6. “Crocifissi col Crocifisso”. Giuseppe Falanga: La “lezione mistica” della liturgia.

falangaIl prof. Falanga, Docente di Liturgia, preliminarmente ricorda che la Chiesa cattolica annovera tra i Santi 14 stigmatizzati e con l’ausilio del Messale Romano e del Lezionario ricorda ai numerosi allievi presenti (ma anche ai docenti) che la liturgia non si apprende in aula ma si studia, si prega: «lex orandi, lex credendi». Divide il suo pregnante intervento in tre momenti: ricorrenza e memoria di S. Caterina da Siena, San Pio da Pietrelcina e S. Francesco nei libri liturgici. Rapporto tra Liturgia e Mistica. Conclusioni. Passa, quindi, a leggere i passi in cui il tema del convegno: il rapporto col Crocifisso, è ricordato nelle Feste o memorie dei Santi.

  Messale

 

Messale

 

Lezionario

1Gv 1,5-10

Lezionario

Gal 6,14-18

29 aprile Santa Caterina da Siena Colletta: «O Dio, che in santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito d’amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa…»   «…Dio è luce e in lui non ci sono tenebre… Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce… il sangue di Cristo… ci purifica da ogni peccato…»  
23 settembre San Pio da Pietrelcina Colletta: «Dio onnipotente ed eterno, con grazia singolare hai concesso al sacerdote san Pio di partecipare alla croce del tuo Figlio…»

 

Prefazio (embolismo): «… Tu hai posto nel cuore di san Pio il fuoco di una così grande carità per Cristo. Egli, associato alla sua passione, lo ha seguito con amore perseverando fino alla croce e ai fratelli, afflitti da pene nell’animo e nel corpo, ha rivelato incessantemente la divina misericordia».   Porto le stigmate di Gesù nel mio corpo

«Quanto a me invece non ci si altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…»

4 ottobre San Francesco d’Assisi Orazione sulle offerte: «… a celebrare il mistero della croce, che segnò l’anima e il corpo di san Francesco…»

 

Prefazio (embolismo): « Tu hai innalzato san Francesco… alle vette della perfezione evangelica; lo hai infervorato di ardore serafico… e insignito delle sacre stigmate, l’hai additato al mondo quale fedelissima immagine di Cristo crocifisso nostro Signore». La Sequenza è molto bella e, seppure facoltativa, sarebbe opportuno leggerla nella forma integrale. La lettura è sempre Gal 6,14-18 ma cambia la didascalia introduttiva: “Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

Il prof. Falanga ricorda quanto abbiamo perso distaccandoci dalla liturgia ortodossa per la quale la liturgia è «il cielo sulla terra». Sacramenti, Liturgia, mistero pasquale di Cristo, sono da considerare unitariamente ed inseriti nella Storia della Salvezza; per questo le caratteristiche di quest’ultima sono anche le caratteristiche dei primi, ferma restando peculiare ad ognuno le modalità di attuazione della redenzione. Così ad esempio la nuzialità che contraddistingue la relazione Dio-Israele nella generale Storia della Salvezza, contraddistingue anche il mistero pasquale di Cristo e naturalmente anche la Liturgia che si impernia sui sacramenti, in quanto ultimo momento della Storia della Salvezza. Nella Chiesa e per la Chiesa, fidanzata di Cristo, continua nel tempo l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, perché come Cristo fu inviato dal Padre, anch’egli inviò gli apostoli, ripieni dello Spirito Santo, a predicare il Vangelo a tutti gli uomini e ad attuare per mezzo della Liturgia l’opera della salvezza che annunciavano. Perché possa accadere ciò, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche, ne consegue che la Liturgia è opera di Cristo e della Chiesa, dunque quella nuzialità realizzata una volta da Cristo capo è realizzata oggi da Cristo capo e membra. Nel corso dei secoli, nella Chiesa, sono tantissimi i testimoni coerenti con le parole dell’apostolo Paolo: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo[1], a favore del suo corpo che è la Chiesa»[2]. Tra gli altri, Teresa d’Avila, Teresa Benedetta della Croce, figure eccellenti dell’ordine carmelitano, hanno fatto della croce il perno della loro vita: il talamo per le nozze con Cristo. Teresa d’Avila venne favorita in vita di grazie straordinarie vissute in estasi, come racconta ella stessa: «Quel cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro sulla cui punta di ferro sembrava ardesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo conficcasse varie volte nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappasse fuori quando tirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace d’amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire gemiti, ma al tempo stesso tanto elevato, da impedirmi di desiderarne la fine e di cercare altro diversivo, fuorché in Dio»[3]. Suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, visse pienamente la sua appartenenza a Cristo. Filosofa tedesca, ebrea convertita al cattolicesimo, seppe coniugare perfettamente scienza e croce. Visse la sua vocazione al Carmelo come cammino di consegna di sé, consapevole che «se ti decidi per Cristo, può costarti la vita»[4], poiché, «se vuoi sposare l’Agnello, devi lasciarti inchiodare con Lui sulla croce»[5]. Sotto il segno della croce accolse e comprese la propria vocazione al Carmelo. Ella volle collaborare a ciò che manca alla  Passione di Cristo: «è per questo che il Signore ha preso la mia vita a vantaggio di tutti. Mi viene da pensare continuamente alla regina Ester. Io sono una povera e impotente piccola Ester, però il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione»[6]. E il Re volle prenderla per sé, lasciando che il suo amore si esprimesse nella maniera più grande: attraverso il martirio[7].

