Sabato di Quaresima: delizia nel Signore

1Che bello riscoprire in questo primo sabato di Quaresima la “delizia” di questo giorno. «Sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerando il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia nel Signore» (cf Is 58,9-14). Il profeta parlava al popolo del suo tempo[1], rapportato ai nostri giorni certo non si vuole criminalizzare che è costretto a lavorare di sabato o, in una società sempre più consumistica, anche nei giorni festivi. Il richiamo biblico vuole riportarci alla fonte del comandamento essenziale: «… amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore… amerai il, prossimo tuo come te stesso» (cf. Mc 12,28-31). Tradotto vuol dire fare onestamente il proprio lavoro (quanti “furbetti del cartellino” forse frequentano le celebrazioni e i Sacramenti?), essere attenti ai bisogni del vicino (a volte nei nostri Condomini vediamo un fiocco e non sappiamo nemmeno chi è nato e chi sono i genitori), essere solidale con chi è più sfortunato di noi (leggi povero, migrante, emarginato). Solo così, ci ricorda Isaia, saremo un «giardino irrigato» che produrrà fiori profumati e frutti saporiti, saremo una «sorgente» zampillante a cui tutti verranno a dissetarsi. «Dio dà a coloro che danno: Dio si dà a coloro che si danno» (W. Glika).

Aniello Clemente

[1] Siamo alla fine del VI secolo, qui si tratta del cosiddetto Tetroisaia dei capitoli 55 – 66: oracoli vari uniti ad altri generi letterari, databili in epoca post-esilica. È un profeta pieno di speranza, si trattava di ricostruire lo spirito della nazione. Non abbiamo una certa unità, è un libro composito. Nel cap. 61 abbiamo il passo che Gesù leggerà nella Sinagoga. Il cap. 60 e 62 esaltano Gerusalemme, si vede l’accento sulla conversione il perdono, l’evangelizzazione. La salvezza è promessa ai popoli, Dio salva anche gli stranieri, abbiamo un’apertura universalistica.

 

 

Amos, l’incisore di sicomori

I profeti preesilici: Amos, con Osea, il primo Isaia e  Michea fanno parte dei profeti dell’VIII secolo, Amos è il più antico. Il primo versetto ci dice chi è il profeta. È un’introduzione che abbiamo in quasi tutti i profeti, per lo più è opera dei discepoli. Il nome Amos è un nome teoforico apocofato (manca la “ia”), originariamente doveva essere Ams-ia. Il verbo amas indica portare, quindi “Dio che porta”. La collocazione storica è posta dalla citazione dei due re e dal terremoto avvenuto. In (2Re 15,1-7) abbiamo Azaria (che è lo stesso Ozia) re di Giuda che non riuscì a debellare il paganesimo e fu colpito da lebbra. Geroboamo II era re di Samaria (2Re 14,23-29), riattivò i Templi del Nord ed il culto dei vitelli d’oro. Ristabilì i confini del regno del Nord, ma dove c’è benessere cresce l’ingiustizia e sebbene fosse un re scismatico, Dio mandò i suoi profeti. Amos è il profeta che predicò contro l’ingiustizia sociale.

Vocazione di Amos (10,17).

Precisa il suo mestiere, allevatore di bestiame a Tecoa ed incisore di sicomori. Amos racconta la sua vocazione per dimostrare la sua autenticità e cioè che è mandato da Dio. Profetizza la morte del re e la caduta del Regno del Nord che avverrà nel 721. Dopo la disfatta gli scritti che giunsero al Sud furono contestualizzati per tale Regno. Vediamo che Amos era attaccato alla Natura, era un profeta bucolico, amante del viaggiare per lavoro, conosce l’Esodo, l’elezione di Israele, l’Alleanza, la storia di Sodomia e Gomorra, conosceva la storia dei popoli limitrofi e la legge del Signore.

Sviluppo del libro.

  1. Oracoli contro le Nazioni (1,3-2,15); sono minacce contro coloro che godevano delle disgrazie di Israele.
  2. Parole contro Israele (3,1-6,14).
  3. Le visioni simboliche (7,1-9.4) dove è inserito il racconto della vocazione.
  4. Altri oracoli brevi (9,5-10).
  5. L’epilogo (9,11-15).

Una cosa che vale anche per gli altri profeti è da dire che il libro viene composto man mano. Abbiamo un nucleo che risale al profeta poi aggiunte dovute ai discepoli ed attualizzazioni che sono opera di altri. Abbiamo anche delle inserzioni di altri redattori. Questo fino al Concilio di Amnia del 90 d.C. che chiuse il Canone e lo sancì definitivamente. Analizzando l’epilogo vediamo chiaramente l’aggiunta in quanto quando Amos predicava al Nord il Regno del Sud non era ancora caduto. Assume nella stesura postuma l’aspetto messianico, con un’apertura universalistica ed escatologica.

Lo stile del profeta, la dottrina e il messaggio

È un vocabolario prettamente agricolo, molto essenziale richiama lo stile di Marco. Si esalta la potenza e la maestà di Dio, ma anche la sua vicinanza al popolo. Condanna l’ingiustizia. Si scaglia contro i ricchi (le doppie case e d’avorio) e le donne gaudenti, egoiste. Contro il culto esteriore (5,21-27) che non tiene conto della giustizia. Minaccia anche il “giorno del Signore” (5,18-20), è uno dei primi a parlarne. C’è anche un motivo di speranza (5,4; 5,16) se si ritorna al Signore, si avrà la vita.

Riflessi del profeta nel Nuovo Testamento.

Amos è quello meno usato nel Nuovo Testamento In Giovanni non è mai citato. Nei sinottici (Mt 27,45); (Mc 15,33); (Lc 23,44ss); abbiamo il richiamo di Amos alla morte di Gesù.

In Atti (7,42-43) Stefano cita un po’ alla larga Amos (5,26-27). Così come in Amos (6,4-6) abbiamo il richiamo della parabola di Lazzaro e del ricco Epulone.

I Profeti

I profeti dell’VIII secolo

I profeti preesilici: Amos; Osea; Il primo Isaia; Michea

Profeti del VII sec.

Sofonia; Naum; Abacuc;

Profeti del VI secolo

Prima e durante l’esilio

Geremia; Lamentazioni; Ezechiele; il secondo Isaia;

Dopo l’esilio

Aggeo; Zaccaria; Terzo Isaia;

PROFETI DEL V SECOLO

Isaia 34-35; 24-27; Malachia; Abdia;

Midrashim Biblici:

Rut; Giona; Tobia; Giuditta;

PROFETI DEL IV SECOLO

Gioele; il secondo Zaccaria;

SECOLO II

L’apocalittica Biblica; Baruc e la Lettera Di Geremia; Daniele

Testi Apocalittici Inseriti Tra I Profeti

Introduzione

La parola “profeta” viene dal greco “profetès”, dove “pro” indica “dire prima”, “al posto di”. In ebraico si dice “NABI” che ricorre molte volte nella Bibbia, circa 309 volte e tale termine non si trova mai nei Libri Sapienziali. In ebraico ogni nome ha una radice verbale e in questo caso vuol significare “ribollire”. Forse dovuto al fatto che all’origine dell’ebraismo abbiamo i profeti estatici. Ha assunto poi il significato di annunciare.

Una seconda parola è “KOZE” che significa “vedere in visione”. Ricorre massimo 17 volte ed è attribuita anche ai falsi profeti (visionari…)

Una terza parola: “ROE” significa “vedere” dal verbo “RAHA”, ricorre 11 volte.

Oltre a queste troviamo altre espressioni per indicare i Profeti:

  • Guardiano del popolo, sentinella,  (SCIOMER)
  • Vedetta (SOFE) (Ez. 3,16 – 33,2.6)
  • Messaggero
  • Pastore di Israele (ROE)

Come si comunica Dio al Profeta?

Fondamentalmente in tre modi:

  1. visione sensitiva, ad es. Mosé che vede il roveto ardente (Es.3)
  2. visione immaginativa, con i sensi interni (Is. 6)
  3. visione intellettiva, che non è proprio una visione, il profeta “sente” ed è quella più frequente.

Il profetismo non è qualcosa sorto nel popolo di Israele all’improvviso. Anche i popoli vicini avevano fenomeni simili, basti pensare alla città di MARI. Vi sono state scoperte 25.000 tavolette e 52 lettere che ci fanno capire come l’episodio fosse diffuso. Trattasi, però, di profezie post-evento ed anche qui ricorre il termine NABI.

Caratteristiche del profeta.

  • Il profeta biblico deve avere la vocazione. Is. 6; Ez. 1,3; Ger. 1; anche Amos fa qualche accenno 7,14-15; non tutti i profeti riportano la loro vocazione. Il Signore all’atto della chiamata non nasconde le difficoltà della missione, quindi l’accettazione è spontanea. Si capisce quanto è forte in Ger. 20,9 ed Amos parla del leone dentro di lui.
  • Deve avere la credibilità per gli altri, vivendo una vita santa, intemerata, alla ricerca di Dio e non sudditanza al potere. I falsi profeti non avevano questi due elementi.

Il contenuto delle profezie era esortativo, spesso contro il re, i falsi profeti minimizzavano i pericoli ed erano servili (Ger. 28).

Le forme e i generi letterari.

  1. Il primo modo di comunicare è l’oracolo. È una dichiarazione solenne da parte del profeta in nome di Dio. Nell’ambito dell’oracolo ci può essere un oracolo di minaccia e non solo esortativo, (Is 14,28), questo lo si capisce bene nel testo ebraico dove la parola “oracolo” anziché essere “NEUM” è “MASSA’”.
  2. Il secondo modo è l’azione simbolica (Ger 28: il giogo di legno; 19,10-15: il vaso di terracotta). Probabilmente sono azioni compiute o un genere letterario.
  3. Il terzo modo è il racconto della vocazione, oppure la parabola, la preghiera, la confessione.
  4. Il quarto modo sono i nomi simbolici che già di per sé sono una profezia: (Is 7,3: 8,1-4).

Difficoltà dei Libri profetici.

Nell’origine della lingua ebraica abbiamo solo un tempo verbale, il futuro che esprimeva tutti i tempi. Nell’uso abbiamo avuto un’evoluzione della lingua. Se analizziamo la poesia (più antica della prosa), troviamo il tempo futuro che poteva esprimere anche il passato e il presente. Abbiamo poi il perfetto, il poeta scrive col tempo passato ma vuole intendere il futuro (Is 9ss.). Non sempre abbiamo le notizie circa l’ambiente, il periodo a cui si riferisce la profezia. Le profezie, per lo più sono state raccolte dai discepoli e la loro preoccupazione non era la cronologia, ma il messaggio. Alcune profezie possono trovarsi fuori contesto storico.

L’identificazione del genere letterario.

Può essere storico, allegorico in parabole, ecc. Si possono trovare affinità fra allegoria e parabola, es. (Is 5,17: la vigna), il racconto può anche non essere accaduto, ma è verosimile, la stessa cosa la vediamo in Gv col “buon pastore”.

La profezia oltre al contingente può avere valore messianico. Abbiamo un’elasticità temporale nel discorso profetico, ha una mancanza di prospettiva cronologica.

L’insegnamento principale dei Profeti.

Erano personaggi reali, che stavano fra la gente, alla corte dei re. Aiutavano la crescita del monoteismo, l’unicità, la trascendenza e vicinanza di Dio al suo popolo. Dal punto di vista morale richiamano all’osservanza dei Comandamenti, nell’ambito del moralismo prospettano il “giorno di Jahvè”, il giorno del Giudizio, e predicano la giustizia sociale (v. Amos). Hanno predicato il vero culto del Signore e lottato il ritualismo. L’insegnamento sul messianismo: anche in tempi difficili parlavano del “resto di Israele”, tenevano accesa la fiammella della speranza. Infine ribadivano il discorso sull’Alleanza (Ez 36) che non sarà più scritta sulle pietre ma nei cuori.

