3. Dalla stalla alle stelle: da katalyma ad anagaion

nativitàTra l’altro Gesù doveva essere affezionato al katalyma perché, nel racconto della Passione, quando manda Pietro e Giovanni a chiedere a un amico anonimo la stanza per celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, usa proprio il termine katalyma: «Quando entrerete in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà. Poi direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la sala [to katalyma] in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”» (Lc 22,10-11). Sarà poi quell’amico che, per rispetto e affetto al Maestro, mostrerà agli apostoli la camera alta, concedendogliela volentieri; la stanza addobbata di tappeti e ammobiliata, insomma degnamente preparata per l’ospite d’onore. Essa è l’anagaion, la «cella del vino» (cf. Ct 2,4), la «sala del banchetto nuziale» (cf. Ger 16,8-9). L’esodo di Dio termina perciò dentro il katalyma, cioè nel “deposito della quotidianità”. Quando lo si cerca, Dio è già là, precede sempre tutti. Dove finisce, invece, l’esodo dell’uomo? Non nel katalyma, ma nell’anagaion, cioè nella stanza di sopra, quella della fraternità, dove si spezza il pane insieme, celebrando la cena eucaristica, dove ci si lava i piedi a vicenda (cf. Gv 13,14-15) e ci si bacia con il bacio della carità (cf. 1Pt 5,14), dove si fondono gli spiriti in un respiro unico, all’unisono (cf. Fil 2,1-2), in una parola, dove si fa comunità e comunione, dove si costruisce la chiesa di Dio. Si deve passare dal katalyma all’anagaion ogni qual volta il peso del peccato, come il peso del credere, si fa sentire. Bisogna salire per arrivare all’anagaion, nella stanza del banchetto nuziale. Lì si trova il pane necessario per riprendere il cammino e, come companatico, una fraternità che, pregando sinceramente, sa raccontare di quel Dio visceralmente appassionato per Israele, la chiesa, l’umanità. Si deve passare, al contrario, dall’anagaion al katalyma ogni qual volta i successi della vita e i ruoli assunti, ogni volta che gli obiettivi raggiunti possono far esaltare, fino a stazionare lungamente tra tappeti e allori, tra arredi e comodità, in un culto senz’anima, ridotto a cerimonia. Così il culto finisce per essere autolatrico, che perciò falsifica la fraternità vestendola di ipocrisia e insincerità, e rende così incapaci di rendersi conto che questo può pericolosamente desertificare il presente, impedendo di accorgersi degli altri, dei poveri, di coloro che sono stati affidati come figli (cf. Sir 4,1-10), fino a non accorgersi più persino della personale miseria. Bisogna allora scendere giù e cadere in ginocchio davanti al Dio che non ha ricusato di “diminuirsi”, uscendo da sé, mettendosi in esodo, e che non si è per nulla tradito terminando il suo esodo nel farsi bambino in una mangiatoia[1].

Auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. V. Appella, “Dio fuoriuscito”. L’esodo divino modello dell’esodo umano, in Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Il Vangelo nella città. Studi in onore del card. Crescenzio Sepe arcivescovo di Napoli per il 50° di ordinazione presbiterale e 25° di ordinazione episcopale, a cura di C. Manunza – E. Scognamiglio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 21-42, qui 39-42.

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2. Dalla stalla alle stelle: il “deposito della quotidianità”