[1] Per un approfondimento si consiglia A. Clemente, Completo nella mia carne. L’aspetto salvifico della sofferenza, EDI, Napoli 2016.

[2] Col 1,24.

[3] G. Papasogli, Fuoco in Castiglia Vita di Teresa d’Avila, OCD, Roma 2006, 189.

[4] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera del 26.6.1934. Cito da: Girardello R., Edith Stein. In grande pace varcai la soglia, OCD, Roma 1998, 256.

[5] Ib.

[6] Teresa Benedetta Della Croce, Lettera 31.10.1938. Cito da: Girardello, Edith Stein, 265.

[7] Per parte dell’articolo ringrazio Patrizia De Iulio con la quale, spero presto, intendo pubblicare: «Ti farò mia sposa per sempre». La Chiesa segno d’amore nei Sacramenti, per i tipi della EDI di Napoli.

Ad multos annos (Possa tu vivere per molti anni ancora).

nastrino luttoQuesta è la formula di augurio che nella liturgia cattolica viene rivolta dal vescovo consacrato al vescovo consacrante. Si usa spesso come forma di augurio generico e desidero usarla oggi per commentare una celebrazione esequiale alla quale ho partecipato ieri. Giuseppe, il papà di un mio caro amico ha celebrato il suo matrimonio nel Signore e questo mio amico, frate minimo conventuale, presbitero, ha officiato la funzione religiosa. Il cristiano è l’uomo della speranza e in molti modi le comunità parrocchiali esprimono questo senso della speranza cristiana, ma ieri si è realizzato un mio sogno e desiderio legato al rito funebre: viverlo come il rito del matrimonio. Sarà stata una coincidenza ma sia il presbiterio che l’altare erano addobbate con fiori bianchi e la liturgia è stata un perenne inno di lode alla Misericordia del Padre. Nell’omelia il figlio sacerdote ha ricordato il papà come uomo giusto, vita legata alla profezia del nome: Giuseppe, come il giusto della Bibbia! Perché il pregio più grande di quest’uomo che sta parlando panim al panim (faccia a faccia) con Dio era il silenzio. In un’epoca piena di frastuoni e chiacchiere vane, Giuseppe ha saputo educare con una vita di nascondimento e umile lavoro incarnando il “testimone” di cui parlava Paolo VI. Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano, così scriveva in occasione della morte del fratello Satiro: «Non sono stato privato dei miei rapporti con te, ma li ho cambiati: prima non ti separavi da me con la tua persona, ora sei da me inseparabile per un vincolo d’affetto; rimani con me e vi rimarrai per sempre». E così, pur nel dolore, dicono i figli, i nipoti, i parenti, al ricordo dell’indimenticato Giuseppe. L’attesa della piena partecipazione alla gloria del Figlio, getta una nuova luce sul mistero della morte ed illumina già da adesso la nostra vita, le nostre scelte. Giuseppe, unito alla Pasqua di Cristo, ci ricorda il mistero del chicco di grano che muore per non rimanere solo e produrre molto frutto (cf. Gv 12,24). Il Suo frutto non è solo la vittoria sulla morte, ma anche sulla separazione e la solitudine. Onorare la memoria dei nostri cari è vivere la fede in  questa comunione più forte della morte. Caro P. Edoardo le parole non dette puoi leggerle nei cuori e negli occhi di quanti ti stimano e ti sono vicini in questo delicato momento. Un abbraccio, in Cristo!

