Cristo re dell’universo

Cristo_Re_delluniverso_ROggi per i cattolici si conclude l’Anno Liturgico: è il nostro capodanno, auguri a noi e alle nostre famiglie. Celebriamo la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Sappiamo dai Vangeli che Gesù rifiutò il titolo dire quando era inteso in senso politico, alla stregua dei “capi della nazioni” (cf. Mt 20,24). Invece durante la sua passione egli rivendicò una singolare regalità davanti a Pilato, il quale l’interrogò esplicitamente: «Tu sei re?» e Gesù rispose: «Tu lo dici, io sono re» (Gv 18,37). Vorrei riflettere con voi proprio su quell’«io sono!». Una dichiarazione riportata da Giovanni mette vigorosamente in luce l’Incarnazione della presenza in Gesù: «Amen, amen, io vi dico: prima che Abramo venisse all’esistenza, io sono» (8,58). L’espressione «io sono» (ego eimi) ci rinvia alla scena dell’Esodo (3,14) in cui YHWH aveva rivelato il suo nome a Mosè: «Io sono». Attraverso questo nome, YHWH non si attribuiva un’esistenza astratta, come potrebbe suggerire la traduzione: «Io sono colui che è»; si definiva attraverso una presenza concreta. Egli è il sempre presente, di una presenza che non può essere soppressa e che rimane immutabilmente fedele. L’«Io sono» garantisce la promessa fatta a Mosè per il compimento della sua missione: «Io sarò con te» (Es 3,12). È questa presenza divina che permane sempre in Gesù. Il contesto rivela che l’«Io sono» affermato da Gesù è quello del Figlio (Gv 8,54); è dunque distinto da quello del Padre, ed introduce perciò nell’«Io sono» una distinzione prima sconosciuta. Nel vangelo giovanneo, quest’attribuzione dell’«Io sono» non è isolata. Gesù dirige particolarmente su di essa la fede: «Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati» (8,24). «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che io sono» (8,28). «Ve lo dico fin d’ora, prima che il fatto accada, affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono» (13,19). Notiamo che la formula permette a Gesù una perfetta incarnazione della sua affermazione di identità divina. Gli consente di dire «sono io» così come lo dicono gli altri uomini quando arrivano dai loro familiari e si fanno riconoscere da essi. È così che la si trova in altri contesti evangelici, a conclusione dell’incontro con la Samaritana (Gv 4,26), al momento dell’arresto (Gv 18,5.6.8), nei quali essa ha innanzitutto il significato normale che il dialogo le conferisce, ma nello stesso tempo anche un significato misterioso che è suggerito da taluni indizi del racconto. Nel caso della Samaritana infatti, Gesù aveva offerto l’acqua viva, quella che zampilla di vita eterna (Gv 4, 10-14), cosicché se rivendica la qualità di Messia dicendo: «sono io, che ti parlo», pone questo messianismo ad un livello divino attribuendosi il potere di comunicare la vita divina. L’insinuazione del mistero divino non è meno attestata nel momento in cui Gesù, dicendo «sono io», fa indietreggiare quelli che vengono ad arrestarlo, tanto che alcuni cadono a terra, come se dovessero riconoscere loro malgrado la sua sovranità. Particolarmente interessante è la concordanza del quarto vangelo con Matteo e Marco nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque. Tutti e tre riportano la formula: «Sono io, non temete» (Mt 14,27; Mc 6,50; Gv 6,20). È il «sono io» familiare di un uomo che raggiunge i suoi amici, ma anche di colui che manifesta la sua potenza divina nel suo dominio sulla natura. Dietro a queste parole, ritroviamo ancora il Deutero-Isaia: «Non temere… perché sono io, YHWH, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore» (Is 43, 1-3). Si potrebbe anche dire che per giustificare questo avvicinamento, Gesù è avanzato sul lago, giacché l’oracolo riferiva: «Se dovrai passare attraverso le acque, io sono con te; attraverso i fiumi, essi non ti sommergeranno» (43,2). Tutto si svolge come se Gesù avesse «incarnato» questo annunzio profetico, realizzando sensibilmente il passaggio attraverso le acque per essere con i suoi discepoli. Il «sono io» risuona dunque come quello di YHWH nell’Antico Testamento, e in un certo senso anche in modo più impressionante, in virtù di una presenza sensibile, umana. L’accordo con i Sinottici conferma che la formula ego eimi ha un solido fondamento nella tradizione e non è “un’invenzione” teologica di Giovanni. Il contesto ha proprio il vantaggio di mostrare che Gesù poteva servirsi di questa locuzione nel modo più naturale, ma caricandola di un contenuto segreto, sia in virtù delle circostanze che di una evocazione di testi profetici. I Sinottici, almeno Matteo (14,62) e Luca (22,70), presentano la formula anche in un’altra occasione, nella dichiarazione più solenne e decisiva che Gesù abbia fatto sulla sua identità. Non si potrebbe comprendere l’ego eimi della risposta a Caifa nel semplice significato di «io lo sono», cioè «io sono il Figlio di Dio». Gesù vuol certamente affermare di essere il Figlio di Dio, ma esprime ciò nel proprio linguaggio, dicendo «sono io» o «io sono», come YHWH aveva  detto nell’Antico Testamento. Egli sa che con questa risposta si rende reo di bestemmia agli occhi dei suoi avversari e provoca la sua condanna, ma la formula implica proprio una persistenza nell’essere, capace di superare la morte. L’ego eimi esprime una presenza che non potrà più essere tolta da questo mondo. Infine, dopo la risurrezione, è ancora per mezzo di questa formula che Gesù fa riconoscere la propria identità dai suoi discepoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io» (Lc 24,39). In quest’ultimo caso bisogna constatare che anche nel suo nuovo stato di risorto, la sua presenza divina rimane incarnata. Questa presenza, assicura Gesù, perdurerà in eterno a favore dei suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi» (Mt 28,20). La formula dell’alleanza veterotestamentaria: «Io sarò con te» (Es 3,12) acquista la sua forma definitiva, con una novità eccezionale, quella della presenza divina che non cesserà più di essere contemporaneamente presenza umana. Pienamente incarnato l’«Io sono» o il «sono io» è tanto più inseparabile dal «con voi». Godiamo, dunque, di questa festa che ci ricorda che non siamo sudditi di un re ma suoi fratelli e amici.

