L’Ultima Cena, alcune considerazioni

2. lavanda dei piedi«Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”» (Gv 13,21-26). Il dipinto, quindi,  si basa sul Vangelo di Giovanni nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi apostoli. L’opera si basa sulla tradizione dei cenacoli di Firenze, ma come già Leonardo aveva fatto con l’Adorazione dei Magi, l’iconografia venne profondamente rinnovata alla ricerca del significato più intimo ed emotivamente rilevante dell’episodio religioso. Leonardo infatti studiò i “moti dell’animo” degli apostoli sorpresi e sconcertati all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro[1].

Disposizione degli apostoli

Gesù sembra aver appena finito la fatidica frase e, quindi, ognuno s’interroga sul suo significato. Analizziamo il quadro e vediamo che attorno a Cristo gli apostoli sono disposti in quattro gruppi di tre. Ogni singola condizione psicologica è approfondita, con le sue peculiari manifestazioni esteriori, più accentuata per quelli più vicini a Gesù. Da sinistra a destra sono: Bartolomeo, Giacomo, Andrea, che parlano concitati e Andrea sembra dire “non ho capito bene” oppure “non so niente”. Pietro, Giuda, Giovanni. Pietro con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni (con la testa china verso di lui) chiedendogli: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?» (Gv 13,24). Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi («tenendo Giuda la cassa» si legge in Gv 13,29), indietreggia con aria colpevole e nell’agitazione rovescia la saliera. Tommaso, Giacomo il Maggiore, Filippo. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza. (Curiosità: La figura di Tommaso, subito a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare collocata nell’unico spazio disponibile in modo un po’ posticcio. Secondo recenti scoperte sui disegni preparatori dell’opera infatti, Leonardo, per ricordarsi tutti i nomi degli apostoli li aveva dovuti appuntare sotto ciascuna figura, quindi si suppone che l’artista avesse dimenticato di inserire l’apostolo, e che abbia dovuto rimediare di corsa). Matteo, Giuda Taddeo e Simone. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono (come Andrea dall’alto lato) con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità.

La cena

L’opera si deteriorò subito e ciò ha reso difficile capire cosa stessero mangiando. Si nota subito la mancanza del calice sulla tavola. Diversamente dai Sinottici, Giovanni non descrive la scena della consacrazione: «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,27). Giovanni, dopo l’annuncio del tradimento, scrive invece: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) e sostituisce l’eucaristia con la “lavanda dei piedi”. Per ciò che concerne il cibo si può ipotizzare che fossero erbe amare, pane azzimo, una salsa chiamata charoset, agnello arrostito e vino, ossia le pietanze che gli ebrei mangiano, ancora oggi, nella cena rituale di Pésach , la loro Pasqua; ma dal restauro si può ipotizzare che fosse del pesce, preparato in piccoli tranci, forse guarnito con agrumi, Alcuni hanno ipotizzato delle anguille ma, probabilmente, confondendo ciò che si mangiava ai tempi di Leonardo e dimenticando che esse non sono un piatto kosher. D’altronde il pesce è altamente simbolico per il cristianesimo. In Gv 6,11 Gesù moltiplica i pani e i pesci, e in Gv 21,1-14, notiamo che: «Gesù disse loro: “Venite a mangiare”… Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce». Ancora più importante Tertulliano parla del simbolismo dell’acqua e lo lega al termine ΙΧΘyΣ (pesce) da considerare acrostico per indicare: Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore: «Ma noi pesciolini, detti così dal nostro ΙΧΘyΣ Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo nell’acqua siamo salvi».[2]

[1] Cf. M. Magnano, Leonardo, collana I Geni dell’arte, Mondadori Arte, Milano 2007; P. C. Marani, Il Cenacolo. Guida al Refettorio, Electa, Milano, 1999.

 [2] Tertulliano, Il Battesimo, I, 3, Città Nuova, Roma 2008, 161.

