2. Lasciati illuminare… “E la luce fu”

creazione 6In tutte le civiltà la luce passa da fenomeno fisico ad archetipo simbolico, dotato di uno sterminato spettro di iridescenze metaforiche, soprattutto di qualità religiosa[1]. La connessione primaria è di natura cosmologica: l’ingresso della luce segna l’incipit assoluto del creato nel suo essere ed esistere. Emblematico è l’avvio stesso della Bibbia, che è pur sempre il «grande codice» della cultura occidentale: «Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu!» (Gen 1,3). Un evento sonoro divino, una sorta di Big bang trascendente, genera un’epifania luminosa: si squarcia, così, il silenzio e la tenebra del nulla per far sbocciare la creazione. Anche nell’antica cultura egizia l’irradiarsi della luce accompagna la prima alba cosmica, segnata da una grande ninfea che esce dalle acque primordiali generando il sole. Sarà soprattutto questo astro a diventare il cuore stesso della teologia dell’Egitto faraonico, in particolare con le divinità solari Amon e Aton. Quest’ultimo dio, con Amenofis IV-Akhnaton (XIV sec. a. C.), diventerà il centro di una specie di riforma monoteistica, cantata dallo stesso faraone in uno splendido Inno ad Aton, il disco solare: tale riforma, però, passerà come una meteora di breve durata nel cielo del tradizionale politeismo solare egizio. Similmente l’arcaica teologia indiana dei Rig-Veda considerava la divinità creatrice Prajapati come un suono primordiale che esplodeva in una miriade di luci, di creature, di armonie[2]. Non per nulla, in un altro movimento religioso originatosi in quella stessa terra, il suo grande fondatore assumerà il titolo sacrale di Buddha, che significa appunto «l’Illuminato»[3]. E, per giungere in epoche storiche più vicine a noi, anche l’Islam sceglierà la luce come simbolo teologico, tant’è vero che un’intera “sura” del Corano, la XXIV, sarà intitolata An-nûr, «la Luce». Al suo interno un versetto sarà destinato a un enorme successo e a un’intensa esegesi allegorica nella tradizione “sufi” (in particolare col pensatore mistico al-Ghazali nell’XI-XII sec.). È il verso 35 che suona così: «Dio è luce in cielo e sulla terra. La sua luce è come quella di una lampada collocata in una nicchia. La lampada è rinchiusa in un cristallo, è come una stella dallo splendore abbagliante ed è accesa dall’olio di un ulivo benedetto … Luce su luce è Dio. Egli guida chi ama verso la sua luce»[4]. Si potrebbe continuare a lungo in questa esemplificazione passando attraverso le molteplici espressioni culturali e religiose di Oriente e di Occidente che adottano come cardine teologico un dato che è alla radice della comune esperienza esistenziale umana. La vita, infatti, è un «venire alla luce» (come in molte lingue è definita la nascita), ed è un vivere alla luce del sole o guidati nella notte dalla luce della luna e delle stelle.

Aniello Clemente

[1] Per l’intero paragrafo cf. G. Ravasi, «Dio? È soprattutto luce», in Il Sole24 Ore, Domenica 18 gennaio 2015; l’articolo è stato riprodotto per gentile autorizzazione dell’Autore.

[2] L’induismo non è una religione monolitica. Esso è piuttosto un mosaico di credenze e di pratiche religiose che sostiene di offrire alla stirpe umana redenzione e salvezza. Benché il primo induismo vedico fosse politeista, la tradizione vedica successiva giunse a parlare di una Realtà ultima, a cui ci si riferiva anche come Atman o Brahman, come Uno, dal quale tutte le cose emergevano con una specifica, triadica forma di manifestazione; cf. A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, La reincarnazione: la scienza eterna della vita, Edizioni Bhaktivedanta, Firenze 1983.

[3] «Dottrinalmente il Buddhismo non insegna né l’esistenza dell’anima, né la sua trasmigrazione in successive incarnazioni, ma insiste sulla trasformazione dinamica, o “flusso” (samsāra) di esistenze. Tuttavia, nella sua influenza sul pensiero popolare, questa dottrina è assimilata a ogni altra dottrina sulla trasmigrazione»: M. Anesaki, alla voce “Trasmigration (Buddhist)” in The Buddhists. Encyclopaedia of Buddhism, Subodh Kapoor (a cura), Cosmo Publications, New Delhi 2001, vol. V, 1451.

