4. “Crocifissi col Crocifisso”. Gaetano Di Palma: Fondamenti biblici della mistica dei “crocifissi col Crocifisso”.

ascioneIl prof. Di Palma, Docente di Sacra Scrittura, preliminarmente ci ricorda la genesi della parola “stigmate”, (dal greco στίγμα, stigma, che significa marchio) sono tipicamente le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù Cristo, provocate dai traumi subiti durante la sua Passione. In greco il termine indicava il marchio impresso col ferro sul bestiame in segno di proprietà, o anche su schiavi fuggitivi, spesso per punizione. Già Filone di Alessandria ne parlava come di un «marchio a fuoco» e parimenti Seneca ne Sui Benefici: «Il re Filippo il Macedone aveva un soldato valoroso… costui dopo un naufragio fu buttato sulle terre che appartenevamo a un macedone… che lo rianimò, lo curò per trenta giorni e gli diede i mezzi per riprendere il suo viaggio… Raccontò del suo naufragio a Filippo, ma tacendo dell’aiuto ricevuto e subito gli chiese dono delle terre di un privato. Ora, questo privato era il suo ospite, lo stesso che lo aveva accolto e rimesso in salute… Ma quel benefattore, cacciato dalle sue terre non sopportò in silenzio e scrisse a Filippo una lettera… Quando il re la ricevette, si infuriò così tanto che incaricò subito Pausania di restituire i beni al loro precedente padrone, quindi di marchiare quel soldato disonesto». Quasi come monito per la diffusa pratica dei tatuaggi Di Palma ci ricorda la norma di Lv 19,28: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio»[1]. Il termine ha origine dalla Lettera ai Galati di S. Paolo, dove forte è la ricorrenza della Croce: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Nella lettera S. Paolo indica con valore figurativo, in contrapposizione alla circoncisione giudaica, i patimenti sofferti da Paolo per Cristo, che sono i suoi «marchi» (Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto). Già precedentemente Paolo aveva affermato: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Crocifisso con il Cristo il cristiano è, con lui e in lui, morto alle antiche pratiche (per Paolo la legge mosaica, cf. Rm 7,1s) per partecipare alla  vita di resuscitato dal Cristo (Rm 6,4-10): «Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui» (Rm 6,6).

[1] Era una pratica largamente attestata per i riti di lutto mutuata dal paganesimo. La menzione di questi stessi riti in Ez 7,18 mostra che, malgrado questa condanna, continuarono a essere praticati, forse perché si attribuiva loro un significato religioso di carattere penitenziale come ricorda Is 22,12: «Vi invitava il Signore…al pianto e al lamento, a rasarvi il capo e a vestire il sacco».

3. “Crocifissi col Crocifisso”: Luigi Borriello: Nuove zone dove lo Spirito aleggia e dona vita.

