3. Dalla stalla alle stelle: da katalyma ad anagaion

nativitàTra l’altro Gesù doveva essere affezionato al katalyma perché, nel racconto della Passione, quando manda Pietro e Giovanni a chiedere a un amico anonimo la stanza per celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, usa proprio il termine katalyma: «Quando entrerete in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà. Poi direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la sala [to katalyma] in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”» (Lc 22,10-11). Sarà poi quell’amico che, per rispetto e affetto al Maestro, mostrerà agli apostoli la camera alta, concedendogliela volentieri; la stanza addobbata di tappeti e ammobiliata, insomma degnamente preparata per l’ospite d’onore. Essa è l’anagaion, la «cella del vino» (cf. Ct 2,4), la «sala del banchetto nuziale» (cf. Ger 16,8-9). L’esodo di Dio termina perciò dentro il katalyma, cioè nel “deposito della quotidianità”. Quando lo si cerca, Dio è già là, precede sempre tutti. Dove finisce, invece, l’esodo dell’uomo? Non nel katalyma, ma nell’anagaion, cioè nella stanza di sopra, quella della fraternità, dove si spezza il pane insieme, celebrando la cena eucaristica, dove ci si lava i piedi a vicenda (cf. Gv 13,14-15) e ci si bacia con il bacio della carità (cf. 1Pt 5,14), dove si fondono gli spiriti in un respiro unico, all’unisono (cf. Fil 2,1-2), in una parola, dove si fa comunità e comunione, dove si costruisce la chiesa di Dio. Si deve passare dal katalyma all’anagaion ogni qual volta il peso del peccato, come il peso del credere, si fa sentire. Bisogna salire per arrivare all’anagaion, nella stanza del banchetto nuziale. Lì si trova il pane necessario per riprendere il cammino e, come companatico, una fraternità che, pregando sinceramente, sa raccontare di quel Dio visceralmente appassionato per Israele, la chiesa, l’umanità. Si deve passare, al contrario, dall’anagaion al katalyma ogni qual volta i successi della vita e i ruoli assunti, ogni volta che gli obiettivi raggiunti possono far esaltare, fino a stazionare lungamente tra tappeti e allori, tra arredi e comodità, in un culto senz’anima, ridotto a cerimonia. Così il culto finisce per essere autolatrico, che perciò falsifica la fraternità vestendola di ipocrisia e insincerità, e rende così incapaci di rendersi conto che questo può pericolosamente desertificare il presente, impedendo di accorgersi degli altri, dei poveri, di coloro che sono stati affidati come figli (cf. Sir 4,1-10), fino a non accorgersi più persino della personale miseria. Bisogna allora scendere giù e cadere in ginocchio davanti al Dio che non ha ricusato di “diminuirsi”, uscendo da sé, mettendosi in esodo, e che non si è per nulla tradito terminando il suo esodo nel farsi bambino in una mangiatoia[1].

Auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. V. Appella, “Dio fuoriuscito”. L’esodo divino modello dell’esodo umano, in Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Il Vangelo nella città. Studi in onore del card. Crescenzio Sepe arcivescovo di Napoli per il 50° di ordinazione presbiterale e 25° di ordinazione episcopale, a cura di C. Manunza – E. Scognamiglio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 21-42, qui 39-42.

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2. Dalla stalla alle stelle: il “deposito della quotidianità”

