Sapienziali

SALMI E SAPIENZIALI

Introduzione generale

La Sapienza dell’Oriente – la sapienza d’Israele

Introduzione ai libri sapienziali

Il libro dei Proverbi

Giobbe

Qoèlet o Ecclesiaste

Siracide o Ecclesiastico

Sapienza

Introduzione ai libri poetici

I Salmi

Il Cantico dei Cantici

Lamentazioni

Introduzione agli scritti midrashici                                                              

Tobia

Giuditta

Ester

Rut

Premessa

Come per i Profeti seguiamo il percorso cronologico, redazionale.

La letteratura sapienziale non è una peculiarità della Bibbia, la troviamo anche nei popoli limitrofi. Nella Bibbia stessa troviamo la menzione

di sapienti e saggi vissuti presso questi popoli, ad es. Genesi 41,8;

abbiamo anche i saggi Babilonesi (Is. 47,10);

i saggi Edomiti (il popolo che si vantava di discendere da Esaù) (Ger 49,7);

i saggi Cananei (1Re 5,11).

La Sapienza biblica.

In cosa consiste la Sapienza biblica? Nell’introduzione dei Proverbi (1,1-7) ne abbiamo la descrizione. La letteratura sapienziale, per lo più, è attribuita a Salomone che rappresenta il saggio per eccellenza. In (Sir 47, 12-17) è spiegata la supremazia di Salomone. Nei Libri dei Re (1Re 5,9-14) si vede meglio il perché della sua fama e in (1Re 3,4ss.) si scopre che potendo scegliere chiese la saggezza. Il genere sapienziale si manifesta in modo descrittivo in quanto, della Sapienza, non se ne può cogliere la vera essenza. Serve per conoscere la saggezza e la disciplina per acquistare innumerevoli virtù (Pr 1,1-7). Ci porta alla scoperta di Dio e delle sue leggi attraverso la ragione e l’osservazione della natura. Per fare la differenza col genere profetico diciamo che non  ci dice come dobbiamo comportarci (nel Profeta è Dio che parla), ma ci porta a scoprire le leggi di Dio nel creato. E’ ovvio che è più difficile, mentre il genere profetico ci fa capire subito quello che dobbiamo fare, attraverso le massime, i proverbi, dobbiamo capire e scoprire Dio e come dobbiamo comportarci di conseguenza. “Il timore di Dio” è stimolo per la ricerca, la scienza. Più che paura è l’essere estasiati dalla grandezza del creato, è il senso dell’umiltà. Si scopre la “sapienza del cuore”. In (Sir da 38,31 a 39,11) abbiamo l’immagine del saggio israelita. In origine l’istruzione nacque per creare uomini valenti nella diplomazia e al servizio del re, poi questo sapere fu mutuato nella religione. Il Messia stesso (Is 11,1-9) avrà le caratteristiche del saggio israelita. La Sapienza illumina il quotidiano, valorizza il banale e ne fa strumento per giungere a Dio. La Sapienza cerca di riformulare la fede col sapere di oggi.

Libro dei Proverbi

Il libro dei Proverbi è un libro presente sia nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica.

Nella raccolta cristiana è il primo dei sette libri didattici, detti Sapienziali, contenuti nell’Antico Testamento. Nella raccolta ebraica è inserito tra i Ketuvim.

Etimologia 

Il termine Proverbi deriva dall’ebraico Mëshalim (dal verbo masciall che significa dominare ed anche parlare in parabole, quindi “dominare con le parole).

Nel 1° versetto si evince che sono attribuiti a Salomone come tutti i Libri sapienziale.

In 1Re 3,4ss: il sogno di Gàbaon, Salomone chiese ed ottenne la saggezza. Dal v. 16 al 28 si vede come Salomone eserciti la giustizia con le madri. Una sintesi della sua saggezza l’abbiamo al cap. 5,9-14.

I Proverbi essendo staccati, sono ognuno un mondo a sé. Non hanno contesti comuni e, pertanto, è difficile l’interpretazione.

Struttura del Libro

Le raccolte più antiche

1-9 la 1/a parte, “prologo”

10 – 22,16 i proverbi di Salomone è la parte più antica (IX° sec)

22,17 – 24,34 raccolta dei saggi

25-29 2/a raccolta salomonica (VI-VII sec)

30-31 successivi

Proverbi TOB-MIN (è meglio che…) 15,16; 16,8; 25,24

Proverbi numerici, una specie di scala in cui la più importante è l’ultima, 30,15-33

Origine

I proverbi sono nati in ambiti familiari, nei clan, nei momenti di fratellanza. Nel caso di Salomone alla corte del re. Anche nelle scuole sapienziale nate per formare diplomatici ed ambasciatori.

Parallelismo

Questo schema vale per tutta la poesia ebraica ed anche per i Proverbi

Abbiamo quattro tipi di parallelismo:

  • sinonimico (19,2) la 2/a parte è sinonimo della 1/a
  • antitetico (25,3; 20,9) la 2/a parte è opposta alla 1/a
  • climatico (29,1) indica un crescendo, ad ogni frase si aggiunge qualcosa
  • sintetico o di sviluppo, cioè continuano il pensiero

In Proverbi 22,17 – 23,14 (raccolta di saggi) abbiamo qualcosa di simile ad un libro egiziano dal nome del faraone AMENEMOPE che tratta dei consigli del faraone al figlio. La similitudine è data da 30 proverbi che ricalcano le 30 stanze dell’opera egiziana.