NUOVO-DIZIONARIO-DI-MISTICA-ridotto-1Il prof. Borriello è Docente di Spiritualità presso la sez. S. Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Poiché sicuramente altri si occuperanno di dare risalto al suo intervento desidero segnalare il prof. Borriello per la pubblicazione del Dizionario di mistica[1]. In questo dizionario si vuole dare un contributo di chiarificazione al problema della mistica oggi, concentrando l’attenzione soprattutto sulla mistica cristiana, non trascurando qualche accenno alla mistica delle altre religioni. Per fare ciò, occorre, prima di tutto, definire la mistica cristiana. «Se bisogna intendere per “mistica”, scrive H. de Lubac, una certa perfezione raggiunta nella vita spirituale, una certa unione effettiva alla Divinità, allora, per un cristiano non può trattarsi d’altro che dell’unione col Dio Tri-personale della rivelazione cristiana, unione realizzata in Gesù Cristo e per mezzo della sua grazia; dono “infuso” di contemplazione “passiva”. Parimenti, se la parola “spiritualità” connota lo Spirito Santo, diviene evidente che ha solo un significato cristiano»[2]. In questo dizionario molto spazio è dato proprio all’esperienza mistica vissuta in tutti i tempi e in tutte le aree geografiche. La proposta attualizzante del presente dizionario gli conferisce alcuni tratti distintivi. Prima di tutto un’attenzione alla differenza e all’unità sottesa tra ascesi, mistica e spiritualità. Quest’ultima, sulla base dei dati della rivelazione cristiana, studia l’esperienza cristiana nel suo sviluppo dinamico: la vita secondo lo Spirito, evidenziandone strutture e leggi, entro le caratteristiche psicologiche del soggetto umano proteso alla perfezione. La mistica, invece, va intesa come presa di coscienza dell’esperienza caritativa della comunione interpersonale tra Dio e l’uomo, quindi riguarda essenzialmente tale esperienza di Dio inabitante, provocata nell’anima da una speciale mozione dello Spirito Santo. La mistica cristiana, è, dunque, intrinsecamente soprannaturale, completamente agganciata alla grazia divina. Non si può dare alcuna esperienza autentica del mistero di Dio che sia di ordine naturale, possibile con le sole forze della natura umana. Il compito specifico della teologia mistica consiste nella riflessione critica e sistematica su tale esperienza fondamentale, cristiana, coscientemente aperta allo Spirito e accolta passivamente nel proprio intimo, cioè collaborando attivamente all’azione divina. Per questo motivo, il criterio di fondo che regge tutta la struttura del dizionario è quello teologico, debitamente integrato dai preziosi contributi offerti dalle discipline scientifiche e antropologiche, come la storia, la filosofia, la psicologia, ecc. Lo studio parallelo e convergente di tali discipline fornisce i principi ermeneutici e i criteri di valutazione sia della vita mistica che delle sue manifestazioni straordinarie, sia della rilevanza spirituale che della eventuale valenza soprannaturale delle mistiche non cristiane. Si è sempre tenuto in considerazione che tale esperienza mistica ha una sua originale struttura-guida in un Dio trascendente ma che si rivela in Gesù Cristo nel cangiante divenire storico. Pertanto, diverse voci sono dedicate a correnti storiche della mistica, a mistici ed autori mistici. L’accentuazione del presente non abolisce né trascura il passato che, al contrario, viene valorizzato come memoria che costruisce ed ispira il presente.

[1] L. Borriello – E. Caruana – M. R. Del Genio – N. Suffi (a cura), Dizionario di Spiritualità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.

[2] H. de Lubac, Mistica e mistero cristiano, Milano 1979, 7-8.

2. “Crocifissi col Crocifisso”: François-Marie Léthel,: L’amore verso Gesù Crocifisso, la devozione mariana, la verginità, le stimmate.

LethelNato a Parigi nel 1948, è entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Provincia di Parigi) nel 1967 ed è stato ordinato sacerdote nel 1975. Dopo la licenza in Filosofia, ha ottenuto la licenza in teologia, ha conseguito il dottorato in Teologia all’Università di Friburgo (Svizzera) nel 1989. Padre Léthel vive a Roma dal 1982, insegnando la teologia dogmatica e spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Nominato Consultore per la Cause dei Santi da Giovanni Paolo II nel 2004, è stato anche nominato Prelato Segretario della Pontificia Accademia di Teologia da Benedetto XVI nel 2008. Tra i suoi numerosi studi sulla teologia dei santi, si possono indicare specialmente i libri su Teresa di Lisieux: L’Amore di Gesù. La cristologia di santa Teresa di Gesù Bambino (Roma, 1999, Libreria Editrice vaticana): Teresa è cosciente di condividere con Maria questo amore materno, e anche di raggiungere ogni madre del mondo, anche la più povera, la più ferita. Lo mostra chiaramente nella sua opera teatrale La fuga in Egitto, il testo più importante riguardo a questa corda materna. Teresa di Lisieux è una donna Dottore della Chiesa, che non ha studiato all’università, ma che rappresenta perfettamente la stessa teologia femminile, più simbolica e più incarnata di quella maschile. Per il tema da lui oggi trattato di P. Léthel segnaliamo anche: Luigi Maria di Montfort: L’amour de Jésus en Marie (Genève, 2000, ed. Ad Solem, 2 vol.) e Gemma Galgani: L’Amore di Gesù Crocifisso Redentore dell’uomo. Gemma Galgani (Roma, 2004, Libreria Editrice Vaticana). I santi sono i maestri di una antropologia cristocentrica, che è una antropologia dell’amore, interamente fondata nella carità, unico amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù. I santi sono autentici teologi, cioè conoscitori di Dio, perché in essi si verifica l’affermazione dell’Apostolo: “chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Il dono totale di sé alla persona amata ha come conseguenza necessaria il possesso totale della persona amata: darsi totalmente all’altro è allo stesso tempo aprirsi al dono totale che l’altro fa di se stesso, e riceverlo totalmente. Così paradossalmente, l’amore sponsale di Gesù è l’amore più oblativo e più possessivo. La complementarietà dei Padri, Dottori e Mistici è come il prisma che rivela i colori più belli del Mistero di Cristo, Luce di Dio venuta nel mondo[1].