I profeti dell’ VIII secolo

I profeti preesilici: Amos; Osea; il primo Isaia; Michea;

AMOS

Premessa

Fra i profeti dell’VIII secolo, Amos è il più antico. Il primo versetto ci dice chi è il profeta. È un’introduzione che abbiamo in quasi tutti i profeti, per lo più è opera dei discepoli. Il nome Amos è un nome teoforico apocofato (manca la “ia”), originariamente doveva essere Ams-ia. Il verbo Amas indica portare, quindi “Dio che porta”.

La collocazione storica è posta dalla citazione dei due re e dal terremoto avvenuto. In (2Re 15,1-7) abbiamo Azaria (che è lo stesso Ozia) re di Giuda che non riuscì a debellare il paganesimo e fu colpito da lebbra. Geroboamo II era re di Samaria (2Re 14,23-29), riattivò i Templi del Nord ed il culto dei vitelli d’oro. Ristabilì i confini del regno del Nord, ma dove c’è benessere cresce l’ingiustizia e sebbene fosse un re scismatico, Dio mandò i suoi profeti. Amos è il profeta che predicò contro l’ingiustizia sociale.

Vocazione di Amos (10,17).

Precisa il suo mestiere, allevatore di bestiame a Tecoa ed incisore di sicomori. Amos racconta la sua vocazione per dimostrare la sua autenticità e cioè che è mandato da Dio. Profetizza la morte del re e la caduta del Regno del Nord che avverrà nel 721. Dopo la disfatta gli scritti che giunsero al Sud furono contestualizzati per tale Regno.

Vediamo che Amos era attaccato alla Natura, era un profeta bucolico, amante del viaggiare per lavoro, conosce l’Esodo, l’elezione di Israele, l’Alleanza, la storia di Sodomia e Gomorra, conosceva la storia dei popoli limitrofi e la legge del Signore.

Sviluppo del libro.

  1. Oracoli contro le Nazioni (1,3-2,15); sono minacce contro coloro che godevano delle disgrazie di Israele.
  2. Parole contro Israele (3,1-6,14).
  3. Le visioni simboliche (7,1-9.4) dove è inserito il racconto della vocazione.
  4. Altri oracoli brevi (9,5-10).
  5. L’epilogo (9,11-15).

Una cosa che vale anche per gli altri profeti è da dire che il libro viene composto man mano. Abbiamo un nucleo che risale al profeta poi aggiunte dovute ai discepoli ed attualizzazioni che sono opera di altri. Abbiamo anche delle inserzioni di altri redattori. Questo fino al Concilio di Amnia del 90 d.C. che chiuse il Canone e lo sancì definitivamente. Analizzando l’epilogo vediamo chiaramente l’aggiunta in quanto quando Amos predicava al Nord il Regno del Sud non era ancora caduto. Assume nella stesura postuma l’aspetto messianico, con un’apertura universalistica ed escatologica.

Lo stile del profeta.

È un vocabolario prettamente agricolo, molto essenziale richiama lo stile di Marco.

La dottrina, il messaggio.

Si esalta la potenza e la maestà di Dio, ma anche la sua vicinanza al popolo. Condanna l’ingiustizia. Si scaglia contro i ricchi (le doppie case e d’avorio) e le donne gaudenti, egoiste. Contro il culto esteriore (5,21-27) che non tiene conto della giustizia.

Minaccia anche il “giorno del Signore” (5,18-20), è uno dei primi a parlarne. C’è anche un motivo di speranza (5,4; 5,16) se si ritorna al Signore, si avrà la vita.

Riflessi del profeta nel Nuovo Testamento.

Amos è quello meno usato nel N.T. In Gv non è mai citato. Nei sinottici (Mt 27,45); (Mc 15,33); (Lc 23,44ss).

In Atti (7,42-43) Stefano cita un po’ alla larga Amos (5,26-27). Così come in Amos (6,4-6) abbiamo il richiamo della parabola di Lazzaro e del ricco Epulone.

OSEA

È il secondo scrittore in ordine di tempo.

Contestualizzazione.

L’introduzione ci parla della collocazione storica del profeta. È figlio di Beerì, profetizza al tempo dei re: del Sud: Ozia (2Re 15,17), Iotam (2Re 15,32-38) è da notare che per i re di Giuda si cita anche la madre, in questo caso Jerusa, costruì la porta superiore del Tempio ma non riuscì a debellare l’idolatria, visse ai tempi di Acaz, e di Geroboamo figlio di Ioas, re del Nord (2Re 14,23-29). Osea è un nome teoforico. OSHEA viene dal verbo IASCIA che vuol dire “salvare”. Forse apparteneva alla tribù di Efraim, del Nord. Conosce la Storia di Israele, la storia biblica, usa un linguaggio simile ad Amos. Quello che è importante è la sua storia matrimoniale che fu un segno dell’amore di Dio per il popolo e l’infedeltà di Israele verso Dio. Abbiamo due storie del matrimonio:

  1. (1,2-9). Non abbiamo una descrizione della vocazione ma si vede che il Signore gli parlò. Gli impose di andare a prendere in moglie una prostituta. Ebbe due maschi ed una femmina con nomi simbolici che denunciarono l’infedeltà del popolo. Questo racconto è in terza persona.
  2. (3, 1-5). È il profeta stesso che parla in prima persona. Viene citato il moar (la dote) per riscattare la moglie infedele. Si presuppone che sia sempre lo stesso matrimonio. Qualcuno precisa  che il primo sia quello reale, il secondo un racconto midhrascico. Secondo S. Girolamo potrebbero essere stati due matrimoni che sanciscono l’amore di Dio e l’infedeltà del popolo.
  • (2,16ss). Fa capire gli stratagemmi di Dio per riconquistare il suo popolo. Osea è il profeta del simbolo nuziale.
  • Situazione storica religiosa. Il culto a Baal, alle forze della natura, i riti di fertilità e fecondità. Abbiamo un certo sincretismo.

Divisione del Libro.

  • 1,1 Titolo
  • 1,2-3,5 Libro di famiglia (matrimoni)
  • 4 – 8 oracoli comminatori (di minaccia)
  • 9 – 11 peso della Storia (tristezza dell’esilio)
  • 12,1 – 14,9 raccolta liturgica
  • 14,10 appendice sapienziale

I primi tre capitoli sarebbero quelli che risalgono al profeta, gli altri sarebbero dei discepoli, l’ultimo versetto è un aggiunta. Il libro ha avuto tre riletture:

  • Prima rilettura a carattere deuteronomistico
  • Seconda quando il libro è giunto al Sud
  • Terza redazione esilica, dopo la distruzione di Samaria da parte di Sargon III, re degli Assiri e la distruzione di Gerusalemme nel 587 da parte di Nabucodonosor re dei Babilonesi.

Tematica teologica.

Abbiamo il tema sponsale, il tema dell’amore, del deserto, dell’infedeltà, del giudizio. Abbiamo poi il tema “della conoscenza del Signore” (4,1); IADA’ (un conoscere nel senso maritale) (6,6).

Citazione nel N.T.

Osea (6,6) in Matteo (9,13). Amore e sacrificio, culto esterno.

  “    (11,1)       “        (2,15). Quando Gesù tornò dall’Egitto.

  “     (6,2)  in 1Cor 15,4, Resurrezione di Gesù.

ISAIA

Struttura del libro.

Il libro è formato da 66 capitoli e troviamo tre redattori vissuti in epoche diverse:

  1. VIII secolo Protoisaia capitoli 1 – 39
  2. VI secolo Deuteroisaia capitoli 40 – 55
  3. fine VI secolo Tetroisaia capitoli 55 – 66

Introduzione (1,1).

Si vede che è un profeta del regno del Sud, abbiamo il nome del padre ed è anche sposato, sua moglie è chiamata “la profetessa”. Nei capitoli 7 e 8 abbiamo i nomi dei figli, tutti a carattere simbolico. Sono citati i re del tempo. Acaz è in (2Re 16) è il figlio di Iotam. Scoppiò la guerra assiro-efraemita e gli staterelli intorno a Giuda coinvolsero i re di Giuda contro il potere degli Assiri. Acaz invece di credere al profeta Isaia (capitolo 7,1-2) chiese la protezione del re assiro diventando suo vassallo. Acaz imitò i re d’Israele  dedicandosi a riti idolatri.

Vocazione.

Nel capitolo 6 abbiamo il racconto della vocazione e l’inizio del libro dell’Emanuele.

Il profeta Isaia è il Dante della letteratura ebraica. Scrive in ebraico classico.

Divisione del libro di Isaia (Protoisaia).

  • 1,1 Introduzione
  • Prima parte 8-12 profezie circa il regno di Giuda e di Gerusalemme.
  • Seconda parte 13 – 23 profezie contro le Nazioni
  • Terza parte 24 – 27 la grande Apocalisse
  • Quarta parte 28 – 33 ciclo assiro (profezie contro l’Assiria)
  • Quinta parte 34 – 35 la piccola Apocalisse
  • Sesta parte 36 – 39 l’appendice storica

E’ stato scoperto che il nucleo più antico sarebbe proprio il libro dell’Emanuele con i capitoli 28-31. Abbiamo due parti aggiunte dopo attribuite ad Isaia: le Apocalissi (24-27) e (34-35) che fanno parte di un latro genere letterario.

Messaggio profetico

  • La realtà di Dio e la Sua assoluta trascendenza.
  • Il tema di Israele che ha rapporti speciali con il Signore.
  • Il tema del peccato che è espressione dell’orgoglio dell’uomo (peccati personali e sociali) ed il castigo, la punizione.
  • Il tema della fede (il re Acaz non ha fede e confida nell’uomo).
  • Messianismo (libro dell’Emanuele)

Isaia nel Nuovo Testamento

Is 7,14 – Mt1,23 (la vergine partorirà un figlio…)

Is da 8,23 a 9,1 in Mt 13-16 (inizio della predicazione di Gesù a Zebulon e Neftali

Is 5,1-7 in Mt 12.1-2ss (la vigna del Signore).

MICHEA

Significa “Chi è come Javhé?”  Mi (chi), Ch (è come), Ea (Javhé).

Dall’introduzione si evince che è stato profeta del Regno del Sud, nativo di Morèset (Morèscet), vissuto al tempo dei re:

  • Iotam (2Re 15,32-38) fu co-reggente col padre per 12 anni e 4 da solo
  • Acaz (2Re 16) e Ezechia

Michea è contemporaneo di Isaia che ebbe la vocazione prima col re Ozia padre di Iotam. Non è descritta la sua vocazione, qualche piccolo accenno lo troviamo in (3,8) in un contesto profetico contro i falsi profeti.

Stile letterario

È uno stile forte, robusto, con una caratteristica il RIB che significa contesa, giudizio, litigio. Nelle sue profezie è come seguire un giudizio in tribunale: c’è Javhé, i testimoni, gli accusatori e la sentenza (es. 6,1-8).

Divisione del libro

  • Versetto 1 introduzione
  • Parte A capitoli 1-5. E’ simmetrica. 1-3 Oracoli di sventura (processo contro Israele). 4-5 Oracoli di salvezza (promesse a Sion).
  • Parte B capitoli 6-7. Da 6,1 a 7,7 oracoli di sventura contro Israele. Da 7,8 a 7,20 oracoli di salvezza (questa parte è un’aggiunta post-esilica).