Testo 

Il libro fu scritto in ebraico masoretico e le più antiche traduzioni sono quella in greco dei Settanta, la versione alessandrina detta Peshitta, il Targum, i frammenti di Simmaco, Aquila, la bibbia di Teodozione e infine la versione latina, detta Vulgata di San Girolamo.

Libro di Giobbe

Dal verbo AIAV che significa osteggiare. Il significato del nomepuò essere duplice:

Job, participio attivo: osteggiante; participio passivo: osteggiato.

Si vede subito che i primi due capitoli sono in prosa, poi continua in poesia e termina di nuovo in prosa, con l’epilogo

Dal punto di vista scientifico si pensa che vi siano due personaggi di Giobbe.

Il primo è un patriarca ubbidiente che accetta tutto dal Signore, religioso, è quello dei primi capitoli in prosa.

La parte in poesia è differente e qui troviamo un altro Giobbe secondo la teoria della retribuzione. Al cap. 23 si aggiungono i tre amici ed Eliu.

Il personaggio principale del libro è Giobbe, un eroe dei tempi antichi (cfr. Ezechiele 14,14-20); si pensava fosse vissuto nell’epoca patriarcale ai confini tra l’Arabia e il paese di Edom, regione famosa per i suoi sapienti (cfr. Geremia 49,7 e Baruc 3,22-23) e dalla quale provengono anche i tre amici che andranno a trovare Giobbe.

Divisione del libro

Contenuto in prosa

Prologo 1,1 – 2,13

Epilogo 42,7,17

Conclusione

Contenuto poetico

3-14 prima disputa

15-21 seconda disputa

22-26 terza disputa

27 1° soliloquio di Giobbe

28 inno alla sapienza

29-31 2° soliloquio di Giobbe

32-37 discorso di Eliu (inserzione)

38,1-42,6 teofania

Genere letterario

Non si può collocare in nessun genere letterario, è un’opera inclassificabile. La tesi che oggi va più di moda è quella di un solo autore che ha subito aggiunte nel tempo. L’epoca di composizione per la parte in prosa potrebbe essere pre-mosaica. L’epoca di composizione della parte poetica secondo Alonso Soekel è dopo la caduta di Gerusalemme, il post-esilio

Contenuto

E’ un libro molto ricco di conoscenze, di località, l’autore è un cosmopolita aperto ai viaggi.

Il messaggio

Nel 1° Giobbe l’obbedienza e il sentirsi inferiori a Dio.

Nel 2° la fragilità dell’uomo

L’angeologia, gli Angeli detti “figli di Dio”

Gli Angeli messaggeri di Dio

Angelo custode

L’espiazione e preghiera per gli altri. (/cfr 2Mac 12,33-48).

Autenticità del libro

È stata discussa l’autenticità di alcuni passi. Il poema sulla sapienza (capitolo 28) risulta “stonato” sulla bocca di Giobbe: vi si esprime una nozione di sapienza che non è certo quella del protagonista né quella dei suoi tre amici, anche se si tratta sempre di una produzione del medesimo ambiente, ma non si capisce per quale motivo sia stata inserita in quel punto dove si presenta senza alcun nesso con il contesto. Sono stati avanzati dubbi anche sui discorsi di Jahve (38-39), cioè se appartenessero al poema sin dall’origine. Infine, nel terzo ciclo di discorsi (24-27) si nota un “disordine” che si può spiegare con incidenti occorsi nella trascrizione manoscritta oppure con rimaneggiamenti redazionali. Anche l’autenticità dei discorsi di Eliu (32-37) offre motivi di discussione. Il personaggio interviene all’improvviso senza essere stato presentato, e Jahve, che lo interrompe, non lo considera affatto. Questo risulta molto strano anche per la ragione che Eliu previene i discorsi di Jahve; per altro verso ripete inutilmente quanto già detto dai tre amici. Anche vocabolario e stile sono diversi con aramaismi molto più frequenti. Sembra, pertanto, che questi capitoli siano stati aggiunti al libro da un autore diverso.

Il problema della retribuzione 

Il libro di Giobbe intende rispondere alla domanda di come Dio premi o castighi le azioni degli uomini. Il popolo ebraico ha fatto in proposito un lungo cammino, che ha portato a grandi scoperte e riflessioni. Si possono riassumere le tappe principali di questo cammino nello schema seguente:

retribuzione terrena collettiva: il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni, il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli. Questa regola è chiaramente espressa da Deuteronomio 28 e Levitico 26. Il libro dei Giudici ed i libri dei Re mostrano come tale principio si applica nel corso della storia. Anche i grandi profeti si muovono in questa prospettiva.

retribuzione terrena individuale: essa è chiaramente espressa in Ezechiele 18: ognuno è responsabile delle proprie azioni e viene premiato in virtù di queste. Ma fermandosi alla retribuzione terrena si incorre nella clamorosa smentita dei fatti. In una prospettiva di solidarietà si può accettare che, per il sopravvento di peccati della collettività, i giusti vengano puniti insieme ai malvagi. Se invece ciascuno deve essere trattato secondo il suo comportamento personale, come può essere che il giusto soffra?

il dramma di Giobbe: in questo processo si inserisce il libro di Giobbe portando fino alle ultime conseguenze i limiti della posizione tradizionale. Esistono giusti che soffrono e crudelmente, testimonia Giobbe. Il lettore sa, dal prologo, che i suoi mali vengono da Satana e non da Dio, e che sono una prova della sua fedeltà.

