San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.

Quaresima: scoprire il Volto di Gesù Cristo

trasfigurazione«E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole» (Mt 17,2). Anche se il tempo continua a fare capricci e una coltre di nubi copre l’orizzonte, oggi per noi è una giornata di pieno ferragosto, rischiarata dalla Luce di Gesù che su quell’alto monte ci dà un anticipo della gloria divina. Inchiniamoci, prostriamoci quando nella “Professione di fede” diciamo monotonamente: «Dio da Dio, Luce da Luce…». Appena pochi giorni fa eravamo nel deserto a lottare con le nostre tentazioni; se non abbiamo vinto l’abbacinamento sarà come il supplizio medievale consistente nell’accecare un condannato accostandogli agli occhi un ferro rovente[1]; se vincitori, saliremo più in alto del pinnacolo del tempio, su «un alto monte» per contemplare la bellezza del Volto di Gesù. «La bellezza nel cuore di chi la brama è più sublime che all’occhio di chi la vede» (K. Gibran). Certo non è facile ma il Signore ci viene incontro: «Questi è il Figlio mio, l’amato: … Ascoltatelo». Un padre della chiesa, Massimo il Confessore scrive: «Le vesti divenute bianche portavano il simbolo delle parole della Sacra Scrittura, che diventavano chiare, trasparenti e luminose»[2]. Cioè apriamoci all’ascolto della Parola e cerchiamo di penetrare il mistero della croce. «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli» (Martin Luther King).

Aniello Clemente.

[1] Così nell’incubo di don Rodrigo: «… eran tutti visi gialli, distrutti, con cert’occhi incantati, abbacinati» (A. Manzoni, Promessi Sposi, XXXIII).

[2] Massimo il Confessore (san), Ambiguum 10: PG 91, 1128 B.

Quaresima e tentazioni: fede nella Provvidenza

provvidenzaIl Vangelo di oggi recita: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (cf. Mt 5,43-48). Lo Spirito “spinse” Gesù nel deserto perché doveva decidere, scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo; infatti le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con noi stessi e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio). E Gesù uscì vittorioso perché solo chi ha una grande fede confida nella grazia del Padre e supera indenne le tentazioni della “fame” e del potere. Basta avere fiducia in chi fa «piovere sui giusti e sugli ingiusti» e non ci mancherà mai nulla perché «solo Dio basta». Lo sappiamo per certo perché altri, uomini come noi l’hanno sperimentato e ce lo hanno testimoniato. Il “poverello d’Assisi” lascia attoniti padre e vescovo e si spoglia di tutto abbracciando “Madonna povertà” che da allora lo renderà il più ricco di grazia e misericordia. Insegnando anche nel paese di san Giuseppe Cottolengo si raccontava che spesso non c’era nulla da mangiare per i tanti orfani, malati, disadattati che amava raccogliere e lui serafico rispondeva: «Mettete la pentola sull’acqua e la pasta verrà» e così accadeva. Lo stesso dicasi per le tante vicissitudini di san Giovanni Bosco e san Domenico di Guzman. Una volta i suoi domenicani stanno per andare in refettorio già sapendo che avrebbero fatto digiuno ma egli li esorta a pregare e poco dopo bussano alla porta “due giovani” con ceste piene di pane e ogni ben di Dio. Erano folli? E lo fu anche la giovane Lucia Mondello che implorò affinché Dio la liberasse e così avvenne? Qualcuno ha scritto che il peccato originale avvenne quando «Adamo cominciò a preoccuparsi per il giorno dopo»…

Aniello Clemente.

Quaresima è riconciliazione con gli altri

buongiorno18In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!» (Mt 5,20-26). Gesù ci chiede in questa quaresima di essere pronti alla riconciliazione e raccomanda, prima di andare a pregare e offrire i doni all’altare, di avere un cuore esente da rancori, invidie, litigi, malintesi. Siamo dunque invitati ad avere un cuore buono, misericordioso, che sa perdonare sempre e in ogni situazione, e riesce a fare il primo passo nei confronti di una persona che mi ha offeso. Non bisogna distorcere il magistero: il cristiano non è l’uomo che non cerca giustizia per i torti subiti[1], ma è anche colui che sempre cerca perdono per i suoi offensori, crocifissori, nemici, persecutori. Il cristiano è un vero operatore di pace. Un uomo che ha molto sofferto, imprigionato come san Paolo, scrisse: «A volte perdonando un torto che si è ricevuto si può mutare un nemico in amico e persino un uomo perverso in uno di nobili sentimenti» (Silvio Pellico).