natività 8Un mio caro amico impersonifica l’oste nel presepe vivente organizzato dalla parrocchia del Duomo e dalla “Società Operaia”  di S. Agata dei Goti (BN). A lui, alla creatrice dei costumi e a tutti quelli che hanno collaborato alla perfetta riuscita dell’evento dedico l’articolo. Giuseppe era oriundo di Betlemme e, se non un genitore, un fratello, almeno un parente anche alla lontana doveva pur averlo in quel villaggio. Non si può pensare che Giuseppe fosse totalmente estraneo a quell’ambiente e, considerando che l’ospitalità era sacra, ci sarebbe stato senz’altro qualcuno disposto ad accogliere lui con la sua sposa gravida in casa propria. Pertanto, “non c’era posto per loro nell’alloggio” va inteso come uno spazio nella casa dell’ospitante riempito di oggetti che andavano spostati, risistemati diversamente per ricavare spazio sufficiente a metterci un pagliericcio, un letto di fortuna che nelle case dei contadini, comunque della gente semplice, povera, è sempre possibile rimediare. Infatti, katalyma è la stanza in cui si possono accumulare oggetti del mestiere, del lavoro nei campi, della pastorizia, insomma del vivere, una sorta di magazzino. In essa può starci addirittura una mangiatoia, scavata nella parete rocciosa, per l’animale domestico che si tiene in casa, come una capretta, una pecora, soprattutto l’asinello (cf. Ab 3,2; Is 1,3). Al massimo, non potendo fare diversamente, si poteva utilizzare quell’anfratto per sistemare il neonato. È stupefacente, dunque, che l’esodo di Dio doveva concludersi in questo alloggio di fortuna, che potrebbe chiamarsi la “stanza secondaria” o meglio il “deposito della quotidianità”. Il Dio che è esodo vuol venire ad abitare dentro la stanza quotidiana, che non è quella principale, quella di rappresentanza, ma quella dove si vive veramente, dove può essere tutto un po’ alla rinfusa, forse confuso, addirittura profuso di peccato e di squallida pochezza, in tutti i sensi. Gesù, infatti, non disdegnerà di andare a casa di Levi il pubblicano (cf. Mt 9,10), di fermarsi da Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) e via dicendo[1].

Auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. V. Appella, “Dio fuoriuscito”. L’esodo divino modello dell’esodo umano, in Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Il Vangelo nella città. Studi in onore del card. Crescenzio Sepe arcivescovo di Napoli per il 50° di ordinazione presbiterale e 25° di ordinazione episcopale, a cura di C. Manunza – E. Scognamiglio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 21-42, qui 39-42.

1. Dalla stalla alle stelle: il Dio “esodale”

natività 2Il Dio dell’esodo, talmente provvidente e in cerca dell’uomo, tanto da “abitare” in una periferia del mondo, nel sottoscala della storia, addirittura in un alloggio di fortuna di Betlemme, in una famiglia disagiata, nel ventre di una giovane e trascurabile donna, in una culla senza pretese. Nel blasone o scudo (cf. 1Re 10,16) del nato bambino, pur scorrendo sangue reale nelle sue vene (cf. Mt 1,1s.), non campeggerebbe giammai una colonna ben piazzata con capitelli dorati (cf. 1Mac 13,29; Pr 9,1) o un leone rampante dal ruggito spaventoso (cf. Is 31,4; 1Re 10,19) o un cavallo superbo dalla criniera al vento (cf. Sal 20,8; Ger 8,6), ma nientemeno che una phatnē, una mangiatoia, una stalla. La grandezza del Dio esodale sta tutta in quella piccolezza da ri-conoscere ed adorare, nel suo nascondimento, in quella sua delicatezza che non viola mai il ritmo dell’umana libertà, non disturba affatto il libero consenso davanti alla sua manifestazione. Non solo l’esodo di Dio si conclude in quattro mura domestiche, ma cessa lì anche l’esodo di Israele, della chiesa e dell’umanità tutta, spesso troppo affascinati dalla drammatica mondanità del potere, dai sogni di gloria temporanea. Non ha motivo d’essere l’esodo di Dio se non arriva a bêt lehem. Non ha motivo d’essere qualunque esodo personale o comunitario se non arriva in quella stanza, in quella mangiatoia: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,6-7). Quante sacre rappresentazioni e quant’altro sono state imbastite attorno all’”albergo[1]” che, però, in greco è pandocheion, vale a dire la locanda che fa da sfondo nella vicenda del buon samaritano (cf. Lc 10,34). Qui, in Lc 2, però, di per sé non si tratta di albergo. La precedente traduzione della CEI rendeva con “albergo” e l’enfasi cadeva tutta sul fatto che gli alberghi quella notte erano pieni a causa del censimento imperiale, ragion per cui Giuseppe dovette arrangiarsi con Maria in una grotta o qualcosa del genere. La nuova traduzione CEI ha cambiato con “alloggio”, che è molto più attinente al katalyma del testo originale, per la verità una parola non molto impiegata nella Bibbia (cf. 1Sam 1,18; 9,22 [LXX])[2]. Intanto, il v. 6 è esplicito: «Avvenne poi nel loro essere lì» (egeneto de en to einai autous ekei) e non «mentre stavano arrivando», il che vuol dire che Giuseppe e Maria non sono arrivati a Betlemme all’ultimo secondo e che, in fretta, avevano bisogno di trovare un riparo. «Nel loro essere lì» vuol dire che erano giunti da tempo e quindi avrebbero avuto la possibilità di trovare una sistemazione migliore di una grotta così come normalmente la s’intende. Giuseppe era oriundo di Betlemme e, se non un genitore, un fratello, almeno un parente anche alla lontana doveva pur averlo in quel villaggio[3].

Auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. La Bibbia di Gerusalemme, Bologna 1974, ad locum. Scrive M. J. Lagrange, L’Evangelo di Gesù Cristo, Brescia 1947: «A Betlemme essi non poterono trovar posto in quei grandi alberghi che oggi si chiamano Khan, ove gente e bestie si mettono come possono gli uni accanto agli altri».

[2] Cf. voce katalyma, in F. Zorell, Lexicon Graecum Novi Testamenti, Parisiis 1931, 675.

[3] Cf. V. Appella, “Dio fuoriuscito”. L’esodo divino modello dell’esodo umano, in Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Il Vangelo nella città. Studi in onore del card. Crescenzio Sepe arcivescovo di Napoli per il 50° di ordinazione presbiterale e 25° di ordinazione episcopale, a cura di C. Manunza – E. Scognamiglio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 21-42, qui 39-42.

 

San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.

Le Beatitudini

Cristo uomoNei Vangeli vi sono due redazioni delle Beatitudini, Mt 5,1-11 e Lc 6,17,26. Matteo, che scrive per chi proviene dal giudaismo, presenta Gesù come il nuovo Mosè, come la vera guida del popolo, e quindi collega il discorso di Gesù sul monte, il nuovo Sinai. Gesù «si pose a sedere» è il “Maestro” che prende posto sulla cattedra. Luca, invece, che scrive per chi proviene dal paganesimo, delinea la cornice esteriore in domo diverso: Gesù sta in piedi che per Luca è espressione della maestà e autorità di Gesù, che parla in un luogo pianeggiante, espressione della vastità a cui Gesù manda la sua Parola. Le Beatitudini non ci presentano un ideale per pochi privilegiati, un’utopia irrealizzabile, una promessa valida esclusivamente dopo la morte, una consacrazione del dolore che induce passività e rassegnazione; non costituiscono neanche un discorso morale. Invece sono un annuncio “lieto”, un “vangelo”, una dichiarazione che il Regno di Dio è arrivato per tutti, ma i poveri e gli esclusi sono i privilegiati; è l’annuncio della gioia (beatitudine) di chi pone in Dio la sua fiducia, è una proposta di valori alternativi alla mentalità corrente. Le Beatitudini proclamate da Gesù sono “autobiografiche”, Gesù infatti è il vero povero, mite, puro di cuore, costruttore di pace, perseguitato per la giustizia. Beati quello che lo seguono[1]. Nel suo libro, Il Discorso della montagna (Mondadori) Martini affronta il Discorso per eccellenza, la grande didaché di Gesù, il suo nuovo paradossale, inaudito insegnamento, la trasmissione del mandatum che ha ricevuto dal Padre. Lo affronta come il caso-limite dell’intero Annuncio, la su parola più “dura” e insieme la “porta stretta” attraversando la quale soltanto “beatitudine” è possibile. È l’appello radicale alla conversio, al ritorno, all’obbedienza perfetta al Padre. È praticabile il discorso di Gesù? Possibile testimoniarlo nella prassi? Il Regno che Gesù annuncia sconvolge, rovescia tutte le opinioni e le tradizioni. Credevate che i beati fossero i forti, i potenti, i sazi; no, il Regno appartiene ai poveri, ai miti, agli assetati. Vi è stato detto di non uccidere, di non spergiurare, di amare il prossimo. E certo io non muto uno iota in tutto ciò. Ma ancora non basta. Martini coglie quasi, direi, con angoscia il momento più alto del discorso di Gesù in quel passo. «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico: non opponetevi al male». Di fronte questo caso estremo Martini diviene davvero “agonista” con Gesù, lo interroga direttamente, si rivolge a lui con il Tu, il suo commento si trasforma in un dialogo serrato. Ma non ci hai detto proprio Tu di resistere al malvagio? E quando cacciavi i mercanti del tempio?  