[4] Come l’ebraismo e il cristianesimo, l’islam («sottomissione») è una religione monoteistica, dell’alleanza, con una fede ferma in Dio Creatore di tutte le cose. Come il suo nome suggerisce, essa vede la chiave della vera religione e dunque della salvezza nella fede, nella fiducia e nella totale sottomissione alla volontà di Dio grande e misericordioso; cf. L. Gardet, Conoscere l’islam, Catania, Ed. Paoline, 1959; Id., Gli uomini dell’islam, Milano, Jaca Book, 1979.

 

 

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Sabato di Quaresima: delizia nel Signore

1Che bello riscoprire in questo primo sabato di Quaresima la “delizia” di questo giorno. «Sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerando il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia nel Signore» (cf Is 58,9-14). Il profeta parlava al popolo del suo tempo[1], rapportato ai nostri giorni certo non si vuole criminalizzare che è costretto a lavorare di sabato o, in una società sempre più consumistica, anche nei giorni festivi. Il richiamo biblico vuole riportarci alla fonte del comandamento essenziale: «… amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore… amerai il, prossimo tuo come te stesso» (cf. Mc 12,28-31). Tradotto vuol dire fare onestamente il proprio lavoro (quanti “furbetti del cartellino” forse frequentano le celebrazioni e i Sacramenti?), essere attenti ai bisogni del vicino (a volte nei nostri Condomini vediamo un fiocco e non sappiamo nemmeno chi è nato e chi sono i genitori), essere solidale con chi è più sfortunato di noi (leggi povero, migrante, emarginato). Solo così, ci ricorda Isaia, saremo un «giardino irrigato» che produrrà fiori profumati e frutti saporiti, saremo una «sorgente» zampillante a cui tutti verranno a dissetarsi. «Dio dà a coloro che danno: Dio si dà a coloro che si danno» (W. Glika).

Aniello Clemente

[1] Siamo alla fine del VI secolo, qui si tratta del cosiddetto Tetroisaia dei capitoli 55 – 66: oracoli vari uniti ad altri generi letterari, databili in epoca post-esilica. È un profeta pieno di speranza, si trattava di ricostruire lo spirito della nazione. Non abbiamo una certa unità, è un libro composito. Nel cap. 61 abbiamo il passo che Gesù leggerà nella Sinagoga. Il cap. 60 e 62 esaltano Gerusalemme, si vede l’accento sulla conversione il perdono, l’evangelizzazione. La salvezza è promessa ai popoli, Dio salva anche gli stranieri, abbiamo un’apertura universalistica.

 

 

4. Appunti a margine del Convegno: Rivelazione di Dio e umanizzazione

creazioneInizio una serie di riflessioni sulle relazioni dei docenti intervenuti al Convegno della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale: La teologia in ascolto dell’umano/2, nei giorni 14 e 15 febbraio 2017 e sperimento la stessa sensazione che provò Origene quando nel III secolo iniziava a scrivere il suo Commento alla Genesi: «Come chi, messosi in mare su di una barchetta, viene preso da immensa angoscia nell’affidare un piccolo legno all’immensità delle onde, così anche noi soffriamo mentre osiamo inoltrarci in così vasto oceano di misteri». Nel corso del Convegno sono stati ripetuti spesso i termini di immagine e somiglianza, cercherò di esplicitarli in modo succinto. Nella tradizione sacerdotale, siamo nel IV sec. a.C., nasce il primo racconto della creazione: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Dio allora è sessuato e accanto a Lui siede una compagna divina come l’Ishtar-Astarte babilonese? Sappiamo che la Bibbia ha polemizzato contro le ierogamie (le nozze e le coppie sacre divine) e, dunque, Dio resta trascendente, ma opera la salvezza entrando nelle discendenze umane, la fecondità della coppia umana è parallela all’atto creativo di Dio. L’umanità è immagine di Dio in quanto è «maschio e femmina». La vera effigie divina non è solo nel maschio, come vorrà una successiva tradizione giudaica, attestata anche da san Paolo che scriveva: «L’uomo è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell’uomo» (1 Cor 11,7). Il nostro legame con il Creatore è da cercare, al contrario, proprio nella persona umana in quanto comprende la bipolarità sessuale, la fecondità, la capacità di possedere e dare la vita, in sintesi l’amore. È per questo che il Dio biblico talora non esita a svelare i suoi tratti “femminili”, evocando i suoi rahamîm: le “viscere materne”: «Si dimentica forse una donna del suo bimbo, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!» (Is 49,15). Per la Bibbia, allora, l’ominizzazione piena avviene solo dove ci sono un uomo e una donna in relazione tra loro, una relazione di parità, di armonia, di comunione. L’anima propria dell’essere umano, che lo raccorda a Dio, non è solo nella coscienza, ma anche nella capacità di amare e generare, espressione della nostra “immagine” divina[1].