[1] Papa Paolo VI : Nell’esercizio di tutte le libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali in virtù della legge morale sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune. Con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia ed umanità.

Prima Domenica di Quaresima: con la Parola sconfiggeremo le tentazioni

quaresimaUna settimana fa la Parola ci parlava di un Dio Padre/Madre che si commuoveva come una partoriente e che, come madre, sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose ci saranno date in aggiunta. Noi siamo immagine e somiglianza di Dio e anche a noi Satana sembra dire: se sei Figlio di Dio… e ci suggerisce di interrompere il “digiuno” intrapreso per “soddisfare” i nostri desideri. Noi siamo come Mosè che dovendosi preparare a ricevere le tavole della legge non mangiò per quaranta notti e per quaranta giorni. Ciò che stiamo vivendo, la preparazione alla Pasqua, è così grande che richiede una forte preparazione. Forse perché celebriamo con più enfasi in questa Quaresima le celebrazioni, ancor “segnati” dalle ceneri, pensiamo di essere invincibili e Satana ci viene a tentare proprio “a Gerusalemme”, cioè nel luogo di culto, nella chiesa, all’oratorio, al catechismo. Ci porta sul pinnacolo del tempio (luogo privilegiato della presenza di Dio secondo gli israeliti) sui nostri campanili, per dimostrare quanta fiducia abbiamo in Dio. Finita la tentazione spirituale ecco comparire quella più subdola, quella del potere, qui Satana subdolamente si sostituisce a Dio offrendo il dominio e la gloria (meglio: vanagloria), eppure basta ricordare un proverbio napoletano: «’O tauto che sacche nun è stat’ ancor’ criato» (La bara con le tasche non è stata ancora creata). Ricordando il ricco epulone sappiamo quanto questo è vero! Ma come resiste Gesù alle tentazioni? Semplicemente citando testi biblici, già qui ci dice che lui è il vangelo della vita: Gesù è la Parola di Dio donata perché noi avessimo la vita eterna. Sono certo che nelle nostre case abbiamo una Bibbia, o un Vangelo, di quelle con le copertine in pelle e rilegature decorate, spesso messe in bella mostra, spolverate anche con devozione, mai aperte. Abbiamo bisogno di aprirle, consultarle quotidianamente, perché lì è la risposta da dare a chi ci tenta e ci vuole far desistere dai nostri santi propositi. «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Invece rincorriamo sogni fugaci, realizziamo desideri che durano un attimo; certo il lavoro, la salute, la tranquillità, sono importanti, ma li possiamo ottenere prima ascoltando ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Gesù non fa nulla di straordinario semplicemente si riferisce a quello che sta scritto… Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi! «Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Gesù vince le tentazioni e viene servito dagli Angeli: questa è la nostra ricompensa ed è vero… perché «Sta scritto…».