natività 8Un mio caro amico impersonifica l’oste nel presepe vivente organizzato dalla parrocchia del Duomo e dalla “Società Operaia”  di S. Agata dei Goti (BN). A lui, alla creatrice dei costumi e a tutti quelli che hanno collaborato alla perfetta riuscita dell’evento dedico l’articolo. Giuseppe era oriundo di Betlemme e, se non un genitore, un fratello, almeno un parente anche alla lontana doveva pur averlo in quel villaggio. Non si può pensare che Giuseppe fosse totalmente estraneo a quell’ambiente e, considerando che l’ospitalità era sacra, ci sarebbe stato senz’altro qualcuno disposto ad accogliere lui con la sua sposa gravida in casa propria. Pertanto, “non c’era posto per loro nell’alloggio” va inteso come uno spazio nella casa dell’ospitante riempito di oggetti che andavano spostati, risistemati diversamente per ricavare spazio sufficiente a metterci un pagliericcio, un letto di fortuna che nelle case dei contadini, comunque della gente semplice, povera, è sempre possibile rimediare. Infatti, katalyma è la stanza in cui si possono accumulare oggetti del mestiere, del lavoro nei campi, della pastorizia, insomma del vivere, una sorta di magazzino. In essa può starci addirittura una mangiatoia, scavata nella parete rocciosa, per l’animale domestico che si tiene in casa, come una capretta, una pecora, soprattutto l’asinello (cf. Ab 3,2; Is 1,3). Al massimo, non potendo fare diversamente, si poteva utilizzare quell’anfratto per sistemare il neonato. È stupefacente, dunque, che l’esodo di Dio doveva concludersi in questo alloggio di fortuna, che potrebbe chiamarsi la “stanza secondaria” o meglio il “deposito della quotidianità”. Il Dio che è esodo vuol venire ad abitare dentro la stanza quotidiana, che non è quella principale, quella di rappresentanza, ma quella dove si vive veramente, dove può essere tutto un po’ alla rinfusa, forse confuso, addirittura profuso di peccato e di squallida pochezza, in tutti i sensi. Gesù, infatti, non disdegnerà di andare a casa di Levi il pubblicano (cf. Mt 9,10), di fermarsi da Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) e via dicendo[1].

Auguri, Aniello Clemente.

[1] Cf. V. Appella, “Dio fuoriuscito”. L’esodo divino modello dell’esodo umano, in Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), Il Vangelo nella città. Studi in onore del card. Crescenzio Sepe arcivescovo di Napoli per il 50° di ordinazione presbiterale e 25° di ordinazione episcopale, a cura di C. Manunza – E. Scognamiglio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 21-42, qui 39-42.

San Giuseppe…, il dimenticato!

buongiorno 33Che grande uomo fu Giuseppe, della stirpe di Davide! Ma lo ricordiamo noi? Il santo della famiglia, il santo della fede e della fedeltà, il santo dell’amore sacrificato e offerto, il santo dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, il santo della tenerezza paterna inimitabile, il santo della dolcezza coniugale, fatta di premure, di attenzioni, di profonda comprensione, di amore; il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, il santo della fede intrepida nella Provvidenza. Giuseppe, della stirpe di Davide, quante volte mi dimentico di te! Forse ti vedo come un’aggiunta non necessaria al grande piano della Redenzione, e invece ne sei, per scelta amorosa di Dio, parte viva ed essenziale. Ti guardo come se tu fossi di «cartapesta», sì, quasi disumanizzato nel tuo vivere costretto  e determinato. E sei stato, invece, un «sì» di amore, libero, nella tua obbediente fiducia, forte e umile nelle intemperie della tua giornata, umanissimo e vero nella tua capacità di amare. Ti vedo, custode, pio e rassegnato agli obbligati piani di Dio, e fosti invece sposo giovane, bello, ardente. Ti vedo più statua col Bambino in braccio, che uomo vivo, padre affascinante, capace di decisioni coraggiose, di volontà forte, di amabilità tenerissima e sconfinata. Giuseppe perdonami! Perdona la mia dura cervice! Chiederò a Maria, tua sposa, quanto le hai voluto bene, quanto te ne volle lei: chiederò al tuo figlio «secondo la legge» quanto gli sei stato padre e quanto lui ti ha filialmente ammirato, seguito e amato. Chiederò a Dio il perché di così eccezionale fiducia in te, da affidarti suo figlio e sua madre. E capirò finalmente che sei stato l’uomo dalla fede incredibile e dall’amore pagato a prezzo inimitabile. Perdonami, Giuseppe della stirpe di Davide, e ascolta la mia preghiera: ho bisogno del tuo aiuto, della tua protezione, della tua paternità, della tua fede, del tuo amore. Ho bisogno di saper ascoltare, nel mio povero cuore, come ascoltasti tu, nel tuo – semplice, ardente e fiducioso – la divina parola che rasserena, che dà forza, che vince gli ostacoli e la umana povertà che, sola, sa rinnovare in ogni istante la indispensabile vivissima speranza: «Non temere, non temere!». Ripetilo a un poverello sbattuto tra i venti impetuosi e insidiosi di un’umanità piena di timori, di dubbi, di incertezze, di paure: «Non temere…, non temere!» (Oscar Luigi Scalfaro).