Ma Giobbe non lo sa, né lo sanno i suoi amici. Quale ne sarà allora la spiegazione? Essi avanzano le risposte tradizionali: la felicità degli empi è di breve durata; la disgrazia del giusto saggia la sua virtù; oppure la pena castiga colpe commesse per ignoranza o debolezza. Contro questa rigida correlazione Giobbe si solleva con tutta la forza della sua innocenza. Non nega la retribuzione terrena, la attende anzi, e Dio alla fine gliela concederà, nell’epilogo. Ma per lui è uno scandalo che tale retribuzione gli venga rifiutata nel presente, e cerca invano il senso della sua prova. Lotta disperatamente per ritrovare il Dio che si nasconde e che egli continua a credere buono. La risposta di Dio non risolve il problema. Rivela solo la trascendenza del suo essere e dei suoi disegni e riduce Giobbe al silenzio.

retribuzione ultraterrena: il libro della Sapienza e soprattutto il Nuovo Testamento daranno risposta alla domanda di Giobbe. Due testi di Paolo posso indicare una risposta:  «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che deve rivelarsi in noi»   (Romani 8,18)

 «Io completo nella mia carne quello che manca alle prove di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa»   (Colossesi 1,24)

Qoelet o Ecclesiaste

Qoelet è un libro presente sia nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è uno dei sette libri didattici, detti Sapienziali, contenuti nell’Antico Testamento.

Nella raccolta ebraica è inserito tra i Ketuvim.

Il nome ebraico del libro è קֹהֶלֶת Qohelet, che in italiano viene anche adattato nelle grafie Cohelet o in Qoelet.

Il libro è chiamato anche Ecclesiaste, nome che deriva dalla traduzione in lingua greca e successiva latinizzazione della parola ebraica Qohelet.

Qoelet è il titolo del libro ed è anche lo pseudonimo dell’autore. Questo Libro è stato paragonato al Libro dei Pensieri di Pascal. E’ una raccolta di massime, è uno stimolo alla riflessione, la sintesi la deve fare il lettore.

Etimologia 

L’etimologia del termine ebraico Qoelet, deriva dal participio presente femminile del verbo cahal che significa convocare, adunare. Letteralmente dovremmo tradurre Qoelet, participio presente femminile, con “uomo dell’Assemblea”, nel senso di colui che anima il discorso.

I Greci tradussero questa parola con il termine ekklesiastes ma Plutarco usò questo termine in modo duplice per indicare sia l’atteggiamento di Qoelet quando si pone da solo i quesiti in qualità di maestro (concionator) sia quando si risponde in qualità di spettatore. Luogo di composizione.

Si pensa fosse gerusalemme prima della rivolta dei M, fine III sec. a.C., sotto Antioco III, detto il Grande, un re molto liberale.accabei

 Contenuto 

 Allegoria della Vanità. Nel Qoelet viene esposto, in forma dialettica, un contradditorio tra il bene e il male. La riflessione ruota intorno a due interrogativi, ovvero a cosa serva fare il bene e a cosa serva fare il male. Se la morte è l’unica conclusione della vita, allora tutto sembra vano. Qoelet allora suggerisce: “Abbi fiducia nel Padre e segui le sue indicazioni”. È qui che troviamo la famosa frase Vanitas vanitatum, vanità delle vanità, significando che tutto non è altro che cosa vana, fatua. La parola vanità significa qualcosa di inconsistente, qualcosa mche evapora, ma può essere tradotta anche con “incomprensibilità”.

Siracide o Ecclesiastico

Prima del Concilio si chiamava Ecclesiastico deriva dal latino ecclesia (assemblea) e si riferisce all’uso che si dava a questo libro nelle prime assemblee cristiane. Il nome gli fu dato da San Cipriano di Cartagine nel III secolo in quanto lo utilizzava molto durante la predicazione per il suo contenuto morale. Al cap. 50,27 c’è il richiamo all’autore: Yeshua ben Sira, era un giudeo di Gerusalemme; avrebbe scritto il libro circa nel 180 a.C.-175 a.C. in Alessandria d’Egitto.

Serviva come catechesi per il Catecumentao. Il prologo del traduttore che è nipote dell’autore, non è considerato ispirato. Il libro era scritto in ebraico e fu tradotto in greco. Nell’anno 38° del re Emergete (Tolomeo VII), siamo nel 132 a.C., si presuppone che il nonno scrisse intorno al 180 a.C.

Composizione del libro

Dal Libro del Siracide (50,1) si identifica un sacerdote Simone figlio di Ionia che fu deposto da Antioco IV, siamo all’inizio delle persecuzioni dei Maccabei (circa 175 a.C.). Nel 1896 furono trovati dei frammenti nella sinagoga e si è avuta la conferma del testo ebraico, anche a Qmran nel 1952 e nel 1955 nelle grotte 2/a e 11/a e nel 1964 a masnada. Da questi frammenti si possono ricostruire i 2/3 del Libro. E’ una specie di raccolta di tanti insegnamenti secondo i vari argomenti. Tante cose messe insieme. La doppia numerazione è dovuta al fatto che il testo latino è più lungo di quello greco.

