolo. Proprio per il suo martirio, sant’Andrea è divenuto anche il patrono di Patrasso. Andrea è uno dei tanti santi patroni della Russia, paese che non visitò mai, sebbene esista una tradizione poco avvalorata secondo cui svolse la sua predicazione in quel luogo, arrivando fino a Kiev; non c’è nemmeno prova che sia stato in Scozia, paese del quale è ugualmente patrono. Secondo una leggenda, a un certo san Regolo, custode delle reliquie di Andrea durante il IV secolo, apparve un angelo che gli ordinò di prenderle e portarle in un luogo che gli sarebbe stato indicato. Regolo, a tempo debito, partì verso nord ovest, e fu fermato dall’angelo quando raggiunse l’attuale St Andrews, in Scozia, dove costruì una chiesa, per custodirle; in seguito divenne poi il primo vescovo di quel luogo e trascorse i successivi 30 anni a evangelizzare il popolo. Su tale leggenda, di cui esistono diverse versioni contrastanti, si basa la scelta di sant’Andrea come patrono della Scozia; è anche patrono della Grecia. Nell’arte è spesso rappresentato con un libro.

Protegge e guarisce da varie malattie come la dissenteria, la gotta, la risipola (o erisipela, è un’infezione acuta della pelle, che coinvolge il derma profondo ed in parte l’ipoderma), il torcicollo. È il protettore dei marinai, dei pescatori, fabbricanti di corde, dei cantanti e (curiosamente) delle nubili.

[1] G. Alexandrou, The astonishing missionary journeys of the Apostle Andrew, road to Emmaus,Vol. V, No. 4, 43-45.

[2] Monumenta Germaniae Historica