11.c) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Pensiero del Magistero

donna nella chiesa 2In questa prospettiva si comprende anche come il fatto che l’ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini[1] non impedisca affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana. Esse sono chiamate ad essere modelli e testimoni insostituibili per tutti i cristiani di come la Sposa deve rispondere con l’amore all’amore dello Sposo[2]. La donna nella Chiesa sia essa sposa e madre o consacrata in un ordine religioso, non può che essere laica, non potendo accedere ad alcun ministero ordinato[3]. Dire laica vuol dire, innanzitutto, consacrata dalla grazia del battesimo, quindi sacerdotessa, profetessa, regina. Esprimere i doni battesimali al femminile fa un certo effetto, anche solo linguisticamente: ci siamo poco abituati, sebbene, lo capiamo senza difficoltà, non si toglie né si aggiunge nulla di sostanziale all’espressione che di solito usiamo al maschile. Ma oggi, data la convinzione che non si può fare teologia, ecclesiologia senza antropologia, è diventato necessario prendere atto della concretezza incarnata dei destinatari della rivelazione, uomini e donne, per rendere attuabile per tutti la proposta spirituale che ne consegue. Bisogna quindi che la chiesa, coerentemente anche con la nuova mariologia che essa stessa ha elaborato, con l’ecclesiologia comunionale espressa dal Concilio Vaticano II, con le riflessioni in atto sui ministeri della chiesa, affronti il problema-donna con un’ottica che veda le donne stesse come protagoniste nella ridefinizione del proprio ruolo nella chiesa[4] per una partecipazione congrua alla propria dignità di battezzate in Cristo Gesù, con un impegno concreto, che superi la fase delle affermazioni teoriche, perché non si dica più che per la chiesa «la donna vale molto, ma conta poco». Sempre nella Christifideles laici si ricorda che «come alle origini, così nello sviluppo successivo la chiesa ha sempre conosciuto, anche se in differenti modi e con accentuazioni diverse, donne che hanno esercitato un ruolo talvolta decisivo e svolto compiti di valore considerevole per la chiesa stessa. È una storia di immensa operosità, il più delle volte umile e nascosta ma non per questo meno decisiva per la crescita e la santità della chiesa. È cresciuta e universalizzata consapevolezza della dignità personale, della donna e della sua vocazione, nonché di fronte all’urgenza di una “nuova evangelizzazione” e di una maggior “umanizzazione” delle relazioni sociali. […] È necessario che la chiesa, per la sua vita e la sua missione, riconosca tutti i doni delle donne e degli uomini e li traduca in pratica»[5]. Non basta dire che quanto detto per i laici, va bene anche per la donna, poiché, scorrendo i commi del codice di diritto canonico che riguardano i fedeli laici, scopriamo che anche all’interno di questa categoria, si fanno distinzioni tra uffici che possono essere affidati solo agli uomini ed altri che possono essere estesi anche alle donne[6]. Nel can. 230, al § 3 viene poi detto che, in assenza di ministri, «anche i laici [quindi uomini e donne], pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto».

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Ordinatio sacerdotalis (22 maggio 1994): AAS 86 (1994), 545-548; Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta al dubbio circa la dottrina della Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (28 ottobre 1995): AAS 87 (1995), 1114.

[2] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004, Roma, IV. L’attualità dei valori femminili nella vita della chiesa, nn. 15-16.

[3] Cfr. G. Moschieri, La donna nella Chiesa, in IL MESSAGGIO del Cuore di Gesù, giugno 2008, 42-46.

[4] Cfr. Christifideles laici, n. 49.

[5] Ibidem.

[6] Cfr. Codice di diritto canonico, can. 230 § 1.