Aniello Clemente.

 

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Il piccolo Charlie… un agnello immolato!

gesù-e-lagnello.jpgActa est fabula[1] (lo spettacolo è finito), tra lungaggini, ignoranze, stupidi cavilli burocratici contrap- posti al dolore di due giovani sposi e alle attese, le speranze, le pre- ghiere di tanta gente, è calato il sipario sulla scena umana del piccolo Charlie. Paradossalmente, nell’epoca delle “comunicazioni” è mancato il dialogo: da dialogos, ossia attraverso e oltre le parole. Si fa dialogo incontrando l’altro, a contatto con il prossimo. È indos- sare i panni dell’altro e, nella logica dell’incarnazione, è compas- sione, ossia sentire, provare, pren- dere su di sé, la miseria, il peccato, dell’altro. Il dialogo è accoglienza: “Io accolgo te”, cioè un atto sponsale che apre e crea la comunione[2]. Ci conforta sapere che la vergine Madre lo sta già coccolando tra le sue amorevoli mani contendendolo a Sant’Anna e alle tante Sante madri di cui è costellato il nostro calendario. Furtivo si avvicina San Giovanni, il Battista, e dice sommessamente: «Ecco un piccolo agnello di Dio». Anche il piccolo Charlie sta a indicare al mondo Gesù Cristo quale Agnello di Dio, come colui che ha dato la sua stessa vita per la salvezza dell’umanità. Non si è trattato di indicarlo con le parole ma con la vita, spendendo tutte le sue piccole energie per stare dietro di lui, come vero discepolo, come quei “piccoli” che Gesù tanto amava! L’agnello è simbolo di docilità, di purezza, ma altresì di capro espiatorio, di colui che prende su di sé tutto il male del mondo. «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il verbo che viene tradotto con “toglie” significa letteralmente “sollevare”, “prendere su di sé”. Gesù è venuto nel mondo con una missione precisa: liberarlo dalla schiavitù del peccato, caricandosi le colpe dell’umanità. In che modo? Amando! Non c’è altro modo di vincere il male e il peccato se non con l’amore che spinge al dono della propria vita per gli altri. Agli affranti genitori posso solo ricordare che: «Quando ho pianto il mio dolore nel campo della pazienza, esso mi ha dato il frutto della felicità» (K. Gibran). Il piccolo Charlie, come Gesù, ha incarnato i tratti del Servo del Signore, che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). Nel Nuovo Testamento il termine “agnello” ricorre più volte e sempre in riferimento a Gesù. Questa immagine dell’agnello potrebbe stupire; infatti, un animale che non si caratterizza certo per forza e robustezza si carica sulle proprie spalle un peso così pesante. La massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé. L’agnello non è un dominatore, ma è docile; non è aggressivo, ma pacifico; non mostra gli artigli o i denti, ma sopporta ed è remissivo. E così è Gesù: così è Charlie, come un agnello! Ciao piccolo, ti vogliamo bene.

