4. “Crocifissi col Crocifisso”. Gaetano Di Palma: Fondamenti biblici della mistica dei “crocifissi col Crocifisso”.

ascioneIl prof. Di Palma, Docente di Sacra Scrittura, preliminarmente ci ricorda la genesi della parola “stigmate”, (dal greco στίγμα, stigma, che significa marchio) sono tipicamente le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù Cristo, provocate dai traumi subiti durante la sua Passione. In greco il termine indicava il marchio impresso col ferro sul bestiame in segno di proprietà, o anche su schiavi fuggitivi, spesso per punizione. Già Filone di Alessandria ne parlava come di un «marchio a fuoco» e parimenti Seneca ne Sui Benefici: «Il re Filippo il Macedone aveva un soldato valoroso… costui dopo un naufragio fu buttato sulle terre che appartenevamo a un macedone… che lo rianimò, lo curò per trenta giorni e gli diede i mezzi per riprendere il suo viaggio… Raccontò del suo naufragio a Filippo, ma tacendo dell’aiuto ricevuto e subito gli chiese dono delle terre di un privato. Ora, questo privato era il suo ospite, lo stesso che lo aveva accolto e rimesso in salute… Ma quel benefattore, cacciato dalle sue terre non sopportò in silenzio e scrisse a Filippo una lettera… Quando il re la ricevette, si infuriò così tanto che incaricò subito Pausania di restituire i beni al loro precedente padrone, quindi di marchiare quel soldato disonesto». Quasi come monito per la diffusa pratica dei tatuaggi Di Palma ci ricorda la norma di Lv 19,28: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio»[1]. Il termine ha origine dalla Lettera ai Galati di S. Paolo, dove forte è la ricorrenza della Croce: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Nella lettera S. Paolo indica con valore figurativo, in contrapposizione alla circoncisione giudaica, i patimenti sofferti da Paolo per Cristo, che sono i suoi «marchi» (Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto). Già precedentemente Paolo aveva affermato: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Crocifisso con il Cristo il cristiano è, con lui e in lui, morto alle antiche pratiche (per Paolo la legge mosaica, cf. Rm 7,1s) per partecipare alla  vita di resuscitato dal Cristo (Rm 6,4-10): «Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui» (Rm 6,6).

[1] Era una pratica largamente attestata per i riti di lutto mutuata dal paganesimo. La menzione di questi stessi riti in Ez 7,18 mostra che, malgrado questa condanna, continuarono a essere praticati, forse perché si attribuiva loro un significato religioso di carattere penitenziale come ricorda Is 22,12: «Vi invitava il Signore…al pianto e al lamento, a rasarvi il capo e a vestire il sacco».

Quaresima come palestra per prepararsi alla lotta

armatura-dio-521Gesù si era messo in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di purificazione di Giovanni e subito dopo lo Spirito lo aveva spinto nel deserto per esservi tentato.
Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero le tentazioni (e se non ci fossero anche le cadute…) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci sbagliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. «Da dove derivano le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?» (Giacomo 4,1s). «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11). L’Antico Testamento mostrava Dio che si armava contro i suoi nemici[1], San Paolo consiglia le stesse armi divine anche al cristiano: «Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede…, prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6,13-17). Come un buon soldato prepara il suo corpo al combattimento, così Gesù prepara la sua anima, il suo spirito, il suo corpo al grande combattimento contro Satana. Nel deserto Cristo Gesù dovrà compiere ciò che finora l’umanità non ha mai compiuto: sconfiggere il diavolo superando ogni sua tentazione. Buona lotta quaresimale!

Aniello Clemente

[1] Cf. Is 11,4-5; 59,16-18; Sap 5,17-23.