[1] Cf. F.-M Léthel, Aspetti dell’antropologia dei santi, in Antropologia cristiana: Bibbia, teologia, cultura, Città Nuova, 2001.

“Crocifissi col Crocifisso”. L’esperienza mistica in una società di grande attivismo

convegno crocifissoDomani (19 maggio) dalle ore 9,30 alle 13, alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. «S. Tommaso d’Aquino» – a Napoli, in Viale Colli Aminei n. 2,  si terrà un Convegno di Studi che analizzerà il «fenomeno multiprosopettico» dei “Crocifissi” (S. Francesco d’Assisi, San Pio da Pietrelcina, Teresa Musco…), che unisce spiritualità, ascetica e mistica. Coordinati dal prof. Pasquale Giustiniani, interverranno i Docenti della Facoltà: Luigi Borriello, Gaetano Di Palma, Antonio Ascione, Giuseppe Falanga, Giampiero Tavolaro e il prof. François-Marie Léthel docente di Spiritualità al Teresianum di Roma.

Scrive Pàvel Nikolàjevič Evdokìmov che: «la tradizione orientale non ha mai fatto una netta distinzione fra “mistico” e “teologico”, cioè tra l’esperienza personale dei misteri divini e il dogma professato dalla Chiesa. Essa non ha mai conosciuto alcun divorzio tra la teologia e la spiritualità, né la devotio moderna con le sue forme di pietà individuale. L’esperienza mistica vive il contenuto della fede comune e la teologia lo ordina e lo riduce a sistema. Così la vita di ogni fedele, asceta o mistico, è strutturata dall’elemento dogmatico della liturgia e la dottrina riferisce l’esperienza intima della verità vissuta dai santi e dai Padri della Chiesa. La teologia è mistica e la vita mistica è teologica; questa è il vertice della teologia, teologia per eccellenza, contemplazione della trinità». La kenosi di Cristo è un termine biblico: egli, uguale a Dio, si è abbassato fino a morire in croce per la nostra salvezza. Dopo la caduta dell’uomo, l’abisso fra la natura divina e quella umana è diventato talmente profondo che l’incarnazione del Verbo è una croce che prende su di sé, pertanto la kenosi del Dio assolutamente impassibile diventa sofferenza. Ma il fine dell’incarnazione è portare la felicità divina in questa sofferenza umana. Il Cristo sofferente è tutt’uno con il Cristo glorioso, in quanto la sofferenza stessa, per mezzo di lui, diventa gloriosa. Per questo si parla di una mistica della sofferenza, soprattutto in ambito russo. La riflessione sulla sofferenza e sulla morte risveglia, da sempre, una riflessione di tipo metafisico o religioso. La sofferenza è legata all’esistenza stessa della persona e della coscienza personale. L’espressione di Dostoevskij «la sofferenza è un bene, perché tutto espia» riassume la lunga tradizione degli strastoterpcy russi (“coloro che soffrono la passione”), ossia di coloro che accettano di patire ogni sorta di persecuzioni ingiuste, riconoscendovi i segni di un’elezione speciale per la purificazione del mondo. Se la sofferenza e la morte acquistano un valore positivo questo è solo per mezzo dell’unione con la morte di Cristo. Quali sono dunque le condizioni per essere sicuri di morire con Cristo, affinché la morte sia un segno di vittoria? Secondo la tradizione, la morte che santifica, è per eccellenza il martirio, il dare la propria vita per la fede in Cristo[1].