7.b) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Valore permanente della prassi apostolica

ordinazione sacerdotale 2Come ricordava Pio XII, «la Chiesa non ha alcun potere sulla sostanza dei Sacramenti, vale a dire su tutto ciò che il Cristo Signore, secondo la testimonianza delle fonti della Rivelazione, ha voluto che si mantenga nel segno sacramentale»[1]. Questo era stato già l’insegnamento del Concilio di Trento, che aveva dichiarato: «Nella Chiesa è sempre esistito questo potere, che cioè nell’amministrazione dei Sacramenti, mantenendo inalterata la loro sostanza, essa possa stabilire o modificare tutto ciò che giudica più conveniente all’utilità di quelli che li ricevono o al rispetto verso gli stessi Sacramenti, secondo il variare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi »[2]. D’altra parte, non bisogna dimenticare che i segni sacramentali non sono convenzionali; e anche se è vero che sono, sotto certi aspetti, dei segni naturali perché rispondono al simbolismo profondo dei gesti e delle cose, essi sono più di questo: sono destinati principalmente a coinvolgere l’uomo di ciascuna epoca con l’Evento supremo della storia della salvezza, a fargli comprendere, mediante tutta la ricchezza della pedagogia e del simbolismo della Bibbia, quale grazia essi significhino e producano. Così, il Sacramento dell’Eucaristia non è soltanto un convito fraterno, ma è, ad un tempo, il memoriale che rende presente ed attualizza il sacrificio del Cristo e la sua offerta mediante la Chiesa; il sacerdozio ministeriale non è un semplice servizio di carattere pastorale, ma garantisce la continuità delle funzioni affidate dal Cristo ai Dodici, e dei poteri relativi ad esse. L’adattamento alle civiltà ed alle epoche, dunque, non può abolire, nei punti essenziali, il riferimento sacramentale agli avvenimenti costitutivi del cristianesimo e al Cristo medesimo. In ultima analisi, è la Chiesa che, per la voce del suo Magistero, assicura, in questi vari campi, il discernimento tra ciò che può cambiare e ciò che deve restare immutabile. Quando essa ritiene di non poter accettare certi cambiamenti, è perché sa di essere legata al modo d’agire di Cristo; il suo atteggiamento, nonostante le apparenze, non è allora quello dell’arcaismo, bensì quello della fedeltà: essa non si può veramente comprendere se non a questa sola luce. La Chiesa si pronuncia, in virtù della promessa del Signore e della presenza dello Spirito Santo, al fine di proclamare meglio il mistero di Cristo, di salvaguardarne e di manifestarne la ricchezza nella sua integrità. Questa pratica della Chiesa riveste, dunque, un carattere normativo: nel fatto di non conferire l’Ordinazione sacerdotale se non ad uomini è implicita una tradizione continua nel tempo, universale in Oriente e in Occidente, ben attenta nel reprimere tempestivamente gli abusi. Una tale norma, che si appoggia sull’esempio del Cristo, è seguita perché viene considerata conforme al disegno di Dio per la sua Chiesa[3].

[1] Pio PP. XII, Costit. Apost. Sacramentum Ordinis: 30 novembre 1947: AAS 40 (1948), 5.

[2] Concilio di Trento, Sessione 21, cap. 2: Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion symbolorum …, n. 1728.

[3] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma, 15 ottobre 1976, 4.Valore permanente dell’atteggiamento di Gesù e degli Apostoli.

 

La liturgia del giorno: XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

gesù e i discepoli
«Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Grado della Celebrazione: DOMENICA