Schema del libro

1, inno alla sapienza

2,1-42,14        1/a parte, raccolte sapienziale, brani virtuosi intercalati da brevi inni alla sapienza, nel capitolo 24 c’è l’inno centrale alla Sapienza.

42,15-50,12 2/a parte

51 appendice

51,13-30 inno alla Sapienza

Abbiamo un’inclusione: inizia con l’inno alla Sapienza e così termina.

Dottrina 

Sebbene il Siracide non presenti un piano organizzato e premeditato, in quanto tocca temi diversi e si muove con libertà tra l’uno e l’altro, tuttavia si possono individuare quattro linee dottrinali principali:

la sapienza come caratteristica del popolo ebraico;

solo gli ebrei possono accedere a Dio;

premio e castigo in questo mondo;

la ricchezza non è una virtù.

Il libro contiene soprattutto massime etiche, avvicinandosi così al libro dei Proverbi.

Tanti di questi temi si richiamano nel N.T.

Libro della Sapienza

Data ed autore 

Non sono pervenute copie del libro della sapienza in lingua ebraica. Anche se l’autore sostiene di essere Salomone, molti eruditi ritengono che la lingua usata e le idee espresse conducono ad un’origine greca del libro e che l’autore sia quindi un ebreo di Alessandria. Troviamo qui il greco più classico nella bibbia dei settanta. Viene datato solitamente al I o al II secolo a.C.

L’autore del testo, citato spesso come pseudo-Salomone, è ritenuto dagli eruditi un esperto in filosofia, in religione e nell’etica. E’ di stile ellenistico e forse l’autore è vissuto ad Alessandria visto l’interesse che nutre per l’Egitto. I destinatari sono il piccolo resto ij mezzo ai pagani. Possiamo trovarvi l’intento di consolazione, somiglia un po’ al genere apocalittico, e crea anche il dialogo interreligioso. Negli ultimi Libri si intuisce che gli Ebrei trovandosi in difficoltà abbiano cercato di trasmettere in lingua greca la religione ebraica, un fenomeno di inculturazione.

Lo stile

E’ un po’ sostenuto, artistico, dal cap. 10 più descrittivo, un po’ come nel libro del Siracide, si ripercorrono le tappe in base ai personaggi.

Divisione del libro

1/a parte descrizione della sapienza

2/a       “          sapienza in se stessa

3/a       “          sapienza nello Stato di Israele

Cap. 22           conclusione

Dottrina

Antropologica, è intriso di filosofia greca, soprattutto per la composizione dell’uomo, si parla di soma e psiuchè, dello spirito (neuma), la mente (nus), tutto questo per tradurre il nefèsh, l’uomo vivo.

Il destino dell’uomo, la vita eterna, la incorruttibilità e l’immortalità.

L’iimortalità non è vista come termine filosofico ma come prolungamento senza fine per stare con Dio (Salmo 16, il salmista sopravviverà per l’amicizia con Dio).

Accenni al N.T.

Il 2° capitolo 12,20, ha un carattere messianico, si descrive la lotta fra politeisti e monoteisti. E’ la lotta contro gli Ebrei ed il loro stile di vita in ossequio a Dio, si richiamano le persecuzioni e la morte di Gesù.

SALMI

La parola ebraica è TEHILLIM plurale di TEILLA’ che vuol dire lode. Dal greco è tradotto da PSALTERION, il nome dello strumento a corde cha accompagnava il canto dei Salmi. Il libro dei Salmi è composto in cinque parti (come il Pentateuco). Alla fine di ogni parte c’è una dossologia:

  1. salmo 41 (la finale)
  2. salmo 72, 18-19
  3. salmo 89,53
  4. salmo 106,48
  5. salmo 150, tutto il salmo è una lode al Signore, dice mons. Ravasi che è la grande orchestra che canta lode al Signore. Qualche studioso afferma che la lode inizia dal salmo 146, sono tutti Salmi allelujalici.

All’inizio di alcuni Salmi vi sono delle indicazioni per la contestualizzazione e l’esecuzione. Poiché sono attribuiti a Davide a volte all’interno del salmo c’è un riferimento alla sua vita. Quando si dice “salmo di Davide” si può intendere: sia “di” Davide, che “a” Davide. Nelle indicazioni per l’esecuzione ci possono essere richiami alla melodia di altri canti, ad es. “I gigli”, “I torchi”.

Acrostico (o criptoacrostico).

Il salmo acrostico contiene tutte le 22 lettere dell’alfabeto ebraico e, quindi, è sinonimo di perfezione. Viene da AKROS (alto) e STIKO (perfetto), ad es. salmo 25.

