2. Luce e tenebre: scegliamo la Luce!

natività 6L’opposizione di “luce” e “tenebre” riguarda dunque anche l’uomo: egli scopre sé stesso, la sua grandezza o la sua miseria nel confronto con la persona di Gesù. Scopre di essere la tenebra o di poter essere la luce, di poter essere figlio di Dio in Gesù attraverso la fede in Lui. Così si rivela ciò che veramente l’uomo è. Gesù viene a dividere gli uomini. Egli è il Rivelatore e viene come luce: gli uomini devono prendere posizione di fronte a Lui, non possono non farlo. Infatti «il giudizio è questo: la luce venne nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce» (Gv 3, 19). C’è però anche la scelta positiva: «A quanti però lo accolsero, diede il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12)[1]. Il potere di «diventare figli di Dio» genera una morale giovannea agapico-comunionale, una morale che potenzialmente può definirsi “trinitaria”, in quanto relazionale e riempita dall’Agape[2]. Far partire l’etica dal principio giovanneo di reciprocità nell’agape potrebbe apparire come una “rivoluzione copernicana” per la morale fondamentale. L’etica acquista la dimensione comunitaria anche per la formazione della coscienza. Poiché nell’amore reciproco la vita della Trinità scorre liberamente tra le membra del mistico corpo di Cristo, e attraverso di esso nella società, nell’umanità, ogni realtà viene informata dalla dinamica trinitaria che cambia i criteri di valutazione, cambiando così le motivazioni dell’agire umano. L’essere umano trova la propria identità nella persona di Gesù ed è a partire da Lui che è possibile riconoscere la centralità della persona umana, la sua irriducibile dignità, come misura dell’autenticità e di ogni impegno etico[3]. In Gesù vengono illuminate le tre dimensioni costitutive dell’essere umano: il rapporto di reciprocità con Dio, a cui si affianca quello di reciprocità con gli altri esseri umani, il cui modello diviene l’amore trinitario (Gv 17, 21-22; GS 24), e il rapporto di reciprocità con il creato, del quale l’uomo è il culmine e il custode. L’etica giovannea, cioè il rispondere all’amore di Dio, si realizza così nel fare la sua volontà e questo si concretizza nel comandamento nuovo e nel vivere le relazioni con gli altri. La scelta fondamentale coinvolge tutta la persona nel rapporto con Dio, con gli altri, con il creato e porta alla realizzazione dell’essere stesso e alla sua felicità[4]. Il punto di partenza non è più “l’ordine morale oggettivo”, ma l’esperienza della persona come soggetto storico, che si realizza nella libertà[5]. La libertà è considerata come una componente essenziale dell’uomo: essa “conferisce significato all’esistenza ed è ciò che specifica e contraddistingue l’agire dell’uomo facendolo per ciò stesso agire morale”[6]. Il comandamento nuovo instaura una reciprocità dell’amore che sprigiona una nuova antropologia, dove l’essere persona significa l’essere con[7] e l’essere-rimanere in.

Amare Dio e i fratelli per fare del mondo un nuovo Eden!

Ancora sinceri auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. Y. Simoens, «Il Prologo», in Secondo Giovanni. Una traduzione e un’interpretazione (Testi e commenti), EDB, Bologna 2000, 125-163.

[2] G. Ferraro, Lo Spirito e Cristo nel vangelo di Giovanni, Paideia,  Brescia 1984; L. Kamykowski, «La Trinità nei dialoghi dell’ultima cena (Gv 13-17)», in Nuova Umanità XXIV (2002/2-3)140-141, 163-179.

[3] Cf. I. Sanna, Lantropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Queriniana, Brescia 2001, 469.

[4] M. Vidal, Letica cristiana, Borla, Roma 1972, 71-72.

[5] Cf. C. Maccari, «La coscienza come risposta dell’uomo alla chiamata di Dio. Proposta di lettura etico-esistenziale di Gaudium et spes 16», in Convivium Assisiense V (2003/2) 117-149, qui 130.

[6] G. Piana, «Libertà», in Dizionario enciclopedico di Teologia Morale, Paoline, Roma 1981, 658.

[7] Cf. B. Häring, La morale è per la persona. Letica del personalismo cristiano, Paoline, Roma 1973, 58-72.