Iannucci Maria Grazia – Aniello Clemente.

 

[1] Sono le celebri parole dell’Imperatore Ottaviano che proferì poco prima di morire.

[2]Cf. E. Scognamiglio, Recensioni in Asprenas, vol. 63 (2016), 200.

4. “Crocifissi col Crocifisso”. Gaetano Di Palma: Fondamenti biblici della mistica dei “crocifissi col Crocifisso”.

ascioneIl prof. Di Palma, Docente di Sacra Scrittura, preliminarmente ci ricorda la genesi della parola “stigmate”, (dal greco στίγμα, stigma, che significa marchio) sono tipicamente le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù Cristo, provocate dai traumi subiti durante la sua Passione. In greco il termine indicava il marchio impresso col ferro sul bestiame in segno di proprietà, o anche su schiavi fuggitivi, spesso per punizione. Già Filone di Alessandria ne parlava come di un «marchio a fuoco» e parimenti Seneca ne Sui Benefici: «Il re Filippo il Macedone aveva un soldato valoroso… costui dopo un naufragio fu buttato sulle terre che appartenevamo a un macedone… che lo rianimò, lo curò per trenta giorni e gli diede i mezzi per riprendere il suo viaggio… Raccontò del suo naufragio a Filippo, ma tacendo dell’aiuto ricevuto e subito gli chiese dono delle terre di un privato. Ora, questo privato era il suo ospite, lo stesso che lo aveva accolto e rimesso in salute… Ma quel benefattore, cacciato dalle sue terre non sopportò in silenzio e scrisse a Filippo una lettera… Quando il re la ricevette, si infuriò così tanto che incaricò subito Pausania di restituire i beni al loro precedente padrone, quindi di marchiare quel soldato disonesto». Quasi come monito per la diffusa pratica dei tatuaggi Di Palma ci ricorda la norma di Lv 19,28: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio»[1]. Il termine ha origine dalla Lettera ai Galati di S. Paolo, dove forte è la ricorrenza della Croce: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Nella lettera S. Paolo indica con valore figurativo, in contrapposizione alla circoncisione giudaica, i patimenti sofferti da Paolo per Cristo, che sono i suoi «marchi» (Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto). Già precedentemente Paolo aveva affermato: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Crocifisso con il Cristo il cristiano è, con lui e in lui, morto alle antiche pratiche (per Paolo la legge mosaica, cf. Rm 7,1s) per partecipare alla  vita di resuscitato dal Cristo (Rm 6,4-10): «Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui» (Rm 6,6).

[1] Era una pratica largamente attestata per i riti di lutto mutuata dal paganesimo. La menzione di questi stessi riti in Ez 7,18 mostra che, malgrado questa condanna, continuarono a essere praticati, forse perché si attribuiva loro un significato religioso di carattere penitenziale come ricorda Is 22,12: «Vi invitava il Signore…al pianto e al lamento, a rasarvi il capo e a vestire il sacco».