Cristo Re dell’Universo (Gv 18, 33-37)

 

Con la solennità di Cristo Re dell’Universo si conclude l’anno liturgico. Il testo evangelico, che nelle liturgie festive dell’anno “B” è “secondo Marco”, oggi è tratto da Matteo 25, 31-46 e poiché fra oggi e domani lo sentirete commentare dai vostri presbiteri, vi offro una versione commentando il vangelo di Giovanni, l’evangelista che più degli altri celebra la regalità singolare di Cristo. Questa festa fu istituita da Pio XI nel 1925. La terminologia “regale” non deve trarre in inganno: essa non è mutuata dalle esperienze dei re e dei regni di questo mondo, ma deriva dal linguaggio biblico (quello solenne dei salmi della regalità) e della tradizione profetica (quella del trionfo di Dio a salvezza del suo popolo). Proprio per questo Gesù, per ben tre volte, nel dialogo con il procuratore romano Pilato sottolinea la diversità e l’originalità del suo regno: «Il mio regno non è di questo mondo… se il mio regno fosse di questo mondo… il mio regno non è di quaggiù». Ma, allora, di che si tratta? Gesù aveva iniziato la sua predicazione in Galilea annunciando: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15). E l’espressione “regno di Dio” o “regno dei cieli” nei vangeli sinottici ricorre 104 volte. L’attesa del popolo di Israele si concentra sull’era messianica allorché Dio instaurerà il suo regno per mezzo del suo eletto. Con Gesù questo regno è vicino, anzi è presente: Dio irrompe nella storia umana e conduce il tempo verso la sua pienezza. Anche commentando il vangelo di domenica scorsa parlando del servo pavido vi ricordavo che il messaggio di Gesù è «la buona notizia del regno»; che è destinato a crescere e a compiersi nella gloria; ed è proprio il regno l’oggetto della quotidiana invocazione dei discepoli: «Venga il tuo regno». In tale orizzonte possiamo cogliere le caratteristiche principali. È innanzitutto regno di Dio. Viene da lui e non da «carne o sangue», non da umana volontà, non dai dinamismi della storia. E celebra lui: la sua presenza e il suo amore, la sua santità e la sua gloria, soprattutto la sua fedeltà. Il regno di Dio è lo spazio in cui il suo dono di salvezza trionfa nell’accoglienza e trasforma l’umanità, la storia, il mondo intero. È, pertanto, essenzialmente un dono (ricordate i talenti?). Il regno di Dio si offre, non si impone; è celebrazione di libertà, non di violenza; è servizio, non potere. «I re delle nazioni», dichiara solennemente Gesù nell’ultima Cena, «le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori» (Lc 22,25). «Per voi però non sia così», ed è una evidente rivelazione della “diversità” del regno di Dio. Nel dialogo con Pilato Gesù precisa la natura del regno. Alla domanda del procuratore che, da politico, lo interroga circa la sua regalità, Gesù risponde dissipando subito l’equivoco di fondo: «Il mio regno non è di questo mondo». L’affermazione riassumeva tutta la sua predicazione, tutta la sua vita: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). Eppure, è re! Ma la sua investitura viene dall’alto, è partecipazione della regalità di Dio, è rivelazione e realizzazione dei tempi messianici: tempi di giustizia e di pace, di universale solidarietà (cf. Is 2, 4; 11, 6-9). Cristo è venuto perché questo disegno trovasse compimento: egli svela e fa toccare con mano l’amore di Dio e apre le porte del regno a tutti, in particolare ai poveri e ai sofferenti, ai perseguitati e ai misericordiosi, ai miti e ai puri, ai cercatori di giustizia e agli operatori di pace (cf. Mt 5, 3-10). È ben giusto, allora, proclamare con gioia che il suo è «regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace» (cf. Prefazio del giorno). Celebrare la festa del regno, cantare a Cristo re dell’universo è, dunque, lasciarsi invadere da questo torrente di doni perché il cuore di ogni uomo ne sia rinnovato e perché la storia, fecondata da questi semi, germogli in messe abbondante del tempo per il banchetto eterno del cielo. Ma non bisogna dimenticare che l’evangelista Giovanni colloca la proclamazione della regalità di Cristo nell’ottica della croce. Un inno della liturgia canta: «Dio regna dal legno», è nella morte che Cristo dona tutto sé stesso e svela il senso vero del suo essere venuto per servire. Nella sconfitta della croce è la sua vittoria; nell’annientamento della morte è l’esaltazione del suo “potere”. Per questo la liturgia eterna si rivolge a «un Agnello ritto in mezzo al trono… come immolato» (Ap 5, 6). È Cristo, il re della gloria, perché re della croce. La scritta che Pilato ha fatto affiggere, in tutta fretta, sul legno della croce: «Gesù Nazareno re dei Giudei», fa memoria per sempre di questa regalità straordinaria e unica che si svela nel dare la vita, di questo trono paradossale che è la croce, e, soprattutto, di questo Re che «ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1, 5-6). A lui, pertanto, nella liturgia del cielo si canta: «Lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli» (Ap 5, 13).