Advertisements

1. Luce e tenebre: un dramma che riguarda l’uomo

natività 3Gesù è la rivelazione personale di Dio agli uomini: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; e la luce nelle tenebre brilla e le tenebre non la compresero» (Gv 1, 4-5). Vicino a Dio, Dio egli stesso, il Verbo vive fin dalle origini una relazione unica con gli uomini: tutto ciò che vive, riceve l’essere da lui. Egli è la luce che illumina ogni uomo, vale a dire il principio che permette a ogni uomo di comprendere se stesso. Per la prima volta si fa notare che esiste una resistenza, un’opposizione alla luce. Le tenebre indicano un mondo dominato dal male che si oppone alla rivelazione della luce. L’ingresso di Cristo-Luce nella storia crea tensione e rifiuto, ma anche accettazione nella fede. Quello fra “luce” e “tenebre” è il dualismo di Giovanni: l’uomo naturale (l’uomo senza Cristo) è nelle tenebre e non ha nessun orientamento. È disorientato anche a livello morale e di conoscenza di Dio. L’uomo va, a tentoni, in cerca di Dio, però è rappresentato come uno che è nelle tenebre. «Veniva nel mondo la luce vera». Appare qui l’aggettivo vero che tornerà spesso nel vangelo: vero pane (6, 32), vera bevanda (6, 55), vera vita (15, 1). Nell’uso ebraico, vero caratterizza in primo luogo l’ordine divino (cf. 7, 28; 17, 3), che viene contraddistinto dall’illusione e dalla fallacia dell’ordine dell’uomo peccatore (cf. Rm 3, 4). Quindi, per poter camminare in maniera giusta, deve accettare di essere illuminato dalla luce, cioè Gesù, il quale dichiara: «Io sono la luce del mondo; chi cammina dietro di me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8, 12)[1]. Ciò corrisponde a quello che si legge nel Prologo. Soltanto chi cammina dietro Gesù, sul suo modello, seguendo attraverso la sua parola la rivelazione del Padre, è capace di discernere il bene ed il male, di conoscere veramente Dio, di incontrarsi con Dio e con il suo mistero. Questa è l’idea fondamentale. La luce, nell’incarnazione del Figlio di Dio, svela agli uomini il volto stesso di Dio. Questo volto di Dio si rivela al massimo grado sulla croce: (cf. Gv 13, 1). La croce è per Giovanni il compimento dell’amore, quello del Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore. Infatti il Gesù giovanneo che muore sulla croce dice: «Tutto è compiuto» (19, 30). “Compiuto” è l’amore che deve arrivare fino al suo termine ultimo. La rivelazione dell’amore “compiuto” di Dio trova una sua rappresentazione simbolica nella lavanda dei piedi, una delle vette del Quarto Vangelo (13, 2-20). Gesù si fa schiavo umile dei suoi discepoli, lavando loro i piedi, e ordina ai suoi discepoli di fare come lui[2]. Questo è il volto di Dio, che si interessa dell’uomo e con grande umiltà si mette al suo servizio come fa Gesù. L’uomo rivela sé stesso nel confronto con Gesù. Vi è nel Quarto Vangelo anche un tipo di “fenomenologia” giovannea esistenziale: «Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non siano smascherate» (3, 20). Un simile essere umano non vuole venire alla luce (Gesù), poiché altrimenti verranno smascherate le sue opere e quindi sarebbe costretto a convertirsi. Allora sceglie di chiudere le porte alla luce in modo che l’interno della sua casa resti nelle tenebre.

Preghiamo, gli uni per gli altri, affinché diventiamo Luce del mondo.

Ancora auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. I. de La Potterie, «Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6)», in Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, 124-154.

[2] Cf. A. Destro – M. Pesce, «L’ultima sera di Gesù con i discepoli. Spazi diversi per riti diversi (Gv 14,31)», in L. Padovese (ed.), Atti del VII Simposio di Efeso su S. Giovanni Apostolo (Turchia: la Chiesa e la sua storia, XIII), Pontificio Ateneo Antoniano, Roma 1999, 19-52.