Generi letterari. Si dividono in:

  1. E’ il genere letterario più diffuso tra le composizioni liriche della Bibbia. Nel N.T. il Magnificat, Il Nunc dimittis e il Benedictus. Esprime lode, gioia, adorazione. I verbi più usati sono lodare, cantare, acclamare. La struttura dell’inno è data dall’introduzione, dal corpo e dalla conclusione. Un inno è facilmente individuabile perché è solo lode al Signore. Es. salmo 33 è un inno a Dio creatore, provvidente e salvatore, parla di Sion e della regalità del Signore. La particella “chi” (v.18) che significa “poiché, perché”, cioè sviluppa il motivo della lode.
  2. salmi di ringraziamento, individuali e collettivi
  3. salmi regali, parla il re in prima persona. E’ anche in onore del re
  4. suppliche individuali, dell’uomo perseguitato, del malato, dell’innocente
  5. suppliche collettive
  6. salmi di fiducia, individuali e collettivi
  7. salmi di pellegrinaggio, di requisitoria, d’ingresso
  8. salmi liturgici, sulla condizione umana, sulla storia
  9. salmi sapienziali.

La varie letture dei Salmi.

  1. Lettura sapienziale. Il salterio è visto come istruzione, contiene dei salmi (19; 119) che contengono proprio la legge di Dio.
  2. Lettura davidica. Già nel salmo 2 si intravede la figura di Davide che ha passato molte vicissitudine che sono richiamate in molti salmi. Si ripercorrono alcuni tratti della sua vita
  3. Lettura escatologica-messianica. Parte già dal salmo 2. Si avverte nei salmi dopo la liberazione dall’esilio. Ripercorre la storia di Davide che attende il perdono del Signore. I salmi 20, 21, 72 parlano della sua regalità il salmo 101 riguarda il programma del suo regno.
  4. Lettura teocratica. Già nel salmo 2 che dà fiducia al re contro i nemici. Il 19 e 106 evidenziano la regalità di Dio. Israele solo in Lui può trovare rifugio dopo che la monarchia è finita. Sono tutti quei salmi che contengono il termine “Dio regna”.
  5. Pellegrinaggio spirituale. I salmi dal 120 al 134 sono salmi di pellegrinaggio, quando si andava a Gerusalemme: pasqua, pentecoste, tabernacoli. Sono 15 salmi detti dell’ascensione. Tutti i salmi possono essere interpretati come cammino spirituale verso il Signore.
  6. Lettura cristiana. In Gv (5,39) Gesù afferma che il V.T. parla di Lui e la Dei Verbum dice che il Nuovo e velato nel Vecchio. La Chiesa legge i salmi in riferimento a Cristo.

Cantico dei cantici

Il Cantico dei Cantici (in ebraico Shir ha-Shirim, Cantico per eccellenza), detto anche Cantico di Salomone, è un libro presente sia nell’ Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è inserito tra i libri sapienziali; in quella ebraica è incluso nei Ketuvim.

Nome ed autore 

Viene conosciuto anche come Cantico di Salomone, poiché se ne attribuisce la paternità all’antico re di Israele del X secolo a.C.: la tradizione ebraica vuole sia stato scritto con la costruzione del Tempio di Gerusalemme. In realtà si ritiene sia opera di uno scrittore anonimo del IV secolo a.C. che ha fatto confluire nel testo diversi poemi antecedenti originari dell’area mesopotamica contenente anche oarole persiane tipo pardès=paradiso (giardino). Si vede la risposta ebraica alla visione ellenistica dell’amore umano. Il testo masoretico è ben conservato ed è stato trovato nella 4/a grotta di Qmran. Nel 90 d.C. quando si stabilisce il canoine vi fu una lunga discussione, il rabbi Achiba fece propendere per l’ammissione. È uno dei testi più lirici e inusuali delle Sacre scritture. Racconta in versi l’amore tra due innamorati, con tenerezza ma anche con un ardire di toni ricco di sfumature sensuali e immagini erotiche. Proprio il carattere profano – Dio non viene mai pronunciato – ne ha fatto mettere in dubbio l’autenticità, ma tanto la dottrina canonica ebraica che cristiana lo interpretano come allegoria religiosa, nel primo caso dell’amore del creatore per il suo popolo (Israele), nel secondo caso dell’amore tra Cristo e la Chiesa.

Per la santità del contesto e del suo significato simbolico, il testo viene paragonato al luogo più santo ed interno del Tempio di Gerusalemme, il Kodesh haKodashim: il Cantico dei Cantici infatti include metaforicamente tutta la Torah.

Genere letterario

Qualcuno pensa che sia un dramma (più personaggi) o una raccolta di poesie amorose. E’ suddiviso in poemi staccati. Possiamo intravedere uno sfondo generale, il tema adell’amore coniugale. Come sfondo topografico si intravede la zona della Palestina e Gerusalemme.

Divisione del libro 

Il libro, non seguendo un ordine prestabilito, ha sempre presentato delle difficoltà nel momento in cui si è voluto suddividerlo per uno studio più approfondito. Alcuni lo hanno considerato divisibile in cinque cantici, oppure in sei scene, oppure in sette poemi o più, e fino ad arrivare al caso estremo di considerarlo formato di ventitré cantici.

La suddivisione più moderna e maggiormente accettata è la seguente, che è composta di un prologo, di cinque poemi e di due appendici:

Prologo 1,1-4;

Primo poema 1,5-2,7;

Secondo poema 2,8-3,5;

Terzo poema 3,6-5,1;

Quarto poema 5,2-6,3;

Quinto poema 6,4-8,4;

Prima appendice (chiamato anche epilogo) 8,5-7;

Appendice finale 8,8-14.

Interpretazione 

Allegorica e letterale.