Il supremo scandalo di non opporsi al male era il segno della suprema bontà di Gesù anche per Nietzsche: non è possibile contrapporsi al male senza usare anche le sue armi; ma la bontà, invece, la perfetta bontà, può essere pensata soltanto come uno sterminato oceano che accoglie, abbraccia, risolve in sé tutti i fiumi immondi della storia, che “porta” in sé i peccati del tempo. L’oceano non fa diga, vince la loro violenza “semplicemente” lasciando che essi la esauriscano nel suo seno. Gesù “provoca” tutti i figli ad essere uno con lui e con lui nel Padre. Ut unum sint. Ma essere Unum col Figlio e col Padre può significare soltanto “indiarsi”, essere Dio! È l’Impossibile, o l’estremo limite del Possibile. Non possiamo affermare questo Discorso semplicemente come l’Impraticabile, poiché Gesù lo ha praticato. Ed era vero uomo. Questa estrema misura del Possibile si è incarnata. Ed esige di essere posta come Fine[2]. Santa Domenica, Aniello Clemente.

[1] Cf. G. Greco, in la Domenica, Epifania del Signore – 1, 6 gennaio 2017.

[2] M. Cacciari, Cultura: Anche tu sei Gesù, in L’espresso, 2 novembre 2006, 201-202.

 

Maria, Madre di misericordia

bruno-forte-blogLa Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. “S. Tommaso” (Napoli), ha avuto l’onore di relazionare il 51° Convegno Nazionale dei rettori e operatori dei Santuari Italiani sul tema: «Maria Madre di Misericordia». Mercoledì 23 u.s. S. E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Chieti-Vasto, professore emerito della PFTIM ci ha parlato di alcuni dei molteplici aspetti che fanno di Maria l’icona della Misericordia del Padre.

Chi contempla Maria si approssima al cuore stesso della rivelazione e si apre alla verità più profonda dell’essere della creatura davanti al Creatore. Non stupisce pertanto che anche la misericordia si trovi riflessa e offerta compiutamente in Maria, non a caso invocata come “Mater misericordiae”. Nell’approfondimento teologico di questo messaggio i diversi aspetti della Vergine-Madre-Sposa possono essere rapportati alle Persone divine: in quanto Vergine, Maria sta davanti al Padre come recettività pura della divina misericordia, e si offre come icona di Colui che nell’eternità è puro ricevere, il Generato, l’Amato, il Figlio. In quanto Madre del Verbo Incarnato, Maria si rapporta a Lui nella gratuità del dono, quale sorgente dell’amore misericordioso che dona la vita, ed è perciò l’icona materna di Colui che da sempre e per sempre ha iniziato ad amare, ed è sorgente pura del dono, il Generante, l’eterno Amante, il Padre.  In quanto arca dell’alleanza nuziale fra il cielo e la terra, Sposa in cui l’Eterno unisce a sé la storia e la ricolma della sua misericordia, Maria si rapporta alla comunione fra il Padre e il Figlio e fra loro e il mondo, e si offre perciò come icona dello Spirito Santo, nuzialità eterna, vincolo di carità infinita ed apertura permanente del mistero di Dio alla storia degli uomini.