Aniello Clemente.

[1] Cf. A. Lotti, La mistica nell’oriente cristiano, in La mistica come via di ricerca della Verità – Pagine di mistica e spiritualità a cura di Antonello Lotti; Mistica.Info è a cura di Antonello Lotti – Sito web: http://www.mistica.info – E-mail: misticainfo@libero.it

Benedetto XVI. Immagini di una vita

1. convegno ratzingerSi è svolta martedì 16 u. s., alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (sez. S. Tommaso) una “Mattinata di Studio” in occasione della pubblicazione del volume di Giuseppina Buonanno e Luca Caruso, Benedetto XVI. Immagini di una vita, Edizioni San Paolo, 2017. I lavori sono stati introdotti dal vice Preside della Pontificia Facoltà, il prof. Gaetano Di Palma, che ha ricordato gli anni in cui grazie alle lezioni di Mons. Bruno Forte si “respirava” il sapere teologico del Papa emerito; stimolato dal moderatore ha anche fatto un accenno al magistero pontificio di Papa Ratzinger con brevi accenni alla Verbum Domini. Senza dimenticare, continuava il vice Preside, che è stato anche il Papa dell’Anno della fede, dell’Anno sacerdotale, del Sinodo sulla Parola di Dio, per approfondirne la realtà. Si sono susseguiti gli interventi di Mons. Gennaro Acampa, Vescovo ausiliare di Napoli, del dott. Luca Caruso, della «Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI» e del prof. Antonio Ascione, docente della Facoltà. Gli interventi sono stati stimolati dall’ottima “regia” del  moderatore il prof. Giuseppe Falanga della Pontificia Facoltà. Per una migliore comprensione dei contributi raggruppo gli interventi che si sono alternati tra i relatori. Inizialmente il prof. Falanga chiede a Mons. Acampa quale rapporto di unione, di vicinanza c’è con Papa Ratzinger e cosa resterà del suo pontificato.

Mons. Acampa ammette di non avere rapporti strettamente personali col Papa ma per quelle poche volte che lo ha incontrato ricorda di lui un uomo sensibile, discreto, al punto che un teologo suo contemporaneo scrisse che c’erano «Papi in Alfa Romeo e Papi in bicicletta»: Ratzinger era “il Papa con la bicicletta”. Ci ricorda di quando il Papa venne in visita a Napoli e dopo il discorso in Piazza Plebiscito volle recarsi, in forma privata, a pregare nella cappella di san Gennaro. Uscendo salutò tutti i prelati che erano in prima fila ma nell’andarsene s’avvide che altri non avevano potuto farlo (tra questi Mons. Acampa) e tornò per salutarli. In merito al secondo punto il Vescovo ricorda che Giovanni Paolo II non poté partecipare all’ultima Via Crucis e lesse degli appunti vergati da Ratzinger in cui era evidente il riferimento alla “pulizia della Chiesa”. Ecco si ricorderà del Papa emerito il suo impegno contro il relativismo nella società; sarà ricordato come il “Papa teologo”, come un uomo dalla grande coerenza morale che non ha mai cercato il consenso e che, come ricorda nella Deus caritas est, dobbiamo vivere per donare amore. In merito alla sua presenza in Vaticano il Vescovo ribadisce che è come avere “il nonno in casa”.