  • Allegorica, Israele ha visto l’amore di Dio per il popolo, i Padri hanno visto l’amore di Cristo per la Chiesa.
  • Letterale, l’amore in sé dell’uomo e la donna, la celebrazione sacra dell’amore umano.

Messaggio teologico

Modello di vero amore dove non c’è il disprezzo della corporeità.

Amore dell’autore (forse uno scriba, un saggio) verso la propria terra

Ripete spesso l’aggettivo bello (IAFE’), che ricorre ben 11 volte nel Cantico e sole 8 volte nell’A.T.

Collegamenti al N.T.

Cristo buon pastore 1,7 – Gv 1,16

Apparizione a Maria di Magdala 3,1-4 – Gv 20, 13-17

Gesù che bussa alla porta 5,2 – Ap 3,20

Antifona alla Madonna (Tota pulchra) 4,7

Libro delle Lamentazioni

Viene anche detto libro delle Lamentazioni di Geremia; infatti è stato scritto verosimilmente dal profeta Geremia che vide la caduta di Gerusalemme nel 587 ed in 2Cr 35,25 Geremia fa un lamento sulla morte del re Giosia. Le Lamentazioni si pensa siano state usate come celebrazione liturgiche, molto probabilmente però non possono risalire al profeta perché abbiamo concetti che si contraddicono:

2/a lamentazione, versetto 9: contrario allo stile di Geremia, non può parlare contro se stesso

4,20: non potrebbe fare l’elogio di Sedecia che non lo ascoltò

4,17-22: Geremia era contrario alla richiesta di aiuto agli Egiziani e quindi non poteva aspettarne l’arrivo

Alcuni ritengono che sia un solo autore o più autori.

Caratteristiche

Questo libro è composto da cinque poemi lirici, suddivisi in altrettanti capitoli. I primo, il secondo ed il quarto sono acrostici (ogni verso inizia successivamente con una delle 22 lettere dell’alfabeto ebraico). La 5/a non porta le lettere ma sono lo stesso 22 versetti è criptoacrostica.Inizia con un Ah! Cioè “haimé” (in ebraico Ecà). In ebraico sono chiamate Kinnòt (elegie), il canto del lutto.

Descrive il grande dolore causato per l’assedio, la cattura e la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor, re di Babilonia.

Vigoroso e patetico al medesimo tempo, questo libro esprime la pena profonda alla vista della desolazione, della miseria, della confusione, della fame: tutte espressioni del castigo divino per i peccati del popolo, dei profeti e dei sacerdoti. Il libro termina tuttavia con una nota di speranza.

Richiami nel N.T.

Ci sono solo delle allusioni:

1,12 – Mt 24,21

3,30 – Mt 5,39

Midrash

Midrash (plurale Midrashim) è un sostantivo derivante da darash (דרש) che, nell’Antico Testamento (AT) e a Qumrân, significa soprattutto ricercare, scrutare, esaminare, studiare.

Nella tradizione rabbinica, midrash designa anzitutto una attività e un metodo di interpretazione della Scrittura che, andando al di là del senso letterale – chiamato peshat o pashut (פשות), semplice, ovvio – scruta il testo in profondità (secondo regole e tecniche proprie) e sotto tutti gli aspetti, per attualizzarlo e adattarlo ai bisogni e alle concezioni delle comunità, e trarne applicazioni pratiche e significati nuovi che sono lontani dall’apparire a prima vista. Indica altresì il risultato di questa ricerca: applicata alle parti legislative per dedurne conseguenze giuridiche, questa elaborazione dà il midrash halakhah da halach (הלך), camminare; da cui interpretazione normativa, regola di condotta); applicata alle sezioni narrative, dà il midrash haggadah, da higgîd (הגד), annunciare, raccontare che comprende racconti storici o leggendari, sviluppi d’ordine morale o edificante.

Un esempio attuale potrebbero essere “I promessi Sposi”, non sappiamo la veridicità del fatto ma importante è l’insegnamento che dà.

Libro di Tobia

Contenuti

Il messaggio è quello della retribuzione (12, 7-10).

La pietà e l’amore verso i genitori.

La preghiera e la carità per i defunti.

La castità del matrimonio

La trascendenza e la maestà di Dio

La dottrina degli Angeli e dei demoni.

L’escatyologia, si accenna alla concersione dei pagani (14,6) e rispecchia un po’ l’Apocalisse: Gerusalemme come residenza eterna.

Stile.

Il libro è stato probabilmente scritto in aramaico, e pare che la Vulgata di Girolamo si basi proprio sul testo originale.

Lo stile è un po’ prosaico, si svolge come un racconto di un personaggio che si trova in terra di esilio, lontano dalla patria.

Richiami al N.T.

La figura di Tobia è molto vicina al N.T. Esercita le virtù, le opere di misericordia corporale.

Il libro, ambientato nel VII secolo a.C., narra la storia di una famiglia ebraica della tribù di Neftali, deportata a Ninive, composta dal padre, Tobi, dalla madre Anna e dal figlio Tobia. Nella versione latina del testo padre e figlio hanno lo stesso nome, Tobias.