  1. La Vergine dell’ascolto: Maria ricolma di misericordia

Che Maria, Vergine dell’ascolto, sia ricolma della misericordia divina ce lo fa comprendere la scena dell’annunciazione, che l’evangelista Luca (1,26-38) presenta secondo un modello biblico pregnante, da lui seguito anche nel racconto dell’annuncio a Zaccaria (cf. Lc 1,11-20). Si tratta del modello delle annunciazioni, frequente nell’Antico Testamento, articolato in cinque momenti: l’apparizione di un angelo; la reazione del destinatario; l’annuncio; l’obiezione umana; l’offerta di un segno. Si possono mettere a confronto questi cinque elementi così come sono presenti nel racconto dell’annuncio a Maria e in quello dell’annuncio a Zaccaria. Da questo confronto emerge chiaramente il messaggio che Luca ha voluto trasmettere riguardo alla misericordia di cui la Vergine è ricolma. Il tratto fondamentale di Maria che emerge dalla scena dell’annunciazione è quello della sua fede, espressa nel libero e docile consenso all’amore misericordioso del Padre. Maria è tutta per Dio, tutta da Lui, in tutto terreno d’avvento per il Regno che Egli stabilisce fra gli uomini. Maria testimonia che la fede è acconsentire all’amore di Dio, lasciandosi agire, plasmare dalla Sua misericordia.

  1. La Madre del Bell’Amore: Maria, fonte di misericordia

Avvolta nel grembo della Trinità, come mostra la scena dell’annunciazione, Maria diviene il grembo del Figlio incarnato, la Madre del Messia: in quanto tale ella è la figura perfetta della creatura inabitata dalla grazia. È quanto l’evangelista Luca intende trasmettere narrando l’episodio della visita ad Elisabetta: ricolma della presenza dell’Altissimo, la Vergine Madre la irradia nel gesto della carità. Il mistero della Sua voce, che appena udita dalla Madre del Battista fa esultare il Bambino nel suo grembo, indica questa sovrabbondanza del cuore, nel dono dell’amore, della vita nuova, resa presente dalla misericordia divina nella giovane Donna. Contemplando la scena della visitazione diviene allora possibile riconoscere le caratteristiche dell’agire del discepolo che, credendo all’annuncio pasquale, si lascia introdurre nel seno della vita trinitaria per divenire a sua volta testimone trasparente e innamorato della misericordia divina fra gli uomini. La Vergine accogliente nella fede è la Madre generosa nell’amore: proprio così, Vergine e Madre, Maria è l’icona del discepolo trasformato dalla misericordia divina in sorgente d’amore per gli altri. I tratti dell’amore sollecito e misericordioso che Maria esercita verso la cugina Elisabetta sono un modello cui ispirare l’esercizio concreto della misericordia da parte del discepolo di Gesù. La prima caratteristica è l’attenzione: ella ha capito il bisogno della donna divenuta gravida in età già avanzata e le corre in aiuto. L’attenzione è la disponibilità verso l’altro, la prontezza a notarne l’attesa e l’attiva generosità del donarsi senza aspettare appelli o precetti: la misericordia vive di un movimento sorgivo del cuore, di cui può essere veramente artefice solo lo Spirito Santo, inviato ad effondere in noi l’amore del Padre (cf. Rm 5,5). Proprio così l’agire misericordioso è concreto: esso non indulge a sogni di bene, opera senza alibi o fughe. La terza caratteristica è la gioia: la sua visita è mossa da un amore così sorgivo e irradiante, che colma lei e la sua voce di un fiume di gioia, capace di contagiarsi agli altri. Abitata dalla misericordia divina, Maria dà gratuitamente quanto gratuitamente ha ricevuto: in lei tutto è grazia, e proprio così tutto è gioia. In tal modo, il suo agire si carica di tenerezza, di quell’amore di misericordia che non crea distanze, che avvicina i lontani, facendoli sentire accolti, e li riempie dello stupore e della bellezza di scoprirsi oggetto di gratuità, di dono.

