3. Agli studenti del Liceo Scientifico “Lino Cortese”: libertà!

libertà 3Con la maturità della persona è in stretto rapporto l’uso corretto della propria libertà, il che indica il suo esercizio in collegamento con la verità, con ciò che è vero bene.  Il vero bene è essere al servizio degli altri . Solo così siamo realmente liberi. Saper discernere l’uso corretto della propria libertà diventa il fine ultimo dell’educazione. I giovani hanno anche spontaneo il “desiderio della libertà”. E che cosa significa essere liberi? Significa saper usare la propria libertà nella verità: essere “veramente” liberi. Essere veramente liberi non significa affatto fare tutto ciò che mi piace, o ciò che ho voglio di fare. La libertà contiene in sé il criterio della verità. Essere veramente liberi significa usare la propria libertà per ciò che è un vero bene[1]. Se educare ha ancora un senso, il fine dell’educazione dovrebbe essere l’uomo, in continua evoluzione verso gradi più alti di umanità. L’educazione è un’arte che “aiuta” la Natura. Parafrasando il Platone del Gorgia possiamo dire che come è chiaro che non si può curare ciò che non si conosce, così, analogamente, non si può educare l’uomo senza sapere chi è. E per saperlo dobbiamo entrare in relazione: comunicare! La comunicazione è una realtà ricca di senso e di significato prima di tutto perché autore e co-autore della comunicazione è la persona che di per sé è portatrice di senso, significato e valore. È  interessante riflettere sul fatto che il primo a comunicare è stato Dio quando, come ci racconta la Genesi (Gen 1, 1-2, 4), con una parola diede l’essere: «Dio disse» ripete la Bibbia descrivendo la potenza creatrice della Parola di Dio che opera delle distinzioni nel caos primigenio: appaiono la luce e le tenebre, il mare e la terraferma, il giorno e la notte, le erbe e gli alberi, i pesci e gli uccelli, tutti secondo la loro specie. Nasce un mondo ordinato a partire dalle differenze che, d’altra parte, sono altrettante promesse di relazioni[2].

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Parati semper (PaS). Lettera Apostolica ai giovani e alle giovani in occasione dell’Anno internazionale della Gioventù, (31-3-1985), n.13.

[2] Cfr. J. Ratzinger J., Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, (31-5-2004).

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2. Agli studenti del Liceo Scientifico “Lino Cortese”: crescere!

socrateSpogliandosi dunque di un illusorio senso di onnipotenza, è necessario alimentare un atteggiamento rispettoso di fiducia nelle risorse umane ed esistenziali delle giovani generazioni. Saranno proprio tali risorse a risultare responsabili, in primo luogo, di un eventuale cambiamento. Ciò nulla toglie all’impegno di genitori, psicologi ed educatori, il cui ruolo, però, ai fini della maturazioni dei giovani sarà sempre più quello di «facilitare» e non già di «primi attori», di una dinamica esistenziale naturalmente sorretta da una incessante ricerca di senso. Qui sta una delle difficoltà odierne: forse i genitori hanno dimenticato, se non tradito le loro radici, siamo in crisi come credenti, come valori, come società; ci siamo lasciati abbagliare dalle luci della modernità, non abbiamo più punti sicuri di riferimento. Non siamo più convinti che ci siano valori assoluti, una legge morale indicata da Dio, ma abbiamo accettato l’idea che tutto è relativo e soggetto a una interpretazione personale che inevitabilmente porta divisioni, conflitti, egoismi. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate; mai assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli. «L’educazione non può dunque, fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità».

 

1. Agli studenti del Liceo Scientifico “Lino Cortese”: grazie!

libertà 2Il 13 marzo ho avuto il piacere di accompagnare alcuni studenti del Liceo Scientifico “Lino Cortese” di Maddaloni (Caserta) in visita guidata a Roma nel novero di un progetto che ha alla base il dialogo interreligioso e argomenti di bioetica. Squisita è stata l’accoglienza dei colleghi di filosofia e del docente di religione ma quello che più mi ha colpito è stata l’accoglienza che mi hanno riservato gli studenti. La visita che doveva svolgersi in altra data aveva come scopo principale la visita della sinagoga di Roma e della grande Moschea ma, purtroppo, procrastinata la partenza per motivi metereologici non è stata più disponibile la visita alla Moschea e, si è ben pensato di portarli ai Musei Vaticani. Nel pullman ho cercato di accennare ad alcuni capisaldi delle altre due religioni monoteiste, legate alla figura del “padre” Abramo. Vedevo nei loro occhi la “sete” di sapere e appunto lo sguardo è quello che più mi ha colpito di questi giovani. Uno sguardo pulito, aperto, pieno di speranza e di meraviglia specialmente nella visita ai Musei. Certo merito di coloro che provvedono alla loro educazione. Sono stati di una gentilezza ed educazione encomiabile. Due esempi tra tutti: Raffaele ha condiviso il suo panino con me e Caterina mi ha aiutato con le applicazioni del mio nuovo telefono. Al dirigente, ai colleghi, ai “ragazzi” va il mio grazie con la speme di presto rivederli e a loro dedico questi quattro articoli nel mio bolg.