Riferimenti al N.T.

5,1-4 in Mt 2,6 e Gv 7,42

7,20 in Lc 1,73 (Benedictus)

7,6 in Mt 10,35-36 (Gesù causa di dissensi)

Teologia

  • Il giudizio di Dio
  • Il vero culto a Dio
  • La salvezza, la speranza, discorso messianico
  • Anche in Michea (4,1 – 5,14) troviamo la universalità della salvezza.

Profeti del VII sec.

Sofonia; Naum; Abacuc;

SOFONIA

  • Appartiene al gruppo dei Profeti Minori.
  • È stato scritto da un profeta non meglio conosciuto di nome Sofonia, in Giudea, nel VII secolo a.C. e durante il regno di Giosia (cfr. So 1,1).

Tematica

  • Vi si annuncia la venuta del giorno di Jahvè e del suo giudizio per il popolo ebraico che ha seguito dei pagani ed ha commesso delle cattive azioni. Anche le nazioni vicine devono subire un giudizio, come i Filistei, i Moabiti, gli Etiopi e gli Assiri.

Solamente gli umili e i modesti resteranno vivi e sicuri sotto la protezione di Dio.

Riassunto 

  • Il primo capitolo parla come in futuro il mondo si riempirà di corrotti. Il secondo capitolo esorta il popolo ebraico a ricercare la giustizia e l’umiltà. Il capitolo terzo parla della venuta del Messia quando tutte le nazioni si raduneranno per il combattimento. Ma il Signore regnerà in mezzo ad esse.

Collegamenti al N.T.

  • Il piccolo libro di Sofonia ha avuto un influsso limitato. Viene utilizzato una sola volta nel Nuovo Testamento (cfr Mt 13,41).

La descrizione del giorno di Jahvè (So 1,14-18) ha però ispirato la composizione dell’inno latino Dies irae.

NAUM

Si pronuncia NACHUM, è un nome teoforico apocofato (sarebbe NACHUM-IA).

La radice NACHAM significa consolare, confortare, Nachum significa consolato da Javhé. Oriundo di Erchos del regno di Giuda. Il libro è un oracolo su Ninive.

Stile letterario

È il gioiello della letteratura dell’A.T. Siamo alla fine del VII sec. quasi contemporaneo di Geremia. È un oracolo di minaccia (MASSA’) su Ninive caduta nel 612 a.C.

Divisione del libro

  • 1,1 introduzione
  • 1,2-8 prima parte, è un salmo acrostico, è la parte più antica
  • 1,9 – 2,2 seconda parte, detti profetici contro Giuda e Ninive
  • 2,3 – 3,19 terza parte, caduta di Ninive

Teologia

  • Maestà di Dio
  • La potenza di Dio verso i ribelli e la bontà verso i fedeli

Riferimenti al N.T.

Non abbiamo citazioni specifiche ma richiami:

  • 1,6 in Ap 6,17
  • 2,1 (richiama un po’ Isaia) in At 10,36; Rm 10,15; Ef 6,15
  • 2,2 (la vigna di Israele) in Is 5,1 e nelle tematiche del N.T.

ABACUC

Si legge CHABACUC, la radice verbale CHABAK significa abbracciare, è un nome teoforico apocofato che significa abbracciato da Javhé.

Nell’introduzione si vede che è un oracolo di minaccia (MASSA’). Non vi sono indicazioni bibliografiche. Probabilmente è un profeta cultuale, un liturgista addetto al Tempio. È contemporaneo di Sofonia, Nachum e Geremia.

Stile letterario

È di lingua molto chiara, concreta. È un profeta che ama le personificazioni. Dà a delle realtà aggettivi e simboli. Questo denota come il profeta sia un poeta che si esprime in versi.

Divisione del libro.

  • Titoletto
  • A 1,2-2,4 oracolo contro l’infedeltà di Israele
  • B 2,5-20 i sei “guai” contro i nemici. Nella Bibbia di Gerusalemme sono citati solo 5 guai ma nella lingua ebraica sono 6. Il versetto 5 parla della ricchezza e nella versione ebraica è “guai ai ricchi”. N.B. in questi “guai” si applica la legge del taglione.
  • A1 3,1-19 la preghiera di Chabacuc in stile di lamentazione. Si pensa ad una liturgia per perorare l’intervento del Signore.

Teologia

  • Il governo di Dio, Dio è giusto, è l’unico punisce chi opprime il suo popolo

Riferimenti al N.T.

La fede e la fedeltà (2,1-4). Qui si intende sia la fede che salva o che Dio non lascia morire il giusto. In Rm1,17; Gal 3,11 e Eb 10,38 Paolo scrive che il giusto vivrà per la fede.

3,18 in Lc 1,47 (Magnificat)

L’ultimo versetto in corsivo fa riferimento al maestro del coro e agli strumenti. Fa pensare che sia un testo liturgico cantato.

Profeti del VI secolo

Prima e durante l’esilio

Geremia; Lamentazioni; Ezechiele; il secondo Isaia;

Dopo l’esilio

Aggeo; Zaccaria; Terzo Isaia;

Geremia

IRMIAU, Irm da Ramà=gettare, Iau=Dio. Letteralmente “il Signore getta le fondamenta”, oppure dalla radice “RUM” che significa innalzare, esaltare.

L’Introduzione è composta da 3 versetti in cui si vede che è figlio di Chelkia, un sacerdote e, quindi, anche Geremia era sacerdote. Dimoravano in Anatòe vicino Gerusalemme (per motivi di servizio al tempio), nel territorio di Beniamino che è fra Giuda e Efraim. Ha profetizzato sotto gli ultimi re di Giuda, al tempo di Giosia fautore della riforma religiosa e dei suoi figli. Possiamo vedere due periodi della vita del profeta: ottimista, partecipò alla riforma religiosa; pessimista, periodo dopo Giosia

Divisione del libro

1,4-19, racconto della vocazione, Geremia si schernisce per la giovane età ma Dio lo purifica, come Isaia, e lo invia a profetizzare

1/a parte, oracoli contro Giuda e Gerusalemme

2/a “     introduzione agli oracoli contro le nazioni

3/a “     biografia (prima parte)

4/a “     libro della Consolazione

5/a “     biografia (seconda parte)

6/a “     oracoli contro le Nazioni

7/a “     appendici

Gli oracoli contro Giuda, Gerusalemme (2,25) e le nazioni (46,51), si ritengono il nucleo originario la divisione del libro non tiene conto della cronologia del profeta.

Contesto

Le famose “confessioni”, gli sfoghi al Signore che denotano le sue difficoltà lo paragonano all’agnello sacrificale

Stile letterario

 Abbiamo vari stili: l’oracolo. L’esortazione, la liturgia, penitenziale, racconto, delle vocazioni, profezie contro le nazioni

E’ un libro lungo, alcuni brani in prosa altri in poesia. Si distinguono tre generi:

  • Poesia oracolare (gli oracoli) sono brevi perché dicevano l’essenziale. Sono vivi, incisivi
  • Testi biografici in terza persona (forse attribuiti a Baruc), racconti in prosa migliori degli altri
  • Testi autobiografici in prima persona. Racconti in prosa a volte monotoni

Messaggio teologico

Dio trascendente con caratteristiche i rapporto alla Creazione, al mondo, agli uomini

Alleanza e nuovo Patto (capitolo 31)

Culto esteriore e fedeltà al Signore

Messianismo

Collegamenti al N.T.

Geremia è “tipo” di Gesù

7,11 cfr Gv 2,13-22, il culto, il tempio spelonca di ladri

31,15 – Mt, Rachele piange i suoi figli

31,34 – Mt, la nuova Alleanza scritta nei cuori

23,1-6 – Mt, germoglio “giusto=Gesù)ù”

Geremia ha avuto grande influsso nella restante letteratura biblica ad es. nelle Lamentazioni e nella Lettera di Geremia in Baruc

Contenuto 

Per quanto non sia facile riassumere il contenuto di un libro profetico, nel caso di Geremia l’impresa è in qualche modo facilitata dallo strettissimo legame con i grandi avvenimenti sociali e politici del suo tempo. In questa sezione si fa comunque violenza al testo, nel tentativo di presentare gli episodi salienti nel loro ordine cronologico, piuttosto che in quello, talvolta contorto, con cui sono presentati nel testo stesso.

Vocazione di Geremia e riforma religiosa di Giosia

La vocazione di Geremia, attestata attorno al 627 a.C., si colloca nella seconda metà del regno di Giosia, un sovrano abbastanza illuminato, almeno stando ai riferimenti biblici e alle fonti storiche, ricordato per un buon governo, ma soprattutto per la grande riforma religiosa avviata attorno al 622 a.C.. All’interno di questa riforma nasce la letteratura deuteronomistica, una vera e propria seconda legge presentata come una rivisitazione sostanziale della legge di Mosè.

In questo periodo, Geremia critica duramente le molte infedeltà di Israele nei confronti di Jhwh, le gravi ingiustizie sociali, la diffusa pratica dell’idolatria, e molti altri comportamenti che egli ritiene aberranti e sicura causa di una dura punizione nel prossimo futuro. Molti di questi elementi sono anche bersaglio della riforma di Giosia, per cui molti ritengono che Geremia sia stato quanto meno un sostenitore della riforma, anche se non sappiamo se vi abbia concretamente collaborato. Neppure sappiamo se la sua predicazione abbia contribuito all’avvio della riforma, o se Giosia abbia agito di sua iniziativa.

In questa prima fase, Geremia non si limita ad illustrare drammaticamente le disgrazie che incombono su Israele, ma ne fornisce anche una spiegazione teologica, legandole puntualmente alle gravi colpe di cui Israele si è macchiata nei confronti dell’alleanza. Ad esempio, l’adesione a pratiche idolatre nei confronti di divinità straniere saranno causa della sottomissione allo straniero, la ribellione a Jhwh provoca la ribellione della natura contro l’uomo, e la ricerca del proprio esclusivo interesse provoca gravi disordini sociali.

I suoi contemporanei restano però sordi alla sua predicazione, forse considerando le sue premonizioni assolutamente improbabili in una fase di sostanziale pace e benessere per la nazione. D’altronde, essi sono convinti di essere comunque al sicuro grazie al tempio di Gerusalemme, ma Geremia frantuma anche questa illusione, ricordando loro la fine del tempio di Silo, nel regno di Israele, distrutto già molti anni prima: il tempio da solo non basta, se mancano giustizia sociale e sincera fedeltà all’alleanza.

Libro delle Lamentazioni

Viene anche detto libro delle Lamentazioni di Geremia; infatti è stato scritto verosimilmente dal profeta Geremia che vide la caduta di Gerusalemme nel 587 ed in 2Cr 35,25 Geremia fa un lamento sulla morte del re Giosia. Le Lamentazioni si pensa siano state usate come celebrazione liturgiche, molto probabilmente però non possono risalire al profeta perché abbiamo concetti che si contraddicono:

2/a lamentazione, versetto 9: contrario allo stile di Geremia, non può parlare contro se stesso

4,20: non potrebbe fare l’elogio di Sedecia che non lo ascoltò

4,17-22: Geremia era contrario alla richiesta di aiuto agli Egiziani e quindi non poteva aspettarne l’arrivo

Alcuni ritengono che sia un solo autore o più autori.

Caratteristiche

Questo libro è composto da cinque poemi lirici, suddivisi in altrettanti capitoli. I primo, il secondo ed il quarto sono acrostici (ogni verso inizia successivamente con una delle 22 lettere dell’alfabeto ebraico). La 5/a non porta le lettere ma sono lo stesso 22 versetti è criptoacrostica. Inizia con un Ah! Cioè “haimé” (in ebraico Ecà). In ebraico sono chiamate Kinnòt (elegie), il canto del lutto.