Il prof. Falanga chiede al coautore la genesi del libro e qualche particolarità. Il dott. Caruso ci dice che c’era già l’idea di fare una brochure, un opuscolo per festeggiare i novant’anni del Papa, ma il felice incontro con le Edizioni San Paolo, grazie soprattutto al loro archivio fotografico sul Papa, ha permesso la realizzazione del libro. Nello “spulciarlo” si vede che Papa Ratzinger usava per sé un’espressione mutuata da sant’Agostino: «bestia da soma». Una rigidità mutuata dal padre ma addolcita dalla tenerezza e serenità della madre. La sua vocazione non fu effetto di una cotta, di un flirt improvviso, ammette di averla ben ponderata e quel 29 giugno 1951, giorno della sua ordinazione presbiterale, ammette di essere stato accompagnato dalla preghiera di tutti i Santi. Ricorda che al momento dell’imposizione delle mani avvertì distintamente un dolce cinguettio, forse di un’allodola. Eppure questo Papa teologo, riservato, all’indomani della morte del suo predecessore, quando decadono tutti gli incarichi, si presentò chiedendo di poter continuare il suo lavoro… Ricorda anche che alla consegna del volume appena edito, volle subito aprire la scatola in cui era contenuto e, guardando la foto a destra di quando era giovane sospirò: «Quanto tempo è passato».

Il moderatore entra nel vivo del dibattito quando chiede al prof. Ascione di dare le sue impressioni sulla “grande rinuncia” del Papa emerito e della sua visita ad Auschwitz. Ascione ricorda che quell’11 febbraio del 2013 resterà impresso nella memoria di coloro che l’hanno vissuta ma anche “incisa” nella memoria storica, eppure, afferma, fu frutto di una grande tensione spirituale. Per farcene partecipi ci legge in modo lento, accorato, la motivazione originale, in latino, che Benedetto XVI lesse quel giorno. Un Papa semplice, riservato, umile, eppure non ebbe paura di creare un “polverone” facendo crollare secoli di certezze. Quel 27 aprile 2014, prosegue Ascione, si canonizzavano Giovanni XXI e Giovanni Paolo II, alla presenza di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco: quattro Papi sigillati da un abbraccio mistico. La decisione che ha inciso sulla storia della Chiesa ha portato, poi, all’elezione di papa Francesco. Benedetto XVI ha dato la chiave per aprire la porta della Chiesa. In merito ad Auschwitz ripete anch’egli «Non potevo non venire qui», ma non come Giovanni Paolo II, da polacco, ma come figlio del popolo tedesco. Sulle orme di Mons. Bruno Forte e di Bonhoeffer parla del “silenzio di Dio” e in quei toni, in quegli accenti, si risentono il dolore e le parole di Paolo VI ai funerali di Aldo Moro. Bisogna però ricordare che, dopo il giusto dolore, la domanda non è: “Dove stava Dio?”, bensì: “Dove stava l’uomo?”.

A margine di questo articolo vorrei dire che dal prezioso volume il Papa emerito ci ricorda che dobbiamo lasciarci convertire dalla preghiera e dallo studio: è più sicuro che ci aiuteranno a cambiare vita, a uscire da noi stessi per vivere la vita come servizio. Durante la discussione si è accostato Papa Ratzinger a Paolo VI che, preciso, è stato l’unico papa a scrivere sulla gioia nell’Esortazione Apostolica Gaudete in Domine (9.5.1975). Gioia e serenità che hanno guidato Papa Ratzinger nella sua scelta epocale, vissuta ottemperando a ciò che è alla base della Regola di san Benedetto: «Nulla anteporre all’amore di Cristo». La gioia è causata dall’amore: gioia e amore camminano insieme. La gioia che emana dal cristiano non può essere un fatto eccezionale, come un abito che si indossa nelle feste solenni, come ancora si sta mal interpretando! Benedetto XVI ci ricorda che deve essere un fatto quotidiano, perché Dio, nostra gioia, è con noi fino alla fine del mondo. Perché grazie alla bella intuizione della “Fondazione”, non sforzarci a rendere onore all’altra faccia della luna? Perché non ricordare che la teologia del Papa emerito è tutta pervasa dal fatto che la gioia non nasce da sola, ha la sua sorgente nell’Amore, e la sorgente dell’amore è Dio? Io inizio dando il mio piccolo contributo fornendo il titolo a due possibili testi. «Il Papa delle bicicletta: Benedetto XVI, la maglia rosa della teologia», ma ancora e più poetico: «Benedetto XVI: l’allodola del Signore».