Condotto prigioniero in Assiria nella deportazione delle tribù del regno di Israele nel 722 a.C., il pio Tobi si prodiga ad alleviare le pene dei suoi connazionali in cattività (i primi due capitoli e mezzo sono narrati in prima persona). Nel corso delle varie vicende perde il suo patrimonio, e, in seguito ad un atto di carità, anche la vista. Sentendo approssimarsi la propria fine, manda il figlio Tobia nella Media presso un parente, Gabael, a riscuotere dieci talenti d’oro lasciatigli in deposito. Cercando una guida per il cammino, incontra un connazionale che si offre di accompagnarlo, conoscendo bene la strada: in realtà, si tratta dell’arcangelo Raffaele, mandato da Dio ad alleviare le sofferenze di Tobia, sotto mentite spoglie.

Durante il viaggio Tobia, ad Ecbatana, sposa Sara, figlia del parente Raguele, liberandola dal demone Asmodeo che uccideva tutti gli uomini che avevano provato a sposarla, grazie alle indicazioni di Raffaele, il quale poi provvede, dopo un titanico combattimento, a legare il demone ad una montagna.

Sempre grazie ad un consiglio di Raffaele, Tobia spalma sugli occhi del padre Tobi il fiele di un pesce pescato durante il viaggio, facendogli così recuperare la vista. Solo alla fine del libro Raffaele si fa riconoscere dai due.

Il nome del demone Asmodeo deriva da quello di Aeshma Deva, che nell’antica tradizione persiana era uno dei sette arcidiavoli.

Libro di Giuditta

Non è un nome proprio ma richiama la regione della Giudea, anche se in Genesi 26,34 troviamo la moglie di Esaù che si chiama Giuditta ma è un nome ittita.

Il Libro di Giuditta è uno dei libri deuterocanonici della Bibbia. È incluso nella versione dei Settanta e nell’Antico Testamento Cattolico e Ortodosso della Bibbia, ma è escluso dalla Bibbia ebraica e da quella Protestante. L’autore potrebbe essere un giudeo palestinese che conosceva la S.S.. Siamo in periodo maccabeico, voleva esortare il popolo alla resistenza. Esteriormente può sembrare un racconto profano ma somiglia alla storia di Giuseppe: la provvidenza che agisce di nascosto.

In esso sono evidenti numerosi anacronismi storici, per cui il testo sembra corrispondere più alla novella edificante che a una vera e propria storia. Può quindi essere paragonato ad una parabola o forse al primo romanzo storico, sebbene sia possibile che le imprecisioni derivino da tarda una messa per iscritto di una storia molto più antica, quando ormai i riferimenti esatti erano venuti a mancare.Iil nome di Betuila (Bet-eloac=casa o tempio di Dio).

Schema

1-7, sfondo storico, midrash aggadico

8-9, presentazione di Giuditta e sua preghiera

10-15,13, vittoria di Giuditta su Oloferne

15,14-16,25, l’inno finale di ringraziamento ed epilogo

Usanze

3,7, corone, danze e suono di timpani, è una usanza greca, ellenistica

15,13, corone di fronde di ulivo, danze ed inno

Messaggio teologico

Dio guida la Storia. E’ una storia di liberazione di Dio per il suo popolo.

Protegge gli umili, la pietà e la vedovanza, viene messa in evidenza l’Onnipotenza e la Sovranità di Dio (8,13;15,10). Dio del cielo, Dio dei Padri.

Universalismo, 5,5-21 e in 6,1-21 si vede che Achior viene consegnato agli Israeliti che lo accolgono

La legge del taglione

La storia 

La storia è ambientata cronologicamente durante il regno di Nabucodonosor, qui presentato come re assiro, in realtà babilonese, di cui narra la guerra contro i Medi. Conclusa vittoriosamente la prima campagna di guerra, il “Grande re” affidò al suo generale Oloferne la campagna d’occidente, durante la quale questi incontrò il popolo di Israele. Un capo cananeo lo avvertì che quello era un popolo invincibile, se non peccava contro il suo Dio, e per tutta risposta egli lo consegna agli israeliti, che lo ricoverano e si prepararono alla guerra con l’Assiria.

Assediati, ridotti allo stremo per fame e sete, dopo 36 giorni gli israeliti avrebbero voluto arrendersi, e il loro capo, Ozia, a fatica riuscì a convincerli ad aspettare ancora 5 giorni.

Qui entra in scena Giuditta, ricca vedova, bella, giovane e di indiscussa virtù.

Significati 

La storia di Giuditta, trattata con grande ampiezza nella Bibbia cristiana e sicuramente edificante, sia sul piano patriottico che su quello della virtù femminile, ha avuto grande successo come fonte di ispirazione letteraria ed iconografica.

Colpisce, nel racconto, l’entrata in scena di questa figura di donna bella, libera e ricca (posizione di per sé inquietante, in una società arcaica), che pungola lo scarso coraggio degli uomini della sua comunità ai quali dovrebbe per tradizione essere soggetta. E non c’è dubbio che l’uccisione di Oloferne evochi anche la vendetta della donna contro il maschio violento e violentatore.

La parola-chiave sembra essere “patriottismo”, valore, come indica la parola stessa, tipicamente patriarcale.