3. Incarnazione e bellezza: Ognuno di noi è un’opera d’arte!.

natività 5L’arte che anela alla bellezza è un mistero. Certo la vita è una sinfonia di cui possediamo il motivo principale, la natura, con la giostra delle stagioni, vive in intimi accordi con il cielo e il mare. Le stelle ubbidiscono a un’armonia che regge l’universo. Le maree sono regolate dalle diverse fasi della luna. L’amore e il dolore hanno consonanze e dissonanze segrete. E tutto rivela una misteriosa unità profonda ed eterna che si riflette magicamente nel mondo dell’arte. Ma quando la voce, la mano, non può tradurre l’indicibile, l’arte riassume per tutti i popoli e tutti i tempi la speranza di ogni cuore[1]. L’arte cristiana è trasfigurazione del linguaggio estetico e poietico umano nella trasfigurazione del Figlio dell’uomo.[2] Quando il tutto abita il frammento, appare il volto del “bel Pastore”. Bello è, prima di tutto, non tanto la chiesa-edificio, con i suoi tesori d’arte, ma il corpo di Cristo, che è la Chiesa, sua sposa, quando essa vive il primato della carità come “forma ecclesiae”, alla sequela del “bel Pastore” (Gv 10, 11). Credere è l’interminabile lotta per ristabilire il legame fra ciò che Dio ha unito e la cultura dell’uomo divide: lo spirituale e il sensibile, il cielo e la terra, la sapienza e il godimento. “Arte è vedere l’opera di Dio”, diceva Cézanne. L’arte liturgica è vedere Dio all’opera, è “anámnesis”, cioè stabilire un contatto con gli eventi che Cristo ha vissuto nel suo corpo e ha trasmesso al corpo della sua Chiesa[3]. «L’ineffabile è parlato dalle ragioni del cuore agli orecchi, frontalmente, e agli occhi, emblematicamente; e alla corporeità tutta dell’uomo, fatto ad immagine di Dio e rifatto simile al Verbo, che è l’immagine del Padre, immagine divenuta simile all’uomo corporeo con l’incarnazione»[4]. Dio, in Cristo, ci dà l’esempio di che cosa deve essere l’amore per noi[5]. Gesù, sulla croce, nell’atto di morire, ha unito agape ed eros[6]. L’arte cristiana è “via pulchritudinis” non in senso platonico, per cui si comincia con l’eros (desiderio) verso una creatura e poi si sale verso la bellezza divina, ma in senso biblico: Dio è bellezza perché ci ama per primo e senza che ce lo meritiamo. Bello è l’amore gratuito di Dio, che salva in quanto gratuito (agape). È la gratuità che è bella. Bello è il creato in quanto dono di Dio. Bello non è semplicemente ciò che è esteticamente gradevole, ma l’amore che induce l’infinito Bene a consegnarsi alla morte per il bene dell’amato. L’amore di Cristo è catechetico, pedagogico, esemplare, è amore incondizionato: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Dio è bello, pulchrum, e il massimo della sua bellezza lo contempliamo nel volto sfigurato di Gesù sulla croce: proprio lì si rivela il volto bello di Dio, perché volto dell’amore.

Ognuno di noi possa diventare il volto dell’Amore, Aniello Clemente.

[1] Salvaneschi, Saper credere, dall’Oglio editore, Milano 141968, 15.

[2] Cf. Valenziano, Scritti di estetica e di poetica, Bologna, Dehoniane, 1999, 255.

[3] Cf. Valenziano, Scritti di estetica e di poetica, 251.

[4] Ibid., 84.

[5] Cf. G. Morandi, Via pulchritudinis. Bellezza. Luogo teologico di evangelizzazione, Paoline, Milano 2009.

[6] Cf. Benedetto XVI, Deus caritas est, Lettera enciclica, 25 dicembre 2005.

L’Ultima Cena, alcune considerazioni

2. lavanda dei piedi«Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”» (Gv 13,21-26). Il dipinto, quindi,  si basa sul Vangelo di Giovanni nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi apostoli. L’opera si basa sulla tradizione dei cenacoli di Firenze, ma come già Leonardo aveva fatto con l’Adorazione dei Magi, l’iconografia venne profondamente rinnovata alla ricerca del significato più intimo ed emotivamente rilevante dell’episodio religioso. Leonardo infatti studiò i “moti dell’animo” degli apostoli sorpresi e sconcertati all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro[1].