Descrive il grande dolore causato per l’assedio, la cattura e la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor, re di Babilonia.

Vigoroso e patetico al medesimo tempo, questo libro esprime la pena profonda alla vista della desolazione, della miseria, della confusione, della fame: tutte espressioni del castigo divino per i peccati del popolo, dei profeti e dei sacerdoti. Il libro termina tuttavia con una nota di speranza.

Richiami nel N.T.

Ci sono solo delle allusioni:

1,12 – Mt 24,21

3,30 – Mt 5,39

Ezechiele

Il Libro di Ezechiele è uno libro dell’Antico Testamento della Bibbia cristiana e della Bibbia ebraica. Nella raccolta ebraica è inserito tra i Neviìm; nella raccolta cristiana è considerato uno dei quattro profeti maggiori. Raccoglie gli oracoli del profeta Ezechiele, era sacerdote e sposato, la moglie è chiamata “delizia degli occhi”. Ebbe la visione del carro di fuoco, il nome significa “essere forte” quindi il “Signore fortifica”. Il profeta prevede il ritorno a Gerusalemme, la ricostruzione del Tempio e un globale rinnovamento spirituale basato su:

netta separazione tra sacro e profano;

passaggio dalla retribuzione collettiva alla retribuzione individuale;

nuova alleanza con Jhwh, fondata maggiormente sulla sua grazia più che sulle opere umane;

dono da parte di Jhwh di un cuore nuovo per ogni fedele.

Autore 

Ezechiele è fra gli ebrei deportati dopo il primo assedio di Gerusalemme, conclusosi nel 596 a.C.. Si trova pochi chilometri a nord di Babilonia nella località di Tel-Aviv, presso il canale Cheba’r, che si diparte dall’Eufrate.

Inizia il suo ministero nel 593 a.C., quinto anno dell’esilio del re Ioiachin (cfr. 1,2), e prosegue certamente fino al 571 a.C., anno della presa di Tiro da parte di Nabucodonosor, avvenimento esplicitamente citato in 29,18. Il testo non fornisce altri riferimenti temporali certi per estendere questo intervallo.

Ezechiele ha una sua originalità, e soprattutto una schiettezza, una sincerità e un abbandono alla sua missione che possono farlo ingiustamente apparire ingenuo, quando in realtà vuole solo cercare di riportare il più fedelmente possibile il messaggio di cui è latore: per non rischiare l’efficacia del messaggio, preferisce essere talvolta ripetitivo, pedante, o ingenuo.

Anche per Ezechiele, come per la maggior parte dei profeti ebraici, la parola profeta non definisce tanto una persona in grado di prevedere il futuro, concetto poco familiare alla cultura ebraica, quanto piuttosto una persona che abbia una cognizione profonda del presente pathos di Dio

Contenuto del libro 

Abbiamo una doppia introduzione, il 1° versetto è in 1/a persona il 2° in 3/a persona. L’anno 30° è l’età di riferimento, il mese di Dammuz (giugno-luglio)

Una prima divisione del libro è data dalla distruzione del Tempio. Sono possibili inoltre altre facili divisioni, perché il testo è meglio organizzato di altri libri profetici. Il testo può essere così diviso:

1,4-3,15: descrizione della vocazione

3,16-24,27: gruppo A, Lamentazioni, sospiri e guai

25-32:         gruppo B, Vaticini contro le Nazioni

33-48          gruppo A’, La restaurazione teocratica

Stile letterario

Ezechiele è uno scrittore geniale, ha una viva fantasia, sono importanti le sue visioni. Una caratteristica sono le formule specifiche che lo differenziano dagli altri profeti, è particolare nell’iniziare un oracolo. Come conclusione usa “Io Javhé ho parlato”, “da questo si riconoscerà che…”.

Si differenzia anche per le azioni simboliche:

4,1-3: la tavoletta d’argilla a modellino della città, “assediata” dal profeta

5,1-17: la spada affilata, la bilancia e i capelli sparsi al vento

Il Libro è segnato dalle quattro grandi visioni

1,4-3,15: si tratta di un doppio racconto di vocazioni o di due vocazioni distinte, prima nella sua terra /carro di fuoco, Babilonia) e poi in esilio (libro, Palestina)

8-11: Gerusalemme e il tempio, visione dei peccati di Gerusalemme

3,7: ossa aride

40-48: la visione del nuovo tempio

Messaggio teologico

Trascendenza e natura di Dio. Qui è molto importante la parola KABOD=la gloria e la CHELUSCIA’=la santità di Dio.

Lo Spirito della parola di Dio (RUAK) che manifesta la sua potenza, la sua volontà

L’Alleanza (BERIT) (cap. 36) la nuova alleanza col popolo ebraico e il cambiamento del cuore.

Regno teocratico col nuovo tempio. Dio è tutto in tutti.

Messianismo (17,22-24) l’immagine del ramoscello che germoglierà

L’ubbidienza dei popoli (21,30-32 ved. Genesi 49,10)

Il pastore di Israele (34,23-31)

Il santuario di Dio in mezzo al popolo

Un cuore nuovo

Responsabilità individuale

Discorso della conversione (SCIUB=ritornare) è pensata come un ritorno

Universalità della salvezza, troviamo spesso la frase “… e allora conosceranno che io sono il Signore”. E’ importante ricordare che Ezechiele ha avuto la chiamata anche in esilio, in mezzo ai pagani.

Riferimenti al N.T.

Molte immagini dell’Apocalisse sono prese da Ezechiele

Il dono dello Spirito (le ossa aride)

Il buon pastore

 DEUTEROISAIA (Il secondo Isaia)

Capitoli 40-55: è il cosiddetto “secondo Isaia”, profeta anonimo del ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese (fine VI sec. a.C.)

Prefazione 40,1-1: annuncio della salvezza.

Siamo al tempo dell’esilio e del post-esilio. Nel 536 abbiamo l’editto di Ciro che vinse i Babilonesi e lasciò partire i vari popoli verso le terre d’origine. E’ un profeta di speranza, anonimo, un autore che si autocita (48,16) come inviato dal Signore.

Questo Libro chiamato anche della Consolazione parla dei famosi carmi del “servo di Javhè”. Si pensa che questi carmi siano stati inseriti, il popolo ebraico s’identifica col servo di Javhè e i cristiani lo riferiscono a Cristo. Infatti il 2° carme segna una contraddizione il v. 3 parla di Israele, ma il v. 5 parla di riunire Israele.

Divisione del Libro

1/a parte 40,12-42.12: fondamento della slavezza. Dio è superiore agli altri e dimostra la sua potenza attraverso Ciro

2/a parte 42,13-44,23: salvezza come riscatto

3/a parte 44,24-49,11: la pienezza della salvezza

4/a parte 49,12-53,12: rinascita della speranza

5/a parte 54,1-55,11: salvezza come Alleanza di pace in un contesto sponsale, come una mamma che allatta i propri figli.

Conclusione 55,12-13: la gioia della partenza, il ritorno dall’esilio

Messaggio teologico

  • Messaggio della speranza
  • Il volto di Dio, vengono usati diversi titoli, se ne sono contati 22
  • Le sue attività, 63 termini per indicare le attività del Signore

Dopo l’esilio

AGGEO

In ebraico AGGAI, festivo.

Composizione del libro 

Con Aggeo inizia l’ultimo periodo profetico, quello dopo l’esilio babilonese. Prima dell’esilio la “parola d’ordine” dei profeti era stata “punizione”; durante l’esilio è diventata “consolazione”. Ora è “restaurazione”. Aggeo arriva in un momento decisivo per la formazione del giudaismo: la nascita di una nuova comunità in Palestina. Le sue brevi esortazioni sono esattamente datate dalla fine di agosto alla metà di dicembre del 520 a.C.. I primi giudei, rientrati da Babilonia per ricostruire il tempio, si sono scoraggiati presto. Ma i profeti Aggeo e Zaccaria risvegliano le loro energie e spingono il governatore Zorobabele e il sommo sacerdote Giosuè a riprendere i lavori del tempio: ciò che avvenne nel settembre del 520 (1,15). È tutto l’oggetto dei quattro brevi discorsi che compongono il libro: poiché il tempio resta in rovina, Jahve ha colpito i prodotti della terra; ma la sua ricostruzione porterà un’era di prosperità; malgrado la sua apparenza modesta, questo nuovo tempio eclisserà la gloria dell’antico e la potenza è promessa a Zorobabele, l’eletto di Dio. La costruzione del tempio è presentata come la condizione per la venuta di Jahve e dello stabilirsi del suo regno: l’era della salvezza escatologica sta per aprirsi.

In 2,23 c’è un “sapore” messianico, ciò si evince di più in 2,7 dove c’è un’allusione al Messia “il Desiderato”

ZACCARIA (1-8) – ProtoZaccaria

Significa (Javhè ricorda)

È tradizionalmente attribuito a Zaccaria, uno dei profeti Minori: egli visse dopo il ritorno del popolo ebraico dall’esilio babilonese nel VI secolo a.C. e incoraggiò la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e del Tempio (vedi anche Esdra 5,1;6,14).

 Riassunto 

Il libro di Zaccaria si compone di due parti ben distinte: capp. 1-8 e capp. 9-14.

I primi otto capitoli contengono una serie di visioni concernenti il ritorno del popolo di Dio in Gerusalemme ed accompagnano la ricostruzione dopo l’esilio.

I capitoli dal 9 al 14 hanno un’ambientazione diversa e contengono delle visioni relative alla venuta del Messia, gli ultimi giorni, la riunificazione di Israele, l’ultima grande guerra. Questi capitoli vengono considerati un’aggiunta databile al IV secolo a.C.

Siamo all’epoca dell’esilio e del post-esilio. Anche Zaccaria, come Isaia, comprende vari autori messi insieme. Qui analizzeremo il 1° Zaccaria.

La profezia è caratterizzata da 8 visioni e 8 sogni. Il messaggio è la fiducia in Dio che domina il Creato e la Soria. Poi c’è l’attesa del messia e il mondo sovraumano dei sogni. Queste visioni sono da vedere unite in coppia:

1 con 8; cavalieri

2 con 3; restaurazione di Gerusalemme

4 con 5; riabilitazione di Giosué

6 con 7; empietà

TERZO ISAIA

Capitoli 56-66: è il cosiddetto “terzo Isaia”, oracoli vari uniti altri generi letterari, databili in epoca post-esilica. E’ un profeta pieno di speranza, si trattava di ricostruire lo spirito della nazione. Non abbiamo una certa unità, è un libro composito. Nel cap. 61 abbiamo il passo che Gesù leggerà nella Sinagoga. Il cap. 60 e 62 esaltano Gerusalemme, si vede l’accento sulla conversione il perdono, l’evangelizzazione.

La salvezza è promessa ai popoli, Dio salva anche gli stranieri, abbiamo un’apertura universalistica.

PROFETI DEL V SECOLO

Isaia 34-35; 24-27;  Malachia; Abdia;

Midrashim Biblici

Rut; Giona; Tobia; Giuditta;

ISAIA 34-35; 24-27

Capitoli 34-35: la cosiddetta apocalisse minore di Isaia, opera post-esilica

Capitoli 24-27: è la cosiddetta apocalisse maggiore di Isaia, certo opera post esilica (IV – V sec. a.C.)

La differenza sta nella brevità dei capitoli.

Nella piccola Apocalisse abbiamo come un dittico: nel cap. 34 la condanna di Edom, nel cap. 35 il trionfo di Gerusalemme. In antitesi un versante negativo e uno positivo. Edom (che significa rosso), sarebbero i discendenti di Esaù.