Colore liturgico: Verde

Non è facile credere nel nostro mondo d’oggi. La verità che ci è rivelata da Dio in Gesù Cristo, agli uomini e alle donne del nostro tempo appare spesso un “discorso insostenibile”, a cui non si può chiedere a nessuno dei nostri sapienti contemporanei di credere. Così è, per esempio, per la dottrina della presenza reale del corpo e del sangue del Signore nella santa Eucaristia. Essa sembra essere una sfida al buon senso, alla ragione, alla scienza. Noi diciamo: “Vedere per credere”, esattamente quello che disse san Tommaso: “Se non vedo… e non metto la mia mano, non crederò”. Gesù ci ricorda che il corpo di cui parla è il suo corpo risorto e salito al cielo, liberatosi, nella risurrezione, dai limiti dello spazio e del tempo, riempito e trasformato dallo Spirito Santo. Questo corpo non è meno reale del suo corpo in carne ed ossa, anzi lo è di più. Questo corpo risorto può essere toccato e afferrato personalmente da ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo, perché lo Spirito si estende, potente, da un’estremità all’altra. In Gesù Cristo e tramite Gesù Cristo, credere significa vedere e toccare: un modo di vedere più profondo, più vero e più sicuro di quello degli occhi; un modo di toccare più in profondità e un modo di afferrare con una stretta più salda di quanto si possa fare con le mani. Credere significa vedere la realtà al di là del visibile; significa toccare la verità eterna. In questa fede e grazie ad essa, possiamo dire con Pietro; “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”.

Antifona d’ingresso

Tendi l’orecchio, Signore, rispondimi:

mio Dio, salva il tuo servo che confida in te:

abbi pietà di me, Signore;

tutto il giorno a te io levo il mio grido (Sal 86,1-3)

Colletta

O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,

concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi

e desiderare ciò che prometti,

perché fra le vicende del mondo

là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

PRIMA LETTURA (Gs 24,1-2.15-17.18)

Dal libro di Giosuè

In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dei che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dei degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dei! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 33)

Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,

sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore:

i poveri ascoltino e si rallegrino. Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Gli occhi del Signore sui giusti,

i suoi orecchi al loro grido di aiuto.

Il volto del Signore contro i malfattori,

per eliminarne dalla terra il ricordo. Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Gridano e il Signore li ascolta,

li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,

egli salva gli spiriti affranti. Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Molti sono i mali del giusto,

ma da tutti lo libera il Signore.

Custodisce tutte le sue ossa:

neppure uno sarà spezzato. Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Il male fa morire il malvagio

e chi odia il giusto sarà condannato.

Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;

non sarà condannato chi in lui si rifugia. Rit: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

SECONDA LETTURA (Ef 5,21-32)

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

Parola di Dio

Canto al Vangelo (Gv 6,63.68)

Alleluia, alleluia.

Le tue parole, Signore, sono spirito e vita;

tu hai parole di vita eterna.

Alleluia.

VANGELO (Gv 6,60-69)

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli

Celebrare l’Eucaristia significa dire come Pietro: “Tu, Signore, hai parole di vita eterna”. Nella fede riconosciamo il dono della salvezza offerto sull’altare, in attesa della sua venuta. Preghiamo il Padre perché renda forte la nostra fede, preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, o Signore.

  1. Per il Papa, i vescovi e i ministri della Chiesa: aiutino i cristiani a conoscere sempre meglio la Parola di Gesù, a interiorizzarla, perché si traduca in gesti concreti nella vita di ogni giorno, preghiamo.
  2. Per i non credenti, per quanti fanno propria una religione vuota e superficiale: siano guidati nella scoperta della bellezza della fede cristiana, preghiamo.
  3. Per gli sposi: vivano nell’unità e nell’amore e siano segno dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, preghiamo.
  4. Per la nostra comunità cristiana: viva nella piena fiducia in Gesù che ci parla, ci interpella, ci nutre e ci ama, preghiamo.

+ O Padre, salva il tuo popolo che pone in te la sua fiducia, e abbi pietà di noi, quando la nostra debolezza esita di fronte ai tuoi inviti e ai tuoi comandi. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte

O Padre, che ti sei acquistato una moltitudine di figli

con l’unico e perfetto sacrificio del Cristo,

concedi sempre alla tua Chiesa

il dono dell’unità e della pace.

Per Cristo nostro Signore.

Antifona di comunione

Con il frutto delle tue opere sazi la terra, o Signore,

e trai dai campi il pane e il vino che allietano il cuore dell’uomo (Sal 104,13-15)

Preghiera dopo la comunione

Porta a compimento, Signore,

l’opera redentrice della tua misericordia

e perché possiamo conformarci in tutto alla tua volontà,

rendici forti e generosi nel tuo amore.

Per Cristo nostro Signore.

Redazione LaChiesa.it (www.lachiesa.it/liturgia)