Quaresima scuola per “ambasciatori”

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le donne furono le prime “ambasciatrici” della Risurrezione

Il sorgere di numerosi conflitti ha fatto dire a papa Francesco che in realtà ci troviamo nel pieno di una vera terza guerra mondiale. In questa diversa situazione non basta più pensare alla chiesa maestra, depositaria di una dottrina immutabile, né è sufficiente richiamarsi alla sua valenza misterica come corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Corrisponde meglio alle necessità dell’uomo contemporaneo l’immagine di chiesa adoperata da papa Francesco come “ospedale da campo”, come una “mamma inquieta”. Si tratta di un linguaggio che denota una congiuntura d’apprensione e d’emergenza, qual è indotta dal disagio e dal disorientamento dell’uomo postmoderno, senza più utopie che lo sostengono, senza più fiducia nemmeno in se stesso[1]. Urge affrettare la nostra conversione per testimoniare la nostra fede, rendere gloria a Dio e diventare suoi «ambasciatori»: «Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro… ecco il giorno della salvezza!» (cf. 2 Cor 5,20-6,2). È passata appena una settimana da quando a piedi nudi, piagati, ci siamo “consacrati” sul suolo del «roveto ardente» e oggi corriamo spediti perché come cenere sono bruciate le “spine” del nostro cuore e, come facevano i nostri contadini, quelle ceneri lo renderanno fertile anche se fosse un deserto pietroso. Liberati dal giogo del peccato corriamo, come i discepoli di Emmaus, verso chi è assetato di libertà e di pace. Col cuore sincero, rinfrancati dall’ascolto della Parola, come il “Cireneo”, aiutiamo a portare le croci di tante persone malate, sole, svantaggiate e la nostra umile testimonianza (che in greco significa “martirio”) susciti nelle nostre comunità il desiderio di ritorno di tanti che si dicono credenti ma hanno abbandonato la prassi rituale delle celebrazioni, affinché stretti intorno all’altare, uniti nella condivisione del banchetto eucaristico, siamo la chiesa “in uscita” che sa dare risposte concrete di solidarietà, carità e amore.

Aniello Clemente

[1] Cf. A. Russo, La teologia in ascolto dell’umano, in La teologia in ascolto dell’umano, 1. Orizzonti fondativi, A. Terracciano – A. Ascione (a cura), (Biblioteca Teologica Napoletana, 36), Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sezione S. Tommaso D’Aquino, Napoli 2016, 11-36, qui 30.

7.a) Il ruolo della donna nella Chiesa cattolica. Valore permanente della prassi apostolica

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San Paolo

Da un tale atteggiamento di Gesù e degli Apostoli, considerato come normativo da tutta la tradizione fino ai nostri giorni, potrebbe oggi la Chiesa allontanarsi? In favore di una risposta affermativa a questa domanda, sono stati portati diversi argomenti, che vale la pena esaminare. Si è voluto, in particolare, che la presa di posizione di Gesù e degli Apostoli si spiegherebbe mediante l’influsso del loro ambiente e del loro tempo. Se Gesù – dicono – non ha conferito alle donne, e neppure a sua Madre, un ministero che le assimila ai Dodici, è perché le circostanze storiche non glielo permettevano. Nessuno, tuttavia, ha mai provato – ed è, senza dubbio, impossibile provarlo – che questo atteggiamento si ispiri solamente a motivi socio-culturali. L’esame dei Vangeli – come abbiamo visto – indica, al contrario, che Gesù ha rotto con i pregiudizi del suo tempo, contravvenendo largamente alle discriminazioni praticate nei confronti delle donne. Non si può, dunque, sostenere che, non chiamando le donne ad entrare nel gruppo apostolico, Gesù si sia semplicemente lasciato guidare da ragioni di opportunità. A più forte ragione, questo condizionamento socio-culturale non avrebbe trattenuto gli Apostoli nell’ambiente greco, dove queste discriminazioni non esistevano. Si ricava parimenti un’obiezione dal carattere caduco, che si crede di riconoscere oggi ad alcune prescrizioni di San Paolo, riguardanti le donne, e dalle difficoltà che, a questo proposito, certi aspetti della sua dottrina sollevano. Ma bisogna notare che queste disposizioni, probabilmente ispirate agli usi del tempo, non riguardano se non pratiche disciplinari di scarsa importanza, come l’obbligo fatto alle donne di portare il velo sul capo (cfr. 1 Cor 11, 2-16); tali esigenze non hanno più valore normativo. Nondimeno, il divieto fatto da Paolo alle donne di «parlare» nell’assemblea (cfr. 1 Cor 14, 34-35; 1 Tm 2, 12) è di natura differente. E gli esegeti ne precisano il senso così: l’Apostolo non s’oppone per nulla al diritto, che riconosce peraltro alle donne, di profetizzare nell’assemblea (cfr. 1 Cor 11, 5); la proibizione riguarda unicamente la funzione ufficiale d’insegnare nell’assemblea cristiana. Una tale prescrizione, per San Paolo, è legata al piano divino della creazione (cfr. 1 Cor 11, 7; Gen 2, 18-24); difficilmente vi si potrebbe vedere l’espressione di un dato culturale. Non bisogna dimenticare, del resto, che noi dobbiamo a San Paolo uno dei testi più vigorosi del Nuovo Testamento sull’eguaglianza fondamentale dell’uomo e della donna, come figli di Dio nel Cristo (cfr. Gal 3, 28). Non c’è ragione, perciò, di accusarlo di pregiudizi ostili alle donne, quando si constata la fiducia che egli loro esprime e la collaborazione che chiede loro nel suo apostolato. Ma oltre a queste obiezioni, tratte dalla storia dei tempi apostolici, coloro che sostengono la legittimità di una evoluzione in materia traggono argomento dalla pratica della Chiesa nella disciplina dei Sacramenti. Si è potuto rilevare, soprattutto nella nostra epoca, come la Chiesa ha coscienza di possedere sui Sacramenti, ancorché istituiti dal Cristo, un certo potere. Essa ne usò nel corso dei secoli per precisarne il segno e le condizioni per amministrarli; le recenti decisioni dei Pontefici Pio XII e Paolo VI ne sono la prova[1]. Nondimeno occorre sottolineare che questo potere, che è reale, resta limitato.