Disposizione degli apostoli

Gesù sembra aver appena finito la fatidica frase e, quindi, ognuno s’interroga sul suo significato. Analizziamo il quadro e vediamo che attorno a Cristo gli apostoli sono disposti in quattro gruppi di tre. Ogni singola condizione psicologica è approfondita, con le sue peculiari manifestazioni esteriori, più accentuata per quelli più vicini a Gesù. Da sinistra a destra sono: Bartolomeo, Giacomo, Andrea, che parlano concitati e Andrea sembra dire “non ho capito bene” oppure “non so niente”. Pietro, Giuda, Giovanni. Pietro con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni (con la testa china verso di lui) chiedendogli: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?» (Gv 13,24). Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi («tenendo Giuda la cassa» si legge in Gv 13,29), indietreggia con aria colpevole e nell’agitazione rovescia la saliera. Tommaso, Giacomo il Maggiore, Filippo. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza. (Curiosità: La figura di Tommaso, subito a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare collocata nell’unico spazio disponibile in modo un po’ posticcio. Secondo recenti scoperte sui disegni preparatori dell’opera infatti, Leonardo, per ricordarsi tutti i nomi degli apostoli li aveva dovuti appuntare sotto ciascuna figura, quindi si suppone che l’artista avesse dimenticato di inserire l’apostolo, e che abbia dovuto rimediare di corsa). Matteo, Giuda Taddeo e Simone. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono (come Andrea dall’alto lato) con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità.

La cena

L’opera si deteriorò subito e ciò ha reso difficile capire cosa stessero mangiando. Si nota subito la mancanza del calice sulla tavola. Diversamente dai Sinottici, Giovanni non descrive la scena della consacrazione: «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,27). Giovanni, dopo l’annuncio del tradimento, scrive invece: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) e sostituisce l’eucaristia con la “lavanda dei piedi”. Per ciò che concerne il cibo si può ipotizzare che fossero erbe amare, pane azzimo, una salsa chiamata charoset, agnello arrostito e vino, ossia le pietanze che gli ebrei mangiano, ancora oggi, nella cena rituale di Pésach , la loro Pasqua; ma dal restauro si può ipotizzare che fosse del pesce, preparato in piccoli tranci, forse guarnito con agrumi, Alcuni hanno ipotizzato delle anguille ma, probabilmente, confondendo ciò che si mangiava ai tempi di Leonardo e dimenticando che esse non sono un piatto kosher. D’altronde il pesce è altamente simbolico per il cristianesimo. In Gv 6,11 Gesù moltiplica i pani e i pesci, e in Gv 21,1-14, notiamo che: «Gesù disse loro: “Venite a mangiare”… Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce». Ancora più importante Tertulliano parla del simbolismo dell’acqua e lo lega al termine ΙΧΘyΣ (pesce) da considerare acrostico per indicare: Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore: «Ma noi pesciolini, detti così dal nostro ΙΧΘyΣ Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo nell’acqua siamo salvi».[2]

[1] Cf. M. Magnano, Leonardo, collana I Geni dell’arte, Mondadori Arte, Milano 2007; P. C. Marani, Il Cenacolo. Guida al Refettorio, Electa, Milano, 1999.

 [2] Tertulliano, Il Battesimo, I, 3, Città Nuova, Roma 2008, 161.

Cristo Re dell’Universo (Gv 18, 33-37)

 