Santità, Papa emerito, e se ce lo permette “nonno”, auguri per una vita lunga e serena, da tutti i Docenti della Facoltà Teologica e da quanti hanno attinto il loro sapere e “balbettano” qualcosa di teologia grazie ai suoi insegnamenti. Grazie per quel messaggio-testamento datoci la notte del Sabato Santo (15.04.2006): «Io, ma non più io»; preghiamo il Signore che, imitandola, ognuno di noi possa dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Aniello Clemente.

Ecumenismo e dialogo ebraico cristiano a Napoli

la tenda di abramoL’AECNa (Amicizia Ebraico-Cristiana di Napoli) organizza per il 4 maggio alle ore 17,30: «Dialogando tra ebrei e cristiani», LA TENDA DI ABRAMO: siamo tutti stranieri. L’incontro avverrà nella Sala Vasari a S. Anna dei Lombardi, piazza Monteoliveto, 4. Sarà visitabile la “Mostra Biblica” fino al 6 maggio.

Mi permetto piccoli spunti di riflessione. La Bibbia non si deve leggere in maniera fondamentalista. Dobbiamo liberarci di una religione chiusa solo nel sacro perché essa è proiettata in tutta la nostra esistenza, intessuta di trascendenza. La religione comincia dal rito ma abbraccia tutti gli altri aspetti della vita. La fede è al servizio dell’uomo. La vera religione cristiana è servire l’uomo: Dio si inginocchia davanti all’uomo. Nel 1986 vi fu l’Incontro di Pace ad Assisi e il Papa offrì il suo anello al primate anglicano, gesto dalla grande valenza teologica ed ecumenica. Giovanni Paolo II in un viaggio a Damasco entra per la prima volta in una moschea e lo fa scalzo, come vuole la consuetudine, perché è il luogo dove abita Dio. Allo stesso modo Benedetto XVI quando ha pregato a Gerusalemme, perché siamo tutti figli dello stesso Dio. Tutti i popoli della terra appartengono a Dio. Cosa possiamo attingere dalle altre religioni? Dall’Oriente possiamo mutuare l’amore per la natura, dal buddhismo la non violenza, dall’islam e dall’ebraismo la valenza della preghiera, e il rispetto del Libro Sacro. Se lo Spirito Santo è presente ovunque, lo sarà anche in popoli diversi da noi. Non può esserci pace nel mondo se non c’è pace fra le religioni. I tanti conflitti in atto forse cesserebbero se ci fosse armonia e pace fra le religioni. Giovanni Paolo II richiamava continuamente al dialogo e alla ricerca di una verità comune perché nessuna la tiene confezionata o ne possiede il monopolio. Già Joseph Ratzinger, anni fa, disse che spesso le verità cristiane ci vengono presentate come alberi abbattuti, senza vita, dove nessun uccello potrà più fare il nido. Oggi c’è un’idea deturpata di Dio. Si è più portati a credere al Dio dei filosofi che al Dio misericordioso. J. P. Sartre avendo da bambino incendiato un lembo del tappeto, pur avendo nascosto il fatto sentiva che Qualcuno lo seguiva dappertutto e, pur di non sentirsi colpevole, “ruppe” con Dio, disse: «Non lo frequento più». Purtroppo essendo invalsa per parecchio tempo la definizione degli uomini come «massa di dannati» anche Dio è stato relegato in un angolo, offuscato, togliendomi la Sua caratteristica di Padre che perdona ed aspetta il figlio che torna. La conversione è l’azione di grazia, è Dio che ci prende per mano.

Aniello Clemente.