Messaggio

C’è la legge del taglione, scritto con stile icastico sia nel descrivere le disgrazie che le venture.

La grande Apocalisse la possiamo così dividere:

24, 1-6 giudizio del Signore

24,7 – 16° canto della città salvata

24,16b – 25 le ultime sventure

25 primo inno di ringraziamento

26 secondo “            “

27, 2-5 la vigna del Signore (si richiama ad Isaia però qui visto in positivo)

27, 6-11 la grazia e il castigo

27, 12-13 l’attualizzazione, il ritorno dall’esilio

Messaggio

Nei toni negativi abbiamo la città distrutta

Nei toni positivi gli inni della città salvata I toni sono più miti della piccola Apocalisse, forse tranne il cap. 24, 16b-25 (le ultime sventure).

MALACHIA

Il Libro di Malachia è l’ultimo libro, secondo il canone biblico, dell’Antico Testamento e della Bibbia ebraica, cronologicamente posto dopo quello di Zaccaria. Appartiene al gruppo dei Profeti Minori. Siamo dopo la ricostruzione del tempio e si sono riprese tutte le attività liturgiche. Però data la situazione economica, la povertà, non venivano offerti al Signore sacrifici degni di Lui, non nella quantità ma nella qualità.

Autore 

Il libro è comunemente attribuito al profeta Malachia, ma non è escluso che fosse anonimo, poiché questo nome significa “il mio messaggero”; così hanno tradotto i LXX aggiungendo “mettete dunque (ciò) sul vostro cuore”. Il Targum specifica: “Il mio messaggero, il cui nome è Esdra, lo scriba”.

Struttura 

Il libro si compone di sei brani costituiti sullo stesso tipo: Jahve, o il suo profeta, lancia un’affermazione che è discussa dal popolo o dai sacerdoti, e che è sviluppata in un discorso in cui si alternano minacce e promesse di salvezza. Ci sono due grandi temi: le colpe culturali dei sacerdoti e anche dei fedeli (1,6), (2,9), (3,6-12), e lo scandalo dei matrimoni misti e dei divorzi (2,10-16). Il profeta annunzia il giorno di Jahve, che purificherà i membri del sacerdozio, divorerà i cattivi ed assicurerà il trionfo dei giusti (2,1-5.13-21). Il passo 3,22-24 è aggiunto, trattasi dell’appendice, il rispetto della Legge e l’annuncio della venuta di Elia.

Datazione 

Il contenuto del libro permette di determinare la sua data: è posteriore al ristabilimento del culto nel tempio riedificato (515 a.C.), e anteriore alla proibizione dei matrimoni misti sotto Neemia (445 a.C.), probabilmente assai vicini a quest’ultima data.

Messaggio teologico

Giudizio di Dio, offerta al Signore

Messaggero e giorno del Signore

Collegamenti col N.T.

Prefigurazione del battista (venuta di Elia)

Prefigurazione dell’Eucaristia

Cap. 3,20ss. Visione messianica.

ABDIA

Il libro di Abdia, il più breve dei libri dell’Antico Testamento, è in pratica un solo foglio di ventuno versetti, scritto nel VI secolo a.C., da Abdia, un profeta ebraico, il quarto fra i dodici profeti minori.

I ventuno versetti del suo libro contengono una dura minaccia contro Edom, la popolazione discendente da Esaù, fratello di Giacobbe, e quindi imparentata con gli ebrei, eppure fieramente a essi ostile.

Autore 

Non è da confondere con l’omonimo alto funzionario reale del tempo di Elia, sostenitore dei profeti (Primo libro dei Re 18,3), vissuto nel IX secolo a.C..

Contesto storico 

Il contesto storico nel quale è collocato è quello della caduta di Gerusalemme (586-587 a.C.) sotto l’esercito dei babilonesi.

In quell’occasione un popolo confinante con gli ebrei, ma ad essi sempre ostile, gli edomiti, aveva approfittato della caduta della città di Gerusalemme e dell’esilio degli abitanti per occupare la parte meridionale del territorio di cui questa città era la capitale. Molti ebrei, per sfuggire all’esercito del re babilonese Nabucodonosor, cercavano rifugio presso gli edomiti, ma questi, invece, diedero man forte agli invasori, partecipando attivamente al saccheggio della città e alla caccia ai fuggiaschi.

Il libro di Abdia, perciò, rievoca questa dolorosa vicenda, utilizzando il genere dell’oracolo, cioè di un severo e forte pronunciamento del profeta, fatto nel nome del Signore.

Il popolo di Edom nel libro di Abdia viene chiamato con diversi nomi: “Esaù” (v. 6), “monte di Esaù” (v. 8,9,10,21) e “casa di Esaù” (v. 18).

Secondo i racconti patriarcali (vedi Genesi 25,24-30), Esaù è chiamato anche Edom. Edom/Esaù era il fratello di Giacobbe e si stabilì nella regione che da lui prese il nome – Idumea o Edom – e che è situata a sud della Giudea.

Questa regione montagnosa è qui chiamata col nome di “monti di Esaù”. La sua capitale è Petra, una città costruita negli anfratti delle rocce di questa regione montagnosa. Petra era, perciò, simbolo di inaccessibilità e di sicurezza.

Ebbene, Dio demolirà questa città fortificata e l’abbatterà (15), perché lui solo è la “roccia” di Israele.

Mentre a consolare i deportati in Mesopotamia, costretti al lavoro coatto nel grande canale tra Babel e Nippur, c’era il grande profeta Ezechiele, tra i sopravvissuti ci fu il giovane Abdia, che proferì una dura minaccia contro gli edomiti insieme all’annuncio consolatorio della restaurazione di Gerusalemme, destinata ad accogliere il Messia.

Struttura del libro 

il libro di Abdia si comporrebbe di due parti differenti: i vv. 1-14 e i vv. 15-21.

I versetti (1-14) contengono un oracolo contro Edom, mentre i versetti 15-21 contengono un oracolo sull’imminenza del Giorno del Signore, nel quale sarà ripristinata la giustizia: Israele verrà di nuovo in possesso del regno e gli Edomiti verranno puniti.

Dottrina 

Abdia segue una linea religiosa tradizionale, il cui tema costante è l’affermazione dell’unicità di Dio Javhè, padrone assoluto di tutte le cose e giudice supremo, che punisce i peccatori e vendica le offese fatte al suo popolo. In questa conclusione ottimistica della ‘visione’ di Abdia gli esegeti vedono il preannunzio di Gesù Cristo e della Chiesa.

Devozione 

Le molte raffigurazioni di Abdia, testimoniano la larga devozione che si è avuta, in passato, verso questo santo. Profeta piccolo per il numero dei versetti, non delle idee, dice di lui san Girolamo.

Sul lato del campanile del duomo di Firenze una statua di Nanni di Bartolo rappresenta il profeta Abdia come un giovane robusto a capo scoperto, con un ricco mantello e tra le mani il libro che contiene la sua profezia lanciata contro gli abitanti dell’Idumea, gli Edomiti, un popolo nomade della Palestina meridionale.

Curiosità 

I primi dieci versetti di questo oracolo contro Edom (1,10) si ritrovano, con piccole varianti nel libro del profeta Geremia, (49,7-16).

MIDRASHIM BIBLICI

Midrash (plurale Midrashim) è un sostantivo derivante da darash (דרש) che, nell’Antico Testamento (AT) e a Qumrân, significa soprattutto ricercare, scrutare, esaminare, studiare.

Nella tradizione rabbinica, midrash designa anzitutto una attività e un metodo di interpretazione della Scrittura che, andando al di là del senso letterale – chiamato peshat o pashut (פשות), semplice, ovvio – scruta il testo in profondità (secondo regole e tecniche proprie) e sotto tutti gli aspetti, per attualizzarlo e adattarlo ai bisogni e alle concezioni delle comunità, e trarne applicazioni pratiche e significati nuovi che sono lontani dall’apparire a prima vista. Indica altresì il risultato di questa ricerca: applicata alle parti legislative per dedurne conseguenze giuridiche, questa elaborazione dà il midrash halakhah da halach (הלך), camminare; da cui interpretazione normativa, regola di condotta); applicata alle sezioni narrative, dà il midrash haggadah, da higgîd (הגד), annunciare, raccontare che comprende racconti storici o leggendari, sviluppi d’ordine morale o edificante.

Un esempio attuale potrebbero essere “I promessi Sposi”, non sappiamo la veridicità del fatto ma importante è l’insegnamento che dà.

Libro di Rut

Il libro di Rut è uno dei libri dell’Antico Testamento e della Bibbia ebraica; libro storico per il canone cristiano, per il canone ebraico, quinto della sezione dei Ketuvim (Scritti). Diviso in quattro capitoli, il libro narra la vicenda di una famiglia di Betlemme, Emimelech, la moglie Noemi e i figli Maclon e Chilion, che spinta dalla carestia si trasferisce nel paese di Moab. I figli sposano due donne moabite, Rut e Orpa, ma sia Emimelech che Maclon e Chilion muoiono in terra moabita, allora dopo dieci anni Noemi decide di far ritorno in patria, Orpa rimane nella sua terra mentre Rut decide di seguirla rinunciando al suo popolo e ai suoi dei. Rut significa “l’amica”.

Contenuti.

Si contrappone ai dettati di Ester e Neemia che vogliono ripristinare il puro israelita sciogliendo i matrimoni misti. È una sorta di equilibrio biblico. Allo stesso modo il Libro di Giona che dimostra l’apertura di Dio ai pagani.

Messaggio.

Il messaggio fondamentale è che Dio protegge i deboli, le vedove (salmo 68,6)

Il tema della benedizione (1, 8-9) (2,12) (3,10) intesa come buon augurio.

Il tema del Gòel, cioè del riscatto, termine che s. Paolo userà anche per Gesù.

La bellezza poetica e gli aspetti idillici del libro sono stati ampiamente celebrati nel tempo ma il racconto contiene numerosi rimandi a questioni di carattere socio-giuridico che dovevano essere ben note ai lettori o ascoltatori del tempo. Tema centrale sviluppato nel capitolo 3 è infatti il matrimonio per levirato, cioe’ l’obbligo di sposare la vedova di un parente deceduto e il conseguente possesso dei terreni collegati. Non meno significativo è il fatto che la protagonista sia una straniera, una moabita, popolo da sempre ostile ad Israele, ma sarà proprio questa donna a generare l’avo di Davide.

Il libro si chiude con la genealogia che illustra l’ascendenza di Davide, una collocazione che conferisce una particolare enfasi al tema della discendenza davidica, tema ritenuto dalla maggior parte degli esegeti come parte originaria e costituitva del racconto e non un’aggiunta posteriore. Perché il redattore (o i redattori) abbiano sentito la necessità di esporre in modo così puntuale l’ascendenza moabitica della dinastia di Davide è stato diversamente interpretato, alcuni esegeti propendono per una reazione alle critiche mosse verso l’origine straniera della dinastia e l’esemplare esposizione del negozio giuridico sarebbe proprio una reazione a queste critiche: per la legge del levirato il figlio di Rut è discendenza di Emimelc e di Noemi, stirpe di Abramo; altri invece interpretano il racconto come una reazione alle riforme post esilio babilonese di Esdra e Neemia radicalmente contrarie ai matrimoni misti.