  1. La Sposa della nozze messianiche: Maria, vivere la gioia della misericordia

Il racconto evangelico della scena della visitazione si conclude con il canto di Maria, il Magnificat (Lc 1,46-55), il cantico che mostra come lei sia la Sposa delle nozze messianiche, in cui l’Eterno è venuto a realizzare nel tempo le meraviglie dell’alleanza del Suo amore. Il testo esprime la fede pasquale nel Crocifisso – Risorto. Presentando Maria come portavoce dell’attesa messianica dei poveri, che trova il suo compimento nell’agire di Dio nella Pasqua di Gesù, Luca vuole indicare in lei la figura esemplare della prima discepola cristiana: “beata” perché ha creduto (cf. Lc 1,45), Maria è colei in cui si realizza in maniera esemplare la novità del Vangelo, il nuovo inizio che Dio opera a partire dai poveri. La gioia di Maria, espressa nel suo canto, ha quattro aspetti: il primo è quello del sentirsi amata, raggiunta dallo sguardo del Dio misericordioso e provvidente. È la gioia di esistere in risposta al dono del Creatore. La gioia della Vergine Madre è però la gioia messianica, l’esultanza della venuta del Figlio eterno fra noi. Questa gioia domanda di essere annunciata e donata: è la gioia del servizio, di cui Maria è testimone nella scena della visitazione. Infine, la gioia della Vergine Madre è quella escatologica, pregustata da chi vive secondo lo Spirito: “Perciò – scrive l’apostolo Pietro – esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,9). È la gioia delle beatitudini, che tirano nel presente degli uomini il domani della promessa di Dio. Il cantico di Maria, allora, ci fa comprendere che accogliere e donare fedelmente la misericordia di Dio ci rende felici come nulla e nessuno al mondo potrebbe renderci: è la gioia di chi si riconosce amato dal Padre, la gioia contagiosa dell’incontro sempre nuovo col Signore Gesù, la gioia di chi per la fede e la carità dimora nella Trinità. È la gioia di chi non esita a dare il primo posto alla dimensione contemplativa della vita, lasciandosi colmare dall’amore dei Tre, e accetta di farsi servo degli altri per amore, costituito tale dall’amore di Dio ricevuto in Gesù Cristo, collaboratore della gioia altrui (2 Cor 1,24). Ci aiuti a vivere questa gioia la Vergine Madre del Magnificat, Madre della misericordia accolta e donata, in modo che il suo cantico di Sposa delle nozze messianiche sia anche il nostro.

Cristo Re dell’universo

crocifissiponeOggi per i cattolici si conclude l’Anno Liturgico: è il nostro capodanno, auguri a voi e alle vostre famiglie.