Con la solennità di Cristo Re dell’Universo si conclude l’anno liturgico. Il testo evangelico, che nelle liturgie festive dell’anno “B” è “secondo Marco”, oggi è tratto da Matteo 25, 31-46 e poiché fra oggi e domani lo sentirete commentare dai vostri presbiteri, vi offro una versione commentando il vangelo di Giovanni, l’evangelista che più degli altri celebra la regalità singolare di Cristo. Questa festa fu istituita da Pio XI nel 1925. La terminologia “regale” non deve trarre in inganno: essa non è mutuata dalle esperienze dei re e dei regni di questo mondo, ma deriva dal linguaggio biblico (quello solenne dei salmi della regalità) e della tradizione profetica (quella del trionfo di Dio a salvezza del suo popolo). Proprio per questo Gesù, per ben tre volte, nel dialogo con il procuratore romano Pilato sottolinea la diversità e l’originalità del suo regno: «Il mio regno non è di questo mondo… se il mio regno fosse di questo mondo… il mio regno non è di quaggiù». Ma, allora, di che si tratta? Gesù aveva iniziato la sua predicazione in Galilea annunciando: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15). E l’espressione “regno di Dio” o “regno dei cieli” nei vangeli sinottici ricorre 104 volte. L’attesa del popolo di Israele si concentra sull’era messianica allorché Dio instaurerà il suo regno per mezzo del suo eletto. Con Gesù questo regno è vicino, anzi è presente: Dio irrompe nella storia umana e conduce il tempo verso la sua pienezza. Anche commentando il vangelo di domenica scorsa parlando del servo pavido vi ricordavo che il messaggio di Gesù è «la buona notizia del regno»; che è destinato a crescere e a compiersi nella gloria; ed è proprio il regno l’oggetto della quotidiana invocazione dei discepoli: «Venga il tuo regno». In tale orizzonte possiamo cogliere le caratteristiche principali. È innanzitutto regno di Dio. Viene da lui e non da «carne o sangue», non da umana volontà, non dai dinamismi della storia. E celebra lui: la sua presenza e il suo amore, la sua santità e la sua gloria, soprattutto la sua fedeltà. Il regno di Dio è lo spazio in cui il suo dono di salvezza trionfa nell’accoglienza e trasforma l’umanità, la storia, il mondo intero. È, pertanto, essenzialmente un dono (ricordate i talenti?). Il regno di Dio si offre, non si impone; è celebrazione di libertà, non di violenza; è servizio, non potere. «I re delle nazioni», dichiara solennemente Gesù nell’ultima Cena, «le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori» (Lc 22,25). «Per voi però non sia così», ed è una evidente rivelazione della “diversità” del regno di Dio. Nel dialogo con Pilato Gesù precisa la natura del regno. Alla domanda del procuratore che, da politico, lo interroga circa la sua regalità, Gesù risponde dissipando subito l’equivoco di fondo: «Il mio regno non è di questo mondo». L’affermazione riassumeva tutta la sua predicazione, tutta la sua vita: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). Eppure, è re! Ma la sua investitura viene dall’alto, è partecipazione della regalità di Dio, è rivelazione e realizzazione dei tempi messianici: tempi di giustizia e di pace, di universale solidarietà (cf. Is 2, 4; 11, 6-9). Cristo è venuto perché questo disegno trovasse compimento: egli svela e fa toccare con mano l’amore di Dio e apre le porte del regno a tutti, in particolare ai poveri e ai sofferenti, ai perseguitati e ai misericordiosi, ai miti e ai puri, ai cercatori di giustizia e agli operatori di pace (cf. Mt 5, 3-10). È ben giusto, allora, proclamare con gioia che il suo è «regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace» (cf. Prefazio del giorno). Celebrare la festa del regno, cantare a Cristo re dell’universo è, dunque, lasciarsi invadere da questo torrente di doni perché il cuore di ogni uomo ne sia rinnovato e perché la storia, fecondata da questi semi, germogli in messe abbondante del tempo per il banchetto eterno del cielo. Ma non bisogna dimenticare che l’evangelista Giovanni colloca la proclamazione della regalità di Cristo nell’ottica della croce. Un inno della liturgia canta: «Dio regna dal legno», è nella morte che Cristo dona tutto sé stesso e svela il senso vero del suo essere venuto per servire. Nella sconfitta della croce è la sua vittoria; nell’annientamento della morte è l’esaltazione del suo “potere”. Per questo la liturgia eterna si rivolge a «un Agnello ritto in mezzo al trono… come immolato» (Ap 5, 6). È Cristo, il re della gloria, perché re della croce. La scritta che Pilato ha fatto affiggere, in tutta fretta, sul legno della croce: «Gesù Nazareno re dei Giudei», fa memoria per sempre di questa regalità straordinaria e unica che si svela nel dare la vita, di questo trono paradossale che è la croce, e, soprattutto, di questo Re che «ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1, 5-6). A lui, pertanto, nella liturgia del cielo si canta: «Lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli» (Ap 5, 13).