Aniello Clemente

Le Beatitudini

Cristo uomoNei Vangeli vi sono due redazioni delle Beatitudini, Mt 5,1-11 e Lc 6,17,26. Matteo, che scrive per chi proviene dal giudaismo, presenta Gesù come il nuovo Mosè, come la vera guida del popolo, e quindi collega il discorso di Gesù sul monte, il nuovo Sinai. Gesù «si pose a sedere» è il “Maestro” che prende posto sulla cattedra. Luca, invece, che scrive per chi proviene dal paganesimo, delinea la cornice esteriore in domo diverso: Gesù sta in piedi che per Luca è espressione della maestà e autorità di Gesù, che parla in un luogo pianeggiante, espressione della vastità a cui Gesù manda la sua Parola. Le Beatitudini non ci presentano un ideale per pochi privilegiati, un’utopia irrealizzabile, una promessa valida esclusivamente dopo la morte, una consacrazione del dolore che induce passività e rassegnazione; non costituiscono neanche un discorso morale. Invece sono un annuncio “lieto”, un “vangelo”, una dichiarazione che il Regno di Dio è arrivato per tutti, ma i poveri e gli esclusi sono i privilegiati; è l’annuncio della gioia (beatitudine) di chi pone in Dio la sua fiducia, è una proposta di valori alternativi alla mentalità corrente. Le Beatitudini proclamate da Gesù sono “autobiografiche”, Gesù infatti è il vero povero, mite, puro di cuore, costruttore di pace, perseguitato per la giustizia. Beati quello che lo seguono[1]. Nel suo libro, Il Discorso della montagna (Mondadori) Martini affronta il Discorso per eccellenza, la grande didaché di Gesù, il suo nuovo paradossale, inaudito insegnamento, la trasmissione del mandatum che ha ricevuto dal Padre. Lo affronta come il caso-limite dell’intero Annuncio, la su parola più “dura” e insieme la “porta stretta” attraversando la quale soltanto “beatitudine” è possibile. È l’appello radicale alla conversio, al ritorno, all’obbedienza perfetta al Padre. È praticabile il discorso di Gesù? Possibile testimoniarlo nella prassi? Il Regno che Gesù annuncia sconvolge, rovescia tutte le opinioni e le tradizioni. Credevate che i beati fossero i forti, i potenti, i sazi; no, il Regno appartiene ai poveri, ai miti, agli assetati. Vi è stato detto di non uccidere, di non spergiurare, di amare il prossimo. E certo io non muto uno iota in tutto ciò. Ma ancora non basta. Martini coglie quasi, direi, con angoscia il momento più alto del discorso di Gesù in quel passo. «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico: non opponetevi al male». Di fronte questo caso estremo Martini diviene davvero “agonista” con Gesù, lo interroga direttamente, si rivolge a lui con il Tu, il suo commento si trasforma in un dialogo serrato. Ma non ci hai detto proprio Tu di resistere al malvagio? E quando cacciavi i mercanti del tempio?  Il supremo scandalo di non opporsi al male era il segno della suprema bontà di Gesù anche per Nietzsche: non è possibile contrapporsi al male senza usare anche le sue armi; ma la bontà, invece, la perfetta bontà, può essere pensata soltanto come uno sterminato oceano che accoglie, abbraccia, risolve in sé tutti i fiumi immondi della storia, che “porta” in sé i peccati del tempo. L’oceano non fa diga, vince la loro violenza “semplicemente” lasciando che essi la esauriscano nel suo seno. Gesù “provoca” tutti i figli ad essere uno con lui e con lui nel Padre. Ut unum sint. Ma essere Unum col Figlio e col Padre può significare soltanto “indiarsi”, essere Dio! È l’Impossibile, o l’estremo limite del Possibile. Non possiamo affermare questo Discorso semplicemente come l’Impraticabile, poiché Gesù lo ha praticato. Ed era vero uomo. Questa estrema misura del Possibile si è incarnata. Ed esige di essere posta come Fine[2]. Santa Domenica, Aniello Clemente.

[1] Cf. G. Greco, in la Domenica, Epifania del Signore – 1, 6 gennaio 2017.

[2] M. Cacciari, Cultura: Anche tu sei Gesù, in L’espresso, 2 novembre 2006, 201-202.

 

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare: il giudizio finale (Mt 25,31-42)

