1. La Scuola per un nuovo Umanesimo

don lorenzo milani
Don Lorenzo Milani a Barbiana

Mercoledì 15 marzo presso il Seminario Diocesano in Castellammare di Stabia (Napoli) si è svolto il primo degli incontri del “Corso di Aggiornamento di Religione Cattolica, anno scolastico 2016-2017”: «La Scuola per un nuovo Umanesimo». L’incontro, al quale hanno partecipato numerosi docenti aveva per tema: «Scuola-Cultura-Persona. Il contributo dell’Insegnamento della Religione Cattolica per la formazione della persona». Dopo la preghiera iniziale alla Vergine Madre, la direttrice dell’Ufficio Scuola dott.ssa Maria Rosaria Pirro Titomanlio, ha illustrato brevemente il Corso usando come canovaccio alcuni brani di don Milani con rimandi evangelici: «Finché ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali» (riferimento: Mt 23,13). Don Milani seppe scuotere il mondo della scuola al punto da provocare un cambiamento nel modo di concepire l’insegnamento della lingua, le sue finalità e i suoi metodi. “Lettera a una professoressa” (1967) è l’opera che ha contribuito a diffondere le sue idee: ciò che più gli interessa non è la lingua in sé come fenomeno sociale, ma l’alunno nelle sue condizioni reali di povertà non solo materiale ma anche, e soprattutto, linguistica. E ancora. «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto» (riferimento: Mt 25,34-36). Queste parole assumono ancora più valore perché sono il “testamento” di uno che muore giovane: don Milani morirà il 26 giugno 1967 ad appena 44 anni, lasciando queste parole a Francuccio e Michele Gesualdi, due ragazzi della scuola di Barbiana. La relatrice è stata la dott.ssa Amalia Ponticelli, che in modo sintetico ma pieno di contenuti ha incluso l’aspetto religioso, filosofico, politico. Richiamando i concetti di Zygmunt Bauman, ricordava che in una società dove tutto è flessibile e precario, «liquido», che genera ansia, quando non angoscia, la componente che riguarda lo spirito, il religioso, (l’I.R.C. aggiungo io), rimane uno dei pochi «corpi solidi» che sfidano la modernità liquida. Il riferimento a Sartre è quasi d’obbligo non solo per la sua idea che Dio è «un’ipotesi inutile» ma, credo che la Ponticelli abbia voluto marcare “l’umanismo” del filosofo e non già il suo “umanesimo”. Avendo come sfondo il libro di Recalcati: “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”, la relatrice parla di come le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Alcuni non vogliono smettere di essere giovani, rincorrendo chimere e vivendo del passato, mentre i loro figli vivono in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti “di riferimento”. Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola (ritorna il tema introdotto dalla Titomanlio). Il compito di Telemaco, scrive Recalcati, è quello che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi? E cosa davvero si eredita se un’eredità è fatta di rovine? A questo punto la relatrice chiude parlando della riscoperta di un “umanesimo integrale”, un “umanesimo povero”!. Dopo la relazione della Ponticelli e le puntuali precisazioni della dott.ssa Titomanlio abbiamo avuto la gradita sorpresa di S. E. Mons. Alfano, il “nostro” Vescovo che è passato per ringraziarci e augurarci un sereno cammino. Sciamavamo verso l’uscita mentre l’interrogativo posto dalla dott.ssa Ponticelli mi tamburellava nella mente: «Un nuovo umanesimo ma per che tipo di uomo?».

Aniello Clemente.

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9. Sant’Agostino: il pensiero

agostino 129. a) LE DUE CITTÀ

Ai pagani il sacco di Roma del 410 appare una punizione degli dei per aver consentito l’affermazione della religione cristiana nell’impero. Per Agostino la colpa della razza umana nel suo insieme spiega e giustifica ogni tribolazione, ma scrivendo “la Città di Dio” egli vuole anche mostrare la superiorità del cristianesimo rispetto a tutte le istituzioni e le forme di cultura puramente umana. Al centro è il tema della provvidenza divina: è Dio che fa nascere e perire gli imperi. È convinto che la vicenda della vera Chiesa non sia e non possa essere condizionata dalle vicende umane e travolta con esse in un sol destino. Per dimostrarlo egli elabora una teologia della storia. Questa non deve essere confusa con una filosofia della storia, che tenti di individuare un significato immanente ai fatti storici. Il significato degli eventi storici è invece dato dalla struttura teologica sottesa al loro avvicendarsi . Tale struttura è ritmata dai momenti salienti della creazione del mondo, del peccato originale, dell’ incarnazione di Cristo e del giudizio finale: le vicende storiche dipendono, quindi, dall’ordinamento voluto da Dio. All’ interno di tale ordinamento anche il negativo può trasformarsi in positivo. In tal modo, l’intero corso della storia può essere concepito carico di significati, che il credente può cogliere soltanto parzialmente, perché il significato globale è noto solo a Dio. Passato, presente e futuro sono in gran parte per l’uomo opachi. Tuttavia è possibile, secondo Agostino, individuare il filo che percorre l’intera storia universale nei suoi momenti decisivi. Contro il parere prevalente dei filosofi antichi, Agostino ritiene che la storia abbia una durata limitata e che la sua epoca, in cui il mondo è ormai vecchio (senectus mundi), sia vicina alla fine. Egli rifiuta la dottrina ciclica dell’eterno ritorno, propria soprattutto degli stoici; se così fosse, egli obietta, non sarebbe possibile essere felici in modo stabile e duraturo. La vicenda storica ha invece un andamento lineare, il quale sfocia in un evento finale ultraterreno, che dà senso a tutto quanto procede. È questa la prospettiva escatologica di Agostino, ma avendo abbandonato la credenza in possibilità umane autonome e riconosciuto il peso determinante della grazia divina nell’economia della salvezza, egli non può ammettere la concezione di un progresso lineare ininterrotto verso la beatitudine finale[1].

[1] Cf. Diego Fusaro, in: http://www.filosofico.net/agostino.htm.