L’Ultima Cena, alcune considerazioni

2. lavanda dei piedi«Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”» (Gv 13,21-26). Il dipinto, quindi,  si basa sul Vangelo di Giovanni nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi apostoli. L’opera si basa sulla tradizione dei cenacoli di Firenze, ma come già Leonardo aveva fatto con l’Adorazione dei Magi, l’iconografia venne profondamente rinnovata alla ricerca del significato più intimo ed emotivamente rilevante dell’episodio religioso. Leonardo infatti studiò i “moti dell’animo” degli apostoli sorpresi e sconcertati all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro[1].

Disposizione degli apostoli

Gesù sembra aver appena finito la fatidica frase e, quindi, ognuno s’interroga sul suo significato. Analizziamo il quadro e vediamo che attorno a Cristo gli apostoli sono disposti in quattro gruppi di tre. Ogni singola condizione psicologica è approfondita, con le sue peculiari manifestazioni esteriori, più accentuata per quelli più vicini a Gesù. Da sinistra a destra sono: Bartolomeo, Giacomo, Andrea, che parlano concitati e Andrea sembra dire “non ho capito bene” oppure “non so niente”. Pietro, Giuda, Giovanni. Pietro con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni (con la testa china verso di lui) chiedendogli: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?» (Gv 13,24). Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi («tenendo Giuda la cassa» si legge in Gv 13,29), indietreggia con aria colpevole e nell’agitazione rovescia la saliera. Tommaso, Giacomo il Maggiore, Filippo. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza. (Curiosità: La figura di Tommaso, subito a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare collocata nell’unico spazio disponibile in modo un po’ posticcio. Secondo recenti scoperte sui disegni preparatori dell’opera infatti, Leonardo, per ricordarsi tutti i nomi degli apostoli li aveva dovuti appuntare sotto ciascuna figura, quindi si suppone che l’artista avesse dimenticato di inserire l’apostolo, e che abbia dovuto rimediare di corsa). Matteo, Giuda Taddeo e Simone. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono (come Andrea dall’alto lato) con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità.

La cena

L’opera si deteriorò subito e ciò ha reso difficile capire cosa stessero mangiando. Si nota subito la mancanza del calice sulla tavola. Diversamente dai Sinottici, Giovanni non descrive la scena della consacrazione: «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,27). Giovanni, dopo l’annuncio del tradimento, scrive invece: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) e sostituisce l’eucaristia con la “lavanda dei piedi”. Per ciò che concerne il cibo si può ipotizzare che fossero erbe amare, pane azzimo, una salsa chiamata charoset, agnello arrostito e vino, ossia le pietanze che gli ebrei mangiano, ancora oggi, nella cena rituale di Pésach , la loro Pasqua; ma dal restauro si può ipotizzare che fosse del pesce, preparato in piccoli tranci, forse guarnito con agrumi, Alcuni hanno ipotizzato delle anguille ma, probabilmente, confondendo ciò che si mangiava ai tempi di Leonardo e dimenticando che esse non sono un piatto kosher. D’altronde il pesce è altamente simbolico per il cristianesimo. In Gv 6,11 Gesù moltiplica i pani e i pesci, e in Gv 21,1-14, notiamo che: «Gesù disse loro: “Venite a mangiare”… Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce». Ancora più importante Tertulliano parla del simbolismo dell’acqua e lo lega al termine ΙΧΘyΣ (pesce) da considerare acrostico per indicare: Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore: «Ma noi pesciolini, detti così dal nostro ΙΧΘyΣ Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo nell’acqua siamo salvi».[2]

[1] Cf. M. Magnano, Leonardo, collana I Geni dell’arte, Mondadori Arte, Milano 2007; P. C. Marani, Il Cenacolo. Guida al Refettorio, Electa, Milano, 1999.

 [2] Tertulliano, Il Battesimo, I, 3, Città Nuova, Roma 2008, 161.

San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.