Un abbraccio a tutte le famiglie, alle coppie, alle persone sole, agli ammalati.

Aniello Clemente.

Quaresima: scoprire il Volto di Gesù Cristo

trasfigurazione«E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole» (Mt 17,2). Anche se il tempo continua a fare capricci e una coltre di nubi copre l’orizzonte, oggi per noi è una giornata di pieno ferragosto, rischiarata dalla Luce di Gesù che su quell’alto monte ci dà un anticipo della gloria divina. Inchiniamoci, prostriamoci quando nella “Professione di fede” diciamo monotonamente: «Dio da Dio, Luce da Luce…». Appena pochi giorni fa eravamo nel deserto a lottare con le nostre tentazioni; se non abbiamo vinto l’abbacinamento sarà come il supplizio medievale consistente nell’accecare un condannato accostandogli agli occhi un ferro rovente[1]; se vincitori, saliremo più in alto del pinnacolo del tempio, su «un alto monte» per contemplare la bellezza del Volto di Gesù. «La bellezza nel cuore di chi la brama è più sublime che all’occhio di chi la vede» (K. Gibran). Certo non è facile ma il Signore ci viene incontro: «Questi è il Figlio mio, l’amato: … Ascoltatelo». Un padre della chiesa, Massimo il Confessore scrive: «Le vesti divenute bianche portavano il simbolo delle parole della Sacra Scrittura, che diventavano chiare, trasparenti e luminose»[2]. Cioè apriamoci all’ascolto della Parola e cerchiamo di penetrare il mistero della croce. «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli» (Martin Luther King).

Aniello Clemente.

[1] Così nell’incubo di don Rodrigo: «… eran tutti visi gialli, distrutti, con cert’occhi incantati, abbacinati» (A. Manzoni, Promessi Sposi, XXXIII).

[2] Massimo il Confessore (san), Ambiguum 10: PG 91, 1128 B.

Quaresima e tentazioni: fede nella Provvidenza

provvidenzaIl Vangelo di oggi recita: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (cf. Mt 5,43-48). Lo Spirito “spinse” Gesù nel deserto perché doveva decidere, scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo; infatti le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con noi stessi e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio). E Gesù uscì vittorioso perché solo chi ha una grande fede confida nella grazia del Padre e supera indenne le tentazioni della “fame” e del potere. Basta avere fiducia in chi fa «piovere sui giusti e sugli ingiusti» e non ci mancherà mai nulla perché «solo Dio basta». Lo sappiamo per certo perché altri, uomini come noi l’hanno sperimentato e ce lo hanno testimoniato. Il “poverello d’Assisi” lascia attoniti padre e vescovo e si spoglia di tutto abbracciando “Madonna povertà” che da allora lo renderà il più ricco di grazia e misericordia. Insegnando anche nel paese di san Giuseppe Cottolengo si raccontava che spesso non c’era nulla da mangiare per i tanti orfani, malati, disadattati che amava raccogliere e lui serafico rispondeva: «Mettete la pentola sull’acqua e la pasta verrà» e così accadeva. Lo stesso dicasi per le tante vicissitudini di san Giovanni Bosco e san Domenico di Guzman. Una volta i suoi domenicani stanno per andare in refettorio già sapendo che avrebbero fatto digiuno ma egli li esorta a pregare e poco dopo bussano alla porta “due giovani” con ceste piene di pane e ogni ben di Dio. Erano folli? E lo fu anche la giovane Lucia Mondello che implorò affinché Dio la liberasse e così avvenne? Qualcuno ha scritto che il peccato originale avvenne quando «Adamo cominciò a preoccuparsi per il giorno dopo»…

Aniello Clemente.