I membri del Sinedrio, che hanno consegnato Gesù a Pilato sono ai piedi della croce e lo scherniscono chiamandolo Messia, re. Ma Gesù, proprio in quanto Messia e Re nel compimento del piano eterno di salvezza, ingaggia sulla croce una lotta sanguinosa contro Satana, che aveva soggiogato l’uomo sull’albero del paradiso. Ora, sull’albero della croce, Cristo gli inferisce un colpo mortale e salva l’uomo[1]. Nel De arca Noe morali, opera mistico‒allegorica di notevole spessore cristologico, il simbolo cristologico principale è la colonna che sostiene l’intera struttura dell’arca: essa è l’albero della vita piantato nel mezzo del Paradiso. Gesù, infatti, giunge alle profondità della terra senza abbandonare le altezze del cielo; è nei cieli per attirare gli uomini a sé e sulla terra per salvarli dalla loro miseria[2]. Ribadendo l’immagine nel De arca Noe mystica, Ugo di san Vittore spiega che il lato della colonna che guarda ad aquilone, cioè a sud, simboleggia Cristo nella sua umanità, assunta per i peccatori, mentre il lato della colonna che guarda ad austro, a nord, figura la sua divinità, con la quale dona luce alle menti degli uomini[3]. Ed ecco che raccoglie i frutti della sua passione: uno dei due ladroni crocifissi ai suoi fianchi confessa i propri peccati ed esorta l’altro a fare lo stesso, ma, soprattutto, professa la sua fede: Gesù è Re! Il Re crocifisso gli assicura in modo solenne: “Oggi sarai con me in paradiso”. Adamo aveva chiuso a tutti le porte del paradiso, Gesù, vincitore del peccato e della morte, apre le porte del paradiso anche ai più grandi peccatori, purché si convertano, sia pure nel momento della loro morte. La sofferenza e la croce non sono un valore assoluto perché Dio è amore, gioia, libertà, vita; Gesù Cristo non è venuto al mondo per morire e rimanere nella morte, ma per sconfiggere la morte e aprire, mediante la risurrezione, le porte della vita. Egli ha preso su di sé tutto ciò che è dell’uomo, tranne il peccato, per trasformarlo in vita: «Io, dice, sono Cristo che ho distrutto la morte, che ho vinto il nemico, che ho messo sotto i piedi l’inferno, che ho imbrigliato il forte e ho elevato l’uomo alle sublimità del cielo; io, dice, sono il Cristo. […] Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra»[4]. Nell’enciclica Evangelium vitae si legge che sull’albero della croce si compie il vangelo della vita[5]. Siccome la morte è entrata nel mondo per la disobbedienza dell’uomo nei confronti di Dio e il peccato per colpa di una donna, conveniva che la liberazione fosse operata da un uomo obbediente, nato da donna. E come per mezzo di un albero il diavolo vinse l’uomo, introducendolo alla trasgressione riguardante l’albero della conoscenza del bene e del male, così era opportuno che appeso a un albero, cioè al legno della croce, il redentore sconfiggesse il diavolo[6]. Nell’albero della croce è la soluzione del mistero della vita e della sofferenza. E, proprio attraverso la croce, Gesù Cristo ha compiuto la redenzione; avrebbe potuto farlo in altri modi, ma ha scelto il mezzo più duro e più umiliante che l’uomo non riesce a capire e, di conseguenza, ad accettare: «Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23); «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto» (Gv 12,24); «Non vi è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Sono gli annunci di Gesù prima dell’offerta della sua vita[7].

E noi cattolici, siamo disposti a seguire il nostro Re? Santa Domenica, A. C.

[1] Cf. La Parola.it, liturgia odierna: Cristo Re.

[2] Cf. Ugo di San Vittore, De arca Noe morali II, 7, 640BC, 43, 22-28: PL 176, 617-680, pure in Id., Opera, ed. P. Sicard, I, Turnhout 2001, 1-117.

[3] Cf. Ugo di San Vittore, De arca Noe mystica 2, 684AB: PL 176, 681-704. Per un approfondimento: D. Poirel, Ugo di san Vittore. Storia, scienza, contemplazione, Milano 1997; Accademia Tudertina, Ugo di san Vittore. Atti del XLVII Convegno storico internazionale del Centro Italiano di Studi sul Basso medioevo (Todi, 10-12 ottobre 2010), Spoleto 2011.

[4] Melitone di Sardi, Omelia pasquale 2,7, Clavis scripturae, traduzione di P. G. Di Domenico, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, 57.

[5] Cf. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae Lettera enciclica (25-3-1995): EV  14, 2167-2517, qui 2340. Interessante è anche leggere H. U. von Balthasar, Teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, a cura di G. Francesconi, Queriniana, Brescia 2004.

[6] Cf. P. De Feo, Il Cristo delle scuole. Il dibattito cristologico nella prima metà del secolo XII, Collationes 2, Città Nuova, Roma 2012, 35.

[7] Cf. A. Clemente, Completo nella mia carne. Il valore salvifico della sofferenza, EDI, Napoli 2016.