Quaresima è riconciliazione con gli altri

buongiorno18In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!» (Mt 5,20-26). Gesù ci chiede in questa quaresima di essere pronti alla riconciliazione e raccomanda, prima di andare a pregare e offrire i doni all’altare, di avere un cuore esente da rancori, invidie, litigi, malintesi. Siamo dunque invitati ad avere un cuore buono, misericordioso, che sa perdonare sempre e in ogni situazione, e riesce a fare il primo passo nei confronti di una persona che mi ha offeso. Non bisogna distorcere il magistero: il cristiano non è l’uomo che non cerca giustizia per i torti subiti[1], ma è anche colui che sempre cerca perdono per i suoi offensori, crocifissori, nemici, persecutori. Il cristiano è un vero operatore di pace. Un uomo che ha molto sofferto, imprigionato come san Paolo, scrisse: «A volte perdonando un torto che si è ricevuto si può mutare un nemico in amico e persino un uomo perverso in uno di nobili sentimenti» (Silvio Pellico).

[1] Papa Paolo VI : Nell’esercizio di tutte le libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali in virtù della legge morale sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune. Con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia ed umanità.

6. Maria di Magdala: amore per l’Amore

giovanni battista 2a) Gesù era sposato?

Il romanzo continua: «”Il matrimonio di Gesù e Maria Maddalena è storicamente documentato”. Frugò in mezzo ai volumi. “Inoltre, Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo”. “Perché?” chiese Sophie. “Perché Gesù era ebreo” rispose Langdon, mentre Teabing era indaffa-rato con i suoi libri “e il costume dell’epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato”. (pp. 287-288).

La dimostrazione addotta è molto debole e basata su un argumentum e silentio: se Gesù non fosse stato sposato, ciò sarebbe scritto nei Vangeli. Lo stesso argomento può essere più ragionevolmente volto all’inverso: se Gesù fosse stato sposato, ciò sarebbe scritto nei Vangeli. Sarebbe alquanto strano immaginare che tutti i testi evangelici possano aver taciuto su una eventuale moglie di Gesù, quando essi stessi si dilungano a parlare di suo padre, di sua madre, dei suoi parenti e dei suoi seguaci. Inoltre ogni particolare della vita del Maestro è, agli occhi degli evangelisti, un modello da imitare; come è possibile pensare che essi abbiano potuto tralasciare questo efficace esempio di una sana vita matrimoniale?

Era certamente nota anche in Palestina l’esistenza di saggi celibi provenienti dal mondo greco. Ma è vero che il celibato era contrario al costume ebraico dell’epoca e veniva unanimemente condannato? Davvero tutti condividevano l’idea di rabbi Eliezer ben Ircano, il quale tra II e III sec. d.C. arrivò ad affermare che «colui che rifiuta di procreare è simile a un omicida»[1]? Le fonti non ci permettono di affermarlo. Il gruppo degli Esseni, ad esempio, teneva in onore e spesso osservava rigorosamente il celibato. Lo scrittore romano Plinio il Vecchio descrive gli abitanti di Qumran come un popolo che “non ha alcuna donna e ha rinunciato all’amore […] un popolo eterno nel quale nessuno nasce”[2]. Lo storico giudeo Giuseppe Flavio afferma che “presso di loro il matrimonio è in dispregio”, anche se questo non significa che essi condannassero in assoluto il matrimonio altrui: essi infatti “non aboliscono il matrimonio e la discendenza che ne deriva”[3]. Anche Filone di Alessandria conferma che “nessuno tra gli Esseni prende moglie”[4], estendendo questa abitudine anche alle vergini dei Terapeuti che risiedevano nei pressi di Alessandria[5]. Altri predicatori itineranti, tra cui Giovanni Battista, erano privi di moglie.

[1]Yebamot babilonese, 63b.

[2] Naturalis Historia, V,73: “[..] sine ulla femina, omni venere abdicata […] gens aeterna est, in qua nemo nascitur”.

[3] Bellum iudaicum, II,120-121. È probabile però che vi fossero anche Esseni sposati (Bellum iudaicum, II,160).

[4] Apologia, in Eusebius, Praeparatio evangelica, VIII 11,14.

[5] De vita contemplativa, 68: “Partecipavano anche le donne, la maggior parte delle quali erano vergini mature”.