Il crollo delle ideologie, l’assenza di punti di riferimento saldi, i problemi legati all’ambiente, la paura del futuro, la globalizzazione sregolata, la crisi dei valori morali, rendono difficile la comprensione del nostro mondo, divenuto particolarmente complesso, arduo da governare e difficile da viverci. È sempre più forte, in questo panorama, lasciarsi sopraffare dalla tentazione di rifugiarsi nel proprio piccolo mondo o di fuggire nell’irreale, o peggio di lasciarsi sedurre dallo irrazionale nel cui alveo nascono e prosperano i vari fondamentalismi. La società occidentale, ricca e super tecnologica, è spesso formata da uomini e donne che vagano in un deserto popolato oltre misura di oggetti, ma sempre alla ricerca affannosa di una felicità irraggiungibile. Questa società fondamentalmente individualistica fa dimenticare spesso che la ricchezza della vita umana si manifesta essenzialmente nella gratuità delle relazioni. In questo senso, si può dire che la giovinezza è «la scultrice che scolpisce tutta la vita», e la forma, che essa conferisce alla concreta umanità di ciascuno, si consolida in tutta la vita[1]. Con l’allargarsi del suo mondo fisico e sociale il giovane vive una molteplicità di ruoli: è figlio, fratello, compagno di scuola, amico, studente, e altro. Tuttavia la sua identità non è ancora perfettamente integrata: non è «se stesso» con continuità e coerenza di tutti questi ruoli. Il periodo per cui si arriva a superare il conflitto acquisendo un’identità avviene di solito attraverso una crisi, un periodo doloroso di perdita di certezze e di valori, di relativa solitudine e spesso opposizione, che però porta alla capacità di procedere nella vita con proprie idee e proprie scelte. Non bisogna aspettare che altri realizzino quanto è anche in nostro possesso fare: bisogna chiederci quale è il nostro compito e come fare per migliorare la società ed il  mondo che ci circonda. Tutti dobbiamo riscoprire l’importanza di essere “maestri”, cioè persone che sanno indicare le piste idonee da percorrere per la ricerca del senso della vita, per promuovere la crescita in umanità e dignità.

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Parati semper (PaS). Lettera Apostolica ai giovani e alle giovani in occasione dell’Anno internazionale della Gioventù, (31-3-1985), n.13.

Unità dei cristiani: Lutero

Qualcuno, preferisco non citare per evitare sterili polemiche, ha detto che, seppure non nelle sue intenzioni, Lutero avrebbe “distrutto” la chiesa e la sua ecclesiologia. La mia è una teologia “in ginocchio” e, quindi, chiedo aiuto al magistero in cui credo e che ho giurato di servire, per esprimere il mio pensiero in merito a Lutero.

lutero 2Scrive Goethe: «Non ci rendiamo veramente conto fino a che punto dobbiamo essere grati a Lutero e alla Riforma in genere. Ci siamo liberati dai lacci della ristrettezza di mente, grazie allo sviluppo della nostra cultura personale abbiamo acquisito la capacità di ritornare alle fonti e di comprendere il cristianesimo nella sua purezza. Abbiamo di nuovo il coraggio di stare con i piedi ben piantati sulle terra di Dio e di sentire la presenza divina nella nostra natura umana. La cultura intellettuale continui pure a progredire, le scienze naturali crescano tranquillamente in ampiezza e profondità, lo spirito umano si estenda quanto vuole: con tutto questo non riuscirà mai a superare l’altezza e la cultura morale del cristianesimo, come splende e rifulge nei Vangeli! […]. E, via via, da un cristianesimo della parola e della fede passeremo tutti a un cristianesimo del sentimento e dell’azione»[1].

[1] Cf. J. P. Eckermann, Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita, E. Gianni (cur.), A. Vigliani (trad.), Einaudi, Torino 2008, 596-598.