Il ministero episcopale a Napoli del Card. Crescenzio Sepe per il Giubileo Sacer-dotale ed Episcopale.

cardinale SepeIeri alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale i docenti, gli studenti, il personale tutto, gli amici Vescovi e presbiteri, si sono stretti intorno al nostro Gran Cancelliere per festeggiarlo e ringraziare il Signore per il suo ministero. Al Cardinale è stato offerto il volume «Il Vangelo della città», raccolta di saggi offerti dai Docenti della Facoltà a cura di Carlo Manunza ed Edoardo Scognamiglio. Dopo i saluti di rito del Preside e del Decano, don Adolfo Russo ha iniziato con la relazione: “L’impegno per la teologia e la cultura nel contesto attuale”. Don Adolfo ha detto che si ricordava con affetto e commozione le lacrime versate dal cardinale al Centro Ester colpito dal fatto che anellini, catenine, braccialetti, erano stati raccolti affinché lui se ne servisse per i poveri. I poveri, gli ultimi sono al centro dell’attenzione di Sepe; testimonianze se ne contano a decine, dalle borse di studio, alla creazione di bande musicali, dalla “Casa di Tonia”, alla cura per gli oratori. Delle tante note positive che hanno contraddistinto l’Episcopato e la vocazione del Cardinale, don Adolfo ha posto in evidenza la fedeltà. Parlando della “strategia” che muove il piano pastorale del cardinale, dice che essa è credibile perché fa trasparire la coerenza fra fede e impegno civile. Possiamo dire che il cardinale ha inventato una “teologia per la città”, prova ne fu il grande ”Giubileo della Città”, cosa inedita nella Chiesa, echeggiano ancora le parole di Papa Benedetto XVI: «… si è aperto il cielo sopra di voi…».

Ha fatto seguito S. E. Mons. Di Donna, Vescovo di Acerra, che ha illustrato “La sollecitudine pastorale per la Diocesi napoletana”. S. Ambrogio – ricordava Mons. Di Donna – a un giovane vescovo che gli chiedeva come comportarsi gli rispose che, innanzitutto, doveva conoscere la Chiesa che gli era stata affidata. Il cardinale, appena giunto nella nuova sede, dapprima si mise in ascolto delle attese del popolo e del Presbiterio e poi iniziò a camminare, a guardare, capire per poter poi varare il “Piano Pastorale – Organizzare la speranza -” unico per tutta la Diocesi, declinato, poi, nei singoli Decanati. Carità e comunione i punti evidenziati da Mons, Di Donna portando ad esempio la formula inedita del «co-parroco» e il “Fondo di solidarietà” fra Parrocchie. «Canta e cammina» del 2013 segnò un tempo di gratitudine e di grazia, perché con l’attenzione alla città, si poneva forte l’attenzione sugli ultimi, i poveri, insistendo sull’educazione al bene comune.

Il prof. Francesco Paolo Casavola ha concluso gli interventi parlando del “Rapporto con la società civile e le istituzioni”. Il Presidente Emerito ha subito precisato che quel primo saluto dato a Scampia: «’a Maronn’ v’accumpagna» è una motivazione di fede per una Chiesa incarnata. Benedetto Croce leggeva una dottissima memoria su un detto: «Napoli Paradiso abitato da diavoli»; è senza dubbio una contraddizione, ma a quel motto se ne aggiunse un altro. «Un inferno abitato da santi». Il dott. Casavola ci porta alla mente il Proemio della “Gaudium et Spes”: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore», dicendoci che queste parole sono diventate il “motto” del cardinale. Ed ecco che le “Sette opere di misericordia corporale” diventano lievito per la città. La sensibilità, la cultura, l’esperienza di Sepe al dialogo ecumenico ed interreligioso, fanno sì che a Napoli convivano tutte le Confessioni.

Certo non è facile essere il Pastore in una città che “fa fatica” ma Cardinale noi sappiamo che lei ce la farà a guidarci ancora alla sequela di Cristo perché certi che «’a Maronn’ t’accumpagna!».

Ancora auguri, da tutti coloro che la stimano e la vogliono bene!

Aniello Clemente.