Libro di Ester

Il Libro di Ester è un libro del Tanakh (La Bibbia ebraica) e dell’Antico Testamento; trae il proprio nome da quello della sua protagonista, Ester, che significa “stella” anche se il suo vero nome è Hadàssa. Racconta di come costei e il suo tutore Mardocheo riescono a sventare una congiura di palazzo che avrebbe portato allo sterminio dei Giudei viventi all’interno del regno del re persiano Assuero. È un’opera assai cara agli Ebrei, che lo hanno inserito tra le Megillot, cioè tra i cinque rotoli biblici letti in occasione di particolari festività liturgiche. In particolare, il libro di Ester viene letto due volte durante la festa dei Purim, festa che trae proprio da questo libro la sua origine. È l’unico dei libri del Tanakh che non era presente tra i Rotoli del Mar Morto.

Composizione del testo  

 Pur narrando eventi risalenti alla prima metà del V secolo a.C., si ritiene che il Libro di Ester possa risalire alla prima metà del II secolo a.C., ai tempi della rivolta dei Maccabei. Ci è giunto in una versione ebraica ed in una greca -a sua volta in due recensioni-, che è più estesa di quella ebraica di due terzi.

Inizia con 2 capitoli 1, a destra sono contestualizzati i brani che S. Girolamo pose alla fine del capitolo 10.

Schema del libro

1,1-2,23 Prologo

3-9,19 Trama di Amàn

9,20-10 Triondo di Ester e mardocheo

Stile letterario

Siamo nei midrashim, nei preliminari si cita la storicità: 597 a.C. Era stato deportato a babilonia il re Iaconia e i suoi sudditi da Nabucodonosor. L’autore è un giudeo della diaspora orientale. Siamo nel II sec. nel periodo dei Maccabei e vuole richiamare e incoraggiare il popolo. È stato spesso paragonato alla prima parte del Libro di Daniele, e ai libri deuterocanonici di Tobia e Giuditta per gli argomenti trattati.

Genere letterario

Narrativo, midrash  aggadico, che potrebbe avere un substrato storico.

Messaggio teologico

La festa dei PURIM (che vuol dire sorte), è quella che somiglia al nostro carnevale.

Lutero è contrario al libro perché troppo nazionalistico, ma c’è invece una teologia di fondo. Le critiche di Lutero al libro sono servite a corroborare le accuse di antisemitismo che gli sono state spesso rivolte.

C’è la teologia della Storia: Dio interviene anche se non viene mai nominato. E’ come la storia di Giuseppe (Gn 45,3-5)

La solidarietà col proprio popolo in esilio

La condanna dell’abuso del potere

Collegamento con la pasqua, il Decreto fu emesso il 13 di Nisàn e la pasqua cade il 14.

Ester è figura di Maria corredentrice.

Libro di Rut

Il libro di Rut è uno dei libri dell’Antico Testamento e della Bibbia ebraica; libro storico per il canone cristiano, per il canone ebraico, quinto della sezione dei Ketuvim (Scritti). Diviso in quattro capitoli, il libro narra la vicenda di una famiglia di Betlemme, Emimelech, la moglie Noemi e i figli Maclon e Chilion, che spinta dalla carestia si trasferisce nel paese di Moab. I figli sposano due donne moabite, Rut e Orpa, ma sia Emimelech che Maclon e Chilion muoiono in terra moabita, allora dopo dieci anni Noemi decide di far ritorno in patria, Orpa rimane nella sua terra mentre Rut decide di seguirla rinunciando al suo popolo e ai suoi dei.

Rut significa “l’amica”.

Contenuti.

Si contrappone ai dettati di Ester e Neemia che vogliono ripristinare il puro israelita sciogliendo i matrimoni misti. E’ una sorta di equilibrio biblico. Allo stesso modo il Libro di Giona che dimostra l’apertura di Dio ai pagani.

Messaggio.

Il messaggio fondamentale è che Dio protegge i deboli, le vedove (salmo 68,6)

Il tema della benedizione (1, 8-9) (2,12) (3,10) intesa come buon augurio.

Il tema del Gòel, cioè del riscatto, termine che s. Paolo userà anche per Gesù.

La bellezza poetica e gli aspetti idillici del libro sono stati ampiamente celebrati nel tempo ma il racconto contiene numerosi rimandi a questioni di carattere socio-giuridico che dovevano essere ben note ai lettori o ascoltatori del tempo. Tema centrale sviluppato nel capitolo 3 è infatti il matrimonio per levirato, cioe’ l’obbligo di sposare la vedova di un parente deceduto e il conseguente possesso dei terreni collegati. Non meno significativo è il fatto che la protagonista sia una straniera, una moabita, popolo da sempre ostile ad Israele, ma sarà proprio questa donna a generare l’avo di Davide.

Il libro si chiude con la genealogia che illustra l’ascendenza di Davide, una collocazione che conferisce una particolare enfasi al tema della discendenza davidica, tema ritenuto dalla maggiorparte degli esegeti come parte originaria e costituitva del racconto e non un’aggiunta posteriore. Perché il redattore (o i redattori) abbiano sentito la necessità di esporre in modo così puntuale l’acendenza moabitica della dinastia di Davide è stato diversamente intepretato, alcuni esegeti propendono per una reazione alle critiche mosse verso l’origine straniera della dinastia e l’esemplare esposizione del negozio giuridico sarebbe proprio una reazione a queste critiche: per la legge del levirato il figlio di Rut è discendenza di Emimelc e di Noemi, stirpe di Abramo; altri invece interpretano il racconto come una reazione alle riforme post esilio babilonese di Esdra e Neemia radicalmente contrarie ai matrimoni misti.