6. Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. La prassi apostolica

san MattiaLa comunità apostolica è rimasta fedele all’atteggiamento di Gesù. Nella piccola cerchia di coloro che si riuniscono nel Cenacolo dopo l’Ascensione, Maria occupa un posto privilegiato (cfr. At 1, 14). Eppure, non è lei che viene designata per entrare nel Collegio dei Dodici, al momento dell’elezione che porterà alla scelta di Mattia: coloro che sono presentati sono due discepoli, dei quali i Vangeli non fanno neppure menzione. Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discese su tutti, uomini e donne (cfr. At 2, 1; 1, 14), e tuttavia l’annuncio dell’adempimento delle profezie in Gesù fu proclamato da «Pietro e gli Undici» (At 2, 14). Allorché costoro e Paolo uscirono dai confini del mondo giudaico, la predicazione del Vangelo e la vita cristiana nella civiltà greco-romana li indussero a rompere, talvolta dolorosamente, con le pratiche mosaiche. Essi avrebbero, dunque, potuto pensare, se su questo punto non fossero stati persuasi del loro dovere di fedeltà al Signore, di conferire l’ordinazione alle donne. Nel mondo ellenistico parecchi culti di divinità pagane erano affidati a sacerdotesse. I Greci, infatti, non condividevano le concezioni dei Giudei: benché alcuni filosofi abbiano professato l’inferiorità della donna, gli storici sottolineano, tuttavia, l’esistenza di un certo movimento per la promozione femminile durante il periodo imperiale. Di fatto, constatiamo dal libro degli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di San Paolo che alcune donne collaborano con l’Apostolo per il Vangelo (cfr. Rm 16, 3-12; Fil 4, 3); egli ne enumera i nomi con compiacimento nelle formule finali di saluto delle sue Lettere. Talune esercitano spesso un influsso di non lieve importanza sulle conversioni: Priscilla, Lidia ed altre; Priscilla soprattutto, la quale si è assunta l’impegno di completare la formazione di Apollo (cfr. At 18, 26); Febe che è a servizio della Chiesa di Cenere (cfr. Rm 16, 1). Tutti questi fatti manifestano nella Chiesa apostolica una notevole evoluzione nei confronti dei costumi del giudaismo. Ciononostante, non è stata, in nessun momento, posta la questione di conferire l’Ordinazione a queste donne. Nelle Lettere paoline autorevoli esegeti hanno notato una differenza tra due formule, usate dall’Apostolo: egli scrive indistintamente «miei collaboratori» (Rm 16, 3; Fil 4, 2-3) a proposito degli uomini e delle donne, che in un modo o nell’altro l’aiutano nel suo apostolato; ma riserva il titolo di «cooperatori di Dio» (1 Cor 3, 9; cfr. 1 Ts 3, 2) ad Apollo, a Timoteo e a se stesso, Paolo, così designati perché sono direttamente consacrati al ministero apostolico, alla predicazione della Parola di Dio. Nonostante il loro ruolo così importante al momento della Resurrezione, la collaborazione delle donne non giunge, per San Paolo, fino all’esercizio dell’annuncio ufficiale e pubblico del messaggio, che resta nella linea esclusiva della missione apostolica[1].

[1] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, Roma, 15 ottobre 1976, 3. La prassi degli Apostoli.