[1] Cf. G. Ravasi, Breve storia dell’anima, Mondadori, Milano 2009, 89-90.

8.b) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Il Nuovo Testamento

profezie sul Messia

Le profezie del Messia

2Sam 7,1-15: La profezia di Natan è costruita su un’opposizione, non è Davide che farà una casa a Dio, ma Dio farà una casa (dinastia) a Davide. Questa profezia è il primo anello delle profezie sul Messia. Is 7,14: «Pertanto il Signore stesso vi darà un  segno, ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che si chiamerà Emanuele». Il “segno” che il re Acaz ha rifiutato di chiedere gli sarà dato da Dio che così protegge e benedice la tribù di Giuda. Pur se calata nell’immediata la profezia di Isaia intravede in questa nascita regale un intervento di Dio in vista del regno messianico definitivo. È da precisare che il termine ebraico ‘almah designa sia una giovane che una donna appena sposata. Gli Evangelisti hanno preso spunto dalla profezia per la concezione verginale di Gesù. Mi 5,1: «E tu Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore di israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti». Efrata era una famiglia alleata di Caleb (1Cr 2,19) e installata nella regione di Betlemme, e in 1Sam 17,12 leggiamo: «Davide era figlio di un Efratita da Betlemme di Giuda chiamato Iesse». Ag 2,23: «Io ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto». L’anello con sigillo, che serviva a firmare lettere e documenti (1Re 21,8), era preziosamente custodito al collo (Gen 38,18) o al dito (Gen 22,24). Ez 34,23: «Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro».

4. Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Nel Giudaismo e il rapporto con la sinagoga

tamarIl Vecchio Testamento tratteggia una società patriarcale e maschilista, in linea con il suo tempo. La donna ebraica doveva fare i conti con la Torà che limitava le sue libertà considerevolmente: per esempio durante le mestruazioni era considerata impura (cfr. Lev 15,19-31) ed era impuro tutto ciò che da lei veniva toccato in quei giorni. Tuttavia non sono mancati nell’antico testamento personaggi femminili di rilievo: è il caso di Deborah, che raggiunse quella che ai tempi era la più alta carica amministrativa, quella di Shofetim, cioè giudice e governatore; ma bisogna ricordare anche Tamar, la nuora di Giuda che si prostituì e concepì Perez e Zerach, da cui discenderà Davide e tutta la casa regnante. Inoltre, un’esaltazione della donna appare nei Salmi e nel Cantico dei Cantici.

3.g. Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Dal Genesi ai Libri sapienziali