Quaresima è riconciliazione con gli altri

buongiorno18In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!» (Mt 5,20-26). Gesù ci chiede in questa quaresima di essere pronti alla riconciliazione e raccomanda, prima di andare a pregare e offrire i doni all’altare, di avere un cuore esente da rancori, invidie, litigi, malintesi. Siamo dunque invitati ad avere un cuore buono, misericordioso, che sa perdonare sempre e in ogni situazione, e riesce a fare il primo passo nei confronti di una persona che mi ha offeso. Non bisogna distorcere il magistero: il cristiano non è l’uomo che non cerca giustizia per i torti subiti[1], ma è anche colui che sempre cerca perdono per i suoi offensori, crocifissori, nemici, persecutori. Il cristiano è un vero operatore di pace. Un uomo che ha molto sofferto, imprigionato come san Paolo, scrisse: «A volte perdonando un torto che si è ricevuto si può mutare un nemico in amico e persino un uomo perverso in uno di nobili sentimenti» (Silvio Pellico).

[1] Papa Paolo VI : Nell’esercizio di tutte le libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali in virtù della legge morale sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune. Con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia ed umanità.

Prima Domenica di Quaresima: con la Parola sconfiggeremo le tentazioni

quaresimaUna settimana fa la Parola ci parlava di un Dio Padre/Madre che si commuoveva come una partoriente e che, come madre, sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose ci saranno date in aggiunta. Noi siamo immagine e somiglianza di Dio e anche a noi Satana sembra dire: se sei Figlio di Dio… e ci suggerisce di interrompere il “digiuno” intrapreso per “soddisfare” i nostri desideri. Noi siamo come Mosè che dovendosi preparare a ricevere le tavole della legge non mangiò per quaranta notti e per quaranta giorni. Ciò che stiamo vivendo, la preparazione alla Pasqua, è così grande che richiede una forte preparazione. Forse perché celebriamo con più enfasi in questa Quaresima le celebrazioni, ancor “segnati” dalle ceneri, pensiamo di essere invincibili e Satana ci viene a tentare proprio “a Gerusalemme”, cioè nel luogo di culto, nella chiesa, all’oratorio, al catechismo. Ci porta sul pinnacolo del tempio (luogo privilegiato della presenza di Dio secondo gli israeliti) sui nostri campanili, per dimostrare quanta fiducia abbiamo in Dio. Finita la tentazione spirituale ecco comparire quella più subdola, quella del potere, qui Satana subdolamente si sostituisce a Dio offrendo il dominio e la gloria (meglio: vanagloria), eppure basta ricordare un proverbio napoletano: «’O tauto che sacche nun è stat’ ancor’ criato» (La bara con le tasche non è stata ancora creata). Ricordando il ricco epulone sappiamo quanto questo è vero! Ma come resiste Gesù alle tentazioni? Semplicemente citando testi biblici, già qui ci dice che lui è il vangelo della vita: Gesù è la Parola di Dio donata perché noi avessimo la vita eterna. Sono certo che nelle nostre case abbiamo una Bibbia, o un Vangelo, di quelle con le copertine in pelle e rilegature decorate, spesso messe in bella mostra, spolverate anche con devozione, mai aperte. Abbiamo bisogno di aprirle, consultarle quotidianamente, perché lì è la risposta da dare a chi ci tenta e ci vuole far desistere dai nostri santi propositi. «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Invece rincorriamo sogni fugaci, realizziamo desideri che durano un attimo; certo il lavoro, la salute, la tranquillità, sono importanti, ma li possiamo ottenere prima ascoltando ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Gesù non fa nulla di straordinario semplicemente si riferisce a quello che sta scritto… Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi! «Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Gesù vince le tentazioni e viene servito dagli Angeli: questa è la nostra ricompensa ed è vero… perché «Sta scritto…».

Aniello Clemente