GIONA (vuol dire colomba)

Generalità 

Più che della effettiva messa per iscritto della predicazione di un profeta, come avviene per Isaia, Geremia e per tutti gli altri profeti maggiori e minori, si tratta di una sorta di “racconto esemplare” come quelli di Tobia e Giuditta, catalogati invece tra i libri storici dell’Antico Testamento. Si pensa che sia stato scritto molto tempo dopo l’epoca a cui si riferisce, in ambiente postesilico. Di per sé non abbiamo notizie e lo stesso nome si pensa che non sia un nome proprio ma forse ricavato dal cap. 3 (portatore di annuncio).  È un libro didattico. Per la tradizione ebraica Giona è considerato dell’ 8° sec. In 2Re 14,25 (ristabilì i confini di Israele (…) seconda la parola del profeta Giona). Ma non è lo stesso personaggio. Dal punto di vista dottrimsle si vede che è ambientato nel V sec.

È particolare il fatto che nel ventre del pesce Giona compone un inno di supplica e di gioia di liberazione.

Divisione del libro.

Si può dividere in due parti contraddistinte dalle due chiamate:

1-2; prima parte, ribellione

3-4. seconda parte, conversione e perdono.

Qualcuno pensa che si possono vedere due autori dai vari  modi di chiamare Dio.

Il cap. 4 è una lezione a Giona che si lamenta della misericordia del Signore.

Significato 

Misericordia di Dio, visione universalista, chiamata alla conversione.

Chiaro appare il messaggio del libro di Giona, al di là del linguaggio metaforico usato dall’autore. Esso intende sostenere con entusiasmo l’apertura universalistica che stava avvenendo in alcuni ambienti del giudaismo postesilico, soprattutto nell’ambito della diaspora ebraica nell’intero ecumene. Se, da un lato, non mancavano correnti inclini alla chiusura a riccio dell’Ebraismo contro ogni infiltrazione ideologica dall’esterno, ben testimoniate dai libri di Esdra e Neemia, d’altra parte si avvertiva da più parti l’esigenza di un impegno missionario verso i Gentili.

Giona nel Nuovo Testamento 

La permanenza di Giona per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce ha conosciuto un’importante lettura cristologica nel Nuovo Testamento. Così recita infatti Matteo 12,40:

« Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra».

Anzi, alla “generazione perversa” che domanda un segno, Gesù non promette altro che il segno di Giona. I tre giorni trascorsi da Giona nel ventre del mostro richiamano la resurrezione di Gesù “il terzo giorno”. Infatti, secondo il linguaggio biblico, “tre giorni” rappresenta lo spazio di tempo al di là del quale la morte è definitiva ed irreversibile. Ed anche la pronta conversione dei niniviti è contrapposta da Gesù all’incredulità dei suoi contemporanei.

Alcuni simboli

Tarsis 

Tarsis appare nella Bibbia (Genesi 10,4) come il terzo figlio di Javan, a sua volta quartogenito di Jafet, figlio di Noè: è la cosiddetta Tavola delle Genti, i cui protagonisti non sono nomi di persona ma indicazioni geografiche. Javan ricorda la Ionia, una delle regioni storiche della Grecia, ed i suoi figli, oltre a Tarsis, sono Elisa (ricorda Ellenia, cioè la Grecia stessa), gli abitanti di Cipro (Chittim) e quelli di Rodi (Rodanim).

Tarsis è stato identificato con la città di Tartesso, fiorente centro mercantile conquistato dai Cartaginesi nel 553 a.C., posto alla foce del Guadalquivir sulla costa atlantica della Spagna, e da alcuni identificato con la mitica Atlantide. Poiché si trovava al di fuori delle famose Colonne d’Ercole, è evidente che esso rappresentava la più occidentale tra tutte le città conosciute dagli Ebrei, e quindi il messaggio dell’autore biblico è evidente: Dio ordina a Giona di andare all’estremo oriente, a Ninive, ed invece lui fugge praticamente agli antipodi, cioè all’estremo occidente!

Il pesce

Giona viene vomitato dalla balena. Miniatura tedesca del Medio evoQuando il libro di Giona parla di un grande pesce, più che ad una balena o a uno squalo bianco (come ipotizzato da alcuni), presumibilmente l’autore biblico pensa ad uno dei mostri primordiali citati nel libro di Giobbe, simboli del caos. Ad ogni modo, quest’immagine ha conosciuto una fortuna incredibile nella letteratura.

 « Tre giorni di cammino » 

Quest’espressione indica le dimensioni di Ninive ed è una chiara iperbole. Infatti nel libro dell’Esodo il “cammino di tre giorni” è quello necessario per uscire dall’Egitto e compiere un pellegrinaggio nel deserto ed offrire sacrifici al Signore (Esodo 5,3). Dopo tre giorni di cammino, inoltre, dopo il passaggio del Mar Rosso il popolo eletto raggiunge Mara (Esodo 15,23), luogo dove si manifesta la Misericordia di Dio, a cui evidentemente vuole alludere l’autore del libro di Giona.

 La destra e la sinistra 

L’espressione non saper distinguere la destra dalla sinistra si trova solo nel libro di Giona. È abbastanza evidente che esse intendono indicare il Bene e il Male, perché secondo Deuteronomio 1,39 sono i bambini a non saper distinguere l’uno dall’altro. I niniviti sono dunque considerati come dei bambini che non hanno ancora conosciuto la Parola di Dio.

Libro di Tobia

Il Libro di Tobia è uno dei libri deuterocanonici della Bibbia.

Dichiarato canonico dal Concilio di Cartagine nel 397 e confermato nel Concilio di Trento (1546). Non è mai stato considerato parte del Tanakh, la bibbia della maggior parte degli Ebrei ortodossi, poiché le versioni conosciute erano in greco; sono stati però scoperti frammenti in lingua originale nella caverna IV a Qumran nel 1955 (v. Manoscritti del Mar Morto). Questi frammenti combaciano con il testo greco che ci è giunto. La stesura del libro pare risalire ad un epoca poco anteriore ai Maccabei, e presuppone tradizioni aramaiche. Si mettono in evidenza i rapporti parentali. Forse è stato ambientato in Egitto o Samaria. Nal cap. 14 è citato un saggio egiziano ACHIKAR identificabile con Tobi. Tobi e Tobia imitano i racconti patriarcali.

Contenuti

Il messaggio è quello della retribuzione (12, 7-10).

La pietà e l’amore verso i genitori.

La preghiera e la carità per i defunti.

La castità del matrimonio

La trascendenza e la maestà di Dio

La dottrina degli Angeli e dei demoni.

L’escatologia, si accenna alla conversione dei pagani (14,6) e rispecchia un po’ l’Apocalisse: Gerusalemme come residenza eterna.

Stile.

Il libro è stato probabilmente scritto in aramaico, e pare che la Vulgata di Girolamo si basi proprio sul testo originale.

Lo stile è un po’ prosaico, si svolge come un racconto di un personaggio che si trova in terra di esilio, lontano dalla patria.

Richiami al N.T.

La figura di Tobia è molto vicina al N.T. Esercita le virtù, le opere di misericordia corporale.

Il libro, ambientato nel VII secolo a.C., narra la storia di una famiglia ebraica della tribù di Neftali, deportata a Ninive, composta dal padre, Tobi, dalla madre Anna e dal figlio Tobia. Nella versione latina del testo padre e figlio hanno lo stesso nome, Tobias.

Condotto prigioniero in Assiria nella deportazione delle tribù del regno di Israele nel 722 a.C., il pio Tobi si prodiga ad alleviare le pene dei suoi connazionali in cattività (i primi due capitoli e mezzo sono narrati in prima persona). Nel corso delle varie vicende perde il suo patrimonio, e, in seguito ad un atto di carità, anche la vista. Sentendo approssimarsi la propria fine, manda il figlio Tobia nella Media presso un parente, Gabael, a riscuotere dieci talenti d’oro lasciatigli in deposito. Cercando una guida per il cammino, incontra un connazionale che si offre di accompagnarlo, conoscendo bene la strada: in realtà, si tratta dell’arcangelo Raffaele, mandato da Dio ad alleviare le sofferenze di Tobia, sotto mentite spoglie.

Durante il viaggio Tobia, ad Ecbatana, sposa Sara, figlia del parente Raguele, liberandola dal demone Asmodeo che uccideva tutti gli uomini che avevano provato a sposarla, grazie alle indicazioni di Raffaele, il quale poi provvede, dopo un titanico combattimento, a legare il demone ad una montagna.

Sempre grazie ad un consiglio di Raffaele, Tobia spalma sugli occhi del padre Tobi il fiele di un pesce pescato durante il viaggio, facendogli così recuperare la vista. Solo alla fine del libro Raffaele si fa riconoscere dai due.

Il nome del demone Asmodeo deriva da quello di Aeshma Deva, che nell’antica tradizione persiana era uno dei sette arcidiavoli.

Libro di Giuditta

Non è un nome proprio ma richiama la regione della Giudea, anche se in Genesi 26,34 troviamo la moglie di Esaù che si chiama Giuditta ma è un nome ittita.

Il Libro di Giuditta è uno dei libri deuterocanonici della Bibbia. È incluso nella versione dei Settanta e nell’Antico Testamento Cattolico e Ortodosso della Bibbia, ma è escluso dalla Bibbia ebraica e da quella Protestante. L’autore potrebbe essere un giudeo palestinese che conosceva la S.S.. Siamo in periodo maccabeico, voleva esortare il popolo alla resistenza. Esteriormente può sembrare un racconto profano ma somiglia alla storia di Giuseppe: la provvidenza che agisce di nascosto.

In esso sono evidenti numerosi anacronismi storici, per cui il testo sembra corrispondere più alla novella edificante che a una vera e propria storia. Può quindi essere paragonato ad una parabola o forse al primo romanzo storico, sebbene sia possibile che le imprecisioni derivino da tarda una messa per iscritto di una storia molto più antica, quando ormai i riferimenti esatti erano venuti a mancare. Il nome di Betuila (Bet-eloac=casa o tempio di Dio).

Schema

1-7, sfondo storico, midrash aggadico

8-9, presentazione di Giuditta e sua preghiera

10-15,13, vittoria di Giuditta su Oloferne

15,14-16,25, l’inno finale di ringraziamento ed epilogo

Usanze

3,7, corone, danze e suono di timpani, è una usanza greca, ellenistica

15,13, corone di fronde di ulivo, danze ed inno

Messaggio teologico

Dio guida la Storia. E’ una storia di liberazione di Dio per il suo popolo.

Protegge gli umili, la pietà e la vedovanza, viene messa in evidenza l’Onnipotenza e la Sovranità di Dio (8,13;15,10). Dio del cielo, Dio dei Padri.

Universalismo, 5,5-21 e in 6,1-21 si vede che Achior viene consegnato agli Israeliti che lo accolgono

La legge del taglione

La storia 

La storia è ambientata cronologicamente durante il regno di Nabucodonosor, qui presentato come re assiro, in realtà babilonese, di cui narra la guerra contro i Medi. Conclusa vittoriosamente la prima campagna di guerra, il “Grande re” affidò al suo generale Oloferne la campagna d’occidente, durante la quale questi incontrò il popolo di Israele. Un capo cananeo lo avvertì che quello era un popolo invincibile, se non peccava contro il suo Dio, e per tutta risposta egli lo consegna agli israeliti, che lo ricoverano e si prepararono alla guerra con l’Assiria.

Assediati, ridotti allo stremo per fame e sete, dopo 36 giorni gli israeliti avrebbero voluto arrendersi, e il loro capo, Ozia, a fatica riuscì a convincerli ad aspettare ancora 5 giorni.

Qui entra in scena Giuditta, ricca vedova, bella, giovane e di indiscussa virtù.

Significati 

La storia di Giuditta, trattata con grande ampiezza nella Bibbia cristiana e sicuramente edificante, sia sul piano patriottico che su quello della virtù femminile, ha avuto grande successo come fonte di ispirazione letteraria ed iconografica.