gerusalemme celeste
Gerusalemme celeste

Se in questa relazione Dio viene descritto come «Dio geloso» (cfr. Es 20,5; Na 1,2) ed Israele denunciato come Sposa «adultera» o «prostituta» (cfr. Os 2,4-15; Ez 16,15-34) il motivo è che la speranza, rafforzata dalla parola dei profeti, è proprio di vedere la nuova Gerusalemme diventare la sposa perfetta: «come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,5). Ricreata «nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore» (Os 2,21), colei, che si era allontanata per cercare la vita e la felicità negli dèi falsi, ritornerà e, a Colui che parlerà al suo cuore, «canterà come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,17) e lo udrà dichiarare: «tuo sposo è il tuo creatore» (Is 54,5). È in sostanza lo stesso dato che si afferma quando, parallelamente al mistero dell’opera che Dio realizza attraverso la figura maschile del Servo sofferente, il libro di Isaia evoca la figura femminile di Sion adornata di una trascendenza e di una santità che prefigurano il dono della salvezza destinata ad Israele. Il Cantico dei Cantici rappresenta senza dubbio un momento privilegiato nell’uso di questa modalità di rivelazione. Nelle parole di un amore umanissimo che celebra la bellezza dei corpi e la felicità della ricerca reciproca, si esprime altresì l’amore divino per il suo popolo. La Chiesa non si è dunque ingannata quando ha riconosciuto nell’audacia di unire, attraverso l’impiego delle medesime espressioni, ciò che vi è di più umano a ciò che vi è di più divino, il mistero della sua relazione col Cristo. Lungo tutto l’Antico Testamento si configura una storia di salvezza che mette simultaneamente in gioco la partecipazione del maschile e del femminile. I termini di sposo e sposa o anche di alleanza, con i quali si caratterizza la dinamica della salvezza, pur avendo un’evidente dimensione metaforica, sono molto più che semplici metafore. Questo vocabolario nuziale tocca la natura stessa della relazione che Dio stabilisce con il suo popolo, anche se questa relazione è più ampia di ciò che può sperimentarsi nell’esperienza nuziale umana. Parimenti, le stesse condizioni concrete della redenzione sono in gioco, nel modo in cui oracoli come quelli di Isaia associano ruoli maschili e femminili nell’annuncio e nella prefigurazione dell’opera della salvezza che Dio sta per compiere. Tale salvezza orienta il lettore sia verso la figura maschile del Servo sofferente, sia verso la figura femminile di Sion. Gli oracoli di Isaia infatti alternano questa figura con quella del Servo di Dio, prima di culminare, nella finale del libro, con la visione misteriosa di Gerusalemme che partorisce un popolo in un solo giorno (cf. Is 66,7-14), profezia della grande novità che Dio sta per realizzare (cf. Is 48,6-8)[1].

Aniello Clemente

[1] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004, Roma, II. I dati fondamentali dell’antropologia biblica, nn. 5-9.

3.f. Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Dal Genesi ai Libri sapienziali

diluvio 2È la dimensione antropologica della sessualità, inseparabile da quella teologica. La creatura umana nella sua unità di anima e di corpo è qualificata fin dal principio dalla relazione con l’altro-da-sé. Questa relazione si presenta sempre buona ed alterata al tempo stesso. Essa è buona, di una bontà originaria dichiarata da Dio fin dal primo momento della creazione. Essa è, però, anche alterata dalla disarmonia fra Dio e l’umanità sopraggiunta con il peccato. Questa alterazione non corrisponde tuttavia né al progetto iniziale di Dio sull’uomo e sulla donna, né alla verità della relazione dei sessi. Ne consegue perciò che questa relazione buona, ma ferita, ha bisogno di essere guarita. Quali possono essere le vie di questa guarigione? Considerare ed analizzare i problemi inerenti alla relazione dei sessi solo a partire da una situazione segnata dal peccato porterebbe necessariamente il pensiero a ritornare agli errori precedentemente accennati. Bisogna dunque rompere questa logica di peccato e cercare una via d’uscita che permetta di eliminarla dal cuore dell’uomo peccatore. Un orientamento chiaro in questo senso viene offerto dalla promessa divina di un Salvatore, nella quale sono impegnati la «donna» e la sua «stirpe» (cfr. Gen 3,15). È una promessa che prima di realizzarsi conosce una lunga preparazione nella storia. Una prima vittoria sul male è rappresentata dalla storia di Noè, uomo giusto, che, guidato da Dio, sfugge al diluvio con la sua famiglia e con le diverse specie di animali (cfr. Gen 6-9). Ma è soprattutto nella scelta divina di Abramo e della sua discendenza (cfr. Gen 12,1ss) che la speranza di salvezza si conferma. Dio comincia così a svelare il suo volto, affinché attraverso il popolo eletto l’umanità apprenda la via della somiglianza divina, cioè della santità, e quindi del cambiamento del cuore. Tra i molti modi in cui Dio si rivela al suo popolo (cfr. Eb 1,1), secondo una lunga e paziente pedagogia, vi è anche il riferimento ricorrente al tema dell’alleanza dell’uomo e della donna. Ciò è paradossale, se si considera il dramma rievocato dalla Genesi e la sua replica molto concreta al tempo dei profeti, come pure la mescolanza fra sacro e sessualità presente nelle religioni che circondano Israele. Eppure questo simbolismo appare indispensabile per comprendere il modo con cui Dio ama il suo popolo: Dio si fa conoscere come Sposo che ama Israele, sua Sposa.