Il Monte delle Tentazioni

Poco lontano dalla riva destra del Giordano e a circa 10 km dal mar Morto sorge la città di Gerico, una delle più antiche del mondo, in una bella oasi verde, in mezzo a un ambiente desertico. Guardando da Gerico verso ovest l’occhio vede non lontano speroni di rocce brulle. Uno di questi è detto “Gebel Quarantal”, cioè “Monte della quarantena”, così chiamato perché secondo un’antica tradizione Gesù avrebbe trascorso, in una delle numerose grotte che vi si trovano, i 40 giorni di solitudine e digiuno dopo il battesimo ricevuto da Giovanni. Al termine di questi giorni sperimentò, come uomo, anche la tentazione da parte del diavolo (Mt 4, 1-2).

La tradizione ha indicato la grotta precisa abitata da Gesù, trasformata poi in cappella. Sulla scia di questa tradizione altre caverne sono diventate altrettante celle per eremiti e monaci che hanno voluto vivere l’esperienza di Gesù. In seguito è stato costruito un muro che sembra “aggrappato” alle rocce, creando così un originale monastero per quei monaci (la costruzione attuale però è recente: risale al 1895). Questa vicenda misteriosa di Gesù ci insegna che la tentazione appartiene al nostro essere creature umane limitate, ma anche libere, e che le suggestioni al male di satana, mentitore e omicida fin dagli inizi (Gv 8, 44), si possono sempre vincere.

IL LAGO DI GENEZARET (Mare di Galilea o di Tiberiade)

Il lago di Genezaret, ben visibile nella carta della Palestina, è alimentato dal Giordano, è lungo 21 km e largo 11, è profondo 45 m., ma si trova già a 212 m. sotto il livello del mare in quella fossa geologica che arriverà a circa 400 m. nel Mar Morto.

Per la sua forma gli ebrei lo chiamavano Kinnèret, da kinnor che significa cetra o arpa. Attorno a questo lago sorgevano cittadine e villaggi che vivevano per lo più di pesca o di ciò che essa esigeva: barche, vele, reti…

Nel secolo scorso sono state “ripescate” e riportate in superficie due barche risalenti probabilmente al tempo di Gesù. Egli amava questo lago: in esso ha incontrato i primi discepoli (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni), con loro l’ha attraversato varie volte. dalla barca di Pietro ha predicato alla folla che a terra gli stava troppo alle costole (Mt 13, 1-3), ma il gesto è significativo: la barca di Pietro è la chiesa.

Su quel lago egli camminò tranquillamente spaventando i discepoli che o credevano un fantasma (Mt 14, 24-33). Con una parola ha calmato le sue onde furiose (Mt 8, 23-27) e con un’altra ha indicato la parte buona per la pesca a esperti che avevano faticato invano tutta la notte (Lc 5, 4-11). Lui però ne farà dei buoni “pescatori di uomini” (Mc 1, 17).

Il Giordano

Il fiume dei due Testamenti, è il fiume ben noto della Terrasanta che la delimita a est. Nasce a nord, alle falde del monte Hermon (2800 m., in Libano) e dopo aver formato il piccolo lago di Hulè, ormai prosciugato, si getta nel lago di Tiberiade. Uscendo dal lago, a m. 208 sotto il livello del mare, sprofonda in una vallata e scende fino al Mar Morto, la cui superficie è a oltre 390 m. sotto il livello del mare.

Il Giordano è stato testimone di vari eventi biblici, a cominciare dal passaggio di Israele sul greto del fiume, asciutto per un’interruzione provvidenziale delle acque (Gs 3-4), un prodigio che richiama quello del Mar Rosso, all’uscita all’Egitto (Sal 114). Alcuni episodi della vita dei profeti Elia e Eliseo hanno come sfondo il Giordano (2Re 2, 7-14; 5, 10-14).

Poco prima di gettarsi nel Mar Morto si incontra lungo il fiume la verde oasi di Gerico, la città dove Gesù guarì un cieco (Lc 18, 35-43) e convertì Zaccheo (Lc 19, 1-10).

Ma il Giordano richiama soprattutto la figura e l’attività del Battista che annunciava e preparava la venuta del Messia e che lo ha battezzato, sia pure non volendo (Mt 3, 13-17), quando gli si è presentato insieme a peccatori pentiti, in mezzo ai fratelli che era venuto a salvare. E per questo egli istituì il suo battesimo, come aveva annunciato Giovanni stesso (Mt 3, 11), un battesimo che avrebbe comunicato, col segno dell’acqua, li Spirito Santo che ci rende figli di Dio (Mt 28, 19-20).