Colpisce, nel racconto, l’entrata in scena di questa figura di donna bella, libera e ricca (posizione di per sé inquietante, in una società arcaica), che pungola lo scarso coraggio degli uomini della sua comunità ai quali dovrebbe per tradizione essere soggetta. E non c’è dubbio che l’uccisione di Oloferne evochi anche la vendetta della donna contro il maschio violento e violentatore.

La parola-chiave sembra essere “patriottismo”, valore, come indica la parola stessa, tipicamente patriarcale.

PROFETI DEL IV SECOLO

Gioele; il secondo Zaccaria

GIOELE (figlio di Betuèl)

È un libro molto breve. Genere apocalittico. Post-esilio, alcuni pensano due autori, forse l’autore era un sacerdote. Si ritiene che non sia un testo originale perché farcito di citazioni di altri profeti. Rispecchia il Salmo 65.

Divisione

Prima parte 1-2 flagello delle cavallette (parte più liturgica)

Seconda parte 3-4 l’era nuova, la venuta del Signore

Messaggio teologico

Provvidenza di Dio e conversione

Riassunto 

Nei primi due capitoli una invasione di cavallette che devasta la Giudea provoca una liturgia di lutto e di supplica alla quale Jahvè risponde promettendo la fine del flagello ed il ritorno dell’abbondanza.

Negli altri due capitoli viene descritto in uno stile apocalittico il giudizio delle nazioni e la vittoria definitiva di Jahvè e di Israele.

Influssi nel Nuovo Testamento 

L’apostolo Pietro cita la profezia di Gioele a proposito della discesa dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste (cfr. Gioe 3,1-5 ed At 2,16-21). L’apostolo Paolo cita la medesima profezia e l’applica tanto al popolo ebraico quanto ai non ebrei (cfr. Gioe 3,5 e Rom 10,13).

IL SECONDO ZACCARIA

I capitoli dal 9 al 14 hanno un’ambientazione diversa e contengono delle visioni relative alla venuta del Messia, gli ultimi giorni, la riunificazione di Israele, l’ultima grande guerra. Questi capitoli vengono considerati un’aggiunta databile al IV secolo a.C.

SECOLO II

L’apocalittica biblica; Baruc e la lettera di Geremia; Daniele; Testi Apocalittici Inseriti Tra I Profeti

L’APOCALITTICA BIBLICA

È un genere letterario che si serve di particolari simbolismi per una parentesi (esortazione) per superare una persecuzione, un evento nefasto con forte descrizione di colori, animali, ecc.

Un motivo fondamentale è quello della giustizia di Dio: “Dio farà giustizia”, “punirà i trasgressori”.

Ha come veste letteraria il simbolismo, classica è l’Apocalisse di Giovanni, situata in periodi di persecuzione. E’ un tempo in cui si patiscono soprusi e si predica la giustizia di Dio che si compirà.

In rapporto al profeta e all’apocalittico dobbiamo fare una divisione: il profeta è una persona viva che vive col popolo, lotta col popolo, rappresenta Dio nel popolo; mentre l’apocalittico è uno scrittore, non esegue la azioni del profeta. Medita sulle profezie passate per coglierne i segni e trovare spiragli per predicare l’intervento di Dio. Il profeta è nel contingente, l’apocalittico apre una prospettiva futura, universale.

I 2/3 del libro di Daniele sono apocalittici, come anche Gioele e la piccola e grande Apocalisse in Isaia. Il tempo in cui si è sviluppato questo genere è il II sec. a.C. (l’epoca dei Maccabei).

BARUC

È una pseudo-epigrafe attribuita a Baruc che era lo scriba di Geremia.

Baruc significa “benedetto”.

Autore, lingua e data 

Secondo l’introduzione sarebbe stato scritto da Baruc, segretario del profeta Geremia in Babilonia durante l’esilio (VI secolo a.C.) (cfr. 1,1-14).

Secondo i più moderni studi esegetici, il libro sarebbe stato scritto nella seconda metà del II secolo a.C.

Sembra che sia stato scritto direttamente in greco; forse la seconda parte è stata ripresa da un originale in ebraico. Il libro è una cucitura di molte citazioni dei profeti.

Divisione del testo 

Il libro si compone di quattro parti molto eterogenee. La cosidetta Lettera di Geremia nel canone della Chiesa Cattolica compare come il sesto capitolo del libro. Nelle Chiesa Ortodossa è considerata canonica ma non legata con il libro di Baruc.

Ecco allora una possibile divisione:

Introduzione storica 1,1-14; dove si presenta il profeta

Preghiera penitenziale degli esiliati 1,15-3,8; divisa in due parti

Mediatazione sulla sapienza 3,9-4,4; è la parte in versi

Esortazione e consolazione di Gerusalemme 4,5-5,9; prevale la parola “Coraggio”

(Lettera di Geremia 6,1-72).

Messaggio teologico

Il libro ci introduce nella comunità ebraica della diaspora e ci mostra come la vita religiosa era mantenuta tramite i rapporti con Gerusalemme, con la preghiera e con l’osservanza della legge.

Riconoscimento dei peccati e supplica per il perdono.

Riferimenti al N.T.

1,11 – 1Tm 2,1-2: preghiera per i governanti

3,38 – Gv 1,14

LETTERA DI GEREMIA

La Lettera di Geremia è un testo deuterocanonico dell’Antico Testamento; si presenta come scritto da Geremia agli ebrei esiliati che dovevano essere deportati a Babilonia (nel 597 o 587 a.C.).

Secondo la maggior parte degli studiosi, l’autore della Lettera non è Geremia, ma un ebreo vissuto ad Alessandria d’Egitto in epoca ellenistica. Chiunque fosse l’autore, egli scrisse l’opera con un importante intento pratico: quello di ammonire gli ebrei a non adorare gli dèi babilonesi, ma soltanto il Signore. È da notare che II Maccabei, 2,1-3, potrebbe contenere un riferimento a questa lettera; Nel testo (che non è una lettera, ma una polemica contro l’adorazione degli idoli), l’autore avverte gli esiliati che essi sono destinati a restare in prigionia per sette generazioni; che in tale condizione assisteranno al culto tributato agli idoli babilonesi, e che dovranno evitare strettamente di prendervi parte, poiché gli idoli non sono null’altro che opera della mano dell’uomo, e quindi oggetti privi di qualunque qualità divina e senza alcun potere. Come tali, non possono parlare, ascoltare, né provvedere a loro stessi; non possono benedire i loro adoratori nemmeno nelle più piccole inquietudini della vita; sono indifferenti alle qualità morali, e hanno meno valore dei più comuni oggetti casalinghi; infine, con rara ironia, l’autore paragona gli idoli a degli spaventapasseri, impotenti a dare protezione, ma ingannevoli per l’immaginazione:

«Come infatti uno spauracchio che in un cocomeraio nulla protegge, tali sono i loro idoli di legno indorati e argentati»   (Baruc 6,69)

Un aspetto notevole di quest’opera è che essa si riferisce realmente a Babilonia, poiché gli storici moderni ammettono che, per quanto si sa, nessun altro popolo trasportava i propri dèi a spalla, come il testo descrive; alcuni studiosi considerano questa una prova che Geremia ne sia effettivamente l’autore.

La canonicità della Lettera non fu mai messa in discussione fino all’epoca di Girolamo (ca. 400 d.C.), che la classificò come deuterocanonica, poiché non esisteva alcun originale ebraico. Tuttavia alcuni elementi linguistici e stilistici suggeriscono che essa sia stata effettivamente composta in ebraico o in aramaico. È inclusa nelle bibbie cattoliche, in cui però non è considerata un libro autonomo, ma compare come sesto (ed ultimo) capitolo del libro di Baruc. È compresa anche nel canone della chiesa ortodossa. Non è invece inclusa nel canone ebraico, né in quello protestante. Nel canone ortodosso etiopico è parte del Resto di Geremia che insieme al Quarto Libro di Baruc è noto anche come Paralipomeni di Geremia.

DANIELE

Dani-El (El è Dio), (Dan significa giudicare): Dio giudica.

È attribuito al profeta Daniele, anche se si pensa che l’intero libro con la sua suddivisione sia stato scritto da diversi autori in periodi diversi.

Generalità 

Inserito tra i cosiddetti profeti maggiori, il libro di Daniele è in realtà uno scritto tardivo, assai posteriore a quelli di Isaia, Geremia ed Ezechiele. Si pensa che sia stato scritto durante la persecuzione di Antioco IV di Siria, per infondere coraggio agli Ebrei cui era stato vietato di praticare la propria religione. Proprio per questo, più che un testo profetico, esso appare piuttosto come un libro apocalittico, e quindi facente parte di un genere fiorito in età ellenistica, a partire dal III secolo a.C., destinato ad una notevole fortuna. Come tutti i libri di questo tenore, esso distingue nettamente tra bene e male, tra Dio e i demoni, tra buoni e cattivi, promettendo la vittoria finale dei primi e la condanna definitiva dei secondi. Esattamente come fa l’Apocalisse di San Giovanni evangelista, scritta durante le persecuzioni scatenate dai Romani contro i cristiani. L’autore mette in scena Daniele al tempo di Nabucodonosor e, quindi, in esilio. Ha parallelismi coi testi midrashici di Rut e Ester, in cui si vuole insegnare la morale, al di là del fatto storico.

Il libro di Daniele è in realtà trilingue:

i capitoli 1,1-2.4a e 8-12 ci sono pervenuti in ebraico; la prima parte (1,1-2,4a) è in terza persona e si riassumono gli antefatti. L’altra parte in ebraico è la più bella ed è in prima persona, vengono raccontate tre grandi visioni: (1-27) il montone e il capro; (9,1-27) la profezia dei 70 anni; (10,1-12,13) la grande visione.

i capitoli da 2,4b a 7, 28 ci sono pervenuti in aramaico; è in terza persona e comprende sei episodi di cui 5 hanno come protagonista Daniele

  • i capitoli 3, 24-90 e 13-14 (appendici) ci sono giunti in greco. (13) racconto di Susanna; (14,1-22) 3 pericopi: Daniele e i sacerdoti di Bel; (14,22-30) Daniele uccide il drago e Daniele nella fossa dei leoni.

Le sezioni in greco sono considerate deuterocanoniche ed escluse dal canone ebraico e protestante.

L’uso delle lingue di per sé non potrebbe essere un ostacolo per l’unità dell’autore. Al tempo di Daniele la lingua ebraica era già diventata una lingua liturgica, si parlava l’aramaico e il greco comunque era conosciuto. Alcuni colgono elementi che al di là della lingua legano le varie parti. In questo ambito si è visto un richiamo a forme chiastiche fra il cap. 2 e 7 per quanto riguarda la parte aramaico, fra il 3 e il 6, fra il 4 e il 5 si sono visti richiami tematici.

Nella seconda parte si dà una risposta ai primi capitoli (attraverso le visioni), da 8 a 12, il trionfo del bene sul male.

Le visioni

Sono ben strutturale. C’è la visione e poi l’intervento dell’arcangelo Gabriele che la spiega.

Le profezie 

I capitoli 7-12 rappresentano una diversa sezione, caratterizzata da una serie di visioni, definite notturne; il libro entra così nella sua parte più propriamente apocalittica.

La prima (capitolo 7) è quella delle quattro bestie, presumibilmente una reminiscenza di miti babilonesi in cui questi animali rappresentano le forze della natura, ostili a Dio ma da Lui sottomesse; inevitabile il rimando ai segni dello Zodiaco caldeo. Anche queste bestie simboleggiano in effetti dei regni, e c’è posto anche per Antioco IV Epifanie, il persecutore degli Ebrei che avevano storpiato il suo nome in Epimane (il pazzo), e contro cui insorsero i fratelli Maccabei.