 

pace a voiLa parabola che racconta Gesù ci porta al momento conclusivo della storia dell’uomo e del mondo: «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria». È il momento in cui si renderà chiaro, si “leggerà” ciò che noi liberamente abbiamo scritto nel “libro della vita”. Il Figlio dell’uomo nel giudizio non farà altro che costatare ciò che noi, in questa vita, facciamo per meritarci “il corpo glorioso” descritto da san Paolo. E il “giudizio”, lo “sguardo” su di noi sarà lo stesso che noi abbiamo ora nei confronti del povero, dell’ultimo. Sarà un giudizio di accoglienza, di benedizione, se oggi accogliamo gli anawin di biblica memoria, i poveri, i reietti, i dimenticati; sarà un giudizio di repulsione, di male-dizione, se noi oggi respingiamo chi ha bisogno del nostro sguardo misericordioso. Il metro di giudizio, quindi, saranno anche le opere corporali che evidenziano delle situazioni particolari nell’esperienza di vita di ognuno di noi. Avere fame e sete (anche di giustizia come nelle Beatitudini) costituisce un bisogno primario che, se non risolto, porta alla morte fisica di un essere vivente; essere migrante, ed essere nudo sottolinea la grave precarietà nella quale ci si può trovare, precarietà che se non risolta può portare alla morte morale (vedi Goro), a trattare l’altro come i “lebbrosi”; essere malato ed essere in carcere mettono in evidenza uno stato di perdita di libertà, situazione che pone l’altro in nostra balia, dipendente da noi e dalle nostre cure. «Ho avuto fame… ho avuto sete», ripete quasi come un mantra Gesù, per ricordarci non solo i bisogni affettivi e spirituali ma realmente quanta fame di cibo c’è nel mondo. Che stridente contraddizione vedere spadroneggiare in tv programmi di cucina mentre nella pubblicità ci chiedono aiuto per bambini malnutriti, assetati… Nonostante il grande progresso (stiamo tentando di arrivare anche su Marte) ancora milioni di persone muoiono per semplice mancanza di cibo! E questo non dipende dal fatto che stiamo vivendo un’epoca post-atomica e che non c’è cibo o non se ne riesca a produrre a sufficienza, no, il fatto è che non è distribuito equamente: mentre nei paesi sviluppati crescono le malattie per il “troppo” mangiare, in tanti Sud del mondo si continua a morire di fame. Certo ci si sente impotenti di fronte alla vastità del fenomeno, ma il grido reale di tanti bambini: “ho fame”, ci chiede, anche nel nostro piccolo, di fare delle scelte; comprare ciò che è veramente necessario, non sprecare ciò che abbiamo e, se possibile, risparmiare per far sì che altri esseri come noi possano essere nutriti. Certo sarà una goccia, ma un fiume è formato da tante di esse. E a proposito di acqua, l’altra grande necessità che grava su tutta l’umanità è la disponibilità di acqua, dalla quale dipende la nostra vita sul pianeta. E anche a tale proposito c’è una grande sperequazione: i ricchi ne hanno così tanto da poter lavare le loro machine e irrigare i loro prati, mentre ai poveri manca e sono condannati a morte. Certo possiamo iniziare anche da più lontano, cercando di vincere la fame e la sete di “istruzione”, offrendo la possibilità a tanti nostri “figli” lontani di andare a scuola per poter essere protagonisti del loro domani. Coloro che ci riusciranno, cioè coloro che non moriranno di fame, sete, infezioni, colera, tifo…, attraverso l’istruzione potranno essere “vivi” e capaci di gestire il futuro della loro terra. Quanto fin qui scritto compete a tutti, senza distinzione di etnia o di religione. Noi cristiani, di più, dobbiamo vincere la fame e la sete di spiritualità di Cristo che ogni persona, magari senza saperlo, ha dentro di sé. L’esperienza della evangelizzazione ci convince che testimoniare la propria fede, “donarla”, dà senso più pieno alla vita di coloro che incontriamo. Allora non possiamo far mancare  il nostro aiuto perché altri possano sperimentare la bellezza e la gioia dell’incontro con Gesù, per sperimentare una pienezza di vita perché Gesù stesso ce lo ricorda in un pomeriggio assolato dopo anche lui implorava dell’acqua: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi l’acqua che il gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14)[1]. Possiamo essere anche noi la fonte posta ai crocicchi delle strade per assetare lo stanco viandante…

Felice cammino, Aniello Clemente.

[1] Cf. S. De Angeli, Il cammino per il 2003, in «anche tu insieme» (Movimento Africa mission-cooperazione e sviluppo), anno XXXII, n. 1-2, aprile 2013, 13.