[1] Pio PP. XII, Costit. Apost. Sacramentum Ordinis, 30 novembre 1947: AAS 40 (1948), 5-7; Paolo PP. VI, Costit. Apost. Divinae Consortium Naturae, 15 agosto 1971: AAS 63 (1971), 657-664; Costit. Apost. Sacram Unctionem, 30 novembre 1972: AAS 65 (1973), 5-9.

V Domenica di Quaresima

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I Greci dissero a Filippo: “Vogliamo vedere Gesù”. Che ognuno di noi sia prisma dell’adorabile Luce…

Questa Domenica di Quaresima ci invita a prendere coscienza di un fatto capitale: la natura del rapporto con Dio è determinante per la nostra esistenza. Se scopriamo che Dio è amore gratutito e misericordioso il nostro cuore viene trasformato e convertito. Questo è il frutto della “Nuova Alleanza” di cui Geremia sentiva la necessità e che aveva il coraggio di annunciare. Questa è la realtà vissuta da Gesù, ci lasceremo sedurre da essa? Se “sì”, allora la nostra morte diventerà sorgente di vita.

Prima Lettura (Ger 21,31-34)

Si sta avvicinando la fine del regno di Giuda, Geremia intuisce con angoscia il disastro imminente. Comprende che esso rivela il fallimento dell’alleanza mosaica, che non è riuscita a trasformare il cuore dell’uomo. Oltre la catastrofe, intravede un rinnovamento radicale: nella nuova alleanza Dio sarà finalmente conosciuto per quello che è. La Legge cesserà di essere un’imposizione, diventerà espressione della risposta d’Israele alla misericordia di Dio.

Seconda Lettura (Eb 5,7-9)

Volendo mostrare come il Cristo ha realizzato pienamente ciò che era solo adombrato nell’Antico Testamento, l’autore della Lettera agli Ebrei sottolinea l’obbedienza di Gesù in mezzo alla prova. La sua sottomissione, tuttavia, è totalmente diversa da quella dello schiavo. In lui il desiderio fondamentale di salvare la propria vita lascia spazio a uno slancio di amore. Attua così ciò che la Legge esigeva e che nessuno aveva potuto fare rima di lui.

Vangelo (Gv 12,20-33)

Di fronte alla morte, il Cristo ha conosciuto il sussulto istintivo della paura. Ma, nella profondità del suo essere, vedeva nella sua passione un dono di amore che rispondeva a quello del Padre. La morte di Gesù sarà così l’affermazione del regno dell’amore. Manifesterà la gloria divina che dalla croce si diffonderà nel mondo, risvegliato finalmente alla comprensione della verità divina.