Ben più importante, anche in vista della lettura cristologica che ne ha fatto il Nuovo Testamento, è la visione dell’Antico di Giorni e del Figlio dell’Uomo (titolo che Gesù applicò a se stesso). Le successive visioni sono quella dell’ariete e del capro e quella delle settanta settimane (vedi più sotto), composte da anni e non da giorni, ricordata anche da Alessandro Manzoni

L’appendice deuterocanonica

I capitoli 13 e 14, considerati ispirati dalla Chiesa Cattolica ma non da Ebrei e Riformati, contengono due gustosi episodi evidentemente aggiunti in un secondo momento al testo. Il primo è la storia di Susanna, che più volte ha ispirato gli artisti e va considerata come la parabola del giusto innocente, accusato ingiustamente ma salvato dal Signore per mezzo di un suo Inviato, in questo caso il fanciullo Daniele.

Nel secondo, Daniele appare di nuovo anziano e compie due grandi imprese sotto il regno di Ciro (il primo o il secondo? Alcuni studi indicano sia in realtà Cambise I di Persia[citazione necessaria]): prima smaschera l’inganno dei sacerdoti del dio Bel che consumavano di notte i cibi offerti all’idolo, e poi uccide il drago adorato dai babilonesi. Per questo Daniele finisce di nuovo nella fossa dei leoni, ma Iddio chiude la bocca alle fiere ed ordina ad Abacuc il profeta di sfamare Daniele nella fossa. Alla fine Ciro lo fa liberare e proclama la grandezza del Dio d’Israele. Queste storie edificanti hanno il compito di indicare che la ricompensa e l’aiuto di Dio non possono che arridere al giusto.

Storicità 

La storicità degli eventi narrati nel libro di Daniele è fortemente controversa. Infatti lo stesso protagonista appare anche in testi extrabiblici nei panni del sapiente per antonomasia, e dunque potrebbe essere un personaggio esemplare molto diffuso nelle letterature del Vicino Oriente antico (come re Artù nei romanzi del ciclo Bretone).

Esegesi

Dn 12,2-3 Resurrezione e retribuzione. Presenta molti temi presenti anche nei Libri dei maccabei

7,1-28: Figlio dell’uomo. Nella visione è il vegliardo che gli dà il potere. Nell’interpretazione è il Popolo d’Israele. E’ un’interpretazione collettiva: popoli di santi. Dal tempo di Daniele a quello di Gesù c’è stata un’evoluzione teologica e per questo Gesù si impossesserà di questo titolo. Sostanzialmente è il libro di Enoc che abbiamo in lingua etiopica e greca. Nel II e III sec. abbiamo un Enoc in greco con 108 capitopli diviso in 5 parti:

1-36 Libro dei Vigilanti. Enoc rapito come Elia

37-71 Libro delle parabole. Vi sono delle visioni col Figlio dell’uomo al singolare

72-82 Libro dell’Sstronomia (è supposto il calendario in uso a Qmran)

83-90 Libro dei sogni

91-108 L’Epistola di Enoc

L’importanza di questo libro è che sostiene una specie di forza cattiva che spinge l’uomo al male. Responsabile del peccato  e del male è qualcuno al di fuori dell’uomo.

Le 70 settimane 

Lo scrittore cattolico Vittorio Messori, nel suo best-seller Ipotesi su Gesù, dedica un capitolo alla profezia di Daniele delle settanta settimane fissate da Dio a partire dal ritorno in patria degli Ebrei dopo la cattività babilonese, durante le quali il popolo ebraico avrebbe dovuto espiare le proprie colpe in attesa del Messia (Dan 9,24). Questa cifra, che molti ritengono del tutto simbolica, viene presentata da Messori come una profezia sconvolgente. Queste 70 settimane, secondo il Messori, sono formate da anni, non da giorni, per un totale di 490 anni di attesa. Ora, secondo la Bibbia la cattività babilonese, cominciata nel 587 a.C., è durata 70 anni esatti. Fatti i conti, l’avvento del Messia era così fissato per il 27 a.C.. E proprio in quella data cominciò a formarsi la setta degli Esseni, il cui obiettivo principe era proprio l’attesa del sospirato Messia. Se invece il computo dei 490 anni è fatto partire dall’Editto di Artaserse del 457 a.C., che secondo molti segnò il vero ritorno dei Giudei a Gerusalemme, si arriva addirittura al 33 d.C. che è la data tradizionale della morte di Gesù, e quindi del compimento delle promesse messianiche.

TESTI APOCALITTICI INSERITI TRA I PROFETI

Isaia 24-27: la grande Apocalisse di Isaia I cc. 24-27 sono una raccolta di brani di intonazione apocalittica, opera, forse di un discepolo e imitatore di Isaia vivente dopo l’esilio. La distruzione di una capitale mondiale (Babilonia, distrutta da Serse nel 485 a. C.?) offre lo spunto per parlare di un grandioso giudizio di Dio.

  • Giudizio e devastazione
  1. L’alleanza eterna di Dio con l’umanità è quella di Noè: cfr. Gn 9, 16.
  2. La città del caos, cioè dello sconvolgimento totale, e la capitale dell’idolatria.

14-15. Il resto d’Israele, spettatore della catastrofe.

  1. Una specie di proverbio: cfr. Ger 48, 43 ss.
  2. Gli eserciti di lassù sono gli astri adorati come divinità.
  3. Lo sconvolgimento del cosmo per gli interventi del Giudice supremo è un tema caro alla letteratura apocalittica.
  • Il canto dei redenti
  1. La salvezza è rappresentata da un opulento e fastoso banchetto: il monte è il Sion. cfr. Mt 8, 11. cfr. Mt 22, 2-24. cfr. Lc 13, 29.
  2. Il velo indica l’ignoranza religiosa.
  3. Sulla morte e le lacrime, cancellate nell’era escatologica, cfr 1 Cor 15, 26. cfr. Ap 21, 4.
  • Canto di vittoria
  1. La città forte è Gerusalemme come centro di salvezza: cfr. Ap 21, 10-23.

7-19. Un Salmo che invoca il Signore, Giudice dei buoni e dei cattivi, con un’apertura significativa sull’al di là. Nel v. 19, la risurrezione dei corpi (cfr 2 Mc 7, 9) o affermazione di un risorgimento nazionale (cfr. Ez c. 37).

27      La visita del Signore

  1. Il Leviatan era un mostro mitico dei Fenici, connesso con le potenze del caos; qui rappresenta i potenti nemici di Israele.
  2. La grande tromba annunzia gli interventi di Dio.

Isaia 34-35: la piccola Apocalisse di Isaia

  1. I cc. 34-35. Concludono la prima parte del libro con un vasto affresco del giudizio di Dio e della salvezza. La violenza delle parole è dovuta all’impero della ispirazione poetica.

34      Giudizio contro Edom

  1. Come al solito, la natura è coinvolta nei grandiosi interventi di Dio.
  2. La spada del Signore è lo strumento del giudizio. Gli Edomiti, a sud della Palestina, trassero vantaggio dalla catastrofe di Gerusalemme nel 587. essi rappresentavano tutti nemici del popolo di Dio.
  3. Richiamo alla punizione di Sodoma e Gomorra.
  4. I satiri erano spiriti demoniaci del deserto.

35      Il nuovo Israele

  1. Capovolgimento della situazione descritta nel c. precedente a vantaggio del popolo messianico.
  2. La via è santa perché cammino trionfale verso Gerusalemme.

Isaia 63, 1-6: il Signore come pigiatore d’uva

63      Il torchio della divina giustizia
  1. 1. Dio è presentato come un guerriero proveniente dal sud col vento tempestoso dopo aver fatto una strage. Gli Edomiti, di cui Bozra era la capitale, dopo il loro perfido comportamento in occasione della presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, erano diventati il tipo di nemici di Israele.
  2. 4. Il riscatto è per il popolo di Dio.

Ezechiele 38-39: Gog e Magog

Autore e ambiente storico 

Nel 597 a.C. Nabucodonosor, re di Babilonia, conquistò Gerusalemme, capitale del regno di Giuda, che aveva tentato di ribellarsi al suo dominio. Non distrusse la città, ma la saccheggiò e condusse in esilio a Babilonia il re Ioiachin insieme alla parte più qualificata della popolazione. Fu deportato anche Ezechiele, che apparteneva alla classe dei sacerdoti. Durante il suo esilio a Babilonia, nel 593 a.C., Ezechiele iniziò la sua attività di profeta rivolta sia agli Israeliti deportati sia a quelli rimasti nel regno di Giuda. Nel 587 a.C., in seguito al tentativo di rivolta di Sedecia, re di Giuda, Gerusalemme fu di nuovo assediata e questa volta distrutta dal re Nabucodonosor. Ezechiele continuò la sua missione di profeta almeno fino al 571 a.C.

Note Capitolo 38.

38, 2  Mesech e Tubal: vedi nota a cfr. 27, 13; i nomi Gog e regione di Magog compaiono solo qui, nel c. 39 e in vedi Genesi 10, 2-3 e sono misteriosi. Probabilmente sono la personificazione simbolica dei nemici.

38, 4 ganci alle mascelle: si fissavano alle mascelle e al naso dei prigionieri di guerra per condurli in esilio come bestiame (cfr. 19, 9; cfr. 29, 4).

38, 5 Put: vedi nota a cfr. 27, 10.

38, 6 Gomer e Bet-Togarma rappresentano probabilmente l’Armenia (vedi nota a cfr. 27, 14).

38, 12 al centro del mondo: qui forse Gerusalemme (cfr. 5, 5).

38, 13 Tarsis: vedi nota a cfr. 27, 12; Saba: regno arabo (vedi 1 Re 10, 1 e nota); Dedan: oasi al nord-ovest dell’Arabia; località vicine: così secondo l’antica traduzione greca; il testo ebraico ha: e i suoi leoncelli, termine che potrebbe designare i re (cfr. 19, 2-3).

38,14 tu ti metterai in marcia: così secondo l’antica traduzione greca; il testo ebraico ha: tu lo saprai.

38,20 Segni caratteristici del giorno del giudizio di Dio (vedi Geremia 4,24; vedi Isaia 2,10; vedi Gioele 4,16).

Note Capitolo 39.

39,1 Ezechiele: vedi 2,1.

39, 4 in pasto agli uccelli: cfr. 29, 5.

39,11 La valle dei Viandanti è forse la profonda valle del torrente Arnon, nel territorio di Moab, nella catena montuosa degli Abarim (vedi Numeri 27,12). – e quella sepoltura… passanti: altra traduzione possibile: la valle taglia la strada ai passanti.

39,12 Generalmente si rifiutava la sepoltura ai nemici (vedi 2 Re 9,37; vedi Geremia 8,1-3), ma la presenza dei cadaveri di Gog e dei suoi uomini aveva contaminato la terra d’Israele (vedi Numeri 19,11-16).

39,14 cadaveri: così secondo le antiche traduzioni greca e siriaca; il testo ebraico ha: i viandanti, quelli che sono rimasti ancora, oppure: con l’aiuto dei viandanti, quelli che sono rimasti ancora.

39,18 Basan: regione a est del lago di Genesaret, nota per i suoi pascoli, greggi e mandrie (vedi Amos 4,1).

39,25 li farò ritornare dall’esilio: altra traduzione possibile: cambierò in meglio la loro sorte (vedi Geremia 30,3 e nota).

39,26 si vergogneranno: altra traduzione possibile: dimenticheranno.